Giovedì, 17 Agosto 2017
Giovedì 06 Maggio 2010 23:17

Un bel sogno da realizzare

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Gesù non ha promesso alla sua comunità di essere esentata dal conflitto ma le ha dato uno strumento per porvi rimedio: il perdono.

L’ellisse parrocchiale ha due fuochi: il parroco e la famiglia; servono entrambi per costruire la chiesa locale.

Il “bel sogno da realizzare” del titolo è quello di una comunità cristiana - la parrocchia - che sia segno vivo dell’Amore di Dio

, costruita e gestita attivamente da ogni membro che la compone. Ma chi compone questa comunità cristiana, questa Chiesa così esposta a facili critiche? Ogni persona che si riconosca figlio di Dio in Cristo.

Il Sinodo dei Vescovi africani identifica la Chiesa come famiglia di Dio, dove ognuno si sente responsabile di essa, ha un ruolo, una partecipazione attiva e sente il dovere di farsi carico anche degli altri membri. Come cristiani non possiamo eludere il fatto di essere componenti di questa famiglia, anche se il nostro ruolo ci può sembrare piccolo e inutile. Anche i mattoni di una casa, presi singolarmente sono piccoli e inutili, ma senza di essi non si può costruire nulla.

Entrare nella realtà quotidiana del cristiano vuol  dire riconoscere nel sacramento del matrimonio e dell’ordine sacro i due fuochi propulsivi della parrocchia, organo locale dei popolo di Dio.

 

Il matrimonio: dono per il mondo

E’ quindi necessaria una reciproca riscoperta del servizio dei presbiteri e delle famiglie nel far battere il cuore della parrocchia. Mediante il sacramento del matrimonio gli sposi non sono solo dono per se stessi, ma per il mondo e in questo scoprono la loro ministerialità. Questo cancello è ben rappresentato dalla vita delle api: queste cercando per loro il nutrimento, il nettare dei fiori, rendono loro il servizio dell’impollinazione. Questo significa che allora il loro cercare il nettare non è più quello di prima? Che viene addirittura svisato dall’impollinazione? Le api in sé non si accorgono neppure di questo servizio supplementare, solo noi dall’esterno ne comprendiamo l’importanza per la flora! Se le api potessero capire ciò che già fanno, potrebbero solo gioire di questo loro contributo al creato. Solo un’ape resa particolarmente nevrotica dall’ossessione privatistica della nostra cultura potrebbe prendere in considerazione di non cercare più il cibo per nutrirsi al fine di non sentirsi strumentalizzata.

Le famiglie devono essere consapevoli dell’importanza della testimonianza con la loro vita.

Ruoli complementari

Un immagine che può indicare bene la complementarietà del servizio prestato dai due ministeri nella parrocchia è quello dell’ellisse, disegnata da una corda ancorata a due fuochi, A e B: il parroco e la famiglia. Per disegnare l’ellisse a volte serve più corda al fuoco del parroco, a volte a quello della famiglia. Non sono solo importanti due fuochi dell’ellisse ma anche la corda che li lega, senza la quale l’aiuola che vuole tracciare un ipotetico giardiniere non potrò mai prendere forma.

Parroco e famiglia non sono due entità in contrapposizione e competizione, ma devono cooperare per la costruzione della comunità. Il cardinale Martini affermava che proprio là dove è maggiormente vissuta la prossimità a Gesù e alle mete ultime, proprio là nasce la competizione. Il conflitto e la competizione fanno parte delle relazioni umane, ma Gesù non ha promesso alla sua comunità di non essere intaccata dal conflitto - come giurano coloro che si scandalizzano delle lotte ecclesiali - ma semplicemente le ha dato uno strumento per porvi rimedio: il perdono.

Per migliorare le relazioni nelle nostre comunità dobbiamo partire da noi stessi, accrescere l’amare e la fiducia in noi stessi, per ridurre le barriere e renderci permeabili agli altri.

 Un esame di coscienza

Quando c’è un problema nella comunità, così come in ogni gruppo o relazione, è fondamentale partire dalla propria responsabilità: “Cosa faccio io famiglia per portare il parroco a reagire così? Quali sono i miei atteggiamenti che gli fanno pensare che deve mantenere saldo in pugno il potere decisionale?” Viceversa: “Cosa faccio io parroco per portare quella famiglia, quel parrocchiano a sentire il mio comportamento come eccessivo, invadente, scorretto?” Purtroppo esiste la paura di essere sottomesso, di doverla dare vinta all’altro, è questo che rende il porgere l’altra guancia umanamente difficile.., e cresce a dismisura man mano che la persona perde di vista lo scopo, l’insieme, il “tutto”. Serve un atteggiamento di apertura e l’eliminazione di pregiudizi e dei pensieri come: “tanto lo conosco già!”, che limitano la vera conoscenza e una crescita reciproca.

Il “grazie” arricchisce ogni relazione e crea un trampolino di lancio per la stessa comunità; servono frasi come: “Che bello che tu abbia fatto molto di più dì me in questa casa! Grazie!”, “Che bello che io, questa volta che ne avevo l’opportunità e la possibilità, abbia fatto più di te!”

Nella parrocchia la famiglia dovrebbe dire: “Grazie presbitero, che fai il presbitero!”, evitando di coltivare il sospetto che il sacerdote non faccia del suo meglio. E il presbitero dovrebbe rispondere: “Grazie famiglia che fai la famiglia”, indipendentemente da quanto questa fa in parrocchia.

 

Da questo vi riconosceranno

Le famiglie lontane da Dio e/o dalla Chiesa sono attratte dalla vita parrocchiale solo se vedono legami d’amore tra le famiglie che la frequentano, tra i presbiteri che la presiedono, tra sacerdoti e laici, così come l’evangelista Giovanni racconta: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; così come vi ho amato, così  amatevi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35).

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini, pedagogisti

Testo tratto dall’omonimo articolo pubblicato sul mensile: Famiglia oggi, San Paolo, Milano n. 6/7 2004, pag. 24-34. Sintesi a cura di Laura Ferrera.

Ultima modifica Domenica 23 Maggio 2010 18:49
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

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