Sabato, 16 Dicembre 2017
Giovedì 30 Dicembre 2004 21:24

UNA FESTA PER CELEBRARE LA VITA

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 UNA FESTA PER CELEBRARE LA VITA

Momento di incontro, talora trasgressivo, sempre straordinario, la festa celebra la gioia e l'accoglienza dell'altro • Incontro in profondità, presenza ritrovata, come quella del figlio con il padre nella parabola del Vangelo.

  1. La festa, interpretazione antropologica

    La festa è stata sempre per l'uomo una reazione vitale all'avvenimento che l'oltrepassa. Un modo per placare o incanalare le angosce di fronte all'incertezza e ai cambiamenti della vita, dall'alternarsi delle stagioni, ai passaggi esistenziali - nascita, entrata nell'età adulta, matrimonio, morte... -. Un modo per riscattare le tensioni della vita comune, delle disuguaglianze sociali, per riconquistare la dimensione umana perduta nel prevalere dell'economico, per sottrarsi alla pesantezza del quotidiano, per riacquistare la sicurezza di essere.

    È un periodo di intensificazione della vita collettiva, in cui si interrompe la normale attività produttiva, utile, per realizzare una tensione emozionale unificante intorno a schemi riconosciuti come comuni. Il centro della festa è sentirsi uniti e una certa ritualità lo favorisce, non solo nelle feste collettive -religiose o laiche - ma anche in quelle familiari, amicali, personali: si mangiano certi cibi, si fanno determinate cose...

    È in un certo senso una ricerca di salvezza che si può manifestare sotto molti aspetti, da una semplice fuga nel tempo libero, per sottrarsi a condizioni di vita sentite come alienanti, fino a un'apertura al divino.

    Sovente comporta una trasgressione delle regole, che però non vuole distruggere, quanto riaffermare e rinnovare.

    Suoi elementi sono la straordinarietà, che fa uscire dalla abitudinarietà della vita di tutti i giorni, la gratuità, in contrapposizione all'utilitarismo, lo stare insieme, che libera dall'isolamento.

  2. Che cosa si festeggia?

    In realtà spesso le nostre feste non sono tali perché riproducono ancora i modelli della vita produttiva. Incapaci di meraviglia non sappiamo uscire dall'ovvio e dal consueto. E non abbiamo ancora imparato a stare veramente insieme. Vediamo per esempio come abbiamo ridotto il Natale a una frenetica corsa al consumo...

    Forse questo dipende da una carenza di motivi per far festa.

    Paradossalmente sono i più poveri ad avere voglia di festeggiare. Nelle nostre vite sazie e viziate c'è posto più per la noia che per la festa...

    I giorni liberi sono più di evasione, che di incontro.

    I doni che riceviamo, li diamo per scontati. .

    Che cosa dunque celebrare?

  3. Un padre che ci sembra un po' folle...

    Prigionieri come siamo di una mentalità meritocratica, la cosa che ci colpisce, nella parabola del figliol prodigo, non è tanto che il padre riaccolga il figlio minore, quanto che gli faccia anche festa: lo riveste a nuovo, fa preparare il banchetto ordinando di uccidere il vitello grasso, organizza la musica e le danze...

    Per noi, come per il figlio maggiore, sarebbe già stato abbastanza, forse anche troppo, fare come se niente fosse, dire "Ti perdono! Non pensiamoci più". Al massimo possiamo ammettere un po' di commozione, ma ogni altra manifestazione di gioia ci sembra diseducativa: una ricompensa per chi ha peccato, anche se pentito, che esempio può dare?

  4. Un rapporto difficile con la gioia

    Credo che questo nostro atteggiamento dipenda dall'incapacità di accogliere la gioia, di condividerla con gli altri.

    Mentre sappiamo, più o meno, stare vicino a qualcuno nel momento della pena, anche se è stato lui stesso a procurarsela, spesso ci troviamo ad abbandonarlo quando questa finisce, non abbiamo sufficiente disinteresse, delicatezza di cuore, distacco da noi stessi per condividere la gioia di un altro, rallegrarci della sua felicità: se è contento, che bisogno ha ancora di noi? Il suo dolore ci aveva fatto sentire importanti per lui, la sua gioia invece ci ridimensiona, quando addirittura non suscita la nostra invidia...

    E poi forse abbiamo paura in prima persona di aprirci alla gioia che ci è donata...

    Anzitutto perché ci fondiamo su noi stessi, su quello che possiamo conquistare, e non sappiamo accogliere il dono.

    Poi perché temiamo la delusione: sarà bello finché dura l'attesa, ma la realizzazione sarà all'altezza? Viene in mente la poesia di Leopardi "II sabato nel villaggio"...

    Infine perché la gioia è disarmante, forse in quanto è tutt'uno con l'amore, ci espone alle ferite, ci mette nelle mani di un altro, ci impedisce di ripiegarci su noi stessi, di farci riparo della nostra infelicità e ci costringe a uscire, ad andare incontro agli altri, a donarci...

  5. Sollecitazione alla gratuità

    Che cosa avrebbe impedito al fratello maggiore di far festa, lui che era sempre col padre? Ma non aveva mai avuto l'impressione di aver qualcosa da festeggiare...

    E forse non sapeva nemmeno far festa, si aspettava che fosse il padre a offrirgliela, come noi ci aspettiamo spesso che siano gli altri a darcela, magari le istituzioni, invece di imparare a costruirla.

    Diamo troppa importanza alle condizioni della festa, mentre ce ne manca lo spirito.

    Il padre dei due fratelli, invece va oltre, non si limita a provare gioia dentro di sé. Va verso i figli per sollecitarli a entrare pure loro in questa dimensione.

    Essi in fondo non sono poi così diversi l'uno dall'altro: entrambi pensano che chi ha peccato debba pagare e non possa essere riammesso nella condizione di figlio. Nella loro concezione di dare-avere ("dammi quello che mi spetta...", "non mi hai dato neanche un capretto...") non c'è posto per la gratuità, per la ri-creazione - di vita nuova, di rapporti veri, di speranza -.

    Il padre deve andare loro incontro per convincerli a partecipare alla sua gioia: non può festeggiare da solo, la festa ha bisogno di condivisione...

    Così corre verso il figlio prodigo che intravede di lontano e lo coinvolge nei festeggiamenti prima ancora che abbia finito il discorsetto di pentimento che si era preparato, lo riveste a nuovo per fargli capire che lui è di più del suo peccato, che può ricominciare.

    Poi deve uscire ancora per convincere l'altro che offeso non vuole entrare, e lo prega, lo supplica, senza imporre la sua autorità di capofamiglia, ma cercando di far entrare nella sua logica questo figlio che era rimasto sì accanto a lui, senza tuttavia curarsi di capirlo. Cerca di convincerlo ad aprirsi alla gioia di una presenza ritrovata.

  6. La festa, incontro in profondità

Questa parabola quindi ci fa capire che cos'è la festa per Dio. Non evasione, ma condivisione, reciproca presenza, incontro in profondità.

Non è solo però un contemplarsi l'un l'altro, possedersi reciprocamente, ma è aprirsi a un oltre.

Si fa festa intorno a un mistero: il mistero dell'altro che non si esaurisce nelle azioni che ha commesso; il mistero di Dio che supera con la sua misericordia la nostra immaginazione; il mistero anche di noi stessi, perché non ci conosciamo fino in fondo, del resto non ci siamo costruiti da soli, ma ci riceviamo come dono dagli altri - tutti coloro che hanno contribuito a quello che siamo - e da Dio.

Lo specifico della festa cristiana è la gioia della salvezza: non c'è peccato che non possa essere perdonato, Dio è più grande del nostro cuore.

Gioia della salvezza che è di ritrovarsi fratelli, gioia di "essere" insieme, senza paure, a proprio agio.

Ogni festa, anche la più umana, fa saltare le barriere, abbassa le difese...

La festa aperta a Dio ci rende meno opachi gli uni agli altri e permette uno scambio più vero.

La festa si celebra con un banchetto perché spezzare il pane insieme è simbolo di condivisione concreta, di farsi nutrimento gli uni per gli altri, bere insieme è fare insieme spazio alla gioia. La festa sfama il nostro bisogno di presenza umana, placa la nostra sete di Dio, ma nello stesso tempo ravviva la fame, riacutizza la sete, perché più sperimentiamo la gioia dell'amicizia, più ne sentiamo il desiderio.

Vengono in mente le parole di Gesù: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi" (Le 22,15). Alla tavola dell'amicizia si trova la forza di offrire la propria vita...

Maria Pia Cavalieri

Tratto da "Famiglia Domani £ aprile 2002"

Ultima modifica Sabato 26 Febbraio 2005 12:39

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