Giovedì, 05 Dicembre 2019
Aspetti Pastorali e Sociali
Aspetti Pastorali e Sociali

Aspetti Pastorali e Sociali (158)

Giovedì 04 Agosto 2005 15:16

ASSOCIAZIONE FAMIGLIE SEPARATE CRISTIANE

Pubblicato da Maurizio Zago

ASSOCIAZIONE FAMIGLIE SEPARATE CRISTIANE

Nasce nel 1998 a Milano e si sviluppa in varie città d’Italia e attualmente ha sezioni in Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Friuli e Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Sicilia; cioè in molte Regioni d’Italia. L’Associazione è stata seguita sin dall’inizio da mons. Renzo Bonetti, già Responsabile della Pastorale Familiare della CEI.

         L’ Associazione fa parte del forum Nazionale delle Associazioni Familiari.

Obiettivi in sintesi sono:

  • Promuovere, senza giudicare, l’accoglienza e l’ascolto dei separati nelle diverse diocesi italiane;
  • Che in questi nostri fratelli, allontanatisi e/o allontanati dalla Chiesa, una volta fatto questo percorso, riprendano la vita comunitaria e che la stessa Comunità sia pronta ad accoglierli riservando un particolare atteggiamento: l’atteggiamento è quello di Gesù di fronte alla Samaritana;
  • Portare all’interno della Chiesa la voce, le problematiche, soprattutto la sofferenza delle famiglie separate;
  • Contribuire ad un cambiamento di cultura nella società, nel parlamento, nel paese, sulla pari importanza di entrambi i genitori nella funzione educativa verso i figli, per una nuova legge sulla separazione.

La Sezione Lazio

Nasce e inizia il suo cammino ufficialmente nel gennaio 2001, dopo il parere favorevole del Vescovo Ausiliare della Diocesi di Roma, incaricato per la Pastorale Familiare, S.E. mons. Luigi Moretti.

Dal mese di settembre 2001 al mese di giugno 2002, inizia a Roma il cammino dei primi due gruppi che nascono come: «Gruppi di ascolto del Vangelo e di Preghiera» con incontri mensili.

Vi partecipano persone che si trovano nelle più svariate situazioni: separati, divorziati, coppie in crisi; Uomini e donne con storie di sofferenza, con ferite profonde, bisognosi di essere ascoltati, di poter condividere; forse per la prima volta essi si sentono accolti, non giudicati.

Oltre gli incontri di accoglienza iniziano anche i ritiri nei tempi «forti» dell’ano liturgico: Natale e Pasqua e si organizzano momenti «conviviali» con pellegrinaggi nei luoghi francescani di Greccio e Bellegra: sono occasioni necessarie  per fraternizzare e conoscersi.

Con l’aiuto del Signore il «seme» comincia a dare «nuovi frutti» e, dall’inizio a settembre 2002, si costituiscono a Roma 11 gruppo, mentre altri iniziano il cammino a Civitavecchia e Latina. Agli incontri cominciano anche a partecipare coppie «regolari» che hanno maturato una chiamata a questo servizio pastorale: la loro presenza è segno di speranza, di accoglienza, di ricchezza spirituale.

Su richiesta degli stessi partecipanti, e per dare risposte concrete alle molteplici e diverse domande che la condizione di «separato» pone per quanto riguarda la situazione personale, le scelte di vita e la posizione all’interno della Chiesa, si sono tenuti quattro incontri su tematiche specifiche quali:

  • Cosa sta facendo la Chiesa per la «famiglia»;
  • La separazione: fallimento o inizio di un cambiamento? Come viene vissuta dall’uomo e dalla donna;
  • Figli con la valigia. Separati per la legge, genitori sempre;
  • I separati e i divorziati in parrocchia tra accoglienza e sospetto. Percorsi di Grazia nel fallimento del matrimonio.

Gli incontri sono stati guidati da Consulenti familiari, avvocati, psicoterapeuti esperti nei settori di loro competenza.

Nel mese di giugno 2003 l’Associazione è stata invitata a partecipare al convegno diocesano svoltosi a Roma sul tema: «Insieme alla famiglia costruiamo una società migliore»: un grande evento ecclesiale e la prima vera opportunità di «testimonianza» diretta della propria condizione di «separato», presente nella Chiesa spesso vivendo la fedeltà in una società in cui questo valore è sempre più dimenticato e «disprezzato».

Nel maggio 2003 e nel 2004 in data 29 e 30 maggio, si sono tenuti i due Convegni Nazionali (IV° e V°): a Roma e a Caravaggio (Bergamo) ai quali hanno partecipato tutti i gruppi presenti in Italia che fanno lo stesso cammino; il prossimo Convegno Nazionale, il VI°, è già previsto per la fine di maggio 2005, a Roma: è una grande e importante occasione di confronto, riflessione, preghiera, scambio di testimonianze, proposte future.

                              

Renato Galeri e Manuela Ciriello
Lunedì 04 Luglio 2005 17:29

Evangelizzare la Chiesa, popolo di Dio

Pubblicato da Maurizio Zago

Evangelizzare la Chiesa, popolo di Dio

 

· I documenti del Vaticano II presentano un messaggio originale per la Chiesa: una vera e propria «nuova» evangelizzazione · Questa nuova evangelizzazione riguarda in particolare la concezione di Chiesa che dobbiamo imparare a ripensare e rileggere come «popolo di Dio» · Accogliere e vivere la novità è sempre molto importante per il cristiano: Dio, infatti, è colui che «ha fatto nuove tutte le cose» · Per metterci in questa disposizione di accoglienza del nuovo occorre ascoltare, ricordare, convertirsi.

 

Questo nostro contributo può avere senso e assumere significato solamente se si conosce la nuova strada che, illuminata dallo Spirito Santo, la Chiesa ha tracciato con i messaggi e le provocazioni contenute nei documenti del Vaticano II e che potremmo definire «nuova evangelizzazione». 

Noi possiamo solo pregare e invitare ogni essere umano, ogni membro del popolo di Dio, a leggere i documenti, meditarli e metterli in pratica nella vita della Chiesa e della società. 

Ci limitiamo ad alcune semplici riflessioni con la speranza che quanto è stato seminato in 50 anni sia coltivato e giunga il tempo del raccolto. «Uno semina e uno miete» (Gv 4,37).

Nuova strada, nuova evangelizzazione. Il termine «nuova» non deve spaventare o destare sospetto. È Dio stesso che dice: «Io faccio nuove tutte le cose». Si scoprirà che il Concilio riattualizza la parola che Dio Padre, nel Figlio Gesù (il Verbo), dice dall'origine del mondo e che lo Spirito d'amore ripete e rende comprensibile nel tempo e nei tempi dell'uomo, creatura storica: «...Ascolta, ricorda, convertiti...».

 

«Ascolta...»

Al centro di questo ascolto sta la Parola di Dio, Cristo («Cristocentrismo» - cf LG 1).

La Chiesa è sacramento visibile di Cristo se è segno dell'amore di Dio per tutta l'umanità e quindi fonte e inizio dell'intima unione di tutto il genere umano. La Chiesa avvia la realizzazione dell'unità promovendo, con l’annuncio e le opere di carità e giustizia, il disegno di Dio: «ricapitolare in Cristo tutte le cose, riappacificare gli esseri della terra e quelli del cielo» (cf Col 1,15-20).

La Chiesa è chiamata ad introdurre il Regno rimanendo in attento, fedele e ubbidiente ascolto dello Spirito che la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici (cf LG 1-8).

Non deve insorgere alcuna disputa. Gesù insegna ai discepoli che nel Regno non si discute su chi è il primo o il più grande, ma ciascuno si fa servo di tutti (cf Mt 9,33-40).

L'amore in cui è radicato il buono, il bello e lieto annuncio non stabilisce criteri di priorità. Si ama gratuitamente e ci si lascia amare, il «respiro» dello Spirito soffia dove vuole e ogni uomo può solo coglierlo ed accoglierlo e renderlo vivo e operante nella Chiesa. nel mondo.

L'amore che la Chiesa è chiamata a vivere si diffonde non per imposizione, legge o prescrizioni, ma per mezzo della carità, giustizia, abnegazione, umiltà. In questa prospettiva d'amore la Chiesa diventa, tra l'altro, immagine di «popolo di Dio» e «famiglia di Dio». «Popolo di Dio», come da sempre si è riconosciuto il popolo dell'alleanza che è stato scelto gratuitamente da Dio, come è scritto dalla Genesi all'Apocalisse. Nel libro dei Salmi, risposta orante alla chiamata di Dio, sia nella prima che nella seconda alleanza, il riferimento a «popolo di Dio» ricorre circa cinquanta volte (e oltre duecento nella intera Bibbia).

Dio vuol santificare e salvare gli uomini non individualmente, ma costituendo un popolo (cf LG 9). In Abramo sono benedette tutte le famiglie della terra (cf Gn 12,3). Mosè si rivolge a Dio dicendo: «considera che questa gente è il tuo popolo... » (Es 33,13). Paolo proclama che in Cristo vi è un solo popolo perché «Egli… è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia… e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo dello croce...» (cf Ef 2,14-18): e aggiunge: «Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6). Paolo, evidentemente, non indulge all'anarchia, all’individualismo, al soggettivismo, ma propone attenzione, accoglienza, ascolto e discernimento da parte di tutti.

Il Figlio di Dio facendosi uomo ha incarnato tutta l'umanità passata, presente, futura. Non ha escluso nessuno dalla chiamata, arrivando al punto - realtà inconcepibile per gli israeliti – di toccare i lebbrosi.

Il popolo di Dio, se vuol seguire l'esempio dell'unico Maestro, deve comportarsi nel quotidiano in modo analogo, continuare l'incarnazione nella celebrazione eucaristica, nella preghiera comunitaria e personale, e nel farsi pellegrino d'amore nel mondo, nel sociale e nel politico (cf GS 31 e 44).

Può, forse, aiutare la nostra riflessione l'immagine di «famiglia di Dio»: lo sposo, la sposa, i figli, il prossimo. Nella famiglia il buon funzionamento e il raggiungimento dello scopo finale, che è l'umanizzazione e la salvezza di ogni componente, si realizza con il reciproco ascolto, la partecipazione, la condivisione, l'autorevolezza della testimonianza. L'autoritarismo e il paternalismo non ottengono risultati, anzi provocano schizofrenie, frustrazioni, fughe o esclusioni.

 

(...e dialoga!)

Il dialogo, che accetta anche la critica, il dubbio, la contestazione e non si accontenta di una supina falsa accettazione delle regole familiari, prepara veri uomini, veri figli di Dio, disposti a sostenere le proprie buone ragioni (l'educazione è bidirezionale: genitori-figli, figli-genitori), ma anche capaci di riconoscere i propri limiti, superare le crisi, comporre i conflitti, chiedere e dare perdono per le reciproche colpe e incomprensioni. Si promuove, in tal modo, una dinamica che fa sviluppare e crescere un rapporto d'amore, partecipazione, collaborazione. (Nella comunità ecclesiale, tale dinamica è bene espressa da At 18,1-4).

Il popolo di Dio - Gerarchia e laici - deve educarsi ad un continuo confronto al suo interno. A volte, in buona fede, si crede che, per il bene di tutti, le verità e le scelte calate dall'alto evitino fratture e appartenenze parziali, ma l’unità è una conquista a cui tutti devono collaborare con i propri carismi, non può essere imposta. 

La Parola di Dio è sempre tradotta dal linguaggio umano con sensibilità e culture diverse, con possibili fraintendimenti. Non è quindi mai accessibile nella sua splendida e luminosa verità. È necessario che lo Spirito intervenga continuamente nella storia per «condurci alla verità tutta intera» (Gv 16,13). Il dono di Dio la rende sempre viva e appropriata al tempo storico in cui deve realizzarsi. È quindi necessario che tutti i membri della Chiesa, presbiteri o laici, prendano coscienza e conoscenza delle situazioni concrete e storiche dell'uomo, non per modificare e adattare la Parola, ma per renderla appropriata e sempre viva nell'oggi. 

Ascoltiamo Giovanni Paolo II: «la Bibbia esercita la sua influenza nel corso dei secoli. Un processo costante di attualizzazione adatta l'interpretazione alla mentalità e al linguaggio contemporanei... Bisogna dunque costantemente ritradurre il pensiero biblico in un linguaggio contemporaneo perché sia espresso in maniera adatta agli uditori» (...).

La Parola di Dio non è parola «congelata» da tirar fuori nelle «feste comandate», servirla, e servirsene... Deve essere parola d'amore che fa innamorare. Parola di tutto il popolo, di ogni famiglia, non solo di specialisti (cf DV 8). Certo, vi sono pericoli, accentuazioni diverse, errori di espressione ecc., ma solo accettando il rischio il popolo di Dio diventa familiare con la Parola, e la Parola può trasformarsi in annuncio, azione vivente, operante e santificante nella quotidianità. Se la Parola è solo predicata e ascoltata in modo anonimo e non entra nel contesto vitale di un popolo diventa «lingua morta».

Il rischio che tanto impensierisce chi ha responsabilità pastorali deve invece sollecitare a trasmettere questa parola con autenticità ed entusiasmo. La Chiesa educa così «realmente» il popolo in cammino, in continuo esodo.

Compiere il dovere pastorale è indispensabile, farlo con attenzione e continuo sforzo di aggiornamento è doveroso, cogliere i «segni dei tempi» è fruttuoso, ma... il Signore, Creatore e Padre, ha accettato il rischio di creare l'uomo libero e ha quindi previsto la possibilità di non essere riconosciuto ed amato. Si può avere la presunzione di fare di più e meglio?

 

«Ricorda…»

Facendo memoria («Ricorda, Israele... ») delle grandi, meravigliose, impensabili opere compiute da Dio nella storia, il popolo di Dio è fondamentalmente ottimista e fiducioso. Tutto concorre al bene finale che Dio ha posto come traguardo della creazione: senso della vita, senso della storia.

Le tappe intermedie o di transizione, come è definita quella attuale, possono presentare zone d'ombra, pericoli, sofferenze, dolore e morte, ma vi è sempre «un resto» che ricondurrà l'umanità alla casa del Padre.

Fra Dio e il suo popolo vi è una reciprocità di «ricorda…».

Dio si ricorda del suo popolo, da Noè (Gn 8,1) al canto del Magnificat: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia» (Lc 1,54) e nel «Benedictus»: «...si è ricordato della sua santa alleanza» (Lc 1,72).

Cristo è l'«Amen», la roccia su cui si radica il popolo di Dio, la famiglia di Dio che - quando è fedele al Suo amore e al suo modo di viverlo (dando la vita) - diventa «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui... voi che un tempo eravate non popolo, ora invece siete il popolo di Dio» (1 Pt 2,9-10).

Dio già a Mosè si era fatto conoscere come «il sempre presente». Gesù è l'incarnazione dell'Emmanuele, «Dio con noi nella storia». La Chiesa, popolo messianico (LG 9), con il dono del «senso della fede» che procede dall'unzione dello Spirito, diventa popolo profetico che esorta con dolcezza e mansuetudine alla conversione.

 

«Convertiti…»

Tutto il popolo, dal primo all'ultimo dei fedeli, secondo il ministero di ciascuno, è corresponsabile della risposta alla vocazione, che è un continuo convertirsi all'«Amore» legge fondamentale contenuta nell'annuncio evangelico.

La nostra conversione di coppia ci impegna a:

· Vivere il coraggio di essere noi stessi, nella autenticità, coerenza, lealtà; essere al servizio della comunione e della edificazione della Chiesa (cf 1 Cor 14,4ss; Rm 12,5ss) da portare a compimento nella carità che è il vincolo della perfezione (cf LG 13).

· Vivere l'umiltà, non sovrastimarci e crederci i detentori della verità tutta intera. Accettare e praticare la correzione fraterna (cf LG 37). Porci sempre in ascolto, essere in relazione con tutti, specialmente con «i piccoli, i poveri, i semplici». Come dice Paolo, non è la sapienza che avvicina a Dio e ai fratelli, ma l'amore gratuito (cf 1 Cor 13).

· Vivere l'audacia dell'indignazione contro gli scandali, e della protesta contro gli uomini e i poteri che non perseguono la giustizia e la pari dignità di tutte le persone.

· Vivere senza la paura dell'«altro», del «diverso» che incontriamo, «sentirlo» in ricerca e in cammino come noi, per rispondere in modo personale e originale alla «chiamata» (...chi sono i «lebbrosi», qui da noi, oggi?).

· Vivere l'obbedienza e la disobbedienza per dare sempre il primato (la preferenza) alla voce di Dio che parla alla coscienza di ogni uomo libero da schiavitù e idoli. Gesù è stato obbediente perché ha «con-sentito» sempre con il Padre.

· Vivere la libertà come responsabilità reciproca e condivisa per crescere insieme. In noi vi è il seme del bene, e siamo segnati dal male, dal limite, dalla fragilità. Dobbiamo impegnarci per realizzarci sempre più come persone capaci di comprendere, valutare, discernere, scegliere. Avere una fede adulta in una comunità adulta.

· Vivere sapendo che siamo stati schiavi in Egitto, deportati in Babilonia, perseguitati dal razzismo, profughi ed emigranti nel mondo intero. Accogliere senza discriminazioni. 

· Vivere pregando. Ogni tempo è tempo di preghiera, lavoro, riposo, liturgia, divertimento; non manchi mai la lode e il ringraziamento a Dio di farci vivere in un tempo così interessante, e la richiesta di renderci capaci e desiderosi del dono della conversione. 

 

Conclusione… provvisoria

L'evangelizzazione della Chiesa come popolo di Dio si realizza quando la Parola di Dio, incarnata in Gesù, diventa tessuto vitale nel quotidiano del credente fedele, nella famiglia, nella comunità, nella società.

Tessuto vitale è l'intreccio strettissi tuo, creato e voluto, tra la verticalità del rapporto Dio-uomo e l'orizzontalità delle relazioni tra gli uomini che imparano a riconoscersi fratelli.

In un messaggio di Paolo VI si legge: «Si tratta di creare un clima nel quale le diverse voci abbiano cittadinanza per un confronto sempre, per una sintesi possibile, per una scelta se necessaria. Scelta che porta temporaneamente un sacrificio che rimane sempre illuminante e fecondo. In questo senso va intesa la collaborazione e per la collaborazione il dialogo».

Edificare la Chiesa come popolo di Dio è opera gradita a Dio, e ascende «con soave odore» come vero sacrificio, e discende «come benedizione» sulle genti perché - dice il Signore - «Io troverò la mia gioia nel far loro del bene» (Ger 32,41).

 

Tina e Michele Colella

Genova

Da “Famiglia domani” 1/2001

 

Venerdì 01 Luglio 2005 18:34

SANTITÀ E ACCOGLIENZA

Pubblicato da Maurizio Zago

PRIMA PARTE

APRIRSI ALL’ACCOGLIENZA

-5-

Chiamati a trasformare la terra in cielo

SANTITÀ E ACCOGLIENZA

Per un’accoglienza soprattutto interiore

 

Il cammino verso la santità non è riservato ad alcune particolari persone o alcuni speciali stati di vita: è di tutti e per tutti.

Forse il problema è sapere cos’è la santità.

Per l’educazione che abbiamo ricevuto, il santo è visto spesso come una persona amabile, obbediente, semplice, serena, che di fronte alle difficoltà o ai problemi ha saputo accettarli senza ribellione e senza impazienza.

 

CHI È SANTO?

Stando a questa educazione neanche Gesù, se fosse giudicato con questo schema tradizionale di santità, non potrebbe mai essere santo perché egli si è staccato dalla tradizione del suo tempo: non è stato obbediente all’autorità religiosa e neppure a quella civile, ha predicato contro le discriminazioni e i privilegi.

Dobbiamo quindi correggere il nostro concetto di santità: santa non è la persona che ha dimenticato la terra per pensare al cielo ma quella che si è battuta per trasformare la terra in cielo. La Bibbia definisce Dio come il “Santo”, meglio come il “tre volte Santo”, il “Santissimo” per eccellenza.

Ma in che cosa consiste la santità di Dio? Se leggiamo i salmi, scopriamo che Dio è Santo perché: odia l’ingiustizia, si mette dalla parte dei deboli, solleva, incoraggia i miserabili. Dio è Santo perché sogna e agisce per fare in modo che gli uomini formino una famiglia dove ci sia: solidarietà, amore, fraternità e parità; Dio è santo perché vuole un mondo giusto, solidale.

Una delle tante strade che porta alla santità è quella dell’accoglienza e dell’ospitalità.

 

L’ACCOGLIENZA IN FAMIGLIA

La parola accoglienza non può ridursi ad un atteggiamento formale come aprire la casa per accogliere chi è in difficoltà, anche se questo atteggiamento è raccomandato dalla Bibbia e dai Vangeli. Ma la vera accoglienza non è solo fisica, è soprattutto interiore, che vuol dire saper ospitare nel cuore idee, culture, religioni diverse. La nostra casa dovrebbe essere nello stesso tempo luogo d’intimità e d’apertura.

Molte famiglie si chiudono in se stesse con l’intenzione di difendersi. Giudicano il mondo perverso e corrotto e mettono in atto una serie di difese. Ed è vero: nel mondo di oggi ci sono perversità ma è anche vero che nella cultura attuale vengono fuori tante realtà promettenti.

Allora una famiglia dovrebbe vivere l’accoglienza secondo due direttrici: il momento dell’intimità e quello dell’apertura, dell’ospitalità. Il momento dell’intimità è segnato dalla riflessione, dal dialogo di coppia, dal confronto, dall’approfondimento dei problemi. Il momento dell’ospitalità è quello dell’accoglienza e dell’ascolto: si accolgono tutte quelle cose che ti portano ricchezza, vitalità. Come una persona cresce quando si lascia abitare, provocare dagli incontri con le persone, così la famiglia rivive continuamente quando è capace di ospitare tensioni, provocazioni.

Quindi il primo tipo di accoglienza che la famiglia è chiamata a vivere riguarda l’interno della famiglia. Se lo sposo non ospita la sposa, la famiglia non è ospitale, e così pure se i genitori non ospitano i figli. È interessante riscoprire il “viversi come ospiti” perché nei riguardi dell’ospite c’è attenzione, accoglienza, rispetto. Viversi come ospiti tra coniugi, con i figli è introdurre nella famiglia sia un atteggiamento di ascolto (di fronte alla presunzione di conoscerci già.) sia di distanza (di fronte al rischio di assorbirsi o di possedersi).

Allora ospitalità nella famiglia indica l’attitudine a saper accogliere le attese, i desideri, le intuizioni del coniuge, dei figli, del genitore, vincendo il facile atteggiamento di banalizzazione o di opposizione.

Quando in una famiglia l’uomo ospita la donna, quando i genitori ospitano i figli, e quando i figli ospitano i genitori, si crea un’atmosfera così viva di stima e di ascolto che permette alle persone di sentirsi amate e stimate e quindi dî avere il coraggio di vivere questa ospitalità nei riguardi di avvenimenti, idee, differenze di cultura. Questo è un passo sicuro verso la santità.

 

padre Cesare Giulio IMC

 

Domande per la Revisione di Vita

·        Che parte ha il momento dell’intimità e quello dell’apertura, nella nostra famiglia e nella mia vita? Sono ben equilibrati per farmi/farci crescere?

·        Quanto so “ospitare” l’altro (il coniuge, il figlio, il collega, la suocera...)? Riesco a vederlo con occhi nuovi, senza preconcetti e giudizi? Oppure tendo ad assorbire, usare l’altro?

Brani per la Lectio Divina

  • Genesi 19, 1-29 (Lot ospita gli angeli);
  • Luca 10, 38-42 (Marta e Maria).

UN LABORATORIO PERMANENTE PER GLI «ITINERARI DI FEDE» IN PREPARAZIONE AL MA TRIMONIO

Premesse

A Villa Civran di Castion di Loria, ultimo angolo ovest della diocesi di Treviso che confina con le altre due diocesi di Padova e Vicenza, si tiene, una volta alI' anno, un itinerario interdiocesano per la preparazione dei fidanzati al matrimonio, e nello stesso tempo si cerca di sperimentare «in vivo» una continua ricerca su forme, modi, mezzi da utilizzare in questo delicato lavoro.

La struttura è un ex studentato dei Padri della Sacra Famiglia del Berthier.

È proprio uno di questi padri, p. Francesco Pellizzer, promuove ormai da parecchi anni questa attività in collaborazione con una decina di coppie di sposi appartenenti appunto alle diverse diocesi. (Altri fidanzati vengono seguiti «fuori programma» in piccoli gruppi di tre-quattro coppie per volta durante tutto il corso dell'anno).

Gli incontri si susseguono da gennaio a maggio con frequenza quindicinale e vi partecipano ogni anno non meno di cinquanta coppie di fidanzati.

Gli incontri hanno luogo nel pomeriggio delle domeniche dalle ore 14.30 fino alle 19.00 e la presenza dei giovani si rivela molto assidua nonostante gli impegni lavorativi e sociali. In uno di questi incontri, a metà itinerario, viene richiesta la presenza fin dal mattino, con pranzo assieme, in modo da dare spazio alla verifica ed alla maggior integrazione-conoscenza tra i fidanzati stessi e con le coppie conduttrici (meglio sarebbe dire «coppie che affiancano» i ragazzi nel loro percorso formativo).

Metodologia

Una lunga e paziente riflessione tra le coppie che collaborano e il p. Francesco ha sviluppato alcune linee metodologiche. Tenteremo sinteticamente di accennarne alcune senza la pretesa di poter sviluppare adeguatamente l'argomento. Speriamo soltanto che si riesca a coglierne lo spirito. Alcuni punti condivisi che sottendono a questa attività pastorale sono:

  • la convinzione che la Chiesa ha bisogno di camminare con due gambe per non essere zoppa. Le sue due gambe sono i due sacramenti dell'Ordine Sacro e del Matrimonio e perciò i due relativi ministeri;

  • che è specifico delle famiglie (figli compresi), proprio in funzione del loro ministero, iniziare i giovani alla bella ma difficile avventura del matrimonio. (Per inciso, in qualche occasione sono presenti anche i figli sia piccolissimi che più grandicelli, addirittura adolescenti, e succede che i fidanzati facciano delle domande in pubblico a questi ultimi, e che le loro semplici e spontanee battute risultino di grande incisività);

  • che si tratta di un cammino di fede, ossia per chi intende fare un matrimonio religioso, senza peraltro escludere nessuno. Tuttavia il tentativo è di trasmettere un messaggio strettamente agganciato alla vita, non soltanto semplici conoscenze ed alti «voli» che poco hanno a che fare con l'impatto della quotidianità;

  • si è coscienti della cultura «visiva» del nostro tempo e pertanto si è attenti ad un buon uso di materiale adatto, cartaceo e non. L'uso dei «segni» si è rivelato di importanza fondamentale per la trasmissione dei messaggi. Si tratta del modo di preparare l'ambiente, di disegni e scritte, di atteggiamenti ed esercizi, di canti e formule di preghiera, ecc.;

  •  che è di fondamentale importanza il coinvolgimento attivo dei partecipanti;

  • che infine una serie di incontri non può di certo esaurire la preparazione di una coppia e tanto meno rappresentare una vaccinazione per il lungo e complesso cammino matrimoniale. Perciò si tratta di «innamorare» gli innamorati, come qualcuno preferisce chiamarli, alla continua ricerca e ad un cammino permanente.

    Lo spazio non ci permette di considerare altre cose se pur di grande rilevanza.

    Giornata tipo

    La scansione della giornata nelle sue parti fondamentali, tralasciando particolari e contorni anche se risultano spesso di grande efficacia accogliente, si svolge come segue:

    ANNUNCIO (tenuto da persona/coppia preparata):

    biblico. Vengono presentate coppie bibliche con lettura meditata del testo e spunti di lettura del quotidiano. I brani biblici sono stati scelti in modo da affiancare il più possibile l'argomento del giorno;

    umano-cristiano. Varie argomentazioni che sviluppano il tema dell' amore a «modulo» su due proiezioni: lo sviluppo tematico e l'approfondimento.

    (Solo come sussidio d'appoggio-consultazione si usa il testo Dio ci chiama a l' amore edito da Elledici).

    LAVORO PERSONALE.

    Attraverso test, brevi tratti di vissuto, messaggi da completare... viene lasciato il tempo ad ogni singola persona per riflettere, interrogarsi, cercare risposte...

    LAVORO DI COPPIA.

    Un certo tempo viene dedicato al Confronto a due, magari proprio sui dubbi e sulle risposte, spesso divergenti, suscitate dal materiale consegnato che è stato oggetto di riflessione della persona da sola. Non è raro assistere a discussioni di una certa vivacità pur sottovoce per non esporsi troppo a sguardi indiscreti.

    STACCO.

     A questo punto è stato inserito a proposito un momento di break. È un tempo per staccare, per scambiare qualche parola con amici, per fare qualche conoscenza... per permettere a un ragazzo di dire scherzosamente ad un altro ragazzo, indicando la propria fidanzata: «Questa... non capisce niente!». «Neppure la mia!», e viceversa. Ossia è quel momento che allarga la visuale del panorama della propria vita altrimenti troppo miope e chiuso dentro un rapporto di coppia troppo ristretto e povero. A questo punto si è pronti per l’ora successiva.

    LAVORO DI GRUPPO

    Svolto secondo le buone regole classiche. Ogni coppia di sposi fa da riferimento per cinque o sei coppie di fidanzati.

    È questo il momento importantissimo della presa di coscienza, della conferma / disconferma delle proprie idee, del confronto e comunque dell'assimilazione- completamento dei messaggi.

    Nell' incontro finale viene inserita la celebrazione della santa messa animata dai ragazzi stessi in vario modo e con una paraliturgia di «Promessa di Fidanzamento». La promessa di prendersi cura dell' altro per poter camminare davvero verso il matrimonio.

    È soltanto un tentativo di ricerca di un linguaggio nuovo per poter portare a queste nuove generazioni «la buona notizia, il lieto annuncio» che dà sapore alla vita.

                                                                                               Valeria e Tony Piccin

Sabato 21 Maggio 2005 21:21

LA LEGGE SULLA PROCREATICA

Pubblicato da Maurizio Zago

LA LEGGE SULLA PROCREATICA

Dopo un tormentato iter parlamentare e un lungo strascico di polemiche è stata approvata anche in Italia una legge sulla procreazione assistita.

Si è detto che la nuova normativa viene a porre un argine al Far West della fecondazione in provetta. Vedremo se sarà davvero così. Si è detto che questa è una "legge cattolica". Ma le prospettive e i contenuti sono in realtà lontanissimi dalla visione cristiana dell'amore uomo/donna e da ciò che per la dottrina della Chiesa significa "diventare genitori". (Si veda a questo proposito la chiara sintesi del teologo, don Paolo Mirabella, pubblicata a fianco). Tutt' al più questa legge può essere considerata come "male minore" e perciò destinata ad alimentare profonde contraddizioni.

Si parla ad esempio della necessità di tutelare anche l'embrione. E allora se quello in vitro diventa finalmente soggetto di diritti, perché quello concepito naturalmente può essere tranquillamente condannato alla soppressione dalla legge 194? Né bisogna dimenticare che le attuali tecniche di fecondazione artificiale comportano la formazione di più embrioni per "garantire" la nascita di un figlio. Gli embrioni umani che si perdono per strada sono forse di serie B? "Una volta avvenuto il concepimento, il diritto del concepito può essere soddisfatto soltanto lasciandolo nascere", diceva Norberto Bobbio, filosofo e giurista laico per eccellenza. Affermazione difficilmente confutabile che poggia non su "convinzioni cattoliche", ma su un'esigenza della Ragione.

Di Mario Costantino

Tratto da “Gruppi Famiglia – marzo 2004”

Sabato 21 Maggio 2005 21:15

Il condominio solidale

Pubblicato da Maurizio Zago

Il condominio solidale

A Villapizzone, nei pressi di Milano, alcuni gruppi familiari conducono vita comune utilizzando una vecchia cascina recuperata: lavorano insieme, praticano l’accoglienza, si dedicano al recupero delle situazioni difficili, fanno «cassa comune», pur mantenendo ognuna un proprio spazio di privatezza. Un’esperienza difficile e al contempo significativa quella fondata da Enrica e Bruno Volpi. Abbiamo chiesto di raccontarla a due tra i protagonisti di questa avventura (l.gh.).

L'Associazione Comunità e Famiglia è nata nel 1988, dall'esperienza della Comunità di Villapizzone, a Milano. Nel 1978, la famiglia Volpi, reduce da una lunga esperienza di volontariato in Africa, incontra una comunità di padri Gesuiti, dediti al servizio della Parola, e insieme iniziano a vivere vicini, in una grande cascina alle porte di Milano.

Da subito, questo «condominio» si configura come «comunione delle diversità»: i Gesuiti vivono il loro carisma specifico, le famiglie vivono da famiglie, ogni nucleo ha uno spazio abitativo ben definito (cucina compresa). Ben presto si aggiungono altre famiglie, la comunità si radica nella parrocchia e nel quartiere, un giro molto ampio di persone partecipa ai diversi momenti della vita della comunità. Nel 1993 nasce una comunità «sorella» a Castellazzo di Basiano (Mi); poco dopo nascono altre comunità (attualmente sono una decina).

L'Associazione sviluppa filoni diversi della propria attività: comunità familiari, gruppi di condivisione, gruppi di servizio.

Le comunità familiari sono vissute come strumento per l'autopromozione della famiglia e si basano su alcuni valori: tolleranza nei confronti dell'altro, sobrietà di vita, fiducia reciproca, condivisione dei beni materiali. L'apertura e l'accoglienza tra le famiglie, così come nei confronti di minori e adulti in difficoltà e/o desiderosi dì un momento di riflessione, è il risultato della ricerca di una migliore qualità della vita: «Se sto bene, mi apro; se mi apro, sto bene...».

Lo scopo fondamentale della vita comunitaria è aiutare ogni famiglia a scoprire la propria originale vocazione, che ciascuno realizzerà in forme diverse, accogliendo persone nella propria casa, svolgendo attività di promozione umana, accompagnando altre famiglie. Ma soprattutto cercando di vivere, nella propria famiglia, una vita bella e felice.

I gruppi di condivisione sono luoghi dove le famiglie si incontrano, generalmente una volta al mese, per condividere la ricerca su alcuni temi fondamentali: il lavoro, la condivisione dei beni, l'accoglienza, la spiritualità, eccetera. Il metodo della condivisione prevede che ciascun membro del gruppo riceva, a turno, la parola, per raccontare la propria esperienza su quel dato argomento. Non si interrompe chi parla, né si giudicano gli interventi degli altri. In questo modo viene privilegiato e potenziato l'ascolto, come base fondamentale di ogni relazione. Al momento esistono un ventina di gruppi, con circa 250 famiglie coinvolte, e altri ne stanno nascendo. 

I gruppi di servizio sono composti da volontari che, nello spirito dell'Associazione, lavorano a diversi progetti: promozione culturale (incontri, seminari, convegni, un giornalino), recupero e vendita dell'usato, gestione di appartamenti pubblici per situazioni «protette», formazione.

Riassumendo, si potrebbe dire che una vita ricca e piena nasce dalla scoperta delle ricchezze che la vita familiare può esprimere. Se si riscopre la dimensione trinitaria della famiglia, la vita di relazione appare come cammino battesimale. Ogni giorno si è immersi in un duplice mistero: la fatica di comprendersi - tra coniugi; tra genitori e figli -, la gioia del dono, reso possibile dall'ascolto dalla pazienza, dall'accettazione dell'altro in quanto altro. La vita familiare è vita spirituale, dove «ogni mattina Si ricomincia» (E. Bianchi), sapendo che accettare l’altro significa «lasciarlo vivere» (E Clerici), riconoscendolo come portatore di una vocazione originale.

Di fatto, le comunità, i gruppi dì condivisione, i gruppi di servizio, sono luoghi dove tante persone e famiglie trovano occasione di ascoltare e di essere ascoltate. 

Ha detto il Cardinale Martini: i fedeli dovrebbero pensare alla carità come stile di vita e non come dovere morale», come dire che dobbiamo inventare un modo di vivere che in sé sia carità... Anche i primi articoli della Costituzione Italiana dicono che ogni cittadino ha il diritto/dovere di essere utile alla società.  Detto così sembra semplice, ma nella vita quotidiana come può essere utile alla società il geometra, il muratore, il camionista, l'ingegnere, eccetera? La provocazione è questa: siamo chiamati a inventare qualcosa. Il Cardinale Martini usa la parola «comunità alternativa», perché in fondo la carità non è un'esclusiva dei cristiani.

Dalla nostra esperienza ci pare di capire questo: quando ci siamo sposati abbiamo ricevuto un «grande sacramento» (p. E. Mauri); abbiamo in noi qualcosa di grande, una grande risorsa. Però è qualcosa da realizzare continuamente, ponendosi sempre nuove domande, in uno sforzo di continuo discernimento.

Costruire una comunità familiare in mezzo a una quartiere o in campagna significa dar vita ad un punto di luce, di ascolto, di sale. Non si tratta di far cose strane o di proporre spiritualità particolari. Si tratta di imparare a vivere insieme agli altri, avendo ben chiaro il motto: io sono una risorsa, per me e per gli altri; gli altri sono una risorsa, per sé e per gli altri...». In altre parole: auto e mutuo aiuto. Forse l'originalità dell'esperienza dell'Associazione Comunità e Famiglia è questa: l’accompagnamento delle famiglie, realizzato da altre famiglie.

Allora, se è vero che oggi la famiglia è quasi una «realtà in estinzione», dobbiamo chiederci, come Chiesa, cosa può realmente aiutarla e sostenerla. Come possiamo mettere in pratica la parola di Giovanni Paolo II: «Famiglia, diventa ciò che sei!»?

A noi pare che una prima risposta possa essere trovala nel documento CEI del 1975 (sono passati 25 anni!) «Evangelizzazione e sacramento del matrimonio». Vi si dice molto chiaramente che la famiglia deve diventare soggetto della pastorale familiare. In pratica: non è la famiglia che deve mettersi al servizio della Chiesa (della parrocchia ecc.), ma è la Chiesa, soprattutto quella locale, che deve avere al suo cuore la famiglia, come «immagine della vita trinitaria di Dio» (mons. R. Bonetti).

La speranza del cambiamento e del miglioramento è costitutiva della famiglia, per sua natura aperta alla solidarietà e alla vita. La nostra impressione è che il rinnovamento della vita familiare, a partire dalla famiglia stessa, passa per la disponibilità delle comunità e dei pastori a liberare risorse e strutture a favore di tutte quelle attività che possano sviluppare e potenziare l'accompagnamento dell'autopromozione delle famiglie. Occorre scommettere e dare fiducia alle risorse originali della famiglia.

Bruno Volpi ed Elio Meloni

Villapizzone (Milano)

Da “Famiglia domani” 1/2001

Sabato 21 Maggio 2005 21:11

L’ACCOGLIENZA DI DIO

Pubblicato da Maurizio Zago

PRIMA PARTE

APRIRSI ALL’ACCOGLIENZA

 

-4-

Accogliere il Signore come un dono

L’ACCOGLIENZA DI DIO

Dio ci ha già accolto anche se noi non ce ne accorgiamo

 

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”.

E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cercate?”.

Gli risposero: “Rabbì (che significa maestro), dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”.

Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui. (Giovanni 1, 35-39).

 

CREATURE SÌ MA REDENTE IN CRISTO

È possibile usare il termine accoglienza nei confronti di Dio? È Lui che ci accoglie o noi che accogliamo Lui? Proveremo stasera a rispondere a questa domanda.

Accogliere, da un punto di vista letterario, vuol dire ricevere, ospitare, accettare, contenere. Da un punto di vista teologico le cose sono più complicate e abbracciano molti secoli della storia dell’uomo.

L’uomo da sempre ha al suo interno un’inquietudine: sa di essere “finito” ma sente di tendere all’infinito. Da questa inquietudine nasce l’idea di un Dio creatore, l’intelligenza permette all’uomo di accogliere il mistero di Dio. Ma la creazione può essere fine a se stessa, la creatura può non essere destinata ad un fine eterno. Dio allora si manifesta all’uomo nella Storia attraverso l’Incarnazione e la Resurrezione di Gesù. In Gesù scopriamo di essere stati creati per vivere in Dio, scopriamo di essere figli ed eredi.

 

COLTIVARE LA VIGILANZA

Nel brano del Vangelo in apertura sembra che tutto avvenga per caso: Giovanni che è in quel luogo, Gesù che passa proprio di lì, i discepoli che iniziano a seguirlo. Non è un caso: è un dono; dobbiamo capire che ciò che ci capita nella vita ogni giorno non è un caso ma è un dono che Dio ci fa per permetterci di incontrarlo e seguirlo.

Giovanni è attento e coglie il dono, se noi siamo rinchiusi in noi stessi, non ce ne accorgiamo. Dobbiamo riuscire a vedere, al di là delle cose che ci angustiano, il Signore che passa. Siamo chiamati ad accogliere il Signore in qualunque modo Egli si presenta a noi; se ci costruiamo un’idea, un sogno, corriamo il rischio di non accoglierlo perché non corrisponde alla nostra idea, al nostro sogno. Dio ci accoglie con queste improvvisate e noi siamo chiamati a coltivare la vigilanza.

 

COSA CERCHIAMO NELLA VITA?

Gesù si sente seguito e, voltatosi, chiede ai due: “Che cercate?”.

Facciamoci ogni tanto questa domanda: cosa cerchiamo? Forse la nostra vita è piena dì troppi desideri e non sappiamo bene cosa cerchiamo perché non sappiamo capire ciò che è davvero importante. Serve un po’ di ecologia dei desideri, serve sfrondare l’albero per evitare che si sradichi sotto il peso di troppi desideri. Se poi cerchiamo solo noi stessi non c’è spazio per Dio.

 

VENITE E VEDRETE

Alla domanda di Gesù i discepoli gli chiedono: “Dove abiti?”. È un modo per chiedere: “Chi sei Signore?”, voglio conoscerti, voglio stare con Te!

Gesù risponde: “Venite e vedrete”. Usa due verbi, uno al presente e l’altro al futuro. Venite: il Signore ci accoglie oggi, ogni giorno, così come siamo. Vedrete: solo se camminiamo con Lui, giorno dopo giorno, lo conosceremo. Siamo chiamati alla fedeltà, ad accoglierlo non una volta per tutte ma ogni giorno. Dove trovare la forza per essere fedeli? Da Lui, Lui che è stato fedele al Padre fino alla morte, e alla morte di croce.

 

LASCIARE PER SEGUIRE

I due discepoli, per seguire Gesù, lasciano Giovanni. Hanno trovato in Gesù qualcosa di più, quel di più che fa la differenza, che cambia la prospettiva con cui guardiamo le cose della vita.

E allora coraggio: non abbiamo paura a seguire Gesù, non pensiamo di non esserne capaci. Egli ci ha già accolto, come il padre nella parabola del figliol prodigo, anche se noi pensiamo di non essere ancora pronti ad accoglierlo.

 

Dott.ssa Gaia De Vecchi, teologa

 

Domande per la Revisione di Vita

·        Riusciamo a cogliere la chiamata del Signore nelle “improvvisate”?

·        Cosa cerchiamo nella nostra vita? Quali nostri desideri non sono per Dio?

Brani per la Lectio Divina

·        Giona 3,1 – 4,11 (Giona a Ninive);

Genesi 18, 1-15 (Abramo alle querce di Mamre).
Sabato 21 Maggio 2005 21:05

CENTRO GIOVANI COPPIE SAN FEDELE – MILANO

Pubblicato da Maurizio Zago

CENTRO GIOVANI COPPIE SAN FEDELE MILANO

 

 

Dal novembre 1994 opera in San Fe­dele, a Milano, il Centro Giovani Coppie che dal febbraio 1999 si è costituito in Associazione di volontariato.

Il Centro è nato grazie all'intuizione e all'iniziativa di un gruppo di laici ani­mato da padre Giovanni Ballis, allora parroco di San Fedele.

 

Le premesse culturali

In un periodo in cui l'interesse nei confronti della famiglia si focalizzava su adolescenti e anziani, il gruppo indivi­duava nella coppia, e in particolare nella giovane coppia, l'anello fragile delle tra­sformazioni socio-culturali emergenti. È iniziato così un lavoro di riflessione, di ricerca e progettazione da parte dell'é­quipe dei volontari del Centro per cono­scere, comprendere e analizzare la realtà e i bisogni delle giovani coppie in un pe­riodo di cambiamento sociale che per definizione sconvolge equilibri preesi­stenti.

La spinta all'individualismo, alla competizione e alla produttività insita nel cambiamento socio-culturale intac­ca alle radici ogni tipo di relazione in­terpersonale, minando ne il senso ulti­mo, la «relazione con l'altro». D'altro lato, assistiamo all'emergere di un biso­gno sempre più cosciente di «soggetti­vità», del dovere-diritto di scelte perso­nali soprattutto nell' esperienza dell' a­more.

In questa situazione di incertezza, di crisi e quindi di ricerca, il Centro Giova­ni Coppie ritiene che la prima esigenza consista nel distinguere gli aspetti essen­ziali dell' essere coppia e del matrimonio da quelli legati ad una particolare cultura e tradizione. Si tratta di una riscoperta dell'essenziale nell'incontro tra uomo e donna, cioè di ciò che rende la relazione intima autentica e progettuale.

Nel costruire il proprio progetto di vi­ta, le giovani coppie dovrebbero trovare il modo di coniugare ciò che è essenziale e significativo con quei valori culturali e religiosi presenti in questa nostra società complessa, ma ricca di stimoli positivi per vivere in modo nuovo, più consape­vole e creativo la propria vita di coppia e di famiglia.

All'interno di questa riflessione cul­turale, con attenzione ecumenica alle va­rie culture e religioni, il Centro Giovani Coppie offre a tutti coloro che lo deside­rano un luogo di riflessione, di confron­to, di ricerca, di incontro e di amicizia.

 

Le nostre proposte

Siamo convinti che non sia possibile vivere da persone consapevoli nell'attua­le società complessa, plurali sta e in con­tinua trasformazione, senza una seria ri­flessione culturale: per questo ci impe­gniamo ad accompagnare le coppie in una lettura critica della storia attuale.

Per capire quali sono le idee, i valori e i problemi che muovono tanti uomini e donne impegnati nel costruire una cop­pia e una famiglia proponiamo ogni an­no un ciclo di conferenze su tematiche significative (la comunicazione, i rap­porti con la famiglia d'origine, il conflit­to...), conferenze che vedono la parteci­pazione costante e vivace di circa 150 persone.

Le relazioni più significative degli ul­timi anni sono state raccolte in due qua­derni (dal titolo: Matrimonio: rifugio o progetto?) e in una pubblicazione: Cam­minarti accanto dalla spontaneità al progetto, edita dalla casa editrice Anco­ra, Milano, nel 1997 , così da poter essere opportunità e momento di riflessione per tutti coloro che lo desiderano.

 

I gruppi giovani coppie

Le nuove famiglie sono caratterizza­te da una particolare e crediamo dannosa tendenza all'isolamento e alla chiusura che riteniamo sia una delle cause princi­pali di disagio e crisi familiare. Quando una giovane coppia affronta i primi pro­blemi della sua vita insieme, i primi con­flitti importanti, i rapporti non sempre semplici con la famiglia d'origine, l'or­ganizzazione dei tempi e dei ruoli di ognuno, si ritrova sola e impreparata. Spesso l'isolamento, la mancanza di confronto e di condivisione fanno sì che i problemi si «incancreniscano» e venga­no vissuti in modo drammatico diventan­do fonte di grosso disagio. Per questo promuoviamo la formazione di piccoli gruppi di giovani coppie che si incontra­no periodicamente con la guida di un conduttore (sacerdote o laico) che ne fa­cilita il confronto e la condivisione.

Riteniamo inoltre importante che i gruppi mantengano, ove possibile, un rapporto con la propria Comunità di abi­tazione o di elezione in modo da non iso­larsi e da trovare una realtà più vasta nel­la quale inserirsi.

I gruppi possono perciò avere caratte­ristiche e metodi diversi: alcuni privile­giano la riflessione sul rapporto di cop­pia e l'educazione dei figli, altri temi di carattere culturale con riferimento ad un libro o ad articoli di riviste e giornali, al­tri ancora temi di carattere spirituale con riferimento ai testi sacri, sempre però in ordine alle esperienze di vita personale, familiare e sociale.

 

I corsi per animatori di gruppi

Abbiamo constatato che la crescita numerica dei gruppi di giovani coppie è ritardata, in varie situazioni locali, dalla carenza di sacerdoti disponibili ad occu­parsi della conduzione di gruppi e dalle difficoltà dei laici disponibili che vorreb­bero passare da una conduzione di tipo istintivo, guidata dal buon senso, ad una conduzione più consapevole ed intenzio­nale.

Il Centro ha proposto perciò corsi di formazione rivolti a quanti, sacerdoti o laici, hanno responsabilità di animazione e conduzione di gruppi, consci che la conduzione (intesa come facilitazione dei processi di comunicazione, elabora­zione, apprendimento che nei gruppi si realizzano) riveste un' importanza cen­trale per il successo di iniziative di que­sto tipo, perché aiuta i gruppi a focaliz­zarsi più rapidamente e a conseguire in modo più consapevole i propri obiettivi.

Obiettivo di tali percorsi è stato di fornire gli strumenti necessari per facili­tare consapevolmente la comunicazione, lo scambio, la riflessione e l'apprendi­mento.

I corsi, tenuti da un formatore e da una psicologa, entrambi collaboratori del Centro, sono ormai giunti alla quarta edi­zione, dal 1999 al 2002, e sono circa ot­tanta le persone che hanno terminato il training. Queste persone provengono da differenti ambiti della realtà ecclesiale milanese.

 

«Aiutarsi ad aiutare». Un lavoro di rete

Nell'anno 1998/1999 il Centro ha or­ganizzato, in collaborazione con la coo­perativa COMIN (Comunità minori) una serie di incontri con l'intento di realizza­re una rete di famiglie disposte ad «aiu­tarsi ad aiutare» le famiglie in difficoltà.

Questo gruppo ha seguito un proces­so di formazione con esperti, psicologi, assistenti sociali e famiglie affidatarie per capire se e come donare parti di se stessi a bambini che hanno bisogno di aiuto al fine di realizzare una «rete» tra famiglie interessate all' affido.

Dall'esperienza è nata la rete Pàzol, autonoma associazione di volontariato dal 1992.

 

«Una strada per la coppia»

Nell'esperienza dei piccoli gruppi di giovani coppie, che il Centro sviluppa da anni, emerge con chiarezza che il tema della relazione di coppia è fondante per la crescita e l'equilibrato sviluppo dei fi­gli e, più in generale, per una vita fami­liare e sociale armonica.

La qualità della relazione di coppia è cioè in realtà il fattore critico e decisivo per il «successo» del sistema famiglia: spesso si fa strada la tentazione di liqui­dare superficialmente il problema con un approccio «volontaristico» (“Basta voler andare d'accordo...”) o falsamente «con­creto» (“Quel che conta è fare ogni gior­no quello che va fatto... In fondo, l'im­portante è il benessere dei figli...”)... sal­vo esprimere meraviglia o costernazione di fronte alla breve durata di molti rap­porti di coppia.

Esiste però un' esigenza, minoritaria ma ben avvertibile, di sviluppare un la­voro più «mirato» sulla relazione di cop­pia e sulle sue componenti comunicative, allo scopo esplicito di migliorare inten­zionalmente la qualità della relazione stessa.

A quest' esigenza abbiamo voluto da­re una risposta proponendo un progetto pilota, denominato «Dna strada per la coppia»: un itinerario strutturato su dieci incontri di tre ore, integrati da momenti di riflessione autonoma da parte delle coppie, guidata da appositi strumenti. La proposta (realizzata nel 2002 grazie alla sovvenzione della Regione Lombardia) è stata rivolta a una decina di coppie che avevano necessità/interesse a migliorare la qualità della loro relazione, attraverso attività di condivisione, ricerca, speri­mentazione, riflessione, apprendimento.

La positività di questa esperienza for­mativa ci ha ulteriormente convinti del­l'importanza del «gruppo» come stru­mento di crescita per la coppia e di pre­venzione al disagio familiare.

 

Uno sportello di ascolto

Inoltre il nostro Centro riceve un nu­mero sempre maggiore di richieste di ascolto da parte di coppie che, pur senza essere portatrici di vere e proprie patolo­gie della relazione, vivono la necessità di confrontarsi con un «terzo esterno» sui loro specifici disagi. Per questo intendia­mo rispondere a queste esigenze creando uno «sportello di ascolto»: uno spazio neutro che consenta alle coppie una pri­ma elaborazione del loro vissuto proble­matico e che sia in grado di indirizzarle verso una tipologia articolata di gruppi di «auto-aiuto». Prevediamo cioè gruppi «tematici» (sulla comunicazione, sul conflitto, sulle tematiche educative) al­l'interno dei quali le coppie approfondi­scano l'analisi del loro problema, lo con­frontino con problematiche analoghe vissute da altre coppie e ne condividano le speranze, le difficoltà, la fatica e i suc­cessi nella ricerca delle soluzioni.

Per realizzare questo progetto è in at­to un percorso formativo interno.

 

Per concludere...

Le iniziative e i progetti che l'équipe del Centro elabora e custodisce sono l'e­spressione e la testimonianza della no­stra personale e comune esperienza di come la relazione con l'altro sia la sola strada, difficile e meravigliosa insieme, verso la scoperta di sé e dell' altro. Stra­da che apre all'intuizione del mistero di un ALTRO da noi che ci dà senso e fidu­cia.

Paola Bassani

Da “Famiglia Domani” 4/2003
Sabato 30 Aprile 2005 21:05

Retrouvaille (Incontri matrimoniali)

Pubblicato da Administrator

Spazio famiglia

Spaziofamiglia è uno spazio autogestito a disposizione delle Diocesi Italiane nonché di altre realtà – civili o religiose –, movimenti, associazioni, che si occupano del lavoro con le coppie e le famiglie. In questo numero ospitiamo volentieri il contributo di Retrouvaille, frutto di «Incontro matrimoniale», movimento cattolico nato alla fine degli anni ’60 volto a migliorare e potenziare il rapporto di coppia, diffuso in vari stati del mondo e attivo in Italia dal 1978.

           

I "guaritori feriti" di Retrouvaille

Capacità relazionali ridotte all’osso, senso di fallimento personale esteso al rapporto con il proprio coniuge, sgretolamento dei valori familiari, scarsa fiducia di sé, appiattimento delle aspettative e delle prospettive di vita, astio, stato confusionale, senso di colpa; questi gli stati d’animo in cui spesso precipitano coloro i quali vivono «gli sgoccioli di un matrimonio infelice».

Queste sono alcune componenti della patologia di una coppia in crisi che sperimenta uno stato di «sofferenza permanente» ed è orientata ormai verso una vita rassegnata alla reciproca sopportazione se non già verso la separazione e il divorzio.

Le cause sono quelle si desumono facilmente dalle statistiche: incapacità di mantenere vivo il dialogo con l’altro dovuta a delusioni, dolore, indifferenza, mancanza di desiderio verso il compagno, scelte di vita che non convergono più, adulterio commesso o subìto, problemi di dipendenza da droghe o alcol, ecc.

Situazioni paludate e croniche di fronte alle quali, troppo spesso, la società sostiene scelte che puntano sull’autonomia e sull’autogratificazione «...se soffri taglia fuori dalla tua vita la causa del tuo dolore...» oppure «se l’innamoramento è finito è terminato anche l’amore», sull’onda del più consumistico degli slogan «usa e getta».

Oggi, è quasi prassi comune, ci si può dire addio dopo sei mesi o sessant’anni di vita passati insieme: separazione e divorzio sono opzioni reali a fronte di qualsiasi matrimonio contratto nella maggior parte delle religioni e in quasi tutti gli stati del mondo. È un segno dei tempi e forse dovrebbe connotare costumi sociali più civili ed evoluti. Però...

Però c’è anche chi prova ad andare controcorrente e tira in ballo temi come il valore del matrimonio, l’accettazione e il perdono dell’altro, la potenza dell’amore, una felicità di coppia possibile e concreta anche nei casi considerati spacciati.

A sostenere queste «folli tesi» sono i «guaritori feriti» di Retrouvaille (dal francese ritrovarsi), un programma a sostegno delle coppie che soffrono, diffuso a livello mondiale e ora presente anche in Italia.

 

Come e dove è nato           

Retrouvaille è frutto di «Incontro matrimoniale», un movimento cattolico nato alla fine degli anni ’60 volto a migliorare e potenziare il rapporto di coppia, diffuso in vari stati del mondo e attivo in Italia dal 1978.

Retrouvaille è stato creato con l’obiettivo di raggiungere le coppie in gravi difficoltà ed è nato in Canada nel 1977. I primi incontri si tennero nella provincia francofona del Quebec. Attualmente il programma, migliorato negli anni grazie al supporto di esperti, studiosi e alla formazione sempre più specifica degli animatori volontari, è attivo in quasi tutti gli Stati Uniti, in Canada, Australia, Costa Rica, Cuba, Bolivia, Irlanda, Messico, Nuova Zelanda, Filippine, Samoa, Singapore, Sud Africa, Trinidad, Zimbawe.

Dal 2002 è operativo anche in Italia per volere di monsignor Anfossi (attuale vescovo di Aosta), già presidente dell’Ufficio per la Pastorale Familiare della CEI, che ha dato incarico alla comunità italiana di «Incontro Matrimoniale» di avviare questa nuova esperienza.

Nell’aprile 2002 hanno avuto luogo a Torino e a Paestum due week-end di formazione curati da un sacerdote e da tre coppie, due americane e una sudafricana. All’iniziativa hanno aderito 85 coppie e 17 preti provenienti da varie regioni italiane. Nell’ottobre 2002 è decollato a Roma il primo programma di Retrouvaille con nove coppie iscritte, mentre nell’Aprile 2003 si è iniziato a Chioggia (Venezia) il secondo programma con la partecipazione di 12 coppie. Tutte le coppie partecipanti hanno continuato gli incontri la settimana successiva con la fase del post week-end, nelle rispettive regioni di provenienza.

 

Di che cosa si tratta      

Retrouvaille mette a disposizione dei possibili utenti una linea telefonica privata ed un sito Internet per fornire tutte le informazioni necessarie. Per partecipare al programma occorre il consenso individuale di entrambe i coniugi. Possono aderire coppie che vivono con sofferenza la loro relazione o stanno pensando alla separazione o già separate o divorziate legalmente appartenenti a qualsiasi religione o matrice culturale della cui identità verrà mantenuto il più assoluto riserbo.

Viene proposta in primo luogo la partecipazione ad un fine settimana ambientato in luoghi confortevoli e riservati (dalle ore 20,00 del venerdì alle ore 18,00 della domenica). Animano l’incontro tre coppie ed un sacerdote. I partecipanti non sono invitati a parlare in pubblico di questioni personali; si chiede loro semplicemente di ascoltare le testimonianze delle coppie animatrici e del sacerdote per poi dar luogo ad un «lavoro di elaborazione» che avverrà unicamente con il rispettivo compagno.

A mettersi in gioco di fronte al gruppo sono infatti gli animatori (per questo definiti «guaritori feriti»); essi raccontano le difficoltà, i disagi, le crisi che hanno attraversato nelle rispettive unioni. Anche il sacerdote parla apertamente attingendo al proprio vissuto.

Retrouvaille però non può ovviamente terminare solo con la conclusione del fine settimana: la ripresa di un dialogo, la riscoperta e il perdono verso l’altro non possono avvenire in tempi così brevi dopo anni di sofferenza. Pertanto si portano avanti i temi trattati con una serie di incontri (da sei a dodici) nei successivi tre mesi.

Dopo questo «consolidamento» le coppie possono decidere di aderire al Co.Re. (acronimo di «continuiamo l’esperienza di Retrouvaille»), un gruppo autogestito attraverso incontri quindicinali o mensili per continuare ad arricchire l’esperienza matrimoniale, trovare sostegno nelle difficoltà, mantenere vivo il dialogo e la relazione con l’altro.

Responsabili nazionali del programma Retrouvaille sono Guido e Rinuccia Lamberto.

«È un compito arduo – sottolineano insieme –: non è stato facile attivare l’organizzazione su tutto il territorio nazionale. Ma i segni e gli stimoli ad andare avanti sono stati frequenti e meravigliosi. Vedere rinascere l’amore tra coppie quasi rassegnate alla fine della loro unione rafforza quotidianamente i nostri intenti e la fede in Dio».

Si dichiarano anche loro «compagni di viaggio» delle coppie che approdano a Retrouvaille. «Siamo tutti in cammino. Nessuno di noi pretende di mostrare la via agli altri – sottolinea Rinuccia Lamberto –: non è sempre facile portare testimonianza di esperienze o momenti che ci hanno visto soffrire, dubitare, toccare con mano la delusione e lo sgomento. Ecco perché ci definiamo guaritori feriti. Il programma è fonte di crescita e confronto anche per noi animatori».

C’è infine un ultimo segreto da svelare. Nel momento stesso in cui una coppia si iscrive a Retrouvaille, viene affidata spiritualmente ad una «coppia angelo», la quale si impegna da quel momento e per i tre mesi successivi al week end ad accompagnare con la preghiera quotidiana i due coniugi segnalati, secondo la regola del reciproco anonimato.

Ecco perché Retrouvaille è, prima di tutto, un’esperienza cristiana. Tutti noi siamo chiamati ad assumerci delle responsabilità nei confronti delle coppie che vivono con sofferenza la loro relazione, aiutandole anche proponendo la partecipazione a questa esperienza a cominciare da sacerdoti, insegnanti, operatori familiari... fino alla singola coppia che crede ancora nei valori del matrimonio.


Rapporti con la Chiesa

Abbiamo riscontrato grande sostegno e collaborazione da parte dei responsabili dei principali uffici di pastorale familiare della Chiesa.

Oltre che da Mons, Giuseppe Anfossi siamo sostenuti dall’ex direttore nazionale dell’Ufficio famiglia Mons. Bonetti e dal suo attuale sostituto Don Sergio Nicolli che insieme si sono impegnati per diffondere la conoscenza dell’esperienza Retrouvaille, sia direttamente ad ogni singola diocesi italiana, sia attraverso organi di stampa cattolici.

In alcune diocesi è presente un referente locale di Retrouvaille.

 

Rapporti con la società civile

Molti responsabili della comunità civile italiana ci hanno assicurato il loro aiuto a diffondere attraverso i loro servizi sociali la disponibilità di un aiuto alle coppie anche attraverso Retrouvaille.

 

Rapporti con i terapisti

Abbiamo iniziato una collaborazione con le due principali organizzazioni cattoliche italiane di terapisti e consulenti matrimoniali, e attraverso i loro presidenti contiamo di far conoscere quest’esperienza di speranza in tutte le loro sedi che sono più di un centinaio in tutta Italia.

 

Pubblicità

Abbiamo fatto stampare migliaia di depliants di Retrouvaille, pubblicato decine di articoli su giornali locali e anche su quelli a diffusione nazionale, rilasciato interviste a radio e tv locali ed inviato news letter a decine di siti Internet italiani che si occupano della famiglia.

 

 

Informazioni: www.retrouvaille.it  -  Iscrizioni: tel. 0172/640964.

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