Lunedì, 11 Dicembre 2017
Giovedì 30 Dicembre 2004 19:35

Le braccia tese - Giovanni Scalera -

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 Le braccia tese

· Una spirale di violenza. Come uscirne?· Superando il narcisismo e quegli stereotipi di normalità che ci imbrigliano · Cercando di scoprire le fonti vere della violenza · Convertendoci ogni giorno alla pace · E testimoniando la bella notizia dell’amore.

Prima parte

Basterebbe soffermarsi qualche minuto a riflettere sui contenuti dei fatti di cronaca, per convincersi che siamo irrimediabilmente immersi in un mondo di violenza. L'antropologia ci insegna che la sopraffazione e l'aggressività fanno parte delle componenti che si sono evolute nel comportamento umano durante la selezione naturale: una risposta indispensabile al bisogno essenziale delle società primitive che dovevano cacciare, procurarsi il cibo, scegliere e difendere un partner. Accanto alle conferme che ci pervengono dagli studi di neuroscienze che hanno individuato nel sistema limbico, uno dei lobi in cui si divide il cervello, il centro responsabile dei comportamenti aggressivi, non possiamo trascurare la componente ambientale, responsabile del continuo strutturarsi di condotte violente. L'interazione fra natura e cultura rimane uno dei labirinti più affascinanti per chi desidera andare alla riscoperta del vero volto dell'uomo. Dalla prima manifestazione di pianto del neonato alla simultanea comparsa di angoscia e aggressività come conseguenza della privazione di cure materne, la nostra vita è un continuo modellarsi di risposte che procedono verso una pericolosa spirale. La frustrazione di un bisogno determina aggressività, sottolineando un modello comportamentale che tende a rinforzarsi nel tempo. Una visione con tante sfumature di grigio e niente rosa. La domanda più spontanea è: a chi spetta e come si può spezzare questa spirale?

Giovanni Scalera

Psicologo £ Siena

Da "famiglia domani" 3/99

 

Seconda parte

Oltre il narcisismo

In tutte le filosofie che hanno fatto da punto di riferimento per il cammino dell’uomo la presenza di contrapposizioni sembra il tema più visitato. Il bene e il male, l'attrazione e l'odio, la vita e la morte stanno a rappresentare i dualismi classici che l'uomo identifica con i colori bianco e nero, per giungere ai più tenui come desiderio e discrezione, intimità e riserbo, pudore e compartecipazione. A fare da sfondo alle molte variabili di questa tavolozza, sembra esistere l'amore come entità dai tratti che rimandano alla creatività e all'assoluto, molla incontrastata di tutte le culture, le etnie e le discipline che caratterizzano l'esistenza dell'uomo. Alla base di tutto c'è sempre questa spinta che non può prendere le mosse da un semplice slancio verso l'altro come oggetto desiderato e accettato in quanto "altro". L’amore risponde al bisogno di riconoscersi nell'altro - quasi un riflesso - in una finestra che apre il cuore, ma che in realtà diventa ancor più uno specchio. Lo stesso Freud, dopo aver intuito che la nostra crescita affettiva avveniva attraverso il superamento di varie fasi della nostra vita, approda alla conclusione che l'amore adulto è reso possibile dalla scoperta del narcisismo: in pratica siamo spinti ad amare ciò che si è stati e che non si è più o ciò che possiede le attitudini per sostituirsi ad un ideale dell'io non raggiunto. È facile intravedervi il paradosso e la contraddizione di un disegno misterioso: qualcosa che nasce e va oltre la metafora del narcisismo. Questo specchio, allora, può fare molto di più: permette alle figure che vi si riflettono di creare una adesione particolare l'una all'altra, fino al punto di fondersi insieme; permette di colmare uno spazio vuoto, sfuggendo da una sorta di scontentezza interiore e dal senso di inadeguatezza che ognuno, nella solitudine, prima o poi sperimenta. Per entrare in questo clima di festa, diventa indispensabile uscire dagli stereotipi di normalità nei quali siamo regolarmente imbrigliati; una cosa clic possiamo fare se riusciamo a coniugare il paradigma essenziale sul quale si snoda il filo conduttore di ogni storia d'amore: la passione. Il termine - passio dal latino, e pathos dal greco - ci riporta letteralmente al concetto di sofferenza e sopportazione il che la dice lunga sui molti ingredienti che compongono il poliedrico mondo delle attrazioni totali: affetto, desiderio, collera, gelosia, erotismo, competizione, fiducia, abbandono, odio, confidenza… e la serie potrebbe continuare con chissà quali arricchimenti, se la nostra cultura non definisse l'amore il più multiforme e creativo dei sentimenti. Da qui prende le mosse il requisito principale per la stabilità della coppia e, al tempo stesso, il pericolo più concreto per ogni tranquillità ed armonia. La versatilità con cui sappiamo creare può farci consapevoli dei confini che ci rendono individui unici e separati e contemporaneamente ci fa avvertire il desiderio struggente di diventare una cosa sola con la persona amata. E la condizione più eccitante e più commovente di questa umana tendenza è quella che si identifica con le pene d'amore: fonte di dolore ogni volta che si scoprono i confini dell'Altro e, nel tentativo di trascenderli, si arriva a constatare che alla totale intimità dei corpi fa riscontro una impenetrabilità delle coscienze.

Giovanni Scalera

Psicologo £ Siena

Da "famiglia domani" 3/99


 

Terza parte

Dove nasce la violenza

La società moderna può vantare un grosso successo: quello di aver teorizzato sulla inopportunità della violenza e di averla bandita dal contesto sociale. Ma davvero possiamo dire di averla sconfitta? Dopo aver passato in rassegna le opposte polarità come istruzione e ignoranza, ricchezza e povertà, ed avervi intravisto i segni della contrapposizione alla civile convivenza, i teorici dell'antropologia e della sociologia scoprono la esistenza di grosse sacche di questa piaga nell'ambiente dai tratti più insospettati: la famiglia. E la spiegazione appare semplice e plausibile: nelle strutture in cui esiste intimità, dove il vissuto biografico è maggiormente partecipato, esistono i maggiori attriti perché lì e soltanto lì si è capaci di superare la soglia del pudore e manifestarsi senza le maschere delle formalità e delle convenzioni. Così, il quadretto familiare che ogni nucleo mostra con orgoglio all'esterno delle proprie mura, ha la possibilità di trasformarsi in un polittico nel quale trovano spazio scene dal sapore discontinuo e illeggibili all'apparenza. A differenza di una pala d'altare, infatti, i cui pannelli ricostruiscono una storia incentrata sulla vita di un Santo o della Vergine, qui i momenti si alternano nella instabilità, nella imprevedibilità delle ricadute quotidiane. Una scoperta deludente, ma con qualche risvolto di speranza. Se l'intimità è il luogo che permette lo scatenarsi degli attriti, deve essere anche quello da cui partono le buone proposte: quelle che comunemente definiamo di buona volontà. Ed a questo richiamo, che è anche una proposta per cercare di mettere i figli in pace tra di loro, si rifanno ormai tutte le voci più autorevoli ed influenti del nostro pianeta. Ma quello dell'uomo di fine millennio sembra essere il destino di chi ha deciso di rinnegarsi continuamente: interessi sovranazionali, ricerche avanzate, invenzioni programmate, hanno ratto dell'uomo un essere non più attento alla sofferenza che lo circonda, ma distratto dalla tecnologia e dal superamento dei continui traguardi che gli si parano davanti. Dalla scoperta del meccanismo di caduta delle foglie ha intuito che si potevano creare erbicidi e defolianti; dallo studio sulla migrazione degli uccelli, ha intuito che agli stessi volatili potevano essere affidati agenti chimici e biologici da spargere impunemente. E ci si continua a spremere la mente nel tentativo di creare il cannone più intelligente o lo slogan capace di reclamizzare i prodotti da guerra destinati alle zone calde della terra, magari con un pizzico di ironia e umorismo macabro. Il pragmatismo e l'efficienza americana assicurano che "il carrarmato Phantom distrugge l’obiettivo con uno solo dei suoi razzi": la buona tradizione della tedesca Rheinmenal ricorda "novanta anni di armi e di munizioni: il progresso attraverso l'esperienza"; lo spirito turistico francese garantisce che "l'automitragliera Panhard funziona a meraviglia in ogni clima e latitudine". Non può essere questo il mondo di pace che ognuno di noi sogna, nè possiamo giustificarlo con l'esigenza di equilibrio che si regge sulla paura. In rapporto pubblicato dall'istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace si afferma che "tutte le guerre e guerriglie scoppiate dal 1945 ad oggi, all'interno delle regioni più povere del mondo, sono state combattute con armi fornite dalle potenze mondiali". I forti si fanno ormai la guerra per procura. Raoul Follereau si raccomandava con insistenza: "Datemi il corrispettivo del costo di un vostro aereo da guerra e vi debellerò la lebbra nel mondo intero". La terra è ormai piena di ferite, molte delle quali gliele ha procurate l'uomo, ferendosi a sua volta e decretando la propria distruzione. Esiste la guarigione? Pregare per la pace e non fare niente per difenderla è un controsenso. Le categorie della salvezza presuppongono un pericolo, un salvatore, un aiuto, una richiesta, un compagno di viaggio, un maestro, un testimone. Il tutto si può ricondurre ad un breviario di piccole azioni da seguire con umiltà: fare, imparare e insegnare. E l'ora della salvezza suona per tutti: basta ricordarsi che viviamo costantemente sotto il rischio di essere colonizzati dalle influenze altrui per non arrendersi e ritrovare nel piccolo dell'intimità il seme di un grande progetto di pace.

Giovanni Scalera

Psicologo ¢ Siena

Da "famiglia domani" 3/99

 

Quarta parte

Quarta parte

Quarta parte

Dove si costruisce la pace

L'amarezza delle analisi che siamo costretti a fare per guardare in faccia la realtà ci porta lontano da ogni angolo di serenità e ci immerge in un ritmo che ci nasconde le piccole, innumerevoli gemme di cui si cosparge il nostro cammino. Ma la terra guarisce dai propri mali perché gli uomini sanno stringere i pugni e rimettersi all'opera con uno zelo degno degli insetti: quello strano termine che in infinite altre occasioni crea imbarazzante incertezza tra ammirazione e stupidità. La nostra vita procede a meraviglia fin quando si muove tra le cose piccine. Quante volte un foglio, un fiore secco, fissando il ricordo di un luogo o di un incontro, sanno riproporre la follia delle emozioni apparentemente sopite!? E il pezzo di carta o l'appunto che assumono il posto di un talismano o della medaglietta del santo protettore!? E che dire della capacità con cui sappiamo scorgere, nei vari momenti della natura, il mutare delle epoche e degli affanni che si nascondono dentro di noi!? Il "duplice filar" dei cipressi contemplati con nostalgia dal Carducci, cambia fisionomia con il cambiare delle stagioni del poeta più che con quelle della natura. Non dobbiamo arrenderci alla scoperta delle cose semplici solo perché i grandi, con ostentata sufficienza, definiscono retorico questo atteggiamento. Viviamo immersi in un mondo troppo adulto e che pretende così tanto che alla fine è capace di farci sentire spogli come le piante nella stagione invernale. Un mondo così segnato dai documenti ufficiali che sa muoversi con la capacità di annullare ogni tendenza all'emozione. Ma la bellezza del creato è ancora lì ad attendere che l'uomo decida per la propria conversione (o inversione?). E una colpa credere ancora nelle cose che ci hanno dato gioia? C'è un pane rotondo che lentamente imbiondisce e che ad ogni istante della sua cottura porta sulla crosta la luce del giorno e il profumo dell'infanzia: c'è una notte piena di stelle perché l'aurora non perda la strada e perché, nella sua leggerezza, porti ogni mattina un paniere di rugiada; c’è una fiamma che scalda una canzone cantata ad un monello sulle ginocchia del nonno: e se quel carbone parlasse sarebbe orgoglioso di dirci che un giorno era figlio del bosco più bello: c'è un fiume che trotta e che, con la voce che gli hanno dato la neve e il vento, porta anelli e gemme ai fiori e mantelli d'argento alle cascate. Ma l'età dell'uomo sa portare anche brutti risvegli: troppo giovani per essere assolutamente semplici o tanto giovani da non sospettare che l'esistenza non è fatta di slanci improvvisi o di costanza ostinata, ma assai spesso di compromessi e dimenticanze. Fra l’egoismo di chi si arrocca sul progetto ambizioso di possedere sempre di più e chi sente che la propria vita potrebbe acquistare un sapore sempre nuovo se i propri sforzi fossero indirizzati a costruire rapporti più umani con gli altri uomini, la nostra antica saggezza sa venirci in aiuto, ricordandoci che la bellezza delle cose è legata alla loro caducità.

Giovanni Scalera

Psicologo ¡ Siena

Da "famiglia domani" 3/99

 

Quinta parte

Quinta parte

Quinta parte

Una bella notizia

Andiamo sempre alla ricerca di qualcosa che ci dia vitalità e ci faccia sentire interessati alle vicende di cui si compone il percorso umano. A volte anche un pizzico di curiosità per la cronaca può arricchire di sapore le nostre giornate, come accade per gli spiriti volubili che si sentono attratti da ogni novità, ma per i quali ogni novità scivola addosso senza lasciare traccia. Così come accade per chi ama la storia anche o solamente per andare a ricercarvi esempi di eleganza o spavalderia nelle disgrazie. Forse non abbiamo ancora scoperto la fonte più autentica della vitalità e ci contentiamo troppo spesso dei surrogati di gioia con i quali riusciamo a muoverci tra i vari impegni che i nostri ritmi ci impongono. Mi sono domandato spesso come vivremmo se fossimo circondati da belle notizie: un telegiornale che non conoscesse la cronaca nera, una politica basata sull'onestà, uno scambio interpersonale in cui fosse bandito il sospetto e l'obbligo della prudenza. Di sicuro, per una parte di umanità sarebbe un’utopia, o, forse peggio, una ipotesi da beoti. Per l'altra parte, sarebbe il mondo dei beati: quello che, dall'annuncio della Buona Notizia, crede che si possa raggiungere la gioia attraverso la purificazione operata dalla tribolazione. Un passaggio difficile e poco praticabile, soprattutto se lo si considera alla luce di quel comandamento che, letteralmente, il Signore consegnò alle folle assetate di belle notizie. "Beati i poveri, beati quelli che piangono, beati quelli che soffrono..." Oggi, in un linguaggio più moderno, attuale e laicizzato ci potremmo esprimere così: "Fortunati..., fortunati..., fortunati...". E, umanamente, verrebbe anche da domandarci quale risonanza sia lecito dare a questa invocazione della fortuna: di certo la bella notizia deve stare da qualche altra parte. C'è mai qualcuno che ringrazia il Signore per avergli messo accanto una persona che gli riempie la vita? Ecco: gli sposi sono per tutti una bella notizia e lo sono dal primo momento in cui fanno la loro gioiosa comparsa in pubblico. Ogni volta che danno una testimonianza d'amore, vanno, con le braccia tese, incontro al mondo per partecipare la gioia che è in loro e portare un messaggio di speranza. Lo sono quando presentano i figli e si impegnano ad essere i loro educatori; lo sono quando mostrano coesione contro le difficoltà e volontà di ricominciare; lo sono quando si tengono per mano per prepararsi all'ultimo distacco. Questa è la bella notizia che c'è in ogni storia e che può affascinare lontano dai rumori e dalla curiosità morbosa. Ogni persona porta in sé l'incanto di una magia, ben sapendo che il senso del reale e delle responsabilità deve prendere sempre il sopravvento perché, alla fine, niente è più insopportabile che essere condannati a vivere in una fiaba.

Giovanni Scalera

Psicologo ¡ Siena

Da "famiglia domani" 3/99

Ultima modifica Domenica 20 Febbraio 2005 17:36

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