Venerdì, 13 Dicembre 2019
Aspetti Pastorali e Sociali
Aspetti Pastorali e Sociali

Aspetti Pastorali e Sociali (158)

 Evoluzione del sistema famiglia:

consolidamento di nuove forme familiari

"Non esiste un modo di essere e di vivere

che sia il migliore per tutti (…).

La famiglia di oggi non è né più né meno

perfetta di quella di una volta, è diversa

perché le circostanze sono diverse".

(E. Durkheim, 1888)

Premessa

consolidamento di nuove forme familiari

"Non esiste un modo di essere e di vivere

che sia il migliore per tutti (…).

La famiglia di oggi non è né più né meno

perfetta di quella di una volta, è diversa

perché le circostanze sono diverse".

(E. Durkheim, 1888)

Premessa

Le parole pronunciate dal sociologo E. Durkheim, sono esplicative e capaci di far comprendere, ancora oggi, le trasformazioni che investono la famiglia contemporanea.

La storia umana presenta, infatti, un inesauribile repertorio di modi di organizzare e attribuire significati alla generazione e alla sessualità, all’alleanza tra gruppi e a quella tra individui, e quindi un infinito repertorio di modalità per costruire "famiglie" (Saraceno, 1996).

I diversi studi hanno chiaramente rilevato l’impossibilità di ricostruire una vicenda unitaria della famiglia sottolineando, invece, la varietà di forme familiari che hanno sempre caratterizzato le società umane. In questo senso la relazione tra la famiglia e la società indica un legame piuttosto stretto: variando il tipo di società variano anche le strutture e le funzioni della famiglia stessa. In effetti, passando dal mondo contadino patriarcale alla società industriale, la famiglia si è trasformata da estesa ed economicamente autosufficiente, in nucleare o coniugale, inserita in un più vasto contesto socioeconomico e culturale.

La famiglia si trova intimamente forgiata dalle nuove strutture economiche essendo un "locus" fortemente compenetrato con tutti gli ambiti di vita esterna, i quali entrano in essa e ne plasmano la struttura più intima e profonda (Donati, 1997). Tuttavia essa, pur essendo espressione dei cambiamenti della società di cui fa parte, non è un semplice terminale passivo del mutamento sociale, ma uno degli attori che contribuiscono a definire i modi a seconda delle circostanze (Barbagli, Saraceno, 1997).

D’altronde, la complessità del fenomeno familiare deriva dal fatto che la famiglia da un lato affonda le sue radici nella zona latente del sociale e, dall’altro, prende consistenza dalle relazioni che i singoli individui intrattengono negli ambiti di vita in cui vivono e operano. Come tutte le relazioni, anche quelle familiari si strutturano secondo un numero indefinito di variabili che sono tanto dell’ordine del mondo vitale che dell’ordine del sistema sociale, anzi, sono il prodotto delle loro interazioni reciproche (Donati, 1989).

Questo quadro ci aiuta a comprendere come le rapide e profonde trasformazioni economico-sociali che hanno investito i paesi dell’Occidente negli ultimi anni, abbiamo avuto una serie di ripercussioni sui comportamenti demografici, producendo anche sensibili evoluzioni sullo sviluppo quantitativo delle famiglie, sulla loro struttura e sul loro stesso ruolo nella società. L’Italia, rispetto alle tematiche familiari, si inserisce nello scenario europeo con tratti di somiglianza e di differenza, continuando a far coesistere, al suo interno, tradizione e mutamento. Alcune tendenze, che ormai definiscono i comportamenti collettivi degli europei, si ritrovano immodificate: bassa natalità, riduzione della nuzialità, frammentazione della coppia; tipici del nostro Paese e di altri Paesi del Mediterraneo, sono invece il radicalizzarsi di alcuni di questi comportamenti e la scarsa diffusione di altri (convivenze, nascite fuori dal matrimonio, seconde nozze).

La specificità della situazione italiana sembrerebbe consistere nell’eccezionale persistenza di una struttura familiare del tipo tradizionale, caratterizzata dalla presenza di forti legami solidaristici, fondata su articolate relazioni con la parentela esterna al nucleo elementare, dotata di stabilità sia a causa della lunga assenza dal nostro ordinamento dell’istituto del divorzio, sia per la relativamente scarsa propensione o possibilità della donna ad uscire dalla famiglia per accedere ad un’occupazione lavorativa extradomestica (Sgritta, 1998).

Mentre in altri paesi l’evoluzione delle strutture familiari percorreva il cammino della "nuclerizzazione", in Italia si registrava la persistenza di sensibili ritardi in questa direzione e il permanere, soprattutto in alcune aree, di cospicue quote di famiglie estese. Tuttavia, contestualmente a questi dati di rigidità, studi e ricerche condotte in tempi più recenti hanno evidenziato tutta una serie complessa di fattori motivazionali, strutturali e socio-economici che anziché collocare il nostro Paese in una posizione anomala rispetto ala panorama internazionale, ne consentono la piena assimilazione, conseguenza delle innovazioni che hanno investito ampi settori della società civile.

Negli ultimi cinquant’anni è iniziato un processo di trasformazione della famiglia, nelle sue forme interne ed esterne, verso una sempre maggiore complessità, differenziazione ed anche frammentazione. Nonostante la maggiore fragilità, le incertezze ed i grandi timori, essa rimane comunque il sistema di reti di solidarietà sul quale le persone continuano a investire e costruire il proprio senso di identità ed appartenenza.

Illustreremo alcuni di questi mutamenti con il preciso intento di individuare gli effetti che hanno sul ciclo di vita della famiglia e sul rapporto tra le generazioni.

Prof. Maurizio Andolfi

 Dalla appropriazione alla cooperazione. Per educare i rapporti

· Una "ricetta" pratica per imparare a relazionarsi agli altri in un orizzonte di cooperazione · È in esso che ci si prepara, fin da giovani, all’impegno sociale e politico · Per realizzare questa ricetta non basta mescolare gli ingredienti e aspettare cinque minuti. Serve pazienza. · La pazienza, e soprattutto la passione, di ogni educatore degno del nome.

Vorrei proporvi una ricetta... La cooperazione come un minestrone?

Un minestrone (o minestra di verdura) se fatto bene si mangia volentieri, sollecita/solletica i sensi, sembra non finire mai. È chiaro che la preparazione non deve essere superficiale, non possiamo comprare una busta surgelata, aprirla, buttarla nella pentola, aggiungere un po' d'acqua e di sale (per forza, siamo sempre di corsa...) e tutto è pronto. Non siamo in uno spot pubblicitario. Se vogliamo preparare un minestrone che sia invitante, che si faccia mangiare anche da Mafalda (che notoriamente aborre le minestre ma se ne intende di come va il mondo) occorre seguire la ricetta con tutti gli accorgimenti del caso.

RICETTA:

MINESTRONE "COOPERAZIONE"

Ingredienti:

  • L'ALTRO

"Apprezzare un individuo nello stesso modo in cui si apprezza un tramonto".

Il Piccolo Principe prendeva la sua seggiolina, si sedeva e guardava i tramonti. Spostandosi ogni volta un poco. Finché ne aveva bisogno.

Penso che possa essere proprio questo l'atteggiamento da cercare nella relazione con l'altro. Un caro amico mi ha detto un giorno che quando arriva un bambino in una famiglia "...bisogna accoglierlo come un re". Con stupore, meraviglia, con il desiderio di scoprire che cosa ci porta in dono. Molto spesso, invece, l'altro non è fonte per noi di curiosità, bensì di preoccupazione, di timore, di incertezza.

L'altro è un ingrediente fondamentale. Senza di lui siamo soli, non riusciamo a definire noi stessi, a confrontarci. L'altro è importante per noi perché è attraverso di lui che abbiamo fatto le prime esperienze del mondo, che abbiamo provato il senso di fiducia e di sicurezza che ci ha permesso poi di intraprendere il lungo viaggio verso l'autonomia. Trasmettere questa fiducia è uno dei compiti fondamentali di un educatore/genitore: per ciascuno di noi è importante sapere che c'è qualcuno che ci apprezza per quello che siamo, ed è pronto ad accorrere in nostro aiuto, che sa quando è il momento di sostenere ma anche quando è bene che facciamo da soli, per potersene poi rallegrare insieme.

L' altro è sopra ogni cosa un ingrediente unico. Occorre non dimenticarsene mai, altrimenti si corre il rischio di pregiudicare la ricetta fin dall'inizio.

  • LA CURIOSITÀ

Curiosità è quell'atteggiamento che ci spinge a voler conoscere, non per avere qualcosa in più, ma perché mi rivela un nuovo aspetto dell'altro. Perché non prenderci un poco di tempo per stare a guardare: i bambini che giocano, un uccello che costruisce il nido, le formiche che vanno avanti e indietro, la gente che fa la spesa al mercato...? e lasciare che le domande vengano fuori da sole, senza fretta, stimolandone magari altre. Anche qui abbiamo da imparare molto dai bambini: è la curiosità che li spinge ad apprendere, oltre al desiderio di emulare figure significative, è sempre la curiosità che li porta a smontare qualcosa per vedere cosa c’è dentro. Direi di non perdere, e anzi incoraggiare, l'impulso a non fermarsi alla prima occhiata, ad andare oltre, pensando all'altro come ad uno di quei palazzi delle fiabe in cui ogni porta che viene aperta rivela un tesoro ancora più grande. Quando cogliamo nei gesti, nello sguardo, nel modo di fare di un'altra persona qualcosa che ci rivela un suo aspetto imprevisto, ecco che spunta la curiosità di saperne di più, di cogliere "quest'opera d'arte" in tutta la sua interezza.

  • L'ASCOLTO

"E ci mettemmo seduti ad ascoltare il tramonto…"

Quando Siamo di fronte ad un paesaggio che ci colpisce profondamente, tutti i nostri sensi sono chiamati in causa: a ciò che vediamo associamo sensazioni, odori, sapori, suoni e rumori. L’ascolto deve essere intensamente partecipato. Occorre prestare "attenzione alle parole, ai pensieri, ai toni sentimentali, al significato personale e anche al significato che è sotteso all'intenzione cosciente di colui che parla".

È necessario un atteggiamento empatico, vale a dire, per rimanere nella metafora precedente: sentirsi tutt'uno col tramonto, ma pienamente coscienti di essere se stessi, una figura nel paesaggio. Ascoltare in questo modo non è facile e non sempre può prodursi: occorre avere la mente sgombra dai propri fardelli, essere disponibile ad accogliere e soprattutto non sostituirsi all'altro, non attribuirgli i nostri pensieri, le nostre conclusioni. Accettare quindi lo stato d'animo che l'altro ci presenta (collera, tristezza, disperazione, allegria...), ricordandosi che "gli stati d'animo sono transitori", che l'altro è una persona distinta da noi e ha il diritto di essere ciò che è. Oltre a saper riconoscere l'emozione, il sentimento comunicato dall'altro, occorre porgere l'orecchio anche a ciò che ci risuona dentro. Spesso di fronte ai capricci di nostro figlio, alle provocazioni di un allievo, alle insistenze di un collega di lavoro, ci siamo probabilmente sentiti pervadere da una profonda irritazione, rabbia, impotenza. Per evitare di essere sopraffatti da questi sentimenti e riversarli sull'altro con forza eccessiva può essere utile fare una "pausa" (il vecchio consiglio: "fai un respiro lungo e conta fino a 10") e provare ad appuntarsi nel taccuino della memoria di indagare poi con calma ciò che è risuonato in noi della nostra storia. Questo "esercizio" può aiutarci a comprendere ed accettare certi "nervosismi" dei bambini, la loro apparente resistenza ai nostri richiami mentre sono impegnati in un gioco o nella lettura, cercando di tener separato ciò che è la posizione dell'altro dal nostro sentire interno e ciò che mette in moto.

Se abbiamo la fortuna di non trovarci da soli a gestire una situazione per noi problematica o difficile, può essere buona cosa "passare la palla" a chi ci affianca. Questo non per delegare né per scaricarsi delle responsabilità, quanto piuttosto per avere la possibilità di mettere distanza tra la situazione e noi, di vederla da un altro punto di vista (sono io che osservo un altro che gioca un ruolo simile al mio). Certamente non è facile fare ciò e spesso ce ne manca l'umiltà, ma può aiutare a non entrare in una escalation simmetrica con chi o ci sta di fronte e, sopratutto, a vedere colui o colei che ci affianca in un compito educativo come una figura di supporto, con cui collaborare, confrontarsi, cui appoggiarsi pronti a ricambiare nel momento del bisogno.

  • LA VALORIZZAZIONE

"Non si può mica tirar fuori le parole e basta. Le parole atterrano sempre da qualche parte e quando atterrano su di lui, che è così fragile per via del modo in cui è cresciuto, allora è la fine".

Sarà frutto della nostra educazione, sarà l'abitudine a cercare il pelo nell’uovo, ma troppo spesso mettiamo l'accento su ciò che non va, su come le cose andavano fatte, ecc. E ancora più spesso fatichiamo ad accogliere complimenti. Qualcuno dirà che sono suggerimenti ormai scontati, ma credo sia opportuno averli sempre presenti: sottolineare il positivo nell'altro e nelle mie azioni, apprezzare lo sforzo che viene compiuto, anche se il risultato non sempre è ottimale. Non necessariamente la valorizzazione passa attraverso le parole: possono essere piccoli gesti (un bigliettino, un fiore, 5 minuti di tempo tutto per l'altro...). Può essere il non fare o non dire niente mentre l'altro sta facendo o dicendo. Valorizzare è anche saper aspettare, rispettando i tempi dell'altro, avendo fiducia nel suo risultato finale (che può anche non essere quello che noi abbiamo in mente). E. Erikson, nel suo libro "Infanzia e Società", descrive come gli adulti di una tribù indiana abbiano atteso con pazienza e senza intervenire che una bambina di tre anni chiudesse la pesante porta che immetteva nella stanza. Essi spiegarono in seguito alla ricercatrice, che aveva assistito stupita alla scena, che nessuno di loro era venuto in aiuto alla bambina perché tutti sapevano che era in grado di farcela e che quello era un compito proporzionato alla sua età. "Il punto essenziale di questo modo di educare i bambini è che il bambino deve essere educato fin dall'infanzia a partecipare responsabilmente alla società e all'idea che i compiti clic gli vengono proposti sono all'altezza delle sue capacità".

La relazione educativa è un apprendimento reciproco, non è mai un discorso a senso unico. Credo che uno dei più grossi regali ricevuti dalle persone incontrate nel mio lavoro e non, in tutti questi anni, sia stato propria la possibilità dì ricevere spunti, stimoli, suggerimenti - anche indiretti -- per migliorare il mio modo di stare con l'altro, per acquisire maggior fiducia nelle mie capacità, per rivedere alcune mie posizioni e trovare, insieme, degli aggiustamenti. E, come si fa quando si riceve un regalo, può essere importante ringraziare: riconoscere cioè all'altro il contributo che egli ha dato alla nostra crescita.

Ricordiamoci anche che ciascuno di noi ha risorse interne per risolvere i problemi, ed essere coscienti di questo significa dare uno spazio alla capacità personale di attivarsi, di reagire, di trovare risorse. E forse troppo spesso dimentichiamo anche che ognuno ha diritto ad avere un angolo proprio, delle attività interessanti e stimolanti dove potersi rifugiare quando "le pile sono scariche". Il ritrovarsi, dopo la ricarica, può avere così una maggiore spinta allo stare e fare delle cose insieme.

  • IL CONFLITTO

"Una volta lei disse: - Voglio un pianoforte - e lui seppe che in breve un mostro nero sarebbe stato piazzato nella stanza. Egli disse: - No, io non compro nessun pianoforte -.

Lei pianse.

- Non voglio pianoforti - disse lui e andò dai suoi carillon"

Il conflitto è ancora troppo spesso vissuto come qualcosa da evitare, un contesto dove, per forza, ci devono essere vincitori e vinti. Sforziamoci di provare a vederlo come un momento in cui vengono espressi i differenti modi di percepire una situazione, dove sono portati in prima istanza propri desideri ed esigenze. Spesso, è inevitabile, emerge in questa occasione una forte carica di aggressività, che serve a difendere la propria posizione, il punto di vista personale. Ma questa forza non deve servire a schiacciare l'altro (se questo succede, la volta successiva il desiderio di rivalsa sarà ancora più forte), può venire invece utilizzata per provare a trovare soluzioni comuni, caratterizzate non da un risultato a somma zero (uno perde e l'altro vince) ma piuttosto da una migliore possibilità, trovata insieme, e che permette a tutti di portare a casa qualcosa. In primo luogo la soddisfazione di aver lavorato con altri per un risultato che non penalizza nessuno... La capacità di esprimersi attraverso il linguaggio è uno strumento fondamentale: permette di chiarire il proprio punto di vista, esprimere le emozioni, ipotizzare altre soluzioni. P. Freire ha detto: "Se gli uomini trasformano il mondo dandogli un nome, attraverso la parola, il dialogo si impone come cammino per cui gli uomini acquistano significato in quanto uomini. (...) E poiché è un incontro di uomini che danno un nome al mondo, non deve essere l'elargizione degli uni agli altri. È un atto di creazione. Quindi non può essere morboso strumento di conquista dell'altro. La conquista, implicita nel dialogo, è quella del mondo, che i due soggetti realizzano insieme"

"Una volta trovati gli ingredienti può iniziare la preparazione. È ovvio che quantità, maturazione, abilita nell’utilizzo dei vari strumenti di cucina, variano in relazione al cuoco e alle sue caratteristiche personali, così come il sapore può variare con le stagioni. L'importante è che ci venga messo del tempo: è lui che dà più gusto."

  • IL LAVORO SU SE STESSI

È un altro ingrediente che consiglio: "Un sentiero senza cuore non è mai piacevole. Devi lavorare duramente anche per prenderlo. E d’altra parte, un sentiero che ha un cuore è facile, amarlo non costa fatica"

Il sentiero faticoso per noi, e non ce ne rendiamo conto, è molto spesso costituito dal "dover essere": dei buoni educatori, dei buoni genitori, dei buoni figli, mogli, mariti, ...insomma delle persone "come si deve essere". Senza pensare che, anche se fosse stata stabilita una definizione di perfezione, potrebbe essere un punto di arrivo a cui non giungeremmo mai, perché "la perfezione non è di questo mondo". Quindi è forse molto più piacevole seguire il sentiero che ha un cuore, intendendo con questo non il lasciare che le cose vadano come sono "perché tanto io sono fatto così", ma l'essere disponibili a rischiare se stessi nella relazione. A mettersi in gioco c'è tutto da imparare, sia dagli errori che dai successi. E, soprattutto, si vive.

A questo punto occorre mescolare gli ingredienti, lasciarli insaporire, e farli cuocere lentamente. Se i genitori, e in particolare la madre, non sostengono il bambino infondendogli sicurezza, avranno più difficoltà in seguito a spingerlo verso il mondo esterno (ciò che A. Adler ritiene fondamentale per lo sviluppo del sentimento sociale dell’individui, che lo porterà a svolgere le proprie attività per fini sociali alla comunità). Senza la sicurezza viene meno la curiosità, la disponibilità al confronto con l'altro, la capacità di mettersi in gioco.

  • LA COOPERAZIONE

"Se tutti facessero ciò che devono fare staremmo tutti meglio... Chiedere alla gente di fare ciò che è necessario, non quello che sarebbe meglio, o più conveniente, o più vantaggioso, o più rivoluzionario. Solo e soltanto ciò che bisogna fare, basta".

Cooperare è effettivamente in opposizione a competere? R. Vittori, in un suo articolo, sottolinea come la competizione è tutto per riuscire a raggiungere un obiettivo condiviso, lavorando insieme. Infatti solo attraverso il confronto di punti di vista e capacità si può arrivare ad una definizione di ciò che si è, e che si è in grado di fare rielaborando l'immagine di sé stessi e dì chi ci sta di fronte. Quindi un mettersi alla prova di fronte all'altro, non per primeggiare su di lui (competitività), ma per poter mettere al meglio in comune le potenzialità possedute.

Come cooperare? Credo, innanzitutto, sentendosi parte di un'équipe: la famiglia, il posto di lavoro, il quartiere in cui si vive, la propria città, la terra su cui abitiamo. Il grado di coinvolgimento è ovviamente differente, ma è importante sentirsi responsabili e interdipendenti. Da qui le proposte educative possono essere le più varie: coinvolgere i membri della famiglia non solo nei compiti quotidiani (lasciare che i bambini, anche quelli più piccini, cucinino insieme con noi anche solo con un impasto di farina e acqua, collaborino alla gestione della casa, facciano piccole commissioni...) ma anche nella progettazione di momenti piacevoli (gite, vacanze, inviti...).

Far cogliere la connessione tra le azioni quotidiane e gli effetti ad un livello più vasto (raccolta differenziata: perché?; scelte di tipo economico e di volontariato: quali sono le motivazioni che ci stanno alla base? Quali benefici per gli altri, per noi? perché tenere una città pulita? perché rispettare i servizi che ci vengono erogati e di cui usufruiamo?), incoraggiare la solidarietà tra amici, compagni (compiti, scambio di giochi, disponibilità della propria abitazione per incontrarsi...), stimolare la partecipazione ad attività di gruppo (associazionismo, sport, vacanze...), che se per un verso possono limitare l’individualità, per l'altro forniscono modelli di identificazione e la possibilità concreta di sperimentarsi capaci di fare insieme con gli altri.

Come detto fin dall'inizio, questa non è una ricetta pronta in 5 minuti. Perché riesca bene ci vuole pazienza. Saper aspettare, provare a ricominciare, imparare dai propri errori. Ricercare il confronto con gli altri può essere un vero momento cooperativo. Condividere con l'altro i miei dubbi, le mie fatiche, le mie piccole soddisfazioni diviene cooperazione se mi ci sono avvicinato con l'atteggiamento del ricercatore, se invece voglio conferme, soluzioni, ricette pronte, al massimo porto a casa il frutto di un'ennesima gara all'insegna della competitività.

Al termine di tutto questo mi permetto di dare ancora un consiglio: le parole acquistano significato nella misura in cui le faccio mie. Credo che quanto ho cercato di comunicare abbia innanzitutto un significato per me, sia collegato a situazioni, persone, suoni e profumi. Sarei contenta se alcune di queste mie parole diventassero anche vostre...

Angiola Brumana

Educatrice — Asti

Da "Famiglia domani" 3/99

 Politica come carità

Un percorso educativo per la famiglia

· La politica — diceva Paolo VI — è la "forma più esigente di carità" · Eppure, quanti equivoci ha generato la presenza dei cattolici in politica! · Occorre rieducare ad una visione corretta dell’impegno sociale, e la famiglia è e deve essere il luogo privilegiato in cui si realizza questo compito · I valori che la famiglia può trasmettere: il senso di giustizia e di equità; imparare ad ascoltare e a discernere; la coerenza e la capacità di mediazione.

Prima Parte

La Chiesa italiana sta vivendo un nuovo fermento culturale strettamente legato al lungo periodo di transizione politica che il nostro paese sta attraversando. Tutto ciò è il risultato di una consapevolezza, sempre più diffusa, della necessità di "andare nella città e gridare" la propria notizia nelle forme più diverse, compresa quella politica.

Stiamo finalmente, con fatica, uscendo da un trentennio di equivoci sulla presenza politica dei cattolici, scaturiti da un'interpretazione parziale e datata di disposizioni conciliari in materia. Un contributo originale in questo senso, lo scopriamo oggi nella ormai famosa affermazione di Papa Paolo VI a proposito della politica, definita "la forma più esigente di carità". Tanta semplicità e chiarezza di pensiero - passata inosservata - riemerge, accompagnata da molteplici documenti del magistero, come un fiume carsico in tutta la sua forza dirompente di verità e di urgenza. Il Convegno di Palermo su "Evangelizzazione e testimonianza della Carità" ha avviato l'inizio del processo di ricostruzione e rigenerazione sociale e politica della cultura cattolica nella vita del nostro paese, ridisegnando la fisionomia della testimonianza e della partecipazione dei laici cattolici nella società civile.

PRIMO PASSO; UN PERCORSO EDUCATIVO IN FAMIGLIA

Lo sforzo principale da affrontare sarà quello educativo-formativo, anche specifico, oggi parzialmente assente, per dare contenuti e riferimenti valoriali alle migliaia di cattolici impegnati a vario titolo nei diversi gradi dell'agire politico. La prospettiva non può che essere di medio/lungo periodo, sapendo anche di dover agire soprattutto su noi stessi, poiché i cambiamenti, così come i progetti - nel nostro caso culturali -, vanno interiorizzati prima di essere praticati. Quanta fatica facciamo, nelle cose quotidiane, a cambiare i nostri atteggiamenti ed il nostro modo di pensare! Cambiare il nostro sguardo, affrontare la realtà con occhi diversi: ecco ciò che dobbiamo fare.

Questo impegno educativo, tuttavia, non approderà a nulla se delegato esclusivamente ad agenti esterni (istituzioni, scuola, associazioni, parrocchia, amici): ancora una volta, come sempre, l'onere e l’onore principale della responsabilità educativa spetta alla famiglia nel suo eterno ruolo di cellula fondamentale della società, luogo essenziale privilegiato dove sperimentare quotidianamente i valori e le virtù di una fede praticata e trasmessa di generazione in generazione.

La recente nota pastorale della commissione della CEI per i problemi sociali e del lavoro ha ribadito che "…la famiglia deve essere il primo ambito di educazione al sociale". Essa, infatti, ponendosi come crocevia tra pubblico e privato, può determinare un primo livello di maturazione positiva o avviare ad un modello di estraniazione. In che modo si attua tale processo? Anzitutto attraverso il "clima" di comunione e di partecipazione che caratterizza l'esperienza quotidiana della famiglia. Se le relazioni al suo interno esaltano e si fondano sulla gratuità, sul rispetto della dignità di ciascuno, sull'accoglienza cordiale, sul dialogo, sul servizio reciproco generoso e disinteressato, sulla solidarietà, la famiglia diviene, come ci ricorda Giovanni Paolo II, la "prima ed insostituibile scuola di socialità, esempio e stimolo per i più ampi rapporti comunitari all'insegna del rispetto, della giustizia, del dialogo e dell'amore".

Antonia Fantini Carpi

Da "Famiglia domani" 3/99

Seconda Parte

I VALORI DELLA POLITICA. FRA GIUSTIZIA ED EQUITÀ

Proviamo allora a definire, consapevoli di portare una semplice testimonianza mutuata dall'esistenza, più che il "decalogo" del perfetto politico o del politico virtuoso, quali siano i riferimenti e gli atteggiamenti indispensabili per capire se nella nostra crescita personale di fede ed in quella che intendiamo offrire ai nostri figli diamo il giusto spazio alla interiorizzazione di concetti e comportamenti utili per una futura e possibile sensibilità politica permanente

Cominciamo col dire che le virtù sottese alle prove di carità "tradizionali" sono, in fondo, le stesse richieste a chi "serve" il Signore nella vita politica.

Il senso di giustizia e di equità per chi fa politica attiva è alla base di qualsivoglia ragionamento e successiva azione ordinatrice che si intenda realizzare. Senza la giustizia sono irrealizzabili i processi di pace; non solo: si deteriora la pace sociale laddove esiste. In casa si impara a dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno e a privilegiare il bene comune. Un’educazione familiare dove emerga nel tempo la capacità dei propri componenti di scegliere ciò che è giusto per sé e per gli altri, l'esperienza di accettazione e di condivisione delle scelte comuni ritenute valide per tutti, l’abitudine al discernimento delle decisioni soprattutto quella di lungo respiro, sono la pratica migliore per preparare uomini e donne ad una costante ed esigente "attenzione" politica.

Strettamente legata a questo senso civico fondamentale, troviamo una virtù essenziale per il riconoscimento "esterno" dell'amore cristiano: la gratuità; cioè la libertà di pensare ed agire per gli altri senza badare al proprio interesse. Il pensare e l'agire (disinteressatamente) ha per una famiglia cristiana la sua fonte e il suo primo riferimento in Gesù: "il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Mt 20,28); "Se dunque io, il Signore e mastro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato l'esempio infatti perché ciò che ho fatto io facciate anche voi" (Gv 13,14-15). Gesù è il buon samaritano che ha vissuto al massimo della gratuità il comandamento dell' amore: "Invece un samaritano, che era in viaggio… ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite... lo portò in una locanda e si prese cura di lui" (cf Lc 10,33-34).

La prima palestra per la formazione del carattere è la famiglia dove la condivisione è difficile ma necessaria, dove i conflitti sono inevitabili e vanno gestiti. Le agenzie esterne potranno fare il resto, "completare l'opera, ma non crearla". Perchè fondati sull'amore e guidati dall'amore, i rapporti familiari sono vissuti all'insegna della gratuità, la quale "rispettando e favorendo in tutti e in ciascuno la dignità personale come unico titolo di valore, diventa accoglienza cordiale, incontrò e dialogo, disponibilità disinteressata, servizio generoso, solidarietà profonda" (Familiaris consortio, 43). La famiglia diventa così "prima e insostituibile scuola di socialità, esempio e stimolo per i più ampi rapporti comunitari all‘insegna del rispetto, della giustizia, del dialogo, dell'amore" (ibidem).

 Sottolineo due atteggiamenti connessi all’esercizio politico nella sua parte finale di decisione. Per arrivare a prendere una decisione responsabile occorre prima ascoltare e discernere, in altre parole: osservare e valutare. Osservare la realtà, i suoi bisogni, gli interessi particolari e generali in gioco, le emergenze sociali, valutare le possibili risposte, le ricadute positive o negative di una scelta col il relativo costo sociale ed economico che ne deriva. Dobbiamo aiutarci a pensare secondo questo schema: "Se non ascolto non riesco a cogliere il problema, se non sono in grado di scegliere sono incapace di trovare le soluzioni".

Antonia Fantini Carpi

Da "Famiglia domani" 3/99

Terza Parte

IL DIFFICILE COMPITO DI ESSERE COERENTI E PUNTARE AL BENE COMUNE

È necessario affrontare altri due aspetti, correlati ed erroneamente considerati contraddittori, derivati dalla libertà di pensiero descritta prima: la virtù della coerenza e la pratica della mediazione.

Partiamo da una domanda: può un politico mediare continuamente tra diverse posizioni rimanendo coerente ai propri principi ed alle proprie idee? La risposta è sì. Anzi, non "può", ma "deve"! Senza mediazione la politica diventa sbrigativa e pecca di decisionismo, autoritaria e non più partecipata, generatrice di conflitti più che risolutrice degli stessi. Senza la coerenza si perde di vista il fine ultimo del bene comune, la crescita della persona e della società nella continua ricerca di soluzione ai bisogni primari e secondari sempre presenti. Nelle scelte da compiere, occorre essere intransigenti nella sostanza ed indulgenti nella forma. Questo atteggiamento è indice di effettiva libertà sul cambiare idea sul "fare" politico conservando la necessaria coerenza ai fondamenti etici e cristiani dell’"essere" politico.

Oggi si confonde sempre più spesso la forma delle scelte con la sostanza delle scelte stesse; o meglio, se ne inverte il ruolo affidando alle regole (forma) il compito di esaurire in sé le risposte ai problemi. Perdendo di vista il senso della decisione, della soluzione del problema, anche la buona regola si svuota ed è inefficace. Dobbiamo abituarci a pensare ed agire perché la forma sia essa stessa espressione della sostanza che vogliamo affermare, in un meccanismo comportamentale che manifesti il fine ultimo a cui tendiamo anche attraverso il mezzo che utilizziamo.

D'altra parte al cristiano corre l'obbligo di farsi riconoscere dai gesti che compie.

Questo processo di esternazione politico/culturale, che sintonizza il mezzo con il fine, è propriamente ciò che intendiamo correlando la virtù della coerenza e la prassi della mediazione. In una parola potremmo definirlo "lo stile" politico cristiano.

La coerenza dunque in sé esprime fedeltà ad un'idea e ad un principio anche quando questi siano sbagliati o negativi. Essa genera rispetto se testimonia il vero bene dell'uomo,se testimonia l'amore incondizionato per il prossimo. In altri casi - la storia ne è foriera -- la fedeltà/coerenza ad ideologie disumane ha prodotto immane tragedie e generato terrore.

LA RESPONSABILITÀ, SINTESI DI TUTTE LE VIRTÙ

Queste considerazioni, certamente parziali, portano a sintesi l'argomento con una parola che molti cristiani hanno testimoniato nella vita politica: la responsabilità. Essa tocca un po' tutti gli aspetti e spiega a fondo la definizione papale di carità esigente, citata all'inizio. Potremmo descriverla come la capacità interiore di assumere coerentemente ed in pienezza il peso delle proprie scelte e delle scelte collettive, sapendo di rinunciare alle gioie del risultato immediato che altri servizi offrono, portando, spesso, il peso di errori precedentemente commessi da altri. Nella nostra esperienza familiare, ecclesiale, civile, abbinino acquisito questo atteggiamento? Questo modo di essere?

Nell’ambiente in cui viviamo, indipendentemente dalle scelte - giuste o sbagliate che facciamo, si dice di noi che siamo persone cosiddette "serie"? Degne di fiducia?

Dalle risposte a queste domande deriva la prima verifica attitudinale e di percorso per un servizio politico attivo.

Antonia Fantini Carpi

Da "Famiglia domani" 3/99

 Famiglie che si sostengono tra loro:

Una risorsa personale e sociale

Una risorsa personale e sociale

Nella cultura odierna non c’è una disponibilità diffusa né un interesse a stabilire relazioni interfamiliari significative, a causa della difficoltà crescente nei rapporti interpersonali al di fuori dell’ambiente familiare. Questo è segnalato da ricerche sociologiche, da testimonianze, dai numerosi ricorsi alla "posta del cuore" e soprattutto dall’instaurarsi di relazioni virtuali: cresce sempre di più l’isolamento individuale e l’incapacità di stabilire rapporti veri con l’altro.

A volte questa difficoltà si riflette anche nella famiglia: i rapporti all’interno della famiglia allargata sono spesso obbligati e quindi difficili, ad esempio i nonni sono visti come baby sitter e non come educatori.

L’ASSOCIAZIONISMO: OCCASIONE UMANA E CRISTIANA

La difficoltà nei rapporti interpersonali è uno dei tanti effetti secondari del nuovo assetto della civiltà nel passaggio della cultura contadina alla cultura urbana. Infatti, nella società contadina i rapporti di aiuto nascevano spontanei, mentre nella società urbana anche se la distanza fisica tra famiglie e persone si è ridotta, la spontaneità dei rapporti è venuta meno, mentre sono aumentate le richieste d’aiuto. L’associazionismo è nato proprio per promuovere l’aiuto tra le persone. La Chiesa l’ha sempre favorito da quando la spontaneità relazionale delle prime comunità cristiane ha cominciato a non essere più possibile; l’associazionismo nasce dalla vocazione naturale degli uomini a condividere, collaborare, organizzarsi, anche se non è sempre facile cogliere questa dimensione comunitaria. Anche Paolo VI incoraggiava "gli sposi a farsi apostoli e guida di altri sposi" chiedendo ai laici sposati di attivare una solidarietà educativa e di aiuto.

DALLA PROMOZIONE DELL’ASSOCIAZIONISMO AL FORUM DELLE ASSOCIAZIONI FAMILIARI

Con il Concilio c’è una radicale modifica del ruolo della Chiesa, che apre prospettive altissime ed entusiasmanti alla vita degli sposi e delle famiglie; la coppia diventa trainante e per gestire questo compito occorre un’indispensabile ed urgente attività capillare di formazione e un’esperienza di iniziative pedagogiche. Per questo motivo nascono gruppi, movimenti, associazioni finalizzate all’auto formazione degli sposi, stimolati da sacerdoti illuminati e convinti. Nel 1993 queste numerose piccole aggregazioni di associazionismo familiare si riunirono in un Forum permanente per fare udire una voce collettiva sulle grandi questioni che interessano la vita umana. Si passa così da una dimensione spirituale ad una dimensione operativa, sociale, politica, come espressione di quella stessa spiritualità. Il Forum ha promosso iniziative di portata politica e sociale attraverso documenti, dichiarazioni, sit—in, concentrando però a volte troppa attenzione sugli aspetti organizzativi e gestionali.

AGGREGARE LE ASSOCIAZIONI FAVORISCE L’AGGREGAZIONE TRA FAMIGLIE?

Oggi è sempre più urgente promuovere e favorire uno spirito di comunione che esprime nel quotidiano, in esperienze modeste e sotterranee, un costante aiuto. Un vantaggio offerto dall’aggregazione tra associazioni è la maggiore visibilità dei problemi, il pensare grandi progetti e obiettivi. Tra le famiglie nasce una solidarietà autentica, il dialogo, l’accoglienza del diverso, il confronto tra posizioni diverse nella società familiare: questi legami si creano nell’esperienza quotidiana del mutuo aiuto, con la disponibilità al confronto e all’incontro in un ambiente dove c’è una paziente e capillare trasmissione dei valori propri della spiritualità evangelica.

POSSIBILI AMBITI DI ATTIVITA’ DELLE ASSOCIAZIONI FAMILIARI

  • La promozione e lo sviluppo dell’istituto dell’affidamento familiare

Con la legge 184/ 83 la famiglia è stata ufficialmente e giuridicamente spinta ad assumersi responsabilità sociali precise. Fino ad allora una famiglia poteva aiutare un bambino orfano adottandolo; i bambini non adottabili restavano in istituto fino alla maggiore età, costretti ad un anonimato sociale e personale e ad una povertà affettiva che evolveva in disfunzionalità psicologiche e carenze cognitive. Ma con la legge del 1983, preceduta dall’istituzione del Tribunale per i Minorenni (1934), si apre una nuova epoca in cui l’attenzione ai minori è concreta e istituzionalizzata, attraverso l’affermazione del diritto del bambino a crescere nella famiglia, la propria quando possibile, oppure in una disponibile ad adottarlo o ad accoglierlo in affido temporaneo secondo l’età, le circostanze e le risorse economiche. Per le famiglie si apre cosi’ una prospettiva di impegno sociale ampio ed interessante: ma tutto ciò avviene con molti ostacoli, specialmente di natura culturale.

Infatti, l’affidamento non può essere realizzato senza aver accertato l’idoneità della coppia potenzialmente affidataria o adottiva, allo scopo di conoscere le motivazioni, le intenzioni e il quadro complessivo della famiglia. Un secondo ostacolo è costituito dal fatto che l’affidamento, proprio per la sua temporaneità, prevede il mantenimento dei rapporti con la famiglia biologica del bambino e quindi l’instaurarsi di buoni rapporti tra le famiglie, prevedendo quindi un’alta disponibilità di entrambe. Inoltre il problema della temporaneità dell’affidamento tronca in modo doloroso rapporti di affettività nati tra la famiglia e il bambino.

Per risolvere questi problemi nasce l’associazionismo tra famiglie affidatarie, che permette la crescita delle stesse e la consapevolezza del proprio valore sociale.

Nel giro di pochi anni quindi, molti bambini hanno trovato una sistemazione oltre che un sostegno culturale e un affetto fino ad avere l’adozione definitiva o a mantenere i contatti con la famiglia affidataria una volta tornati in quella biologica.

  • L’aiuto tra famiglie numerose o dove anche mamma lavora

L’apertura della famiglia nell’affidamento familiare si è sviluppata anche in altri ambiti, instaurando tra i vari nuclei familiari rapporti di mutuo aiuto, con l’invenzione di nuove modalità di incontro e di servizio come l’aiuto diurno, il dopo-scuola familiare, accompagnamenti collettivi a scuola; contemporaneamente sono caduti i muri culturali, di diffidenza e pregiudizi tra le famiglie. Senza le associazioni questo sarebbe stato difficilmente realizzabile, visto che spesso le associazioni sono l’unico luogo e momento di incontro tra le famiglie.

  • Una rete di conoscenze stabili e adeguate per i figli

L’associazionismo permette ai genitori anche di avere meno preoccupazioni riguardo le possibili amicizie "cattive" che possono incontrare i figli: attraverso le amicizie familiari i bambini fin da piccoli si frequentano e instaurano relazioni che spesso proseguono fino all’adolescenza e oltre; i figli trovano cosi’ un ambiente già preparato alle amicizie.

  • La creazione di strutture familiari ad integrazione delle strutture pubbliche, talora insufficienti o assenti

L’aggregazione dei bambini piccoli è un diritto e una risposta al loro precoce bisogno di socializzazione e di confronto tra pari. Purtroppo per questa fascia di età le strutture pubbliche sono carenti, per questo motivo è fondamentale il supporto dell’associazione di famiglie, delle scuole materne parrocchiali e di asili nido gestiti spesso dalle stesse mamme grazie a contributi statali o da parte della CEE.

Il valore più forte dell’associazionismo tra famiglie è quello di incoraggiarle ad aprirsi tra di loro, superando le differenze e creando dal basso un tessuto sociale di solidarietà che lega insieme le famiglie e le persone secondo il criterio evangelico dell’incontro, della messa in comune dei beni sia materiali sia psicologici e spirituali.

Tratto da "Famiglia oggi- 9/12- 2001"

Riduzione e adattamento a cura di Simona Internullo

Giovedì 30 Dicembre 2004 19:54

Tutti lo chiamano welfare

Pubblicato da Maurizio Zago

"Welfare state" significa, letteralmente, "stato del Benessere", modello d’importazione anglosassone che in versione italiana diventa "stato sociale", attribuendo il nome al ministero che si occupa di lavoro e di politiche sociali.

Giovedì 30 Dicembre 2004 19:47

Educare alla Politica - Giuseppe Goisis -

Pubblicato da Maurizio Zago

 Educare alla politica

· Per educare alla politica occorre educare a gestire il potere, e dunque a conseguire la dote della maturità · La "com-passione", radice prima nel cammino verso l’impegno politico · Conoscenza e padronanza di sé · Il giudizio politico: "pensare globalmente, operare localmente" · Raccogliere la sfida, nonostante le difficoltà, ma se vogliamo la città pulita dobbiamo imparare a pulire sotto casa nostra…

Prima parte

1. Per capire i termini

Si può definire politica quell'azione - personale e collettiva - protesa ad orientare una società verso finalità già potenzialmente condivise dai suoi membri, alla ricerca di realizzare, almeno parzialmente, tali finalità; quest'azione si manifesta, simultaneamente, a livello di valori ideali ed anche a livello di amministrazione, governo, (ri)-distribuzione dei poteri, di alcune risorse e di certi beni.

Nella definizione che ho proposto, il richiamo alle "finalità condivise" suggerisce un nesso con la tradizione classica, con Aristotele in particolare; mentre il riferimento ai poteri può richiamare una definizione del filosofo-sociologo Max Weber: "Per politica s'intende ogni sorta di attività direttiva autonoma che influisce sulla direzione di un'associazione politica, cioè, oggi, di uno Stato".

Collegarsi a Weber, significa considerare la politica come vocazione/professione, come dimensione "per" la quale si vive piuttosto che come dimensione "di" cui si vive; ma significa altresì comprendere la centralità del potere, la sua ambigua inesorabilità: il tema del potere, nella considerazione politica, non può essere aggirato, nè tantomeno ignorato.

Dunque, a me pare che nell'educazione alla politica non si possa prescindere dall'educare a gestire il potere, abituandosi a considerarlo con occhio disincantato, a comprenderlo nelle sue odierne principali articolazioni: l'informazione, il controllo su certe risorse economiche, infine il monopolio della forza legittima e della coercizione.

Il potere non è un feticcio pauroso, da fuggire a causa del suo volto demoniaco; e non è neppure un idolo da adorare. Il perfettismo politico, che aspira alla realizzazione di meccanismi politici stabilmente compiuti, è un atteggiamento sterile e rischioso: e tuttavia altrettanto infecondo si rivela quell'angelismo della purezza disincarnata che disprezza la realtà vivente, ed aspra, della politica, cercando di sfuggire alla sua stretta implacabile.

GIUSEPPE GOISIS

Docente di filosofia della politica all’Università di Venezia

Da "famiglia domani" 3/99

 

Parte seconda

 2. Che cosa significa maturità in politica

 2. Che cosa significa maturità in politica

Parte seconda

 2. Che cosa significa maturità in politica

 2. Che cosa significa maturità in politica

Parte seconda

 2. Che cosa significa maturità in politica

 2. Che cosa significa maturità in politica

 2. Che cosa significa maturità in politica

Stare in faccia ai poteri senza adulazione nè viltà, senza la trepidazione dei sudditi o la frenesia dei ribelli: bel segno di quella maturità che l’educazione politica dovrebbe mirare a farci conseguire. Maturazione come acquisto di una consistenza interiore, di una sostanza spirituale che si forma al calore di convinzioni ben radicate; non trovano più spazio i dilettantismi avventurosi, le "sensazioni" romantiche; il politico maturo è quello che, superato il narcisismo, avverte con tutta l'anima la sua responsabilità, e dunque agisce seguendo l'etica che incarna quotidianamente. Nonostante il valore di una certa flessibilità, che può spingere il politico intuitivo ad adattarsi al profilo mutevole degli avvenimenti, la maturità fa comprendere l'importanza della fermezza, del non mollare di fronte alle avversità, con la capacità di tirar diritto: crollino tante cose intorno, la voce che risuona nel profondo suggerisce: "non importa, continuiamo!".

Quanto ho ricordato, rivela l'importanza della formazione del carattere: senso della realtà, sicurezza basilare da acquisire, io confidente e disponibile alla compassione, alla giustizia. Ciascuno, questa parte essenziale del cammino la deve percorrere in solitudine, in virtù della propria energia interiore, ma contano gli stimoli, i confronti, la suggestione di qualche esempio che incarni ideali e valori. Un carattere ben saldo non un è un dono grazioso, è una quotidiana conquista personale, che conduce a superare il narcisistico rifiuto degli altri ed anche la tentazione della loro strumentalizzazione. In un'educazione politica che si eleva ad autoeducazione - cioè a formazione di sé presa nella, cura di se stessi -, si passa gradualmente dalla semplice accettazione degli altri ad una dialettica che ci fa interagire, in maniera sempre più piena, con le altre persone, imparando a cooperare, ma anche a competere senza violenza e distruttività.

GIUSEPPE GOISIS

Docente di filosofia della politica all’Università di Venezia

Da "famiglia domani" 3/99

 

Parte terza

 3. La compassione come prima radice del cammino verso l'impegno politico

Parte terza

 3. La compassione come prima radice del cammino verso l'impegno politico

Parte terza

 3. La compassione come prima radice del cammino verso l'impegno politico

Si può ben dire, io penso, che la compassione è all'origine di molte scelte per la politica; è proprio lo spettacolo dell'intollerabile che ci toglie il respiro e ci spinge, per così dire, con le spalle al muro: si crea così quel clima iniziale che avvia, sempre più risolutamente, verso l'azione politica. Ricordo quel "tripode delle virtù" che alcuni pensatori politici delineano, con riferimento ai valori della fortezza, della prudenza ed intravedendo, come stella polare dei valori medesimi, la solidarietà; intendendo, in ultima analisi, per fondamento della solidarietà: "l'umanesimo dell'altro uomo", una concezione fondata sulla reciproca simpatia, capace di porre al centro i bisogni e le aspettative delle altre persone, nell'assidua ricerca di una simmetria diritti/doveri.

GIUSEPPE GOISIS

Docente di filosofia della politica all’Università di Venezia

Da "famiglia domani" 3/99

 

Parte quarta

4. La conoscenza di sé come primo livello dell'educazione alla politica

Parte quarta

4. La conoscenza di sé come primo livello dell'educazione alla politica

Parte quarta

4. La conoscenza di sé come primo livello dell'educazione alla politica

Il cammino della formazione politica prende le mosse da un primo livello, che si presenta come condizionante: la conoscenza di sé, che conduce, progressivamente, alla padronanza di sé.

Con Platone, alle scaturigini del pensiero occidentale, si manifesta l'importanza del primo livello ricordato sopra; Platone è il primo grande educatore politico, scegliendo un terzo cammino tra l’adulazione delle folle, praticata dai demagoghi, e la coercizione violenta, operata dai tiranni. Il buon politico dovrebbe saper discernere entro le domande che presenta il popolo, cercando d'essere l'educatore del popolo stesso. Nel Gorgia, nel Protagora ed in altri dialoghi cruciali, Platone evidenzia la premessa che soggiace ad ogni arte del governare; la padronanza di sé, che postula, a sua volta, la conoscenza di sé.

Occorre considerare l’azione politica come una forma di comunicazione: comunicazione spontanea di emozioni, ma anche empatia esercitata consapevolmente, che rinvia all’integrazione necessaria con la razionalità.

La comunicazione e l'empatia si aprono ad una ricerca di mediazione (nel senso più alto del termine!), attorno a degli obiettivi consensualmente precisati e razionalmente convalidati. Solo una tale mediazione consente l'impostazione realistica dei grandi dilemmi della politica, senza sottrarle, tuttavia, una certa sua aura di tragicità. Solo una tale mediazione può evitare l'intolleranza che può generarsi da un riferimento tirannico a dei valori, non convenientemente applicabili in realtà aspre e, a volte drammaticamente refrattarie.

La premessa della necessaria conoscenza di sé consiste nel rifiuto di trasmettere (ed accogliere) conoscenze preconfezionate, e alla ricerca di un vero sapere, che miri a raggiungere una ricomposizione unitaria dell’uomo. Colui che vuole prepararsi rigorosamente alla politica, dovrebbe riesaminare i modelli ereditati, dei quali non sa dar ragione. S'intraprende un cammino al termine del quale la conquistata capacità di autogoverno abilita al governo della città.

La politica non dovrebbe recuperare solo l'ispirazione etica, ma arricchirsi di tutti quei supporti che vengono dall’ampio ventaglio delle tradizioni meditative e religiose; naturalmente, non confondendo una tale ricerca di profondità con un assemblaggio di segmenti, di esperienze religiose a buon mercato, ridotte a tecniche salutiste.

GIUSEPPE GOISIS

Docente di filosofia della politica all’Università di Venezia

Da "famiglia domani" 3/99

 

Parte quinta

5. Una parola sul giudizio politico

Parte quinta

5. Una parola sul giudizio politico

Parte quinta

5. Una parola sul giudizio politico

La filosofa tedesca H. Arendt ha riflettuto sulla natura del giudizio politico accostato da lei al giudizio estetico. Solo una riarticolazione dell'intelligenza che procede lontano sia dalle forze dell’irrazionalità sia dagli abusi del razionalismo può condurre la persona alla pienezza articolata del giudizio politico, sintesi di colpo d'occhio intuitivo e di ponderazione, capace di misurare in anticipo le conseguenze di certe azioni; Si può, infine; sottolineare la connessione tra il giudizio politico e la responsabilità: al giudizio politico ci si prepara affrancandosi, in una certa misura, dal condizionamento delle situazioni, riuscendo ad intravedere, oltre la stretta tormentosa del presente, la catena delle conseguenze possibili. Alla radicale presa di coscienza che sostiene l'assunzione di responsabilità, reca un contributo decisivo la memoria del passato, che può salvaguardare gli uomini da tanti errori ed anche dalle brusche cadute nella barbarie.

In una parola colui che si prepara alla politica sembra doversi dotare di un bagaglio tale da aiutarlo nell'intelligenza degli avvenimenti, in modo da poter congiungere la pronta freschezza delle risposte con procedimenti cognitivi ed argomentativi rigorosi; tra i progetti politici generali e l’operatività politica si collocano degli schemi intermedi, tali da saldare l'astrazione obbligata dei processi politici con la concretezza dell’esperienza quotidiana.

La formazione del cittadino alla politica potrebbe dunque configurarsi come sintesi dinamica tra l'universale e il particolare; è fin troppo nota la formula - che rinvia a "New Age" - suggerente: "pensare globalmente, operare localmente". E tuttavia, in tale formula si nasconde una certa positività; nella concretezza del momento amministrativo si può risanare davvero il costume politico operando una rivoluzione della sincerità e della trasparenza; ma senza un raggio globale di considerazione, anche le maggiori questioni che travagliano la dimensione locale non possono venire neppure impostate. Di fronte alla diade: locale/globale, lo Stato tradizionale ¡ ultraburocratizzato - è troppo dilatato e, in pari tempo, troppo ristretto. Di fronte ad una tale situazione, si enuclea una formazione basata sui diritti/doveri di cittadinanza, che non vogliono né sudditi né ribelli, ma persone partecipi perché responsabili, educate alla complessità e ad un senso vivente della legalità.

GIUSEPPE GOISIS

Docente di filosofia della politica all’Università di Venezia

Da "famiglia domani" 3/99

 

Parte sesta

 6. Qualche difficoltà conclusiva

Parte sesta

 6. Qualche difficoltà conclusiva

Parte sesta

 6. Qualche difficoltà conclusiva

Di fronte alle difficoltà crescenti, inerenti alle prospettive politiche che finora si sono disputate il mondo, si chiarisce un compito: riorientare e rifondare una cultura politica che unisca il respiro dell'ideale con la concretezza dell'esperienza amministrativa, supportando tale cultura politica col contributo di una riflessione dinamica, aperta e capace di comprendere l'attualità.

La formazione sociopolitica è richiesta da quella necessaria selezione, da quel ricambio la cui crisi comporta la sclerosi, coi rischi del notabilato e delle troppo facili cooptazioni all’interno del ceto politico. Gli intrecci affaristici, i gruppi di pressione soprattutto occulti e l'opportunismo trasformistico sembrano i tre rischi mortali di un sistema politico col fiato corto che potrebbe ridurci, inavvertitamente a "cittadini ombra". Deve, forse mutare il nostro atteggiamento; in Italia in particolare, tendiamo con leggerezza a gettar discredito sulla politica, per poi servircene, spesso in una logica clientelare. La nostra società appare stanca, non più pensosa del suo futuro europeo e planetario; e delle istituzioni, tendiamo a servirci con egoismo distratto: le usiamo senza complessi, per poi lamentarcene senza pudore. Non basta mostrate la necessità della politica, anche ad un mondo giovanile in ricerca; bisogna aiutare a passare dalla politica come destino alla politica come opzione etica, incoraggiando la fedeltà come la virtù cardine dell'impegno, nella dimensione della continuità e della coerenza.

Concludo affermando che quella della formazione sociopolitica è un'opportunità grande, anche se ci si deve interrogare - realisticamente - su quanti cittadini possono essere davvero raggiunti dalle varie proposte formative. Penso, comunque, che si debba raccogliere la sfida di un'autentica vocazione per la politica tale da delinearsi e resistere al di là del diffuso cinismo ("così fan tutti") o, a volte, di abbandoni e crolli personali. Individuo due livelli per la formazione: formazione di base e permanente per ogni cittadino che sì prepari all'esercizio di una democrazia compiuta, e formazione più specialistica ed approfondita, allo scopo di procurare un livello di maturazione e coinvolgimento più intenso e duraturo. Si manifesta a tale proposito la necessità di una sinergia tra le diverse agenzie formative (partiti, sindacati, scuola, movimenti religiosi, associazioni...), pur in una corretta distinzione che eviti confusioni e pasticciate sovrapposizioni.

GIUSEPPE GOISIS

Docente di filosofia della politica all’Università di Venezia

Da "famiglia domani" 3/99

 

Parte settima

7. Caratteristiche dell'educazione politica

Parte settima

7. Caratteristiche dell'educazione politica

Parte settima

7. Caratteristiche dell'educazione politica

Si tratta di non improntare l'educazione politica soltanto alla denuncia, ma di incoraggiare una sensibilità propositiva ed affermativa, capace di progettualità pronta a secondare il mutamento, lungo il filo degli avvenimenti. Non basta dunque il nozionismo dell'istruzione, occorrono momenti di vera e propria educazione, tali da incoraggiare il giudizio politico, nel quadro di un sano realismo. I quattro valori orientativi di tale itinerario educativo: mentalità legata al bene comune, fedeltà alle persone e alla realtà concrete, lealtà verso la dimensione etica ed infine - ma decisiva - la lealtà verso la politica stessa, con le sue regole. Né astrattismo (la formazione senza impegno è vuota), né attivismo (l'impegno senza formazione è cieco).

Si dovrebbe, a mio giudizio, operare una sintesi tra i due modelli di educazione politica che hanno, finora, prevalso: modello accademico, col suo spiegare e discutere in astratto una gran mole di nozioni, e quello del laboratorio, che inclina e si sporge, anche con momenti di simulazione, verso i mondi vitali della politica operativa.

Comunque, mi sembra si manifesti una diffusa domandi sociale circa la necessità di dare a tutti ma soprattutto all’ambito giovanile un’informazione sociopolitica di base, un'attrezzatura di carattere storico e valoriale, fornendo elementi comparativi sulle diverse matrici e tradizioni sociopolitiche, facendo nel contempo avvertire lo stimolo ad un impegno rinnovato, e sempre più doverosamente consapevole.

Il filosofo della scienza K. Popper ha sostenuto che è sufficiente, in una democrazia liberale, "esser tutti giudici", ed un tale minimalismo sembrava, nella sua società aperta, plausibile ed agevole; oggi si tratta di riattivare, vivificare nuovamente un tale atteggiamento, che necessita di una maturazione, di uno stile vibrante di coinvolgimento personale. Invece che deprecare la notte che si addensa, cercare di rischiarla passo dopo passo; con analogo ma ancor più realistico minimalismo alcuni odierni autori anglosassoni ammoniscono: "Se vuoi la città pulita, incomincia a spazzare la strada davanti a casa tua".

GIUSEPPE GOISIS

Docente di filosofia della politica all’Università di Venezia

Da "famiglia domani" 3/99

Giovedì 30 Dicembre 2004 19:35

Le braccia tese - Giovanni Scalera -

Pubblicato da Maurizio Zago

 Le braccia tese

· Una spirale di violenza. Come uscirne?· Superando il narcisismo e quegli stereotipi di normalità che ci imbrigliano · Cercando di scoprire le fonti vere della violenza · Convertendoci ogni giorno alla pace · E testimoniando la bella notizia dell’amore.

Prima parte

Basterebbe soffermarsi qualche minuto a riflettere sui contenuti dei fatti di cronaca, per convincersi che siamo irrimediabilmente immersi in un mondo di violenza. L'antropologia ci insegna che la sopraffazione e l'aggressività fanno parte delle componenti che si sono evolute nel comportamento umano durante la selezione naturale: una risposta indispensabile al bisogno essenziale delle società primitive che dovevano cacciare, procurarsi il cibo, scegliere e difendere un partner. Accanto alle conferme che ci pervengono dagli studi di neuroscienze che hanno individuato nel sistema limbico, uno dei lobi in cui si divide il cervello, il centro responsabile dei comportamenti aggressivi, non possiamo trascurare la componente ambientale, responsabile del continuo strutturarsi di condotte violente. L'interazione fra natura e cultura rimane uno dei labirinti più affascinanti per chi desidera andare alla riscoperta del vero volto dell'uomo. Dalla prima manifestazione di pianto del neonato alla simultanea comparsa di angoscia e aggressività come conseguenza della privazione di cure materne, la nostra vita è un continuo modellarsi di risposte che procedono verso una pericolosa spirale. La frustrazione di un bisogno determina aggressività, sottolineando un modello comportamentale che tende a rinforzarsi nel tempo. Una visione con tante sfumature di grigio e niente rosa. La domanda più spontanea è: a chi spetta e come si può spezzare questa spirale?

Giovanni Scalera

Psicologo £ Siena

Da "famiglia domani" 3/99

 

Seconda parte

Oltre il narcisismo

In tutte le filosofie che hanno fatto da punto di riferimento per il cammino dell’uomo la presenza di contrapposizioni sembra il tema più visitato. Il bene e il male, l'attrazione e l'odio, la vita e la morte stanno a rappresentare i dualismi classici che l'uomo identifica con i colori bianco e nero, per giungere ai più tenui come desiderio e discrezione, intimità e riserbo, pudore e compartecipazione. A fare da sfondo alle molte variabili di questa tavolozza, sembra esistere l'amore come entità dai tratti che rimandano alla creatività e all'assoluto, molla incontrastata di tutte le culture, le etnie e le discipline che caratterizzano l'esistenza dell'uomo. Alla base di tutto c'è sempre questa spinta che non può prendere le mosse da un semplice slancio verso l'altro come oggetto desiderato e accettato in quanto "altro". L’amore risponde al bisogno di riconoscersi nell'altro - quasi un riflesso - in una finestra che apre il cuore, ma che in realtà diventa ancor più uno specchio. Lo stesso Freud, dopo aver intuito che la nostra crescita affettiva avveniva attraverso il superamento di varie fasi della nostra vita, approda alla conclusione che l'amore adulto è reso possibile dalla scoperta del narcisismo: in pratica siamo spinti ad amare ciò che si è stati e che non si è più o ciò che possiede le attitudini per sostituirsi ad un ideale dell'io non raggiunto. È facile intravedervi il paradosso e la contraddizione di un disegno misterioso: qualcosa che nasce e va oltre la metafora del narcisismo. Questo specchio, allora, può fare molto di più: permette alle figure che vi si riflettono di creare una adesione particolare l'una all'altra, fino al punto di fondersi insieme; permette di colmare uno spazio vuoto, sfuggendo da una sorta di scontentezza interiore e dal senso di inadeguatezza che ognuno, nella solitudine, prima o poi sperimenta. Per entrare in questo clima di festa, diventa indispensabile uscire dagli stereotipi di normalità nei quali siamo regolarmente imbrigliati; una cosa clic possiamo fare se riusciamo a coniugare il paradigma essenziale sul quale si snoda il filo conduttore di ogni storia d'amore: la passione. Il termine - passio dal latino, e pathos dal greco - ci riporta letteralmente al concetto di sofferenza e sopportazione il che la dice lunga sui molti ingredienti che compongono il poliedrico mondo delle attrazioni totali: affetto, desiderio, collera, gelosia, erotismo, competizione, fiducia, abbandono, odio, confidenza… e la serie potrebbe continuare con chissà quali arricchimenti, se la nostra cultura non definisse l'amore il più multiforme e creativo dei sentimenti. Da qui prende le mosse il requisito principale per la stabilità della coppia e, al tempo stesso, il pericolo più concreto per ogni tranquillità ed armonia. La versatilità con cui sappiamo creare può farci consapevoli dei confini che ci rendono individui unici e separati e contemporaneamente ci fa avvertire il desiderio struggente di diventare una cosa sola con la persona amata. E la condizione più eccitante e più commovente di questa umana tendenza è quella che si identifica con le pene d'amore: fonte di dolore ogni volta che si scoprono i confini dell'Altro e, nel tentativo di trascenderli, si arriva a constatare che alla totale intimità dei corpi fa riscontro una impenetrabilità delle coscienze.

Giovanni Scalera

Psicologo £ Siena

Da "famiglia domani" 3/99


 

Terza parte

Dove nasce la violenza

La società moderna può vantare un grosso successo: quello di aver teorizzato sulla inopportunità della violenza e di averla bandita dal contesto sociale. Ma davvero possiamo dire di averla sconfitta? Dopo aver passato in rassegna le opposte polarità come istruzione e ignoranza, ricchezza e povertà, ed avervi intravisto i segni della contrapposizione alla civile convivenza, i teorici dell'antropologia e della sociologia scoprono la esistenza di grosse sacche di questa piaga nell'ambiente dai tratti più insospettati: la famiglia. E la spiegazione appare semplice e plausibile: nelle strutture in cui esiste intimità, dove il vissuto biografico è maggiormente partecipato, esistono i maggiori attriti perché lì e soltanto lì si è capaci di superare la soglia del pudore e manifestarsi senza le maschere delle formalità e delle convenzioni. Così, il quadretto familiare che ogni nucleo mostra con orgoglio all'esterno delle proprie mura, ha la possibilità di trasformarsi in un polittico nel quale trovano spazio scene dal sapore discontinuo e illeggibili all'apparenza. A differenza di una pala d'altare, infatti, i cui pannelli ricostruiscono una storia incentrata sulla vita di un Santo o della Vergine, qui i momenti si alternano nella instabilità, nella imprevedibilità delle ricadute quotidiane. Una scoperta deludente, ma con qualche risvolto di speranza. Se l'intimità è il luogo che permette lo scatenarsi degli attriti, deve essere anche quello da cui partono le buone proposte: quelle che comunemente definiamo di buona volontà. Ed a questo richiamo, che è anche una proposta per cercare di mettere i figli in pace tra di loro, si rifanno ormai tutte le voci più autorevoli ed influenti del nostro pianeta. Ma quello dell'uomo di fine millennio sembra essere il destino di chi ha deciso di rinnegarsi continuamente: interessi sovranazionali, ricerche avanzate, invenzioni programmate, hanno ratto dell'uomo un essere non più attento alla sofferenza che lo circonda, ma distratto dalla tecnologia e dal superamento dei continui traguardi che gli si parano davanti. Dalla scoperta del meccanismo di caduta delle foglie ha intuito che si potevano creare erbicidi e defolianti; dallo studio sulla migrazione degli uccelli, ha intuito che agli stessi volatili potevano essere affidati agenti chimici e biologici da spargere impunemente. E ci si continua a spremere la mente nel tentativo di creare il cannone più intelligente o lo slogan capace di reclamizzare i prodotti da guerra destinati alle zone calde della terra, magari con un pizzico di ironia e umorismo macabro. Il pragmatismo e l'efficienza americana assicurano che "il carrarmato Phantom distrugge l’obiettivo con uno solo dei suoi razzi": la buona tradizione della tedesca Rheinmenal ricorda "novanta anni di armi e di munizioni: il progresso attraverso l'esperienza"; lo spirito turistico francese garantisce che "l'automitragliera Panhard funziona a meraviglia in ogni clima e latitudine". Non può essere questo il mondo di pace che ognuno di noi sogna, nè possiamo giustificarlo con l'esigenza di equilibrio che si regge sulla paura. In rapporto pubblicato dall'istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace si afferma che "tutte le guerre e guerriglie scoppiate dal 1945 ad oggi, all'interno delle regioni più povere del mondo, sono state combattute con armi fornite dalle potenze mondiali". I forti si fanno ormai la guerra per procura. Raoul Follereau si raccomandava con insistenza: "Datemi il corrispettivo del costo di un vostro aereo da guerra e vi debellerò la lebbra nel mondo intero". La terra è ormai piena di ferite, molte delle quali gliele ha procurate l'uomo, ferendosi a sua volta e decretando la propria distruzione. Esiste la guarigione? Pregare per la pace e non fare niente per difenderla è un controsenso. Le categorie della salvezza presuppongono un pericolo, un salvatore, un aiuto, una richiesta, un compagno di viaggio, un maestro, un testimone. Il tutto si può ricondurre ad un breviario di piccole azioni da seguire con umiltà: fare, imparare e insegnare. E l'ora della salvezza suona per tutti: basta ricordarsi che viviamo costantemente sotto il rischio di essere colonizzati dalle influenze altrui per non arrendersi e ritrovare nel piccolo dell'intimità il seme di un grande progetto di pace.

Giovanni Scalera

Psicologo ¢ Siena

Da "famiglia domani" 3/99

 

Quarta parte

Quarta parte

Quarta parte

Dove si costruisce la pace

L'amarezza delle analisi che siamo costretti a fare per guardare in faccia la realtà ci porta lontano da ogni angolo di serenità e ci immerge in un ritmo che ci nasconde le piccole, innumerevoli gemme di cui si cosparge il nostro cammino. Ma la terra guarisce dai propri mali perché gli uomini sanno stringere i pugni e rimettersi all'opera con uno zelo degno degli insetti: quello strano termine che in infinite altre occasioni crea imbarazzante incertezza tra ammirazione e stupidità. La nostra vita procede a meraviglia fin quando si muove tra le cose piccine. Quante volte un foglio, un fiore secco, fissando il ricordo di un luogo o di un incontro, sanno riproporre la follia delle emozioni apparentemente sopite!? E il pezzo di carta o l'appunto che assumono il posto di un talismano o della medaglietta del santo protettore!? E che dire della capacità con cui sappiamo scorgere, nei vari momenti della natura, il mutare delle epoche e degli affanni che si nascondono dentro di noi!? Il "duplice filar" dei cipressi contemplati con nostalgia dal Carducci, cambia fisionomia con il cambiare delle stagioni del poeta più che con quelle della natura. Non dobbiamo arrenderci alla scoperta delle cose semplici solo perché i grandi, con ostentata sufficienza, definiscono retorico questo atteggiamento. Viviamo immersi in un mondo troppo adulto e che pretende così tanto che alla fine è capace di farci sentire spogli come le piante nella stagione invernale. Un mondo così segnato dai documenti ufficiali che sa muoversi con la capacità di annullare ogni tendenza all'emozione. Ma la bellezza del creato è ancora lì ad attendere che l'uomo decida per la propria conversione (o inversione?). E una colpa credere ancora nelle cose che ci hanno dato gioia? C'è un pane rotondo che lentamente imbiondisce e che ad ogni istante della sua cottura porta sulla crosta la luce del giorno e il profumo dell'infanzia: c'è una notte piena di stelle perché l'aurora non perda la strada e perché, nella sua leggerezza, porti ogni mattina un paniere di rugiada; c’è una fiamma che scalda una canzone cantata ad un monello sulle ginocchia del nonno: e se quel carbone parlasse sarebbe orgoglioso di dirci che un giorno era figlio del bosco più bello: c'è un fiume che trotta e che, con la voce che gli hanno dato la neve e il vento, porta anelli e gemme ai fiori e mantelli d'argento alle cascate. Ma l'età dell'uomo sa portare anche brutti risvegli: troppo giovani per essere assolutamente semplici o tanto giovani da non sospettare che l'esistenza non è fatta di slanci improvvisi o di costanza ostinata, ma assai spesso di compromessi e dimenticanze. Fra l’egoismo di chi si arrocca sul progetto ambizioso di possedere sempre di più e chi sente che la propria vita potrebbe acquistare un sapore sempre nuovo se i propri sforzi fossero indirizzati a costruire rapporti più umani con gli altri uomini, la nostra antica saggezza sa venirci in aiuto, ricordandoci che la bellezza delle cose è legata alla loro caducità.

Giovanni Scalera

Psicologo ¡ Siena

Da "famiglia domani" 3/99

 

Quinta parte

Quinta parte

Quinta parte

Una bella notizia

Andiamo sempre alla ricerca di qualcosa che ci dia vitalità e ci faccia sentire interessati alle vicende di cui si compone il percorso umano. A volte anche un pizzico di curiosità per la cronaca può arricchire di sapore le nostre giornate, come accade per gli spiriti volubili che si sentono attratti da ogni novità, ma per i quali ogni novità scivola addosso senza lasciare traccia. Così come accade per chi ama la storia anche o solamente per andare a ricercarvi esempi di eleganza o spavalderia nelle disgrazie. Forse non abbiamo ancora scoperto la fonte più autentica della vitalità e ci contentiamo troppo spesso dei surrogati di gioia con i quali riusciamo a muoverci tra i vari impegni che i nostri ritmi ci impongono. Mi sono domandato spesso come vivremmo se fossimo circondati da belle notizie: un telegiornale che non conoscesse la cronaca nera, una politica basata sull'onestà, uno scambio interpersonale in cui fosse bandito il sospetto e l'obbligo della prudenza. Di sicuro, per una parte di umanità sarebbe un’utopia, o, forse peggio, una ipotesi da beoti. Per l'altra parte, sarebbe il mondo dei beati: quello che, dall'annuncio della Buona Notizia, crede che si possa raggiungere la gioia attraverso la purificazione operata dalla tribolazione. Un passaggio difficile e poco praticabile, soprattutto se lo si considera alla luce di quel comandamento che, letteralmente, il Signore consegnò alle folle assetate di belle notizie. "Beati i poveri, beati quelli che piangono, beati quelli che soffrono..." Oggi, in un linguaggio più moderno, attuale e laicizzato ci potremmo esprimere così: "Fortunati..., fortunati..., fortunati...". E, umanamente, verrebbe anche da domandarci quale risonanza sia lecito dare a questa invocazione della fortuna: di certo la bella notizia deve stare da qualche altra parte. C'è mai qualcuno che ringrazia il Signore per avergli messo accanto una persona che gli riempie la vita? Ecco: gli sposi sono per tutti una bella notizia e lo sono dal primo momento in cui fanno la loro gioiosa comparsa in pubblico. Ogni volta che danno una testimonianza d'amore, vanno, con le braccia tese, incontro al mondo per partecipare la gioia che è in loro e portare un messaggio di speranza. Lo sono quando presentano i figli e si impegnano ad essere i loro educatori; lo sono quando mostrano coesione contro le difficoltà e volontà di ricominciare; lo sono quando si tengono per mano per prepararsi all'ultimo distacco. Questa è la bella notizia che c'è in ogni storia e che può affascinare lontano dai rumori e dalla curiosità morbosa. Ogni persona porta in sé l'incanto di una magia, ben sapendo che il senso del reale e delle responsabilità deve prendere sempre il sopravvento perché, alla fine, niente è più insopportabile che essere condannati a vivere in una fiaba.

Giovanni Scalera

Psicologo ¡ Siena

Da "famiglia domani" 3/99

L’INNOVAZIONE RELIGIOSA NELLA SOCIETA’ SECOLARE. IL RELIGIOSO "NON DI CHIESA"

·Un processo di innovazione religiosa si avvia a trasformare le forme diappartenenza religiosa o Se l’80% degli italiani si dichiara ancora"cattolico" che cosa è questo "religioso" che si sta formando fuoridalla chiesa cattolica? · Nuove visioni soggettive per "credere senza appartenere" · Un contributo della sociologia della religione per porre le basi di una riflessione pastorale ancora da avviare.

Prima parte

L'esperienza quotidiana di questa fine secolo portacon sé l'idea che stiamo vivendo in un mondo nuovo per le acquisizionidella tecnologia, della scienza, della cultura e anche per la presenzadi nuove forme religiose. Parte di queste innovazioni nel camporeligioso riguarda l'arrivo anche in Europa delle grandi tradizionireligiose dell'Oriente e dell'estremo Oriente, dei nuovi movimentireligiosi, di nuove credenze e di quel fenomeno ancora più esteso epoco organizzato che è la New Age. In Italia questo processod'innovazione religiosa sta silenziosamente trasformando interi settoridi credenze, di pratiche, di esperienze e dì interessi spirituali. Fraqualche tempo, forse, trasformerà anche le forme di appartenenzareligiosa.

L'"inerzia" dell'appartenenza

Per ora non si può non constatare lasostanziale continuità dell'identità cattolica, la sua relativa tenuta,quasi per inerzia, a confronto del trasformarsi molto più veloce dellecredenze e delle altre dimensioni della religiosità. Si può concludereche l'individuo vada incontro a molti più problemi e difficoltà quandoabbandona la sua identità-appartenenza cattolica, a confrontodell'abbandono di alcune credenze o pratiche religiose. Inoltre questoprincipio dell'inerzia dell'appartenenza è anche confermato dal fattoche un'identità sociale ha tendenza a scomparire solo quando vienesostituita da un'altra. Ma nell'attuale contesto italiano l'individuoche si dichiari appartenente ad un'altra religione non cattolica vaancora incontro, perlopiù, a molte più difficoltà, e a maggiordissonanza cognitiva, di un altro che incorpori in modo sincretisticoaltre credenze e pratiche tra quelle cattoliche. E’ da considerareinoltre che l'inerzia dell'appartenenza religiosa dipende anche dallanatura specifica dei beni religiosi, i quali consistono anche in uninsieme di conoscenze, esperienze ed emozioni che possono essereconsiderati come una forma di "capitale umano". Poiché ogni cambiamentodi religione rende inutile gran parte del precedente "capitale umano",l'individuo è molto riluttante a cambiare la propria affiliazionereligiosa. Ma l'attuale livello di autonomia delle credenze, delleesperienze e delle pratiche religiose, oltre che delle convinzionietico-morali, potrebbe ormai preludere anche a una trasformazione delleappartenenze. É' la previsione che preoccupa sempre più le chiesestoriche.

Il "religioso non di chiesa"

Il dato più singolare della situazione italiana è,dunque, che oggi, nonostante le trasformazioni religiose in atto, oltrel'8O% degli italiani si dichiara ancora cattolico. Di qui nascel'interesse, non solo dei sociologi della religione, di capire checos'è questo "religioso" che si sta formando fuori della chiesacattolica. Si può definire questo "religioso non di chiesa" l'insiemedi credenze, esperienze, rituali e conoscenze religiose che individui opiccoli gruppi coltivano in libertà nei confronti delle religionistoriche. Si tratta di un effetto della secolarizzazione, la quale nonha solo prodotto i segni dell'oblio e della perdita del sacro, ma anchequelli dell'innovazione e della emancipazione del sacro dalle religionidi chiesa. Quanti intendono riferirsi alla secolarizzazione non comeprocesso dissolutivo, ma come fenomeno positivo ed emancipativo,analizzano, infatti, la nuova disponibilità alla ricerca, all'ascolto,all'esperienza religiosa o a quanto teorizzava, paradossalmente,Nietzsche nella Gaia Scienza, parlando della necessità di "continuare asognare" sapendo di sognare. La secolarizzazione ha prodotto lasoggettività delle esperienze, la frammentazione dei "racconti" e dellecredenze religiose, la pluralizzazione dei messaggi di salvezza e delleforme per realizzarli, il confronto e la competizione tra le tanteproposte religiose. Si direbbe che, dissolti i dogmi e contestati irigidi sistemi dottrinali, si moltiplichino le nuove visionisoggettive. Tutti gli avvenimenti della vita individuale e collettivasi muovono su uno sfondo religioso libero a disposizionedell'individuo. La visione prevalente del cristianesimo quale realtàecclesiale e quella del cristiano quale membro di una istituzione, sidirebbe che viene meno presso una parte del mondo giovanile: Chiesa ecristianesimo non coincidono più. C'è un cristianesimo che va oltre lechiese storiche e ci sono dei cristiani senza rapporti visibili con lacomunità della Chiesa. Si tratta di realtà sicuramente ambigue eteologicamente non precise; ma i dati confermano questi tipi dicredenti nel vangelo, ma che vivono extra muros ecclesiae. Ilfenomeno riguarda tutte le chiese, comprese quelle protestanti.Componendo insieme i molti dati di questa realtà si possono individuarequattro poli principali attorno ai quali si stanno strutturandoaltrettante tendenze religiose: quelle della conciliazione tra tutte lereligioni, della fluttuazione, dell'autorealizzazione, dell'esperienzapersonale.

LUIGI BERZANO

Sociologo - Università di Torino. Parroco di Valleandona (Asti)

Da "famiglia domani" 4/99

L’INNOVAZIONE RELIGIOSA NELLA SOCIETA’ SECOLARE. IL RELIGIOSO "NON DI CHIESA"

L’INNOVAZIONE RELIGIOSA NELLA SOCIETA’ SECOLARE. IL RELIGIOSO "NON DI CHIESA"

Seconda parte

La conciliazione tra tutte le religioni

La tendenza a Conciliare tutte le religioni ha l'effetto di produrre una forma di koinèreligiosa in cui ciascuno trova la sua via, i suoi temi, il suomaestro, le sue devozioni. Huxley definì questo fondo comune di tuttele religioni "filosofia perenne", sostenendo che il fatto che perdefinire la Realtà Ultima il cristiano usi la parola Dio, il buddistala parola sunyata o nirguna, l'islamico sufi la parola AI Haqq,ecc, è dovuto soltanto alla differenziazione culturale. Le religionicontengono in sé tanta più verità, quanto più danno risalto al fondocomune con le altre religioni. Di qui si formano molti modi dirisolvere individualmente i rapporti con le singole religioni storiche.Non manca chi mantiene un rapporto diretto con una specifica religione,ma non lo fa più per ragioni dogmatiche. La propria religione èconsiderata una via tra le tante, ma non è l'unica vera,necessaria o definitiva. Altri rappresentanti ritengono invece che siautile la rinuncia all'appartenenza formale a ogni chiesa o grupporeligioso, pur ispirandosi e attingendo ancora ai patrimoni dellediverse tradizioni cristiane, buddiste, taoiste, sciamaniche, ecc. Nerisultano valorizzati così più i miti e le tradizioni che i dogmi e leteologie. La recente rivalorizzazione dei miti dà modo a ognuno diincontrare in sé il proprio mito, proiettandovi le proprie aspirazioni,le difficoltà, i conflitti. Ognuno coltiva dunque in sé il propriopanteon da cui attingere per arricchire e di versificare il propriovissuto.

La fluttuazione delle esperienze

Nel campo religioso molte delleesperienze, degli interessi, delle pratiche, delle credenze, dellesuggestioni sono fluttuanti. La loro natura è eclettica, sempre menoancorata a una memoria fondatrice e a un'unica istituzione. Lo stessovale anche per coloro che si identificano ancora nella Chiesacattolica, pur autonomizzandosi dalle cure del magistero cattolico. Lecredenze di questi soggetti si individualizzano in molteplici direzionie si alimentano di più tradizioni e culture religiose. Si colgonotendenze di una religiosità non irrigidita in chiese gerarchiche, incaste sacerdotali, in dogmatiche rigide. Jacques Maitre in base ai datidi una ricerca in Francia ritiene che questo allontanamento dallaistituzione lascerà spazio, nella prossima era successiva a quellacristiana, a una "nebulosa di religione deconfessionalizzata". Questatendenza verso la fluttuazione religiosa anche presso i cattolicipotrebbe in futuro aumentare ancora, in concomitanza a processi socialiquali l'economia di mercato e il pluralismo etnico religioso, cheoperano in questa direzione e differenziano bisogni e forme disoddisfacimento.

L'autorealizzazione

Il terzo polo attorno a cui si struttura la nuova religiosità giovanile è quello dell' autorealizzazione. Questa istanza della self-realizationera già presente nel periodo tardo-industriale, ma era contrastata daun assetto sociale che non lasciava "molto spazio alle forme diauto-realizzazione dissonanti rispetto alle finalità generali delsistema". Divenuta legittima nel contesto della post-modernità, taleistanza coinvolge, ora, nuovi campi di esperienze e di espansione nellavoro, nella conoscenza, nelle relazioni sociali, nella vita intima.Anche l'esperienza religiosa individuale è stata coinvolta in questopiù vasto processo di "rivoluzione delle aspettative crescenti" negliambiti della realizzazione personale nel lavoro, nelle relazioni disocievolezza, nell'esperienza dell'intimità, nel corpo e nelleespressioni sensoriali. Molti stimoli creativi per quanto riguarda lanatura, il corpo, la salute e la salvezza sono venuti dall'oriente edalle sue tradizioni religiose. Nella visione della New Age, peresempio, l'auto-realizzazione diventa soprattutto espansione dellapropria coscienza. L’ideale è prendere sempre più coscienza del proprioposto nell'universo e del proprio Sé divino che trascende e unisce traloro tutte le forme personali. Questa coscienza cosmica va ben oltrel'arricchimento psicologico dell'individuo nella conoscenza delleproprie emozioni, sentimenti e comportamenti ripetitivi, spostandosi,piuttosto, verso l'attenzione alle trasformazioni biochimiche degliemisferi del cervello. Le discipline della meditazione (buddismo, zen,yoga, misticismo cristiano, tecniche di concentrazione) sarebberosoprattutto tecniche per la modificazione delle funzioni del cervello.

L'esperienza personale

Il quarto polo attorno a cui sisviluppa la nuova religiosità è quello della esperienza personale. Il"fare esperienza" personale è il primo principio conduttore di tutte leattività spirituali. Il senso dell'esperienza religiosa si costruisce apiccoli passi e attraverso la sperimentazione diretta. Alla esecuzionedi pratiche formalizzate si preferisce la ricerca del vissuto,dell'emozionale, delle pratiche che procurino un contatto diretto conil mistero e la fusione con la coscienza cosmica (channelling ocomunicazione con le identità dell'aldilà, sciamanesimo o viaggiodentro altri piani della coscienza e del reale, astrologia o tecnica diaccordo tra l'esistenza personale e i ritmi del cosmo, ecc.). Ne emergeuna concezione narcisistica e autoreferenziale dell'esperienzareligiosa, cioè propensa a darsi da sola le sue coordinate di salute edi salvezza. Questo soggettivismo riproduce una religiosità ispirata amolteplici religioni e in cui confluiscono credenze e pratiche secondole preferenze di ciascuno, ma non organizzate in istituzioni. Nascecosì una religione personale che il sociologo Robert Bellah ha definitoSheilaismo, dal nome (Sheila) di una donna intervistata:ci sarebbero tante religioni quanti sotto gli abitanti del pianeta.Secondo una tendenza tipica di questa religiosità (believing without belonging:credere senza appartenere), la dimensione esperienzialistica accordasempre meno rilievo alle religioni organizzate con i loro sistemi didogmi, credenze e riti da accettare per autorità. Quanto poi allalibertà di scelta di queste molteplici esperienze personali, non èpossibile assegnarle un'eccessiva connotazione di autonomia. Anchequesti nuovi credenti sono molto più eterodiretti di quanto essi stessipossano pensare. I mercati della società dei consumi indicano a loroquanto devono consumare anche nel campo religioso; ed essi nonresistono sempre con grande convinzione alle lusinghe del mercato.

LUIGI BERZANO

Sociologo - Università di Torino. Parroco di Valleandona (Asti)

Da "famiglia domani" 4/99

Giovedì 30 Dicembre 2004 19:18

LE POVERTÀ GRIGIE:

Pubblicato da Maurizio Zago

LE POVERTÀ GRIGIE:

UNA REALTÀ CHE TOCCA SEMPRE PIÙ DA VICINO MOLTE FAMIGLIE

Basta poco: la cassa integrazione, ilpassaggio ad un lavoro atipico, la malattia grave di un familiare, ilfallimento del matrimonio, perché molte famiglie si trovino a rischiodi povertà.

L’attualità di questi mesi, segnata dalla crisiFIAT che ha interessato diverse zone d’Italia, ha occupato le primepagine dei giornali e ha visto coinvolte migliaia di famiglie, haportato in primo piano un argomento di cui si preferisce parlare pocoma che tocca molti da vicino: la precarietà del lavoro e, con questa,l’insorgere di nuove forme di povertà. A questo proposito è uscito, afine dello scorso anno, un libro che raccoglie i dati di una ricercadelle ACLI di Torino sulle vecchie e nuove povertà che interessano lacittà. Il libro, curato da Emanuele Rebuffini, che è autore anche di uncapitolo dal significativo titolo: "La maledizione di Ford", riportauna serie di interviste a figure significative della cultura e dellasolidarietà cittadina da cui abbiamo tratto alcuni spunti su un aspettoche ci è molto prossimo: la famiglia.

IL LAVORO CHE NON C’È PIÙ

"Stiamo assistendo al declino diquello che per decenni è stato il lavoro "normale", ovvero il lavoro atempo pieno e indeterminato. Oggi in Italia grosso modo troviamoquattro milioni di persone fuori dal lavoro normale" scrive LucianoGallino, sociologo. "Il lavoro decente non è destinato a scomparire, maa diventare un privilegio per pochi eletti, intorno al quale ruotano ilavoratori nomadi, precari e intermittenti. Temo che questa tendenzasia incontrastabile ma ciò non significa che non si debba cercare diintrodurre delle regole che riescano a temperare il fenomeno, affinchéatipicità non voglia dire solo precarietà e marginalità".

"Dire lavoro atipico è usare un termine improprio, perché queste forme di lavoro stanno diventando sempre più ‘tipiche’.

Troviamo lavoratori autonomi forti, ma soprattuttodeboli: gli interinali, la galassia della micro-consulenza, lecollaborazioni coordinate e continuative, le partite IVA" afferma dirimando Marco Revelli, politologo. "Sono situazioni caratterizzate daun’alta volatilità del rapporto di lavoro, da un alto grado disofferenza e quindi di indigenza: ma non nel senso del reddito o dellecondizioni di lavoro, ma come mancanza di garanzie e di prospettive".Queste persone fanno magari un lavoro gratificante ma vivononell’incubo di perderlo da un momento all’altro. Continua Revelli"Queste persone sono ‘tritate’ dal bisogno di essere sempre su piazza equindi non possono permettersi la malattia e, se sono donne, nonpossono permettersi la maternità. È questa la nuova indigenza: unatotale mancanza di sicurezza".

LE NUOVE FORME DI ESCLUSIONE

Le fasce di povertà su cui si hannomeno conoscenze sono quella della povertà relativa o "povertà grigia" equella a "rischio di povertà". "Nella maggior parte dei casi si trattadi singoli o di nuclei familiari che oggi vivono in una situazioneeconomica di sufficienza ma che possono passare ad uno stato diinsufficienza permanente a seguito di un solo episodio di emergenza"precisa Pierluigi Dovis, direttore della Caritas di Torino. "Sitrovano, tra gli altri, in questa fascia quei ‘colletti bianchi’ chehanno avuto per lunghi anni la sicurezza del posto lavorativo e che orasi trovano a fronteggiare la cassa integrazione, intaccando nel giro dipochissimi mesi il patrimonio acquisito negli anni. I soldi accumulatisono di solito finiti nell’acquisto della casa, quella in cui abitano eche non possono di certo vendere. Penso anche alle famiglie separate odivise che si trovano in situazioni difficili proprio a motivo dellamancanza di uno dei partner. I figli di queste famiglie possono contaresu un minor reddito rispetto al passato cui si sommano le difficoltàper entrare nel mondo del lavoro. Penso alle famiglie che si fannocarico di un anziano che diventa non autosufficiente. La carenza distrutture residenziali per anziani, l’insufficienza dell’assistenzadomiciliare, la necessità di farsi aiutare da badanti, rischiano di farentrare la famiglia non in una povertà estrema ma in uno stile di vitaradicalmente diverso".

PER UNA FLESSIBILITÀ SOSTENIBILE

"Parlare di povertà oggi significaparlare di lavoro e di cambiamenti nel mondo del lavoro" riprende LuigiBobba, presidente nazionale delle ACLI, "Per questo come associazioneabbiamo lanciato una petizione popolare per rendere sostenibile laflessibilità, per promuovere e tutelare i diritti dei lavoratori, anchequelli atipici. Contiamo così di fare pressione sul Parlamento affinchéadotti un nuovo Codice dei diritti del lavoro che preveda nuove formedi tutela e promozione legate alla centralità della persona umana,intesa non come uno dei tanti parametri in gioco ma come criteriochiave di ogni scelta, politica, economica e sociale".

"La povertà interpella la politica nel modo piùcompleto e per questo la lotta alla povertà deve essere condotta sulpiano delle politiche del lavoro, della famiglia, della scuola, dellaformazione, dell’edilizia, della sanità, del fisco, ecc." confermaEmanuele Rebuffini, curatore del libro, che conclude citando unoscritto di padre Ernesto Balducci: "Qual è l’unico tesoro dei poveri?La speranza che il mondo cambi. Ed essi lo sperano. E che cosa è unapolitica seria? La politica è l’organizzazione storica della speranza"

GRUPPI FAMIGLIA

marzo 2003

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