Mercoledì, 23 Agosto 2017
Sabato 21 Maggio 2005 21:15

Il condominio solidale

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Il condominio solidale

A Villapizzone, nei pressi di Milano, alcuni gruppi familiari conducono vita comune utilizzando una vecchia cascina recuperata: lavorano insieme, praticano l’accoglienza, si dedicano al recupero delle situazioni difficili, fanno «cassa comune», pur mantenendo ognuna un proprio spazio di privatezza. Un’esperienza difficile e al contempo significativa quella fondata da Enrica e Bruno Volpi. Abbiamo chiesto di raccontarla a due tra i protagonisti di questa avventura (l.gh.).

L'Associazione Comunità e Famiglia è nata nel 1988, dall'esperienza della Comunità di Villapizzone, a Milano. Nel 1978, la famiglia Volpi, reduce da una lunga esperienza di volontariato in Africa, incontra una comunità di padri Gesuiti, dediti al servizio della Parola, e insieme iniziano a vivere vicini, in una grande cascina alle porte di Milano.

Da subito, questo «condominio» si configura come «comunione delle diversità»: i Gesuiti vivono il loro carisma specifico, le famiglie vivono da famiglie, ogni nucleo ha uno spazio abitativo ben definito (cucina compresa). Ben presto si aggiungono altre famiglie, la comunità si radica nella parrocchia e nel quartiere, un giro molto ampio di persone partecipa ai diversi momenti della vita della comunità. Nel 1993 nasce una comunità «sorella» a Castellazzo di Basiano (Mi); poco dopo nascono altre comunità (attualmente sono una decina).

L'Associazione sviluppa filoni diversi della propria attività: comunità familiari, gruppi di condivisione, gruppi di servizio.

Le comunità familiari sono vissute come strumento per l'autopromozione della famiglia e si basano su alcuni valori: tolleranza nei confronti dell'altro, sobrietà di vita, fiducia reciproca, condivisione dei beni materiali. L'apertura e l'accoglienza tra le famiglie, così come nei confronti di minori e adulti in difficoltà e/o desiderosi dì un momento di riflessione, è il risultato della ricerca di una migliore qualità della vita: «Se sto bene, mi apro; se mi apro, sto bene...».

Lo scopo fondamentale della vita comunitaria è aiutare ogni famiglia a scoprire la propria originale vocazione, che ciascuno realizzerà in forme diverse, accogliendo persone nella propria casa, svolgendo attività di promozione umana, accompagnando altre famiglie. Ma soprattutto cercando di vivere, nella propria famiglia, una vita bella e felice.

I gruppi di condivisione sono luoghi dove le famiglie si incontrano, generalmente una volta al mese, per condividere la ricerca su alcuni temi fondamentali: il lavoro, la condivisione dei beni, l'accoglienza, la spiritualità, eccetera. Il metodo della condivisione prevede che ciascun membro del gruppo riceva, a turno, la parola, per raccontare la propria esperienza su quel dato argomento. Non si interrompe chi parla, né si giudicano gli interventi degli altri. In questo modo viene privilegiato e potenziato l'ascolto, come base fondamentale di ogni relazione. Al momento esistono un ventina di gruppi, con circa 250 famiglie coinvolte, e altri ne stanno nascendo. 

I gruppi di servizio sono composti da volontari che, nello spirito dell'Associazione, lavorano a diversi progetti: promozione culturale (incontri, seminari, convegni, un giornalino), recupero e vendita dell'usato, gestione di appartamenti pubblici per situazioni «protette», formazione.

Riassumendo, si potrebbe dire che una vita ricca e piena nasce dalla scoperta delle ricchezze che la vita familiare può esprimere. Se si riscopre la dimensione trinitaria della famiglia, la vita di relazione appare come cammino battesimale. Ogni giorno si è immersi in un duplice mistero: la fatica di comprendersi - tra coniugi; tra genitori e figli -, la gioia del dono, reso possibile dall'ascolto dalla pazienza, dall'accettazione dell'altro in quanto altro. La vita familiare è vita spirituale, dove «ogni mattina Si ricomincia» (E. Bianchi), sapendo che accettare l’altro significa «lasciarlo vivere» (E Clerici), riconoscendolo come portatore di una vocazione originale.

Di fatto, le comunità, i gruppi dì condivisione, i gruppi di servizio, sono luoghi dove tante persone e famiglie trovano occasione di ascoltare e di essere ascoltate. 

Ha detto il Cardinale Martini: i fedeli dovrebbero pensare alla carità come stile di vita e non come dovere morale», come dire che dobbiamo inventare un modo di vivere che in sé sia carità... Anche i primi articoli della Costituzione Italiana dicono che ogni cittadino ha il diritto/dovere di essere utile alla società.  Detto così sembra semplice, ma nella vita quotidiana come può essere utile alla società il geometra, il muratore, il camionista, l'ingegnere, eccetera? La provocazione è questa: siamo chiamati a inventare qualcosa. Il Cardinale Martini usa la parola «comunità alternativa», perché in fondo la carità non è un'esclusiva dei cristiani.

Dalla nostra esperienza ci pare di capire questo: quando ci siamo sposati abbiamo ricevuto un «grande sacramento» (p. E. Mauri); abbiamo in noi qualcosa di grande, una grande risorsa. Però è qualcosa da realizzare continuamente, ponendosi sempre nuove domande, in uno sforzo di continuo discernimento.

Costruire una comunità familiare in mezzo a una quartiere o in campagna significa dar vita ad un punto di luce, di ascolto, di sale. Non si tratta di far cose strane o di proporre spiritualità particolari. Si tratta di imparare a vivere insieme agli altri, avendo ben chiaro il motto: io sono una risorsa, per me e per gli altri; gli altri sono una risorsa, per sé e per gli altri...». In altre parole: auto e mutuo aiuto. Forse l'originalità dell'esperienza dell'Associazione Comunità e Famiglia è questa: l’accompagnamento delle famiglie, realizzato da altre famiglie.

Allora, se è vero che oggi la famiglia è quasi una «realtà in estinzione», dobbiamo chiederci, come Chiesa, cosa può realmente aiutarla e sostenerla. Come possiamo mettere in pratica la parola di Giovanni Paolo II: «Famiglia, diventa ciò che sei!»?

A noi pare che una prima risposta possa essere trovala nel documento CEI del 1975 (sono passati 25 anni!) «Evangelizzazione e sacramento del matrimonio». Vi si dice molto chiaramente che la famiglia deve diventare soggetto della pastorale familiare. In pratica: non è la famiglia che deve mettersi al servizio della Chiesa (della parrocchia ecc.), ma è la Chiesa, soprattutto quella locale, che deve avere al suo cuore la famiglia, come «immagine della vita trinitaria di Dio» (mons. R. Bonetti).

La speranza del cambiamento e del miglioramento è costitutiva della famiglia, per sua natura aperta alla solidarietà e alla vita. La nostra impressione è che il rinnovamento della vita familiare, a partire dalla famiglia stessa, passa per la disponibilità delle comunità e dei pastori a liberare risorse e strutture a favore di tutte quelle attività che possano sviluppare e potenziare l'accompagnamento dell'autopromozione delle famiglie. Occorre scommettere e dare fiducia alle risorse originali della famiglia.

Bruno Volpi ed Elio Meloni

Villapizzone (Milano)

Da “Famiglia domani” 1/2001

Ultima modifica Venerdì 30 Settembre 2005 00:56

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