Venerdì, 06 Dicembre 2019
Aspetti Pastorali e Sociali
Aspetti Pastorali e Sociali

Aspetti Pastorali e Sociali (158)

Sabato 08 Aprile 2006 19:54

La crisi della famiglia, "caso serio" dell'Europa

Pubblicato da Administrator

Per la prima volta nella loro storia, i vescovi europei, hanno ritenuto dì preparare e pubblicare un corposo documento sulla famiglia, Una strategia familiare per l'Unione Europea. Non erano mancati in precedenti documenti riferimenti a questa realtà; ma questa volta si è avvertito il bisogno di un intervento ad hoc, diretto a richiamare l'attenzione della Comunità europea su quella che sembra essere la grande dimenticata, e cioè la famiglia.

Tutti i fedeli delle nostre diocesi sono stati invitati a leggere la Traccia di riflessione in preparazione al Convegno ecclesiale nazionale, Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo,  e a prepararsi al Convegno di Verona. Tra questi ci sono persone a cui stanno a cuore il matrimonio e la famiglia; anch’esse si interrogano su quale sia la migliore valorizzazione di quel documento in vista di detto Convegno.

Naturalmente va osservato che si tratta solo di una traccia, essa perciò, per definizione è suscettibile di completamento e approfondimento, forse di correzioni.

La prima impressione del lettore è di trovarsi di fronte a un a impostazione che privilegia la persona, come singola, prescindendo quasi sempre dalle istituzioni, un po’ da tutte. Il matrimonio e la famiglia si trovano perciò anch’esse molto sullo sfondo: si tratterà allora di farle affiorare in modo tale che i fedeli possano esprimere, ad esempio, le loro esperienze di matrimonio e narrarle naturalmente non senza riferimento alla Parola di Dio, ai sacramenti e ancora, altro esempio, all’impegno nel sociale. Essi potranno dire anche quali situazioni presenti nell’esistenza contemporanea, interpellano maggiormente l’esperienza matrimoniale e famigliare credente perché siano vissute con speranza.

Domenica 19 Febbraio 2006 16:19

Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo

Pubblicato da Maurizio Zago

Conferenza Episcopale italiana

Comitato preparatorio

del IV Convegno Ecclesiale Nazionale

 

TESTIMONI DI GESÙ RISORTO, SPERANZA DEL MONDO

Traccia di riflessione in preparazione al Convegno Ecclesiale di Verona 16 – 20 ottobre 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabato 18 Febbraio 2006 18:10

Rispettare la vita

Pubblicato da Maurizio Zago

Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente per la 28ª  Giornata per la vita (5 febbraio 2006)

RISPETTARE LA VITA

"In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,1.4).

Venerdì 16 Dicembre 2005 18:35

Una saggezza antica

Pubblicato da Maurizio Zago

UNA SAGGEZZA ANTICA

Di fronte alla comparsa invadente del dolore nell'esistenza umana e al conseguente tentativo di rimuoverlo, sempre più importante appare il «chiedere aiuto» Per mettere in atto, in un accordo tra me­dico e «paziente», un progetto di guarigione.

Non c'è dubbio che il senso del malessere fisico favorisca in noi la presa di una coscienza più concreta dell'esistere. Possiamo attraversare momenti di gioia e di euforia: tutto ci appare normale e non ci viene da chiederci la provenienza di quello stato d'animo. Ma il dolore non è più normalità: è il male, e quando lo si avverte ci pone degli interrogativi che possono avere un sapore angosciante; primo fra tutti: quanto durerà? Si inizia da bambini, con la ben nota «angoscia dell'ottavo mese», momento insostituibile per il futuro equilibrio psico-fisico, per giungere, attraverso le prove che la nostra esigenza di vita relazionale ci im­pone, a fare esperienza di dolore quotidianamente. Non so in quante parti del nostro territorio si usino espressioni che riescano, con una semantica essenziale ed illuminata, a rendere bene l'idea di questo binomio dolore-esistenza. Ricordo un compagno di banco del ginnasio, proveniva dalla zona di Volterra, che quan­do aveva mal di testa si esprimeva così: «Mi sento la testa». Una volta decodifi­cato il suo modo di ragionare, sono certo che non mi avrebbe meravigliato se avesse aggiunto: «Quando non ho dolori, non mi accorgo neppure di esistere».

La ricerca di aiuto

Quante facce ha il dolore? E chi può dire se ciò che colpisce lo spirito fac­cia sanguinare più di una cruenta ferita che lacera il corpo? Il protagonista sartriano de «La nausea», Roquetin, ci offre un esempio di come si possa giun­gere a cogliere il senso dell'esistenza, attraverso il dolore. Non si tratta qui di un malessere fisico, ma di un disagio esistenziale di fronte al quale può sorge­re la tentazione all'arrendevolezza. L'esperienza del dolore è qualcosa che, prima o poi, si è fatta strada in ognuno di noi; guarire significa prendere co­scienza delle ragioni del proprio star male e impegnarsi con tutta la volontà per uscirne. Nell'immaginario comune, al concetto di salute e di malattia, con sempre maggiore frequenza, si associano attributi esterni alla persona come il delegare totalmente al farmaco il compito di preservarci dal dolore, l'affidar­si alle arti di un guaritore, il raccomandarsi alle forze soprannaturali. In realtà, questi atteggiamenti, che potrebbero suscitare una simpatia per la creatura che coltiva autentici tratti di umiltà, si mischiano sempre più spesso a gesti di abbandono o di superstizione, quando sono prodotti dalla convinzione che le normali vie verso il benessere siano state vanamente esperite e praticate. Qualche volta, poi, si verifica il rifiuto, da parte di un paziente, di praticare i normali percorsi verso la propria guarigione perché questi gli appaiono inop­portuni o improponibili per le rinunce che richiedono; altre volte, infine, si ne­ga al medico di offrire spiegazioni, per la paura di apprendere verità che si preferisce non conoscere.

Il dolore appare sempre più invadente nella vita dell'uomo moderno. Se una volta, nel romanzo della vita, la trama che comprendeva l'avventura di ogni essere umano, non sapeva disgiungere nascita, esistenza, sofferenza e morte, oggi il dolore viene quanto più possibile enucleato da questo ciclo, e relegato ad ambienti asettici o luoghi il cui ingresso è riservato agli addetti ai lavori. Il contatto con il dolore, forse perché si contrappone ad una vita dalle premesse e dalle promesse totalmente edonistiche, è rifiutato fino dalla prima presa di co­scienza. Piuttosto che soffrire, si preferisce allora aggirare il traguardo della gioia. Sociologi e antropologi ci ammoniscono che le relazioni profonde sono sempre più spesso evitate, perché, non impegnandosi in rapporti troppo coin­volgenti, si evita di soffrire in caso di eventuali fratture o fallimenti.

Ma il dolore, negato e fuggito da ogni essere vivente, per paradosso si ri­vela un compagno insostituibile. È presente nel trauma della nascita, scruta i nostri rossori nei turbamenti adolescenziali, ci fa abbassare lo sguardo nelle delusioni amorose, ci fa scoprire la sensazione di impotenza nelle aggressi­vità del climaterio, ci nega con sempre maggiore frequenza la compagnia di una mano amica nel momento dell'ultimo trapasso. Forse l'errore dell'uomo moderno è quello di immaginare una esistenza senza dolore, piuttosto che cercare un rimedio per la guarigione.

Guarire tra bisogno e volontà

A prendere in esame i vissuti del dolore, prima ancora dei medici e dei biologi, sono stati i filosofi, i quali hanno cercato di vedere in questo retaggio il lievito di un disagio dai contorni proteiformi e inesauribili. Da Parmenide a Pascal, da Erasmo da Rotterdam a Heiddegger, lo studio dell'uomo e dei suoi bisogni insoddisfatti viaggia di pari passo con quello della sua esistenza, fino ai nostri pensatori attuali, i quali hanno teorizzato che ogni essere vivente oscilli perpetuamente tra il dolore per la mancanza di ciò a cui aspira e il do­lore per il tedio e il disgusto per ciò che ha raggiunto. La conseguenza inevi­tabile è che se il rapporto con il mondo dal quale dipendono salute, benessere e felicità non può essere reso saldo e garantito da nessuna accortezza, c'è so­lo da affidarsi alla precarietà e, per molti, al primo segnale negativo, è la di­sperazione. La fragile maturità nell'affrontare la sofferenza da parte dell'uo­mo moderno è sottolineata da un recente rapporto del Censis che riporta nel numero di 6.000 i suicidi verificatisi nel nostro Paese lo scorso anno.

Se è impossibile annullare il dolore, deve essere possibile recuperare una sag­gezza che almeno ci ponga in condizioni di affrontarlo. Purtroppo, i grandi cam­biamenti che hanno modificato la nostra cultura hanno finito con l'assumere i contorni di una idolatria. Al mondo dei valori nei quali si era sempre creduto si sono sostituiti dei feticci - primi fra tutti soldi e successo - e, a questi, si è dedi­cata la nostra intera esistenza. Solo le anime grandi provano senso di angoscia per tutte le ferite con le quali viene messo a prova il nostro mondo. Gran parte delle persone si libera della propria tradizione e degli insegnamenti come ci si li­bererebbe di orpelli inutili per giungere, poi, nei momenti della prova, a racco­mandarsi ai propri defunti ai quali crede di poter attribuire poteri magici. Ma i morti non soccorrono i vivi; invocarli sull'orlo dell'abisso ci fa avvertire un si­lenzio che ha il sapore della complicità. Anche la perdita della fede, più che un fallimento personale, ha il sapore di un torto alla società perché si pone contro tutti gli stimoli che hanno fatto da culla allo sviluppo dell'uomo. L'umiltà e un certo buonsenso raccomanderebbero, allora, che la ricerca di aiuto potesse anda­re in una direzione capace di portare alla riscoperta di una saggezza antica. L'e­sempio di quanti ci hanno preceduto, il tesoro della loro esperienza, il desiderio di essere interpreti di un cambiamento, possono portarci a riscoprire le autentiche strade verso

la guarigione. La cosa importante resta la volontà di sentirsi risana­ti, facendosi carico dello sforzo necessario. Ai malati che gli chiedevano il mira­colo, Gesù chiedeva sempre: «Cosa chiedi?», quasi non sapesse quale era la loro vera preghiera. E subito dopo aggiungeva: «Lo vuoi davvero?». Perché ognuno si sentisse protagonista della propria supplica e del proprio risanamento.

Ma l'uomo di oggi ha altre mire e, nel suo incessante occuparsi a produrre beni materiali per esorcizzare il rischio di mancanze o sofferenze, arriva al punto di non riconoscere più se la sua fronte è bagnata dal sudore o dall'angoscia.

Di Giovanni Scalera

Tratto da “Famiglia Domani – marzo 2002”

Lunedì 31 Ottobre 2005 20:28

IL SACRAMENTO RISCOPERTO NEL WEEK END

Pubblicato da Maurizio Zago

IL SACRAMENTO RISCOPERTO NEL WEEK END

 

Molte sono le iniziative e le attività proposte dalle associazioni di spiritualità familiare in Italia: i Centri di preparazione al matrimonio per la formazione dei fidanzati; i Gruppi di spiritualità familiare e i gruppi famiglia dell’Azione Cattolica, per il cammino spirituale della propria fede; l’Associazione comunità e famiglia, per creare la solidarietà tra famiglie.

 

Nate tra gli anni 50 e 60, queste associazioni hanno avuto una crescita esponenziale, e possono essere considerate come il tentativo di trasferire nella base ecclesiali le intuizioni e gli stili di vita di piccoli gruppi ristretti. Ognuna di queste ha delle caratteristiche specifiche, nella propria organizzazione, nelle attività, ma si possono trovare dei tratti che accomunano queste associazioni. Innanzitutto, si trova il chiaro riferimento al Concilio Vaticano II, che ha messo in primo piano il tema del matrimonio e della famiglia, fino a quel momento assente dalla ricerca teologica e dalla cura pastorale.

 Poi deve essere evidenziata la riscoperta del senso del matrimonio come sacramento, per la santificazione personale dei coniugi, e per il suo valore ministeriale, teso all’edificazione della Chiesa. Di conseguenza, la famiglia torna ad essere considerata come la struttura portante dell’evangelizzazione, di cui il Papa indica l’urgenza nell’attuale società occidentale.

Altro tratto comune è la riscoperta della Bibbia, del suo insegnamento sul matrimonio, e della riattualizzazione del Cantico dei cantici, con una visione positiva della corporeità e della sessualità, anche se questi temi devono ancora interagire in modo positivo e armonico con la pastorale parrocchiale di base. Questa ultima, infatti, è stata finora piuttosto chiusa  e incapace di far percepire ai fedeli la ricchezza della spiritualità familiare, identificando il matrimonio prevalentemente come via alla santità.

 

In conclusione, deve passare  con maggiore forza il messaggio, perciò la realtà delle associazioni laiche non deve costituire un’alternativa alla parrocchia ma una risorsa della pastorale ordinaria, superando così chiusure, differenze e particolarismi. Solo in questo modo la Chiesa italiana potrà accogliere in modo efficace l’invito di Giovanni Paolo II a considerare la famiglia come “via della Chiesa”nel terzo millennio.

 

Di Pietro Boffi

Tratto da “vita pastorale – maggio 2002”

Riduzione e adattamento a cura di Simona Internullo
Sabato 01 Ottobre 2005 13:05

QUELLI CHE NON ACCETTANO PIU’ LA CLANDESTINITA’

Pubblicato da Maurizio Zago

QUELLI CHE NON ACCETTANO PIU’ LA CLANDESTINITA’

 

Tra i segnali più significativi del cambiamento culturale della società consiste nella forte richiesta di visibilità sociale da parte degli omosessuali, minoranza che ha il pieno diritto di esistere nelle società evolute, e quindi aperte alla diversità.

L’omosessualità non è una malattia né una devianza e nemmeno un problema, ma un’identità umana che si costituisce nell’affettività e nella progettualità relazionale.

 

L’omosessualità oggi non è più una vergogna: l’omosessuale moderno non si nasconde, non s’incontra più clandestinamente con gli altri, ma ha una rete di relazioni aperta. Naturalmente non tutto procede pacificamente: nei centri meno urbanizzati i gay sono bersaglio di scherno, non sono compresi, devono superare molte difficoltà nel farsi accettare dagli altri. Come afferma Marzio Barbaglio e Asher Colombo nel volume “Omosessuali moderni”, in Italia l’omosessualità ha grande spazio in tv e più in generale nei media, ma il mondo accademico non se ne interessa, lasciando ai mass media la libertà di diffondere luoghi comuni e stereotipi sui gay e sulle lesbiche.

 

Questo vale anche per gli omosessuali credenti, quelli che si riconoscono nella fede di Gesù Cristo ma che spesso fanno fatica a trovare piena accoglienza nella Chiesa. In un documento della Commissione  dell’episcopato inglese per l’assistenza sociale, già nel 1979 si leggeva che spetta alla Chiesa  la responsabilità di eliminare le ingiustizie perpetrate ai danni degli omosessuali da parte della società. Anche il Catechismo della Chiesa cattolica (1992) invita ad usare “rispetto, compassione e delicatezza” con le persone che presentano “tendenze omosessuali innate”.

Si può concludere, quindi, che le persone omosessuali fanno parte a pieno titolo della comunità cristiana.

Racconta Giovanni: “Sono nato 25 ani fa alla periferia di una città del centro Italia. Introverso e timido, ho sempre avuto problemi a legare con i miei compagni di scuola e di cortile e, se si escludono poche eccezioni, la solitudine ha caratterizzato fino allora la mia vita. La mia famiglia era molto religiosa ed attiva in parrocchia, e, di conseguenza, anch’io ho sempre frequentato quell’ambiente impegnandomi a livelli diversi. Non sentivo in contraddizione la mia sessualità e la mia fede […]. La mia sofferenza derivava dalla resistenza che avvertivo negli altri […]”

 

La società subisce la pressione di una minoranza che chiede d’essere visibile, che non vuole più vivere con paura la propria identità, che chiede ai benpensanti di andare oltre il pregiudizio e i luoghi comuni. Per questo motivo, segnaliamo due indirizzi utili. Per gli omosessuali credenti c’è il gruppo “La fonte” (via Agordat 50 – 20127 Milano); per le mamme e i papà con figli omosessuali c’è l’Agedo, Associazione genitori d’omosessuali (via Bezzecca 3 – 20135 Milano).

 

Tratto da “Vita pastorale - maggio 2002”

Riduzione e adattamento a cura di Simona Internullo

Sabato 01 Ottobre 2005 12:58

La diversità: ostacolo o risorsa?

Pubblicato da Administrator

Seconda parte. Accogliere le diversità - La famiglia come chiave di risposta per una pastorale dell’accoglienza

 

Questo mio intervento vuole offrire una chiave di lettura teologica e pastorale sulla diversità.

La tesi di fondo che cercherò di sviluppare e, in qualche modo, di dimostrare è la seguente: le diversità non sono un limite o un problema ma sono una risorsa.

Ci può infatti capitare di considerare le diversità come problema, difficoltà, disagio, questione che ci interpella; da parte mia sono convinto che senza le diversità diventerebbe impossibile decifrare il mistero della vita dell’uomo, il suo destino e il senso stesso della Storia.

Il punto di partenza della mia relazione è la famiglia, non per un’attribuzione impropria, ma perché c’è un nesso imprescindibile tra la realtà della famiglia e la tematica della diversità, anzi sono convinto che la famiglia ci possa dare il codice di lettura di questo tema.

 

IL MISTERO DELL’UOMO

Per spiegare questa affermazione, parto da quello che è il mistero dell’origine dell’uomo così come ci è descritto nella Parola di Dio.

Sappiamo che i primi capitoli di Genesi non costituiscono una spiegazione scientifica della creazione dell’uomo e del mondo ma un’interpretazione sapienziale ispirata dalla vicenda umana.

Il primo capitolo di Genesi, di fonte sacerdotale, descrive la creazione in una prospettiva di separazione: viene separato il cielo dalla terra, poi il mare dalla terraferma, e così via: tutto è diversificazione in un orizzonte di armonia. Quanto più la diversificazione si accentua, tanto più si mettono in evidenza gli elementi che contribuiscono a creare l’armonia.

Al vertice, al cuore di questa realtà, c’è la creazione dell’uomo e della donna. Per questa creazione c’è un intervento straordinario del Dio creatore: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”, che pone l’essere umano in una condizione completamente diversa da tutte le altre cose.

Immagine e somiglianza non significano che l’uomo è uguale a Dio, in quanto è opera delle sue mani, ma che porta in sé una partecipazione al mistero stesso di Dio.

E questa partecipazione si realizza attraverso la differenziazione “maschio e femmina”; questo essere creato ad immagine e somiglianza di Dio porta dentro di sé una differenziazione che potremmo definire radicale, irriducibile: l’essere umano non esiste se non come uomo e come donna.

Possiamo quindi concludere che Dio genera il principio della diversità e lo genera non come spaccatura, o come frattura dell’essere umano, ma come un qualcosa di armonico con il creato e con Lui stesso.

 

MASCHIO E FEMMINA

La differenziazione “maschio e femmina” in filosofia ha costituito sempre un enigma, un interrogativo.

Grandi sono stati gli sforzi, nel periodo classico, di ridurre questa differenza. Con Platone si arriva a considerare la diversità come un limite, come qualcosa di mancante, nostalgia di un’interezza che non esiste più.

Da qui nascono i diversi miti dell’androgino, dell’ermafrodito così presenti, anche se in modo diverso, nella società contemporanea, ma che sono in antitesi con il progetto di Dio.

Il secondo racconto di Genesi, più di carattere antropologico, sottolinea maggiormente questo aspetto: ci dice infatti che Dio si preoccupa della solitudine di questo essere umano, dice che “non è bene che sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”; il termine ebraico utilizzato sta ad indicare “gli voglio fare qualcosa che gli sia simile standogli di fronte” cioè una similitudine quasi per contrapposizione: la donna infatti costituisce, rispetto all’uomo, quella realtà che gli è simile, ma che continuamente lo riflette, lo rispecchia, lo richiama alla sua diversità.

Il modo in cui l’autore sacro cerca di tradurre visivamente questo dinamismo è affascinante, perché la donna viene tratta in un momento di torpore dalla costola dell’uomo; la costola è stata scelta, secondo una delle interpretazioni più accreditate, perché è l’elemento più vicino al cuore, quindi è qualcosa di intimo, interiore.

La donna viene a costituire la verità più profonda del sentire umano e non è qualcosa che viene generato dopo, perché preesiste quasi all’uomo stesso, è l’intimo dell’intimo dell’uomo che viene posto di fronte a lui.

Adamo allora esclama: “questa è veramente carne della mia carne”.

Questa affermazione non significa solo “mi è stato donato qualcuno che finalmente corrisponde alla mia dignità di essere intelligente”, ma soprattutto “mi è stata donata quella parte di me che mi rivela che il senso della vita è la relazionalità”.

Diversità e relazionalità al di fuori delle quali Dio stesso, che è l’orizzonte ultimo della vita, non può essere compreso: “per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola”.

 

LA POLARITÀ SESSUALE

La differenziazione “maschio e femmina” è stato motivo di imbarazzo anche in ambito ecclesiale: alcuni Padri della Chiesa hanno interpretato o cercato di interpretare la polarità sessuale come segno di una caduta dovuta al peccato, da qui è scaturita una visione negativa della sessualità che ha riverberi anche ai nostri giorni.

È vero che nella sessualità, come in tutte le altre dimensioni umane, si percepiscono gli effetti del peccato, ma la polarità sessuale è opera della creazione quindi del disegno provvidenziale di Dio: guai a noi se non abbiamo chiaro questo tipo di approccio e quindi il senso positivo della diversità!

Questi argomenti sono stati affrontati più volte dall’attuale Papa, il quale sarà ricordato in futuro, al di là di tutti i contributi che ha dato con il suo magistero alla vita e alla missione della Chiesa, anche per le sue riflessioni sull’uomo in un’epoca di crisi nell’interpretazione dell’essere umano.


IL MAGISTERO DEL PAPA

Il Papa, in piena conformità con la tradizione cristiana, ma anche con un grande sforzo di innovazione, ha sviluppato delle riflessioni che sono veramente innovative e una di queste è costituita dallo stretto legame presente tra il mistero della vita trinitaria e la realtà della famiglia.

I testi a cui faccio riferimento sono:

  • la “Mulieris Dignitatem”;
  • la “Lettera alle famiglie”,
  • la “Lettera alle donne”.

 

LA “MULIERIS DIGNITATEM”

Nel primo testo: la “Mulieris Dignitatem”, nei capitoli dal 6 all’8, il Papa fa un’affermazione molto forte che alcuni teologi fanno fatica ad accogliere, cioè che Dio, creando l’essere umano a sua immagine e somiglianza, ha dato una chiave di lettura del suo stesso mistero.

Il Papa afferma che Dio è conoscibile guardando ciò che Dio ha creato e al cui vertice c’è l’essere umano maschio e femmina; guardando la polarità, la diversità, la complementarietà, la reciprocità tra uomo e donna noi possiamo entrare nel mistero intimo di Dio, cioè nel suo essere trinitario che è unità nella permanente insondabile diversità delle persone divine.

Mai il Papa si era spinto fino a una sottolineatura così radicale della conoscibilità di Dio attraverso il mistero dell’uomo e della donna: questo è un passaggio epocale!

 

LA LETTERA ALLE FAMIGLIE

Il secondo testo, molto più immediato nella sua lettura, anche se purtroppo non sufficientemente valorizzato, è la Lettera alle Famiglie.

In questo documento c’è un’affermazione che si ripete di continuo: il “noi” del vissuto familiare è comprensibile, dice il Papa, alla luce del “noi” del mistero trinitario.

Il mistero della Trinità non si rivela e non si manifesta se non in dinamismo di comunione e il vissuto familiare, che è la realtà più significativa della comunione interumana, è il contesto in cui si rende più visibile il mistero di Dio che è Trinità.

Con il termine vissuto familiare indico sia il rapporto tra i due membri della coppia che il vissuto di fecondità che da esso scaturisce.

Già Genesi ci dice con chiarezza che Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina e li ha benedetti perché fossero fecondi.

Non si può dissociare la reciprocità uomo-donna da questa benedizione originaria: questi termini sono così strettamente congiunti che al di fuori di un’ottica di fecondità è incomprensibile il senso della diversità.

 

LA LETTERA ALLE DONNE

Il terzo testo è la lettera del Papa alle donne scritta in occasione della Conferenza Internazionale di Pechino. Al n. 7 di questo documento il Papa dice: “la questione della differenza uomo-donna è una questione ontologica”, cioè è una questione che riguarda la natura e la conoscenza dell’essere come soggetto in sé. Il Papa ci ricorda che non potremo mai capire fino in fondo che cos’è l’essere umano se non tenendo conto e sviluppando anche la dimensione della relazionalità e reciprocità uomo-donna; questa relazionalità non è un “optional” ma un elemento costitutivo dell’essere.

Questi sono solo degli accenni che però ci permettono di individuare il nucleo centrale del problema, cioè che la diversità e la diversità per eccellenza, quella all’interno dello stesso essere umano come maschio e come femmina, è una risorsa, è un valore, è la chiave di lettura del mistero dell’uomo ma è anche l’accesso al mistero stesso di Dio.

Concludendo questo primo punto mi sembra di poter dire che allora la diversità ha il suo fascino: la diversità non è qualcosa a cui dobbiamo guardare con sospetto e con paura ma è il continuo rimando che noi abbiamo ad andare oltre, a non fermarci, a superare i limiti che inevitabilmente sono costituiti da ogni approccio soggettivo, individualista, che pone il “se stessi” al centro di tutte le cose.

La diversità è l’appello forte che noi abbiamo ad allargare il nostro orizzonte.

 

DIVERSITÀ E LIBERTÀ

Il secondo aspetto è costituito dalla presenza di un dramma all’interno dell’esperienza di diversità: questo dramma è costituito dall’interpretazione che

noi diamo della diversità: se questa è segnata dalla paura ci richiudiamo su noi stessi, in caso contrario siamo in grado di costruire rapporti sempre più grandi di amore e donazione.

Entra in gioco dunque la nostra libertà con cui il tema della diversità deve sempre misurarsi.

Pensiamo all’impatto che questo elemento ha nel rapporto uomo-donna: la creazione dell’unità di coppia impone di mettere in gioco la propria libertà, ma questo non è affatto scontato, richiede fatica e impegno.

La diversità è quindi anche una sfida alla propria libertà.

Questi due primi aspetti sono fondativi, ciò che segue non è che lo sviluppo consequenziale del discorso.

 

CRISTO PER COMPRENDERE LA DIVERSITA'

Un ruolo determinante per interpretare la vicenda della diversità ci viene da Gesù Cristo: infatti in Cristo noi abbiamo l’abbraccio supremo della diversità come ci dice Paolo nel cap. 2 della lettera ai Filippesi.

Paolo ci ricorda che Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua eguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo ... fino alla morte di croce.

Gesù compie quello che teologicamente viene chiamato “kenosis”, cioè l’abbassamento, l’annientamento, l’entrata nelle tenebre causate dal peccato; in questo modo Cristo colma l’abisso della differenza, della diversità causata dal peccato e si pone come ponte in grado di riorientare ogni diversità e di ricondurla al suo senso originario.

La diversità è infatti un bene che diventa valore negativo quando, a causa del peccato, non permette più agli uomini di comprenderne il senso e diventa la fonte dei conflitti e delle rivalità.

Solo in Cristo noi possiamo ricomporre tutte le diversità, quella tra Cielo e terra come quella tra uomo e donna: è in questa chiave che dobbiamo intendere le parole di Gesù quando dice che non c’è più marito né moglie, né uomo né donna. Egli non vuol dire che questi stati della persona saranno soppressi ma che non saranno più conflittuali, in contrapposizione, e saranno ricondotti alla loro armonia e al loro senso ultimo perché non sono altro che il passaggio verso quella comunione definitiva quando vedremo Dio faccia a faccia.

 

IL MATRIMONIO CRISTIANO

L’esigenza del matrimonio è presente in tutte le culture di tutti i tempi come una dimensione fondamentale dell’uomo.

È vero, il peccato ne ha oscurato in parte il senso, ma non ha eliminato la tensione positiva che spinge l’uomo e la donna a vivere insieme.

Il cristiano non ha strumenti diversi da ogni altro essere umano quando vive autenticamente questa esperienza di amore e donazione reciproca, salvo la Grazia che gli viene da Cristo.

Tornando a Paolo, nella lettera agli Efesini egli ci ricorda anche di essere sottomessi gli uni agli altri come la Chiesa lo è a Cristo: è la sottomissione a Cristo che costituisce il presupposto per la composizione della diversità, perché si crei veramente la reciprocità.

In questo senso la Grazia del sacramento del matrimonio non annulla le diversità ma le valorizza e le innerva nella forza della Grazia stessa, permettendo di realizzare ciò per cui Dio fin dall’origine ha pensato e voluto per l’uomo e per la donna, benedicendoli nella loro fecondità.

Oggi, come società, siamo entrati in un duplice vicolo cieco: da una parte troviamo la tendenza ad omologare tutto e tutti, comprese le differenze sessuali, rendendole di fatto indistinguibili e irrilevanti, dall’altra incontriamo la tendenza alla contrapposizione, alla separazione irriducibile.

Il matrimonio cristiano tiene lontana ogni forma di omologazione dell’uno all’altro e nello stesso tempo ogni reciproca irriducibilità, proprio perché l’uo-mo è capace di costruire una comunione nel rispetto delle diversità.

 

LA FAMIGLIA

La famiglia cristiana è allora il luogo in cui per eccellenza si può valorizzare la diversità (vedi Familiaris Consortio), che si pone come primo compito la costituzione di una comunità di persone. Una grossa sfida del nostro tempo che impegna la famiglia è quella dell’integrazione delle diversità religiose.

Su questo argomento vi sono delle luci e delle ombre: le luci sono quelle che oggi ci vengono dalla ricchezza dei rapporti ecumenici tra le diverse confessioni cristiane, ad esempio con gli ortodossi ed i riformati.

La teologia del matrimonio presso gli ortodossi è molto diversa dalla nostra sia nella visione del matrimonio sacramentale, sia nella sua attuazione liturgica e nella prassi pastorale (pensiamo al caso tipico dei divorziati e risposati). Il fatto che la realtà cattolica e quella ortodossa si incontrino anche attraverso i matrimoni misti è visto come un elemento di grande arricchimento teologico ed ecclesiale.

Sul fronte dei riformati ricordo l’accordo recentemente sottoscritto tra la CEI ed i valdesi proprio sulla questione dei matrimoni. L’incontro all’interno di un vissuto familiare di un cattolico e di un riformato valdese viene ora interpretato, a fronte di conflitti radicali vissuti in passato, come una risorsa, una fonte di possibile grazia. Ciò è molto bello ed è un grande segno di come all’interno della famiglia anche le diverse esperienze di fede possono tradursi in una crescita, in un arricchimento, in uno scambio molto prezioso.

Le ombre ci vengono dai matrimoni interreligiosi, soprattutto con i musulmani. Sappiamo tutti, anche da casi apparsi sulla stampa nazionale, quanto sia difficile questa esperienza, anche quando c’è un impegno molto serio nell’affrontarla, proprio per le diverse interpretazioni che si hanno riguardo al rapporto di coppia tra mondo occidentale e mondo musulmano.

Questo è un argomento guardato con grande attenzione dalla Chiesa (lo stesso Direttorio di Pastorale familiare ne parla), su di esso non vi sono preclusioni di principio anche se oggettivamente si invita all’attenzione e alla cautela.

 

IL RUOLO DELLA CHIESA

La Chiesa si è sempre impegnata sul fronte della diversità, anche se vi sono stati momenti nella sua storia che fanno pensare diversamente e che possono essere compresi solo entrando nelle situazioni specifiche. Ma la Chiesa, per la sua natura cattolica, cioè universale, è stata sempre attenta alle diversità e questa attenzione oggi si esprime nel binomio: “evangelizzazione delle culture” e “inculturazione della fede”. La fede ha infatti sempre un duplice processo: entra dentro le esperienze positive delle culture e delle tradizioni umane e, nello stesso tempo, innerva queste realtà con l’originalità e la novità ‘ dell’annuncio evangelico.

Questo è un processo dagli equilibri molto difficili, perché da un lato c’è sempre il rischio di una evangelizzazione che snaturi e manipoli le tradizioni culturali, e dall’altro c’è il rischio che un adattamento del Vangelo alle tradizioni comporti una perdita dell’originalità del messaggio cristiano.

 

LA CHIESA E IL RAZZISMO

Come la Chiesa si pone nei confronti del razzismo? Come si pone di fronte a questa realtà che a volte si manifesta in forma eclatante e a volte in modo subdolo?

La Chiesa è e vuole essere un deterrente contro ogni forma di razzismo, per questo ha bisogno continuamente di convertirsi alla verità del suo essere, al senso più profondo della sua missione.

La sua è una missione di comunione e di riconciliazione e in quest’ottica la Chiesa è nel mondo il crocevia della riconciliazione e dell’incontro tra popoli e razze.

In Italia ciò è meno visibile, ma credo che le comunità cristiane costituiranno sempre più il punto discriminante della capacità del nostro paese di essere accogliente e capace di integrare le diversità.

Sull’argomento vi segnalo un documento della commissione “Justitia et Pax” (Educare alla legalità) che invita a passare da una cultura dell’indifferenza e della diffidenza ad una cultura della differenza e della solidarietà: differenza nel senso di saper apprezzare e valorizzare le differenze, solidarietà come raccordo tra le differenze stesse.

 

EDUCARE ALLA DIVERSITÀ

Ma anche questo è solo un passaggio verso l’obiettivo ultimo che è la nascita di una cultura della convivialità, che è qualcosa di più della solidarietà.

Solidarietà è accettare, condividere, comprendere, affiancarsi; convivialità è un termine tipicamente familiare che sta ad indicare un entrare in stretto contatto, un assumere all’interno del proprio vissuto anche questo tipo di presenze.

Un grosso contributo che la Chiesa dà su questi argomenti è quello dell’educazione. La Chiesa ha un compito che è quello di educare Ia coscienza di ogni credente, ma anche di investire le sue risorse principali nell’educazione delle nuove generazioni.

Quest’educazione deve essere fatta di ascolto, di dialogo e di condivisione: questi tre elementi costituiscono la grammatica di ogni autentico rapporto tra le diversità.

 

Don Claudio Giuliodori, responsabile dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali della CE

Sabato 27 Agosto 2005 12:30

LA DIVERSITÀ OGGI: ANALISI E PROPOSTE

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ACCOGLIERE LE DIVERSITA' - SECONDA PARTE

-1- LA DIVERSITÀ OGGI: ANALISI E PROPOSTE

Dalla fine dei vecchi equilibri a nuove reti di solidarietà

 

Questa relazione vuole affrontare il problema della diversità dal punto di vista sociologico calandola nella nostra esperienza di famiglie.

La caduta di alcuni vecchi equilibri su cui si basava la nostra società a cui eravamo abituati da decenni ha accelerato in questi ultimi tempi la diversità, la contrapposizione tra le diversità.

Quali equilibri sono caduti? per esempio quelli legati all’organizzazione del lavoro, alla contrapposizione Est/Ovest, al ruolo degli anziani, dei giovani e della famiglia.

L’organizzazione del lavoro

L’organizzazione del lavoro cui eravamo abituati, il modello Fordiano che si riassume nella catena di montaggio, poteva essere alienante ma creava molti posti di lavoro, si poteva sperare di lavorare fino al raggiungimento della pensione, offriva un posto a tutti, anche a coloro con bassa scolarità.

La nuova organizzazione del lavoro è centrata sulla qualità totale, sul concetto di “just-in-time” che di fatto elimina i magazzini; in questa organizzazione i lavoratori sono definiti risorse umane.

Questa è una bella parola ma che cosa vuol dire risorsa? chi è risorsa? sono risorsa solo i lavoratori che sono adattabili nel tempo, che sono fungibili, e questa impostazione, insieme all’uso estensivo di robot per eseguire lavori che prima svolgevano gli uomini, riduce il numero dei posti di lavoro.

Cambiano così anche i rapporti tra i lavoratori, il neoassunto fa paura, i più anziani vedono in lui un concorrente perché è probabilmente più adattabile, più fruibile. Chi sopravvive e non viene espulso dal sistema produttivo è solo colui che supera la paura di non essere all’altezza.

La contrapposizione Est/Ovest

Alla caduta del muro di Berlino nel 1989 tutti abbiamo applaudito: era la fine della guerra fredda, e con lei la fine della paura di una nuova guerra mondiale, della “bomba”, della morte nucleare.

Ma c’era un rovescio della medaglia che abbiamo compreso solo col tempo: la caduta del muro, dei vecchi equilibri, ha innescato le attese di una moltitudine di individui dell’Est europeo che ha cercato di riversarsi anche nel nostro paese. Questo ci fa paura perché sembra attentare al nostro benessere ma non c’è rimedio: l’Italia è un paese con indice di natalità negativo, ha bisogno di braccia, e inoltre, rispetto ad altri paesi europei, gli stranieri da noi rappresentano solo il 2% della popolazione contro una media internazionale che è del 5%.

Il ruolo degli anziani

Il primo libro sugli anziani è del ’76 e si intitola emblematicamente “L’età inutile”.

Da allora molte cose sono cambiate: la salute degli anziani è migliorata, la speranza di vita si è spostata a 75-80 anni, gli anziani oggi sono più istruiti, sono inseriti in gruppi, hanno hobbies con cui occupare il tempo, ma nonostante ciò il 25% di essi è solo, è isolato.

Questo ha dei gravi costi sociali perché l’uomo ha bisogno di comunicare con gli altri, di relazionare, colui che ne è privato è come una persona a cui sia stato tolto il cibo, il nutrimento.

Ma anche molti degli anziani che svolgono attività reputano queste attività poco significative e ciò provoca in loro frustrazione; infatti il senso della vita consiste nel fare cose che gli altri ritengono significative.

In questo caso la donna è più fortunata (ha sempre badato alla casa e, una volta raggiunta la pensione, continua a farlo), l’uomo si trova invece in una situazione più critica.

Il ruolo dei giovani

Leggiamo ogni giorno sui giornali di ragazzi che vivono situazioni di malessere, leggiamo di omicidi, di atti di violenza contro gli altri e anche contro se stessi.

Un altro indicatore di questo malessere è la cosiddetta “famiglia lunga”, famiglia dove i figli ormai adulti continuano a vivere nella casa dei genitori.

Perché la famiglia lunga? Perché manca il lavoro? Perché non é sicuro? Perché i giovani con il loro stipendio non riescono ad avere una casa comoda come quella dei genitori?

Il motivo vero è che questi giovani, maschi e femmine, sono figli della “grande mamma italiana”.

Questa mamma, nei confronti dei maschi è soprattutto protettrice, teme per i figli, e questi non hanno un padre, perché il padre c’è ma sovente è come se fosse assente.

Ai giovani maschi manca l’identificazione con il padre, lo stare al suo fianco, il lavorare insieme, e, attraverso queste esperienze, comprendere che anche il padre commette errori e così emanciparsi.

Le femmine sono più fortunate perché la madre di solito è più presente in casa e le giovani possono quindi misurarsi, confrontarsi e scontrarsi con essa.

Lo si vede anche nell’ambito universitario: le ragazze sono più forti dei maschi, studiano di più, studiano meglio.

Il ruolo della famiglia

La famiglia è cambiata molto in questi ultimi anni: solo per citare un dato, attualmente i divorzi e le separazioni interessano il 20% dei matrimoni.

Questo mutamento ha un peso molto forte sui giovani, che sono portati ad affrontare il matrimonio mettendo già in conto che, se le cose vanno male, ci si può lasciare.

Il divorzio dei genitori crea inoltre nei giovani delle difficoltà ad avere rapporti con l’altro sesso, perché fa nascere la paura di essere abbandonati.

Come genitori dobbiamo fare un esame di coscienza perché non siamo stati capaci di trasmettere tutti i valori in cui noi siamo stati educati ai nostri figli. Tra questi valori vi possono essere valori grandi, significativi, ma anche altri molto più banali come l’ordine, l’attenzione per le proprie cose, il rispetto della disciplina, la capacità di cucinare, ecc..

Non li abbiamo passati forse perché li ritenevamo poco importanti o perché non ne siamo stati capaci e ora scopriamo i nostri figli disordinati, spreconi, indisciplinati, incapaci di nutrirsi in modo corretto.

Scopriamo che anche il poco che abbiamo insegnato sovente si è perso perché il peso degli amici, del gruppo, è stato più forte di quello della famiglia.

 

COME GESTIRE LA DIVISIONE

La divisione si gestisce accettando la diversità, trasformandola in una opportunità di scambio vicendevole.

Partendo dal mondo del lavoro le associazioni (dei lavoratori, degli imprenditori p.e.) non dovrebbero limitarsi ad avanzare rivendicazioni, ma dovrebbero diventare più solidali con coloro che rappresentano.

Se marito e moglie perdono il lavoro diventano improvvisamente, da piccoli-borghesi che erano, poveri, sul lastrico.

Le associazioni, anziché limitarsi a difendere coloro che un lavoro lo hanno ancora, dovrebbero fare corsi di riqualificazione per coloro che il lavoro lo hanno perduto, in modo che possano trovare un nuovo lavoro, possano passare alla libera professione, al lavoro in cooperativa.

Passando ai pensionati, la malattia più diffusa nei primi due anni successivi all’uscita dal mondo del lavoro è la depressione.

Solo coloro che si organizzano per tempo e riescono a continuare a fare qualcosa di utile ne sono esenti; un compito delle associazioni è anche quello di favorire chi va in pensione a trovare alternative valide per occupare il proprio tempo.

Anche per i giovani il discorso è simile: le associazioni possono creare progetti per i giovani attingendo ai fondi sociali europei; i giovani stessi, aiutati dalle famiglie, possono organizzarsi in associazioni “no profit” (senza fine di lucro) per offrire servizi.

Da ultimo alcune considerazioni sugli extracomunitari: non possiamo far finta che non esistano, che sono solo delinquenti, che ci portano solo malattie. Dobbiamo aiutarli a integrarsi, a diventare cittadini, se li lasciamo nelle mani degli sfruttatori resteranno sempre come dei topi, relegati a vivere nelle cantine o nei solai dei quartieri più degradati!

 

VERSO DOVE ANDARE

Siamo stati abituati ad affrontare la diversità? Direi di no: se nelle nostre famiglie nasce un problema siamo portati a nasconderlo per paura di essere considerati diversi.

È qualcosa da superare, dobbiamo mobilitarci per creare delle reti sociali, delle reti di solidarietà, perché, è inutile illuderci, non siamo autosufficienti!

Io padre, io madre, ho bisogno, per la realizzazione dei miei figli, che altri mi aiutino come io, a mia volta, devo cercare di aiutare gli altri.

prof. Guido Lazzarini, sociologo

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