Venerdì, 20 Ottobre 2017
Giovedì 30 Dicembre 2004 19:58

Dalla appropriazione alla cooperazione. Per educare i rapporti

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 Dalla appropriazione alla cooperazione. Per educare i rapporti

· Una "ricetta" pratica per imparare a relazionarsi agli altri in un orizzonte di cooperazione · È in esso che ci si prepara, fin da giovani, all’impegno sociale e politico · Per realizzare questa ricetta non basta mescolare gli ingredienti e aspettare cinque minuti. Serve pazienza. · La pazienza, e soprattutto la passione, di ogni educatore degno del nome.

Vorrei proporvi una ricetta... La cooperazione come un minestrone?

Un minestrone (o minestra di verdura) se fatto bene si mangia volentieri, sollecita/solletica i sensi, sembra non finire mai. È chiaro che la preparazione non deve essere superficiale, non possiamo comprare una busta surgelata, aprirla, buttarla nella pentola, aggiungere un po' d'acqua e di sale (per forza, siamo sempre di corsa...) e tutto è pronto. Non siamo in uno spot pubblicitario. Se vogliamo preparare un minestrone che sia invitante, che si faccia mangiare anche da Mafalda (che notoriamente aborre le minestre ma se ne intende di come va il mondo) occorre seguire la ricetta con tutti gli accorgimenti del caso.

RICETTA:

MINESTRONE "COOPERAZIONE"

Ingredienti:

  • L'ALTRO

"Apprezzare un individuo nello stesso modo in cui si apprezza un tramonto".

Il Piccolo Principe prendeva la sua seggiolina, si sedeva e guardava i tramonti. Spostandosi ogni volta un poco. Finché ne aveva bisogno.

Penso che possa essere proprio questo l'atteggiamento da cercare nella relazione con l'altro. Un caro amico mi ha detto un giorno che quando arriva un bambino in una famiglia "...bisogna accoglierlo come un re". Con stupore, meraviglia, con il desiderio di scoprire che cosa ci porta in dono. Molto spesso, invece, l'altro non è fonte per noi di curiosità, bensì di preoccupazione, di timore, di incertezza.

L'altro è un ingrediente fondamentale. Senza di lui siamo soli, non riusciamo a definire noi stessi, a confrontarci. L'altro è importante per noi perché è attraverso di lui che abbiamo fatto le prime esperienze del mondo, che abbiamo provato il senso di fiducia e di sicurezza che ci ha permesso poi di intraprendere il lungo viaggio verso l'autonomia. Trasmettere questa fiducia è uno dei compiti fondamentali di un educatore/genitore: per ciascuno di noi è importante sapere che c'è qualcuno che ci apprezza per quello che siamo, ed è pronto ad accorrere in nostro aiuto, che sa quando è il momento di sostenere ma anche quando è bene che facciamo da soli, per potersene poi rallegrare insieme.

L' altro è sopra ogni cosa un ingrediente unico. Occorre non dimenticarsene mai, altrimenti si corre il rischio di pregiudicare la ricetta fin dall'inizio.

  • LA CURIOSITÀ

Curiosità è quell'atteggiamento che ci spinge a voler conoscere, non per avere qualcosa in più, ma perché mi rivela un nuovo aspetto dell'altro. Perché non prenderci un poco di tempo per stare a guardare: i bambini che giocano, un uccello che costruisce il nido, le formiche che vanno avanti e indietro, la gente che fa la spesa al mercato...? e lasciare che le domande vengano fuori da sole, senza fretta, stimolandone magari altre. Anche qui abbiamo da imparare molto dai bambini: è la curiosità che li spinge ad apprendere, oltre al desiderio di emulare figure significative, è sempre la curiosità che li porta a smontare qualcosa per vedere cosa c’è dentro. Direi di non perdere, e anzi incoraggiare, l'impulso a non fermarsi alla prima occhiata, ad andare oltre, pensando all'altro come ad uno di quei palazzi delle fiabe in cui ogni porta che viene aperta rivela un tesoro ancora più grande. Quando cogliamo nei gesti, nello sguardo, nel modo di fare di un'altra persona qualcosa che ci rivela un suo aspetto imprevisto, ecco che spunta la curiosità di saperne di più, di cogliere "quest'opera d'arte" in tutta la sua interezza.

  • L'ASCOLTO

"E ci mettemmo seduti ad ascoltare il tramonto…"

Quando Siamo di fronte ad un paesaggio che ci colpisce profondamente, tutti i nostri sensi sono chiamati in causa: a ciò che vediamo associamo sensazioni, odori, sapori, suoni e rumori. L’ascolto deve essere intensamente partecipato. Occorre prestare "attenzione alle parole, ai pensieri, ai toni sentimentali, al significato personale e anche al significato che è sotteso all'intenzione cosciente di colui che parla".

È necessario un atteggiamento empatico, vale a dire, per rimanere nella metafora precedente: sentirsi tutt'uno col tramonto, ma pienamente coscienti di essere se stessi, una figura nel paesaggio. Ascoltare in questo modo non è facile e non sempre può prodursi: occorre avere la mente sgombra dai propri fardelli, essere disponibile ad accogliere e soprattutto non sostituirsi all'altro, non attribuirgli i nostri pensieri, le nostre conclusioni. Accettare quindi lo stato d'animo che l'altro ci presenta (collera, tristezza, disperazione, allegria...), ricordandosi che "gli stati d'animo sono transitori", che l'altro è una persona distinta da noi e ha il diritto di essere ciò che è. Oltre a saper riconoscere l'emozione, il sentimento comunicato dall'altro, occorre porgere l'orecchio anche a ciò che ci risuona dentro. Spesso di fronte ai capricci di nostro figlio, alle provocazioni di un allievo, alle insistenze di un collega di lavoro, ci siamo probabilmente sentiti pervadere da una profonda irritazione, rabbia, impotenza. Per evitare di essere sopraffatti da questi sentimenti e riversarli sull'altro con forza eccessiva può essere utile fare una "pausa" (il vecchio consiglio: "fai un respiro lungo e conta fino a 10") e provare ad appuntarsi nel taccuino della memoria di indagare poi con calma ciò che è risuonato in noi della nostra storia. Questo "esercizio" può aiutarci a comprendere ed accettare certi "nervosismi" dei bambini, la loro apparente resistenza ai nostri richiami mentre sono impegnati in un gioco o nella lettura, cercando di tener separato ciò che è la posizione dell'altro dal nostro sentire interno e ciò che mette in moto.

Se abbiamo la fortuna di non trovarci da soli a gestire una situazione per noi problematica o difficile, può essere buona cosa "passare la palla" a chi ci affianca. Questo non per delegare né per scaricarsi delle responsabilità, quanto piuttosto per avere la possibilità di mettere distanza tra la situazione e noi, di vederla da un altro punto di vista (sono io che osservo un altro che gioca un ruolo simile al mio). Certamente non è facile fare ciò e spesso ce ne manca l'umiltà, ma può aiutare a non entrare in una escalation simmetrica con chi o ci sta di fronte e, sopratutto, a vedere colui o colei che ci affianca in un compito educativo come una figura di supporto, con cui collaborare, confrontarsi, cui appoggiarsi pronti a ricambiare nel momento del bisogno.

  • LA VALORIZZAZIONE

"Non si può mica tirar fuori le parole e basta. Le parole atterrano sempre da qualche parte e quando atterrano su di lui, che è così fragile per via del modo in cui è cresciuto, allora è la fine".

Sarà frutto della nostra educazione, sarà l'abitudine a cercare il pelo nell’uovo, ma troppo spesso mettiamo l'accento su ciò che non va, su come le cose andavano fatte, ecc. E ancora più spesso fatichiamo ad accogliere complimenti. Qualcuno dirà che sono suggerimenti ormai scontati, ma credo sia opportuno averli sempre presenti: sottolineare il positivo nell'altro e nelle mie azioni, apprezzare lo sforzo che viene compiuto, anche se il risultato non sempre è ottimale. Non necessariamente la valorizzazione passa attraverso le parole: possono essere piccoli gesti (un bigliettino, un fiore, 5 minuti di tempo tutto per l'altro...). Può essere il non fare o non dire niente mentre l'altro sta facendo o dicendo. Valorizzare è anche saper aspettare, rispettando i tempi dell'altro, avendo fiducia nel suo risultato finale (che può anche non essere quello che noi abbiamo in mente). E. Erikson, nel suo libro "Infanzia e Società", descrive come gli adulti di una tribù indiana abbiano atteso con pazienza e senza intervenire che una bambina di tre anni chiudesse la pesante porta che immetteva nella stanza. Essi spiegarono in seguito alla ricercatrice, che aveva assistito stupita alla scena, che nessuno di loro era venuto in aiuto alla bambina perché tutti sapevano che era in grado di farcela e che quello era un compito proporzionato alla sua età. "Il punto essenziale di questo modo di educare i bambini è che il bambino deve essere educato fin dall'infanzia a partecipare responsabilmente alla società e all'idea che i compiti clic gli vengono proposti sono all'altezza delle sue capacità".

La relazione educativa è un apprendimento reciproco, non è mai un discorso a senso unico. Credo che uno dei più grossi regali ricevuti dalle persone incontrate nel mio lavoro e non, in tutti questi anni, sia stato propria la possibilità dì ricevere spunti, stimoli, suggerimenti - anche indiretti -- per migliorare il mio modo di stare con l'altro, per acquisire maggior fiducia nelle mie capacità, per rivedere alcune mie posizioni e trovare, insieme, degli aggiustamenti. E, come si fa quando si riceve un regalo, può essere importante ringraziare: riconoscere cioè all'altro il contributo che egli ha dato alla nostra crescita.

Ricordiamoci anche che ciascuno di noi ha risorse interne per risolvere i problemi, ed essere coscienti di questo significa dare uno spazio alla capacità personale di attivarsi, di reagire, di trovare risorse. E forse troppo spesso dimentichiamo anche che ognuno ha diritto ad avere un angolo proprio, delle attività interessanti e stimolanti dove potersi rifugiare quando "le pile sono scariche". Il ritrovarsi, dopo la ricarica, può avere così una maggiore spinta allo stare e fare delle cose insieme.

  • IL CONFLITTO

"Una volta lei disse: - Voglio un pianoforte - e lui seppe che in breve un mostro nero sarebbe stato piazzato nella stanza. Egli disse: - No, io non compro nessun pianoforte -.

Lei pianse.

- Non voglio pianoforti - disse lui e andò dai suoi carillon"

Il conflitto è ancora troppo spesso vissuto come qualcosa da evitare, un contesto dove, per forza, ci devono essere vincitori e vinti. Sforziamoci di provare a vederlo come un momento in cui vengono espressi i differenti modi di percepire una situazione, dove sono portati in prima istanza propri desideri ed esigenze. Spesso, è inevitabile, emerge in questa occasione una forte carica di aggressività, che serve a difendere la propria posizione, il punto di vista personale. Ma questa forza non deve servire a schiacciare l'altro (se questo succede, la volta successiva il desiderio di rivalsa sarà ancora più forte), può venire invece utilizzata per provare a trovare soluzioni comuni, caratterizzate non da un risultato a somma zero (uno perde e l'altro vince) ma piuttosto da una migliore possibilità, trovata insieme, e che permette a tutti di portare a casa qualcosa. In primo luogo la soddisfazione di aver lavorato con altri per un risultato che non penalizza nessuno... La capacità di esprimersi attraverso il linguaggio è uno strumento fondamentale: permette di chiarire il proprio punto di vista, esprimere le emozioni, ipotizzare altre soluzioni. P. Freire ha detto: "Se gli uomini trasformano il mondo dandogli un nome, attraverso la parola, il dialogo si impone come cammino per cui gli uomini acquistano significato in quanto uomini. (...) E poiché è un incontro di uomini che danno un nome al mondo, non deve essere l'elargizione degli uni agli altri. È un atto di creazione. Quindi non può essere morboso strumento di conquista dell'altro. La conquista, implicita nel dialogo, è quella del mondo, che i due soggetti realizzano insieme"

"Una volta trovati gli ingredienti può iniziare la preparazione. È ovvio che quantità, maturazione, abilita nell’utilizzo dei vari strumenti di cucina, variano in relazione al cuoco e alle sue caratteristiche personali, così come il sapore può variare con le stagioni. L'importante è che ci venga messo del tempo: è lui che dà più gusto."

  • IL LAVORO SU SE STESSI

È un altro ingrediente che consiglio: "Un sentiero senza cuore non è mai piacevole. Devi lavorare duramente anche per prenderlo. E d’altra parte, un sentiero che ha un cuore è facile, amarlo non costa fatica"

Il sentiero faticoso per noi, e non ce ne rendiamo conto, è molto spesso costituito dal "dover essere": dei buoni educatori, dei buoni genitori, dei buoni figli, mogli, mariti, ...insomma delle persone "come si deve essere". Senza pensare che, anche se fosse stata stabilita una definizione di perfezione, potrebbe essere un punto di arrivo a cui non giungeremmo mai, perché "la perfezione non è di questo mondo". Quindi è forse molto più piacevole seguire il sentiero che ha un cuore, intendendo con questo non il lasciare che le cose vadano come sono "perché tanto io sono fatto così", ma l'essere disponibili a rischiare se stessi nella relazione. A mettersi in gioco c'è tutto da imparare, sia dagli errori che dai successi. E, soprattutto, si vive.

A questo punto occorre mescolare gli ingredienti, lasciarli insaporire, e farli cuocere lentamente. Se i genitori, e in particolare la madre, non sostengono il bambino infondendogli sicurezza, avranno più difficoltà in seguito a spingerlo verso il mondo esterno (ciò che A. Adler ritiene fondamentale per lo sviluppo del sentimento sociale dell’individui, che lo porterà a svolgere le proprie attività per fini sociali alla comunità). Senza la sicurezza viene meno la curiosità, la disponibilità al confronto con l'altro, la capacità di mettersi in gioco.

  • LA COOPERAZIONE

"Se tutti facessero ciò che devono fare staremmo tutti meglio... Chiedere alla gente di fare ciò che è necessario, non quello che sarebbe meglio, o più conveniente, o più vantaggioso, o più rivoluzionario. Solo e soltanto ciò che bisogna fare, basta".

Cooperare è effettivamente in opposizione a competere? R. Vittori, in un suo articolo, sottolinea come la competizione è tutto per riuscire a raggiungere un obiettivo condiviso, lavorando insieme. Infatti solo attraverso il confronto di punti di vista e capacità si può arrivare ad una definizione di ciò che si è, e che si è in grado di fare rielaborando l'immagine di sé stessi e dì chi ci sta di fronte. Quindi un mettersi alla prova di fronte all'altro, non per primeggiare su di lui (competitività), ma per poter mettere al meglio in comune le potenzialità possedute.

Come cooperare? Credo, innanzitutto, sentendosi parte di un'équipe: la famiglia, il posto di lavoro, il quartiere in cui si vive, la propria città, la terra su cui abitiamo. Il grado di coinvolgimento è ovviamente differente, ma è importante sentirsi responsabili e interdipendenti. Da qui le proposte educative possono essere le più varie: coinvolgere i membri della famiglia non solo nei compiti quotidiani (lasciare che i bambini, anche quelli più piccini, cucinino insieme con noi anche solo con un impasto di farina e acqua, collaborino alla gestione della casa, facciano piccole commissioni...) ma anche nella progettazione di momenti piacevoli (gite, vacanze, inviti...).

Far cogliere la connessione tra le azioni quotidiane e gli effetti ad un livello più vasto (raccolta differenziata: perché?; scelte di tipo economico e di volontariato: quali sono le motivazioni che ci stanno alla base? Quali benefici per gli altri, per noi? perché tenere una città pulita? perché rispettare i servizi che ci vengono erogati e di cui usufruiamo?), incoraggiare la solidarietà tra amici, compagni (compiti, scambio di giochi, disponibilità della propria abitazione per incontrarsi...), stimolare la partecipazione ad attività di gruppo (associazionismo, sport, vacanze...), che se per un verso possono limitare l’individualità, per l'altro forniscono modelli di identificazione e la possibilità concreta di sperimentarsi capaci di fare insieme con gli altri.

Come detto fin dall'inizio, questa non è una ricetta pronta in 5 minuti. Perché riesca bene ci vuole pazienza. Saper aspettare, provare a ricominciare, imparare dai propri errori. Ricercare il confronto con gli altri può essere un vero momento cooperativo. Condividere con l'altro i miei dubbi, le mie fatiche, le mie piccole soddisfazioni diviene cooperazione se mi ci sono avvicinato con l'atteggiamento del ricercatore, se invece voglio conferme, soluzioni, ricette pronte, al massimo porto a casa il frutto di un'ennesima gara all'insegna della competitività.

Al termine di tutto questo mi permetto di dare ancora un consiglio: le parole acquistano significato nella misura in cui le faccio mie. Credo che quanto ho cercato di comunicare abbia innanzitutto un significato per me, sia collegato a situazioni, persone, suoni e profumi. Sarei contenta se alcune di queste mie parole diventassero anche vostre...

Angiola Brumana

Educatrice — Asti

Da "Famiglia domani" 3/99

Ultima modifica Domenica 20 Febbraio 2005 18:08

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