Martedì, 12 Dicembre 2017
Giovedì 30 Dicembre 2004 20:51

La violenza dell'ingiustizia - Ettore Masina -

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 La violenza dell’ingiustizia

· È possibile definire "civiltà" un mondo in cui i diritti umani vengono sempre più scandalosamente calpestati e negati? · Scelte planetarie sbagliate e fonte di infelicità per tutti · Un orizzonte che si fa sempre più oscuro anche per la società del benessere · È necessario cambiare… ma serve coraggio!

Prima Parte

Un miliardo e 200 milioni di persone nostre contemporanee non dispongono di un dollaro al giorno: cioè non possono nutrirsi a sufficienza, non possono curarsi adeguatamente, sono analfabete. Nel cinquantesimo anniversario della solenne Dichiarazione dei diritti umani proclamata dalle Nazioni Unite, queste creature, se anche vivessero in nazioni perfettamente democratiche, sarebbero pur sempre inchiodate alla schiavitù di chi non ha forza nè parole per rivendicare il primo e più basilare diritto: quello alla sopravvivenza. È molto bello e assolutamente necessario che vi siano su tutta la terra grandi movimenti popolari contro la pena di morte o attenti alla mancanza di libertà di stampa, di religione, di organizzazione politica e via dicendo in paesi anche geograficamente vicini o che ci sono accanto nella NATO: e anzi questi movimenti andrebbero assai più sostenuti di quanto oggi avvenga; e però, mentre le condanne a morte assommano alla spaventosa cifra di 30 mila casi all'anno, ogni giorno muore un numero anche maggiore di bambini, condannati a morte da denutrizione, polmonite o dissenteria anche se vaccinare un piccino contro le sei principali malattie killer della miseria costa 14 mila lire. È ben giusto - e anzi: doveroso - esprimere solidarietà ai "dissidenti" perseguitati da governi illiberali: ma quale dignità riconosciamo a creature (ne ho viste a migliaia a Bombay, a Hong Kong, a Montevideo e in Brasile) costrette a vivere (cioè ad abitare, a cercare cibo e vestiti) nei grandi mondezzai che contornano le metropoli del cosiddetto Terzo Mondo? Noi che - dice una statistica che riguarda i paesi dell'OCSE. dunque l'arca geografica ed economica della quale facciamo parte - produciamo 500 chili a testa di rifiuti ogni anno: il 20% e più ancora commestibili?

Ettore Masina

Giornalista ¡ Roma

Da "Famiglia domani" 3/99

 

Seconda Parte

Lo scandalo di una "civiltà"

Ci si vergogna persino a citare queste cifre, tanto sono risapute; e però esse rappresentano lo scandalo di una civiltà nella quale siamo, tutto sommato, bene inseriti, noi, gente del Nord; e questo scandalo che dovrebbe orientare la nostra vita (soprattutto quella di chi crede in un Cristo che ha voluto identificarsi nei poveri e ha annunziato che è sull'amore portato ai poveri che pronuncerà il giudizio dell'Ultimo Giorno) viene invece sospinto ai margini delle riflessioni e dei comportamenti della nostra vita quotidiana: e difatti accettiamo senza obiezione di coscienza (e senza opposizione politica) che economisti di grande nome sostengano che una quota di disoccupazione, di aree sottosviluppate, di "cantoni neri", di immensi gruppi umani considerati "esuberi" sono disgraziatamente "fisiologici", cioè inevitabili (dunque voluti dal Creatore?). Il progresso, l'espansione dei mercati - si spinge a dire più caritatevolmente il Fondo Monetario Internazionale, "potere forte" della politica mondiale sistemerà le cose: in tempi luoghi naturalmente; il che vuol dire che intanto, per generazioni, i poveri continueranno a fiorire. "Avevo fame e tu non mi hai nutrito".

Come sempre? Può darsi; ma è vicenda planetaria che oggi si riveste di responsabilità nuove..

Primo: abbiamo elaborato negli ultimi due secoli consapevolezze sulla dignità dell'uomo, ma le applichiamo, in pratica, soltanto a noi e ai nostri condomini di un'area di privilegi.

Secondo: abbiamo accumulato cognizioni scientifiche che ci consentirebbero di trasformare la Terra in un pianeta sul quale un'umanità solidale potrebbe vivere in serenità; ma preferiamo investire su un progresso che aumenti la nostra ricchezza: non ci sembra ferocemente assurdo che mentre una sonda spaziale corre verso i confini dell'universo e i ricercatori indagano l'infinitamente piccolo vi siano popoli a cui è negato il diritto all'esistenza. Né possiamo dire, come invece si dice, che mancano i mezzi finanziari: con quanto gli Stati Uniti e i loro alleati (italiani compresi) hanno speso nella prima guerra del Golfo (per non parlare della seconda, ormai cronica) si sarebbe potuto redimere la condizione economica di un continente come l'Africa...

Terzo: mai la porzione ricca dell'umanità è stata tanto ricca e le differenze economiche fra popolo e popolo sono state così grandi. Credo che a tutti noi capiti di pensare almeno qualche volta, che accanto alla fame del Sud ci sia, altrettanto triste, una obesità di cose che stravolge ml Nord. Due auto, due o tre televisori per famiglia, elettrodomestici che invece di liberare la donna dai lavori casalinghi le propongono sempre nuovi obiettivi consumistici, "tenute" per il tempo libero che costano milioni e, a guardarle bene, sono del tutto superflue, sussiegosi status-symbols.

E fossimo almeno felici! Ma come esserlo se, volenti o nolenti, ci raggiunge inevitabilmente il pensiero che, mentre in tutta buona fede giuriamo di amare i nostri bambini, permettiamo che essi siano rapinati delle risorse che la natura ha preparato per loro? Quale vita dovranno affrontare nel 2025? Quali condizioni ambientali del globo? Quale acqua, quale ossigeno, quale pace? Nei paesi del Sud è già visibile quale può essere il futuro dei nostri figli. Mi limito alle mie esperienze personali: voli sull'Amazzonia e vedi i pennacchi di fumo di cinquanta, cento incendi che bruciano il polmone verde della Terra per creare nuovi pascoli per le bestie da fast-food; aree che in pochi anni saranno del tutto sterili, e per sempre, voli sull’Africa e per ore non vedi un albero là dove milioni di profughi hanno cercato scampo da guerre sostenute dai nostri mercanti d'armi o dove immensi foreste sono state disboscate da nostri mercanti del legno; in luoghi di addensamenti umani e miserabili, in tutto il cosiddetto Terzo Mondo, vedi i misfatti di un'industria ad altissimi rischi ambientali, i cui stabilimenti, cacciati dalla protesta "verde" europea o nordamericana, sono stati portati là dove è facile corrompere i governanti e schiacciare i sindacati; vi nascono bambini deformi e anche mostruosi o tarati per sempre. E i salari che vi vengono pagati ai lavoratori costituiscono una minaccia non soltanto per la salute loro e delle loro famiglie costrette a vivere in miserabili favelas ma anche per l'occupazione dei lavoratori del Nord: per capirlo basta paragonare il reddito di un metalmeccanico della FIAT italiana con quello di un metalmeccanico della Fiat Betim, a Belo Horizonte, Brasile: dieci volte minore. E ancora: ho visto curare nell'Ogaden, da meravigliosi medici italiani bambini saltati su mine di fabbricazione italiana, imparziabilmente vendute alla Somalia e all'Etiopia quando le due nazioni erano in guerra... Ho letto le statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’uso di pesticidi cancerogeni o castranti nelle grandi piantagioni delle multinazionali; ho visto al lavoro piccoli schiavi che fabbricavano generi di abbigliamento per famose "griffe" italiane.

Ettore Masina

Giornalista ¡ Roma

Da "Famiglia domani" 3/99

 

Terza Parte

Terza Parte

Terza Parte

Un panorama di alienazioni o di sconfitte

Tale è il panorama del Sud della terra, all'inizio del Terzo Millennio cristiano, con l'aggiunta che il sistemi in ciu viviamo genera inevitabilmente sacche di miseria anche nel Nord. Per esempio: in nome di una razionalità che è soltanto astrattamente tale e calunniosa delle reali radici e dimensioni della povertà, si demolisce ovunque io stato sociale; i risultati cominciano a essere inequivocabili. Il panorama che ne consegue - cito da un recente rapporto dell'OECD (Organization for Economie Cooperation and Development) cioè dell'organizzazione che riunisce i 29 paesi più industrializzati del nostro pianeta -. è impressionante. Gli Stati Uniti guidano la triste classifica della miseria con il 17,1% di cittadini nella condizione di "più che poveri"; al secondo posto c'è l'Italia con il 14,2. Queste percentuali riguardano l'anno 1993 e segnano, per l'Italia, un impressionante aumento del 3,9% nei confronti del decennio precedente. Il trend non è mutato negli anni seguenti secondo i rapporti della Commissione della presidenza del Consiglio dei ministri per la lotta alla miseria.

Ma se si vuole tenere aperti gli occhi davanti alle storture del mondo che il neoliberismo va costruendo per noi e per i nostri figli bisogna contemplare anche fenomeni meno evidenti. Per esempio; Marx denunziò più di cento anni fa le alienazioni prodotte da un lavoro servile cui l'operaio veniva sottoposto senza possibilità di esercitare creatività e di maturare libertà. Oggi le caratteristiche del lavoro sono, dal punto dì vista psichico, psicologico e culturale peggiorate non soltanto perché gli strumenti di difesa dei lavoratori (i sindacati…) sono in crisi di fronte a un progresso tecnologico che taglia drasticamente l'occupazione, non soltanto perché l'organizzazione transnazionale delle maggiori imprese sposta dall'uno all’altro paese, secondo rigidi criteri di guadagno, finanziamenti e occasioni di lavoro. Il fatto è che oggi un prodotto è molto spesso un assemblaggio di parti anche minuscole fabbricate in stabilimenti diversi fra loro: l'operaio (e spesso anche il tecnico) non è in grado di conoscere, tanto meno di comprendere, il progetto per il quale lavora. E la "flessibilità" non accompagnata da un' adeguata cultura finisce per rendere anche più nebulose e minimali le competenze del lavoratore, la sua stessa identità.

Infine (ma soltanto perché lo spazio per questo intervento è quasi esaurito) non si può tacere la questione dell'uomo-oggetto a tutti i livelli, l'uomo-esubero, il cinquantenne prepensionato o posto in cassa integrazione. Il miglioramento delle tecniche mediche gli allunga la vita, il sistema produttivistico e la riduzione del welfare gliel'avvelena.

Ettore Masina

Giornalista ¡ Roma

Da "Famiglia domani" 3/99

 

Quarta parte

Quarta parte

Quarta parte

Dove sono finite le speranze?

I giovani guardano e sono spaventati. O, anche, la paura impedisce loro di guardare. È stato pubblicato l'anno scorso il IV Rapporto ASPER, Istituto di formazione e ricerca, e da esso risulta che oltre il 50% dei giovani pensa che la società prossima futura sarà una società più egoista, più razzista e più violenta di quella di oggi. Quasi il 50% dei giovani pensa che la società prossima futura sarà meno democratica, meno solidaristica, meno allegra di quella d'oggi. A pensare che la società futura possa essere meno razzista, meno egoista, meno illegale, meno violenta di quella di oggi sono soltanto 20 giovani su 100 o anche meno. Lo psicologo Massimo Ammaniti, il quale stilla crisi giovanile ha scritto pagine penetranti, si chiede: "Dove sono finiti i giovani che rifiutano le prospettive del mondo adulto, che contestano una società che non investe sulle nuove generazioni, che sognano mondi e frontiere diverse? È più facile vedere quelli che si tormentano nell'opaca insoddisfazione quotidiana, tempestando il proprio corpo di tatuaggi e orecchini". Che equivale a chiedere: dove sono finite le speranze dei giovani?

Che fare? È possibile cambiare? Io credo di si. Ma il discorso, allora, deve continuare coraggiosamente. Ci ricordiamo ancora che lo sviluppo della Creazione ci è stato affidato?

Ettore Masina

Giornalista ¡ Roma

Da "Famiglia domani" 3/99

Seconda Parte

Lo scandalo di una "civiltà"

Ci si vergogna persino a citare queste cifre, tanto sono risapute; e però esse rappresentano lo scandalo di una civiltà nella quale siamo, tutto sommato, bene inseriti, noi, gente del Nord; e questo scandalo che dovrebbe orientare la nostra vita (soprattutto quella di chi crede in un Cristo che ha voluto identificarsi nei poveri e ha annunziato che è sull'amore portato ai poveri che pronuncerà il giudizio dell'Ultimo Giorno) viene invece sospinto ai margini delle riflessioni e dei comportamenti della nostra vita quotidiana: e difatti accettiamo senza obiezione di coscienza (e senza opposizione politica) che economisti di grande nome sostengano che una quota di disoccupazione, di aree sottosviluppate, di "cantoni neri", di immensi gruppi umani considerati "esuberi" sono disgraziatamente "fisiologici", cioè inevitabili (dunque voluti dal Creatore?). Il progresso, l'espansione dei mercati - si spinge a dire più caritatevolmente il Fondo Monetario Internazionale, "potere forte" della politica mondiale sistemerà le cose: in tempi luoghi naturalmente; il che vuol dire che intanto, per generazioni, i poveri continueranno a fiorire. "Avevo fame e tu non mi hai nutrito".

Come sempre? Può darsi; ma è vicenda planetaria che oggi si riveste di responsabilità nuove..

Primo: abbiamo elaborato negli ultimi due secoli consapevolezze sulla dignità dell'uomo, ma le applichiamo, in pratica, soltanto a noi e ai nostri condomini di un'area di privilegi.

Secondo: abbiamo accumulato cognizioni scientifiche che ci consentirebbero di trasformare la Terra in un pianeta sul quale un'umanità solidale potrebbe vivere in serenità; ma preferiamo investire su un progresso che aumenti la nostra ricchezza: non ci sembra ferocemente assurdo che mentre una sonda spaziale corre verso i confini dell'universo e i ricercatori indagano l'infinitamente piccolo vi siano popoli a cui è negato il diritto all'esistenza. Né possiamo dire, come invece si dice, che mancano i mezzi finanziari: con quanto gli Stati Uniti e i loro alleati (italiani compresi) hanno speso nella prima guerra del Golfo (per non parlare della seconda, ormai cronica) si sarebbe potuto redimere la condizione economica di un continente come l'Africa...

Terzo: mai la porzione ricca dell'umanità è stata tanto ricca e le differenze economiche fra popolo e popolo sono state così grandi. Credo che a tutti noi capiti di pensare almeno qualche volta, che accanto alla fame del Sud ci sia, altrettanto triste, una obesità di cose che stravolge ml Nord. Due auto, due o tre televisori per famiglia, elettrodomestici che invece di liberare la donna dai lavori casalinghi le propongono sempre nuovi obiettivi consumistici, "tenute" per il tempo libero che costano milioni e, a guardarle bene, sono del tutto superflue, sussiegosi status-symbols.

E fossimo almeno felici! Ma come esserlo se, volenti o nolenti, ci raggiunge inevitabilmente il pensiero che, mentre in tutta buona fede giuriamo di amare i nostri bambini, permettiamo che essi siano rapinati delle risorse che la natura ha preparato per loro? Quale vita dovranno affrontare nel 2025? Quali condizioni ambientali del globo? Quale acqua, quale ossigeno, quale pace? Nei paesi del Sud è già visibile quale può essere il futuro dei nostri figli. Mi limito alle mie esperienze personali: voli sull'Amazzonia e vedi i pennacchi di fumo di cinquanta, cento incendi che bruciano il polmone verde della Terra per creare nuovi pascoli per le bestie da fast-food; aree che in pochi anni saranno del tutto sterili, e per sempre, voli sull’Africa e per ore non vedi un albero là dove milioni di profughi hanno cercato scampo da guerre sostenute dai nostri mercanti d'armi o dove immensi foreste sono state disboscate da nostri mercanti del legno; in luoghi di addensamenti umani e miserabili, in tutto il cosiddetto Terzo Mondo, vedi i misfatti di un'industria ad altissimi rischi ambientali, i cui stabilimenti, cacciati dalla protesta "verde" europea o nordamericana, sono stati portati là dove è facile corrompere i governanti e schiacciare i sindacati; vi nascono bambini deformi e anche mostruosi o tarati per sempre. E i salari che vi vengono pagati ai lavoratori costituiscono una minaccia non soltanto per la salute loro e delle loro famiglie costrette a vivere in miserabili favelas ma anche per l'occupazione dei lavoratori del Nord: per capirlo basta paragonare il reddito di un metalmeccanico della FIAT italiana con quello di un metalmeccanico della Fiat Betim, a Belo Horizonte, Brasile: dieci volte minore. E ancora: ho visto curare nell'Ogaden, da meravigliosi medici italiani bambini saltati su mine di fabbricazione italiana, imparziabilmente vendute alla Somalia e all'Etiopia quando le due nazioni erano in guerra... Ho letto le statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’uso di pesticidi cancerogeni o castranti nelle grandi piantagioni delle multinazionali; ho visto al lavoro piccoli schiavi che fabbricavano generi di abbigliamento per famose "griffe" italiane.

Ettore Masina

Giornalista ¡ Roma

Da "Famiglia domani" 3/99

 

Terza Parte

Terza Parte

Terza Parte

Un panorama di alienazioni o di sconfitte

Tale è il panorama del Sud della terra, all'inizio del Terzo Millennio cristiano, con l'aggiunta che il sistemi in ciu viviamo genera inevitabilmente sacche di miseria anche nel Nord. Per esempio: in nome di una razionalità che è soltanto astrattamente tale e calunniosa delle reali radici e dimensioni della povertà, si demolisce ovunque io stato sociale; i risultati cominciano a essere inequivocabili. Il panorama che ne consegue - cito da un recente rapporto dell'OECD (Organization for Economie Cooperation and Development) cioè dell'organizzazione che riunisce i 29 paesi più industrializzati del nostro pianeta -. è impressionante. Gli Stati Uniti guidano la triste classifica della miseria con il 17,1% di cittadini nella condizione di "più che poveri"; al secondo posto c'è l'Italia con il 14,2. Queste percentuali riguardano l'anno 1993 e segnano, per l'Italia, un impressionante aumento del 3,9% nei confronti del decennio precedente. Il trend non è mutato negli anni seguenti secondo i rapporti della Commissione della presidenza del Consiglio dei ministri per la lotta alla miseria.

Ma se si vuole tenere aperti gli occhi davanti alle storture del mondo che il neoliberismo va costruendo per noi e per i nostri figli bisogna contemplare anche fenomeni meno evidenti. Per esempio; Marx denunziò più di cento anni fa le alienazioni prodotte da un lavoro servile cui l'operaio veniva sottoposto senza possibilità di esercitare creatività e di maturare libertà. Oggi le caratteristiche del lavoro sono, dal punto dì vista psichico, psicologico e culturale peggiorate non soltanto perché gli strumenti di difesa dei lavoratori (i sindacati…) sono in crisi di fronte a un progresso tecnologico che taglia drasticamente l'occupazione, non soltanto perché l'organizzazione transnazionale delle maggiori imprese sposta dall'uno all’altro paese, secondo rigidi criteri di guadagno, finanziamenti e occasioni di lavoro. Il fatto è che oggi un prodotto è molto spesso un assemblaggio di parti anche minuscole fabbricate in stabilimenti diversi fra loro: l'operaio (e spesso anche il tecnico) non è in grado di conoscere, tanto meno di comprendere, il progetto per il quale lavora. E la "flessibilità" non accompagnata da un' adeguata cultura finisce per rendere anche più nebulose e minimali le competenze del lavoratore, la sua stessa identità.

Infine (ma soltanto perché lo spazio per questo intervento è quasi esaurito) non si può tacere la questione dell'uomo-oggetto a tutti i livelli, l'uomo-esubero, il cinquantenne prepensionato o posto in cassa integrazione. Il miglioramento delle tecniche mediche gli allunga la vita, il sistema produttivistico e la riduzione del welfare gliel'avvelena.

Ettore Masina

Giornalista ¡ Roma

Da "Famiglia domani" 3/99

 

Quarta parte

Quarta parte

Quarta parte

Dove sono finite le speranze?

I giovani guardano e sono spaventati. O, anche, la paura impedisce loro di guardare. È stato pubblicato l'anno scorso il IV Rapporto ASPER, Istituto di formazione e ricerca, e da esso risulta che oltre il 50% dei giovani pensa che la società prossima futura sarà una società più egoista, più razzista e più violenta di quella di oggi. Quasi il 50% dei giovani pensa che la società prossima futura sarà meno democratica, meno solidaristica, meno allegra di quella d'oggi. A pensare che la società futura possa essere meno razzista, meno egoista, meno illegale, meno violenta di quella di oggi sono soltanto 20 giovani su 100 o anche meno. Lo psicologo Massimo Ammaniti, il quale stilla crisi giovanile ha scritto pagine penetranti, si chiede: "Dove sono finiti i giovani che rifiutano le prospettive del mondo adulto, che contestano una società che non investe sulle nuove generazioni, che sognano mondi e frontiere diverse? È più facile vedere quelli che si tormentano nell'opaca insoddisfazione quotidiana, tempestando il proprio corpo di tatuaggi e orecchini". Che equivale a chiedere: dove sono finite le speranze dei giovani?

Che fare? È possibile cambiare? Io credo di si. Ma il discorso, allora, deve continuare coraggiosamente. Ci ricordiamo ancora che lo sviluppo della Creazione ci è stato affidato?

Ettore Masina

Giornalista ¡ Roma

Da "Famiglia domani" 3/99

Seconda Parte

Lo scandalo di una "civiltà"

Ci si vergogna persino a citare queste cifre, tanto sono risapute; e però esse rappresentano lo scandalo di una civiltà nella quale siamo, tutto sommato, bene inseriti, noi, gente del Nord; e questo scandalo che dovrebbe orientare la nostra vita (soprattutto quella di chi crede in un Cristo che ha voluto identificarsi nei poveri e ha annunziato che è sull'amore portato ai poveri che pronuncerà il giudizio dell'Ultimo Giorno) viene invece sospinto ai margini delle riflessioni e dei comportamenti della nostra vita quotidiana: e difatti accettiamo senza obiezione di coscienza (e senza opposizione politica) che economisti di grande nome sostengano che una quota di disoccupazione, di aree sottosviluppate, di "cantoni neri", di immensi gruppi umani considerati "esuberi" sono disgraziatamente "fisiologici", cioè inevitabili (dunque voluti dal Creatore?). Il progresso, l'espansione dei mercati - si spinge a dire più caritatevolmente il Fondo Monetario Internazionale, "potere forte" della politica mondiale sistemerà le cose: in tempi luoghi naturalmente; il che vuol dire che intanto, per generazioni, i poveri continueranno a fiorire. "Avevo fame e tu non mi hai nutrito".

Come sempre? Può darsi; ma è vicenda planetaria che oggi si riveste di responsabilità nuove..

Primo: abbiamo elaborato negli ultimi due secoli consapevolezze sulla dignità dell'uomo, ma le applichiamo, in pratica, soltanto a noi e ai nostri condomini di un'area di privilegi.

Secondo: abbiamo accumulato cognizioni scientifiche che ci consentirebbero di trasformare la Terra in un pianeta sul quale un'umanità solidale potrebbe vivere in serenità; ma preferiamo investire su un progresso che aumenti la nostra ricchezza: non ci sembra ferocemente assurdo che mentre una sonda spaziale corre verso i confini dell'universo e i ricercatori indagano l'infinitamente piccolo vi siano popoli a cui è negato il diritto all'esistenza. Né possiamo dire, come invece si dice, che mancano i mezzi finanziari: con quanto gli Stati Uniti e i loro alleati (italiani compresi) hanno speso nella prima guerra del Golfo (per non parlare della seconda, ormai cronica) si sarebbe potuto redimere la condizione economica di un continente come l'Africa...

Terzo: mai la porzione ricca dell'umanità è stata tanto ricca e le differenze economiche fra popolo e popolo sono state così grandi. Credo che a tutti noi capiti di pensare almeno qualche volta, che accanto alla fame del Sud ci sia, altrettanto triste, una obesità di cose che stravolge ml Nord. Due auto, due o tre televisori per famiglia, elettrodomestici che invece di liberare la donna dai lavori casalinghi le propongono sempre nuovi obiettivi consumistici, "tenute" per il tempo libero che costano milioni e, a guardarle bene, sono del tutto superflue, sussiegosi status-symbols.

E fossimo almeno felici! Ma come esserlo se, volenti o nolenti, ci raggiunge inevitabilmente il pensiero che, mentre in tutta buona fede giuriamo di amare i nostri bambini, permettiamo che essi siano rapinati delle risorse che la natura ha preparato per loro? Quale vita dovranno affrontare nel 2025? Quali condizioni ambientali del globo? Quale acqua, quale ossigeno, quale pace? Nei paesi del Sud è già visibile quale può essere il futuro dei nostri figli. Mi limito alle mie esperienze personali: voli sull'Amazzonia e vedi i pennacchi di fumo di cinquanta, cento incendi che bruciano il polmone verde della Terra per creare nuovi pascoli per le bestie da fast-food; aree che in pochi anni saranno del tutto sterili, e per sempre, voli sull’Africa e per ore non vedi un albero là dove milioni di profughi hanno cercato scampo da guerre sostenute dai nostri mercanti d'armi o dove immensi foreste sono state disboscate da nostri mercanti del legno; in luoghi di addensamenti umani e miserabili, in tutto il cosiddetto Terzo Mondo, vedi i misfatti di un'industria ad altissimi rischi ambientali, i cui stabilimenti, cacciati dalla protesta "verde" europea o nordamericana, sono stati portati là dove è facile corrompere i governanti e schiacciare i sindacati; vi nascono bambini deformi e anche mostruosi o tarati per sempre. E i salari che vi vengono pagati ai lavoratori costituiscono una minaccia non soltanto per la salute loro e delle loro famiglie costrette a vivere in miserabili favelas ma anche per l'occupazione dei lavoratori del Nord: per capirlo basta paragonare il reddito di un metalmeccanico della FIAT italiana con quello di un metalmeccanico della Fiat Betim, a Belo Horizonte, Brasile: dieci volte minore. E ancora: ho visto curare nell'Ogaden, da meravigliosi medici italiani bambini saltati su mine di fabbricazione italiana, imparziabilmente vendute alla Somalia e all'Etiopia quando le due nazioni erano in guerra... Ho letto le statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’uso di pesticidi cancerogeni o castranti nelle grandi piantagioni delle multinazionali; ho visto al lavoro piccoli schiavi che fabbricavano generi di abbigliamento per famose "griffe" italiane.

Ettore Masina

Giornalista ¡ Roma

Da "Famiglia domani" 3/99

 

Terza Parte

Terza Parte

Terza Parte

Un panorama di alienazioni o di sconfitte

Tale è il panorama del Sud della terra, all'inizio del Terzo Millennio cristiano, con l'aggiunta che il sistemi in ciu viviamo genera inevitabilmente sacche di miseria anche nel Nord. Per esempio: in nome di una razionalità che è soltanto astrattamente tale e calunniosa delle reali radici e dimensioni della povertà, si demolisce ovunque io stato sociale; i risultati cominciano a essere inequivocabili. Il panorama che ne consegue - cito da un recente rapporto dell'OECD (Organization for Economie Cooperation and Development) cioè dell'organizzazione che riunisce i 29 paesi più industrializzati del nostro pianeta -. è impressionante. Gli Stati Uniti guidano la triste classifica della miseria con il 17,1% di cittadini nella condizione di "più che poveri"; al secondo posto c'è l'Italia con il 14,2. Queste percentuali riguardano l'anno 1993 e segnano, per l'Italia, un impressionante aumento del 3,9% nei confronti del decennio precedente. Il trend non è mutato negli anni seguenti secondo i rapporti della Commissione della presidenza del Consiglio dei ministri per la lotta alla miseria.

Ma se si vuole tenere aperti gli occhi davanti alle storture del mondo che il neoliberismo va costruendo per noi e per i nostri figli bisogna contemplare anche fenomeni meno evidenti. Per esempio; Marx denunziò più di cento anni fa le alienazioni prodotte da un lavoro servile cui l'operaio veniva sottoposto senza possibilità di esercitare creatività e di maturare libertà. Oggi le caratteristiche del lavoro sono, dal punto dì vista psichico, psicologico e culturale peggiorate non soltanto perché gli strumenti di difesa dei lavoratori (i sindacati…) sono in crisi di fronte a un progresso tecnologico che taglia drasticamente l'occupazione, non soltanto perché l'organizzazione transnazionale delle maggiori imprese sposta dall'uno all’altro paese, secondo rigidi criteri di guadagno, finanziamenti e occasioni di lavoro. Il fatto è che oggi un prodotto è molto spesso un assemblaggio di parti anche minuscole fabbricate in stabilimenti diversi fra loro: l'operaio (e spesso anche il tecnico) non è in grado di conoscere, tanto meno di comprendere, il progetto per il quale lavora. E la "flessibilità" non accompagnata da un' adeguata cultura finisce per rendere anche più nebulose e minimali le competenze del lavoratore, la sua stessa identità.

Infine (ma soltanto perché lo spazio per questo intervento è quasi esaurito) non si può tacere la questione dell'uomo-oggetto a tutti i livelli, l'uomo-esubero, il cinquantenne prepensionato o posto in cassa integrazione. Il miglioramento delle tecniche mediche gli allunga la vita, il sistema produttivistico e la riduzione del welfare gliel'avvelena.

Ettore Masina

Giornalista ¡ Roma

Da "Famiglia domani" 3/99

 

Quarta parte

Quarta parte

Quarta parte

Dove sono finite le speranze?

I giovani guardano e sono spaventati. O, anche, la paura impedisce loro di guardare. È stato pubblicato l'anno scorso il IV Rapporto ASPER, Istituto di formazione e ricerca, e da esso risulta che oltre il 50% dei giovani pensa che la società prossima futura sarà una società più egoista, più razzista e più violenta di quella di oggi. Quasi il 50% dei giovani pensa che la società prossima futura sarà meno democratica, meno solidaristica, meno allegra di quella d'oggi. A pensare che la società futura possa essere meno razzista, meno egoista, meno illegale, meno violenta di quella di oggi sono soltanto 20 giovani su 100 o anche meno. Lo psicologo Massimo Ammaniti, il quale stilla crisi giovanile ha scritto pagine penetranti, si chiede: "Dove sono finiti i giovani che rifiutano le prospettive del mondo adulto, che contestano una società che non investe sulle nuove generazioni, che sognano mondi e frontiere diverse? È più facile vedere quelli che si tormentano nell'opaca insoddisfazione quotidiana, tempestando il proprio corpo di tatuaggi e orecchini". Che equivale a chiedere: dove sono finite le speranze dei giovani?

Che fare? È possibile cambiare? Io credo di si. Ma il discorso, allora, deve continuare coraggiosamente. Ci ricordiamo ancora che lo sviluppo della Creazione ci è stato affidato?

Ettore Masina

Giornalista ¡ Roma

Da "Famiglia domani" 3/99

Ultima modifica Martedì 22 Febbraio 2005 01:31

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