Venerdì, 22 Settembre 2017
Giovedì 21 Luglio 2011 08:59

Se muore l’amore fra gli sposi

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È sotto gli occhi di tutti il moltiplicarsi delle situazioni "irregolari" dovute alla fragilità di coppia. Sono auspicabili percorsi specifici però nella pastorale parrocchiale "ordinaria".

 

«Penso a Sara, sposata da tanto tempo con due figli adolescenti. Vorrebbe fuggire da quel marito che non la considera più. I litigi si fanno sempre più furiosi. Le parole devastanti. Sostiene di rimanere unicamente per i figli; sente, tuttavia, che la serenità familiare è sempre più compromessa. Parla del suo matrimonio come di un errore, un peso da sopportare, una colpa da espiare. E intanto gli anni passano. La conosco da cinque anni e la situazione non si è ancora sbloccata. Quando suo marito vive un'altra storia - e questo avviene periodicamente, ormai - lei sembra tirare il fiato, invece che dispiacersene. Mi racconta che lui appare più sereno, diventa meno ombroso, meno rancoroso e aggressivo, a tratti persino gentile con lei». Questa è una della tante esperienze vissute da Lidia Maggi, pastora della chiesa battista di Varese: si tratta di incontri con persone che raccontano"ferite d'amore", ma raramente vogliono sentirsi dire che cosa fare.

Testimonianze concrete di coppie che hanno vissuto e vivono la difficile situazione di "ricominciare" un amore sono raccontate nel volume, curato da Luigi Ghia, dal titolo Se un amore muore. La chiesa e i cristiani divorziati, pubblicato di recente dall'editrice Monti. Il testo si inserisce sulla scia della lettera che il card. Tettamanzi ha scritto tempo fa per assicurare l'attenzione che la chiesa nutre, in modo nuovo e profondo, nei confronti dei "cristiani divorziati". In queste pagine si affrontano i diversi ambiti della questione con esperti di vari campi: sociologia, Scrittura, diritto canonico, teologia, filosofia, ecclesiologia e pastorale.

La fragilità sempre più estesa dei rapporti affettivi e la sofferenza delle persone coinvolte costringono a prendere atto del fallimento di un progetto «sul quale la coppia aveva investito non solo sul piano materiale, ma anche, e soprattutto, sul piano emotivo». Da qui la difficoltà dell'elaborazione di questo "lutto" a fronte del crollo dell'unione familiare, ma anche, dall'altro lato, il forte desiderio da parte delle coppie di "ripartire", pur nella consapevolezza dolorosa che il primo fallimento lascia un segno indelebile nella propria vita.

Alcuni interrogativi determinanti. Lidia Maggi rilancia alcuni interrogativi che mettono in gioco la qualità della fede e della vita nel contesto di un amore segnato dalla fragilità: «Come si distingue un amore malato da una relazione ormai morta? In nome di quale Dio imprigioniamo una coppia nel proprio errore? O la induciamo con troppa leggerezza a mettere fine al legame coniugale? E ancora: la fede si traduce necessariamente nel giudicare gli amori spezzati e nel condannare le persone che osano ricostruirsi un'esistenza passando attraverso la separazione?».

Dal momento che le nostre chiese sono abitate da molte persone separate, divorziate, risposate, conviventi, occorre chiedersi: «Fino a quando negheremo questa realtà per difendere un principio di cui alcune persone non riescono a fare esperienza? Si può chiedere a una coppia di rimanere assieme quando viene meno la stima reciproca e il matrimonio si rivela prigione?». Secondo la pastora battista, «chi sostiene che separarsi sia una scelta di comodo, un modo immaturo di affrontare le difficoltà, forse non si è seriamente messo in ascolto di storie concrete». Occorre ribadire che, «per elaborare un fallimento, bisogna guardarlo in faccia, evitare ogni processo di rimozione, assumersi le proprie responsabilità», dal momento che, «se davvero la fine di un amore rappresenta un fallimento serio, gravissimo, non sono permesse scorciatoie».

In fondo, chi si apre ad un nuovo amore è la stessa persona che ha sbagliato: ecco perché la possibile ripresa domanda il desiderio di capire che cosa abbia condotto al fallimento. «Solo così la "seconda volta" sarà esperienza di risurrezione»: quindi, non aiuta una chiesa che «condanna la separazione, senza offrire percorsi di elaborazione del lutto e autentiche forme di perdono, capaci di guarire chi ha fallito».

Una "conversione" alla carità pastorale. Sul versante della prassi attuale della chiesa si muove il contributo di don Sergio Nicolli, il quale sottolinea che «il diffondersi delle situazioni familiari "irregolari" - soprattutto della convivenza al di fuori del matrimonio e di un nuovo matrimonio dopo il fallimento del primo - produce, anche negli ambienti cristiani, una sorta di assuefazione, che tende a far accettare il dato di fatto come un'evoluzione sociale ineluttabile»: tale situazione può indurre «ad abbassare l'obiettivo, ad annacquare il progetto cristiano sul matrimonio e sulla famiglia».

Ecco perché - ribadisce mons. Nicolli - «l'obiettivo va mantenuto alto: anche oggi l'amore, fin dal suo nascere, domanda istintivamente stabilità». Oggi ancora di più «la presenza nelle nostre comunità di tante persone separate, divorziate o risposate domanda un'attenzione pastorale non minore di quanto richieda l'accompagnamento dei fidanzati o dei giovani sposi».

Da qui la necessità che nella chiesa «si formino delle comunità fatte di uomini e donne accoglienti, attenti alle persone»: tale prassi potrebbe essere definita "conversione alla carità pastorale".

Mons. Nicolli formula alcune proposte concrete: occorre educare la comunità e i singoli all'ascolto "con il cuore" per capire cosa c'è nel "cuore" dell'altro; è fondamentale una "conversione di mentalità" nei confronti della crisi di coppia per saperla leggere come un'occasione di crescita; è importante "formare" persone (laici e sposi) e mettere in atto "strutture" capaci di accogliere e accompagnare le coppie in difficoltà; è necessaria una formazione adeguata dei presbiteri, che li prepari a capire i problemi della relazione di coppia e della vita familiare; si tratta di avviare dei "gruppi specifici" a sostegno delle persone separate o divorziate; infine, occorre capire se ci possono essere le condizioni per un "riconoscimento" di nullità del matrimonio.

A detta di don Nicolli, «un'adeguata risposta pastorale e un'eventuale soluzione del problema non potranno mai prescindere dalla fatica dell'ascolto, del discernimento, dell'accompagnamento personale: solo attraverso questa fatica le persone potranno ritrovare la comunione con Dio e sentirsi avvolte dall'affetto e dalla premura della comunità».

I divorziati e la pastorale. Nelle conclusioni del volume si parte dalla constatazione che «la fragilità della coppia trova il suo sbocco statisticamente rilevante nella crisi di fedeltà per tutta la vita e nella convinzione che, prima di attribuire la colpa dello scacco all'uno o all'altro dei partner, occorra innanzitutto prenderne atto, non solo dal punto fenomenologico - di competenza del sociologo - ma anche dal punto di vista etico, giuridico, teologico e pastorale». È necessario "ridisegnare" la fisonomia della comunità cristiana che è interpellata «a non autocentrarsi su se stessa, a rifuggire dalle ambiguità, dal giudizio e anche dall'ipocrisia, a riconciliarsi realmente con il tema della sessualità, a dare il giusto riconoscimento alla coscienza del singolo, ad assumere posizioni chiare, che rinuncino all'autosufficienza e si radichino nell'umano».

Il sociologo Luigi Ghia propone cinque tesi per orientare il credente e la comunità in questa prospettiva.

Prima di tutto, egli ribadisce che «rispettare la promessa per la coppia non è solo un "dovere", ma l'offerta di un dono reciproco, un "sacramento" di alleanza», dal momento che la promessa è un "atto di libertà", anzi il più grande atto di libertà in amore. Scrive X. Lacroix: «La promessa è un'affermazione di libertà attraverso il tempo, di una libertà che non è limitata al presente, ma è capace di traboccare sul futuro. È una vittoria sulla discontinuità tramite il potere che la libertà, grazie alla parola, ha di legare il tempo».

Inoltre, «la "fedeltà per sempre" non è un dato, ma un processo che si struttura all'interno di una comune fragilità e la "redime"». In altre parole, prendere coscienza della vocazione al "per sempre" nel contesto delle ferite prodotte dalla fragilità di coppia non significa «restare intrappolati in esse per l'intera esistenza», dal momento che «nell'amore dell'uomo per la donna e della donna per l'uomo risiede la possibilità di un'autentica risurrezione dal passato, se essi non perdono la speranza di una vita più piena, se ognuno ama come può e come la sorte gli permette, e se sono convinti che per loro la gioia dell'incontro d'amore non è pura utopia». Secondo Ghia, «la fragilità di coppia si contrasta imparando (e insegnando) a "fare memoria"»: il "fare memoria" della storia della coppia fa sì che gli eventi inerenti al cammino della vita vengano interiorizzati in modo talmente profondo che «separarsi da essi rappresenterebbe la separazione di una parte importante e insostituibile del "sé"».

La terza tesi è che «ad amare e a sanare le proprie ferite si impara con l'abitudine a declinare il valore della lentezza»: in questo senso «sarebbe utile educare i giovani a comprendere che il tempo dell'esperienza, come appropriazione riflessiva del proprio vissuto, è un tempo lento, e che occorre molta pazienza per riappropriarsi reciprocamente del rapporto con l'altro».

Occorre poi non dimenticarsi che «fede e amore posseggono la medesima modalità espressiva»: cioè equivale a dire che non si tratta di un "salto nel buio", come la fede e il matrimonio vengono spesso erroneamente definiti, quanto piuttosto di una modalità per esprimere i loro contenuti fondamentali che sono il "fidarsi" e l'"affidarsi".

Da ultimo, Ghia si chiede quale potrebbe essere il vantaggio per tutta la chiesa, in particolare per una parrocchia, di uno slittamento della collocazione "straordinaria" di questa specifica pastorale verso una collocazione "ordinaria". Tale "collocazione" non favorirebbe una "ristrutturazione" in senso più realistico delle parrocchie, aiutandole a raccogliere l'appello delle coppie che vivono il dramma della separazione e del fallimento di un progetto di fedeltà "per sempre" e rapportandosi ad esse in modo autenticamente misericordioso, condividendone la comune fragilità? Inserirle in una pastorale "ordinaria" non costituirebbe una strada percorribile per evitare che le coppie, una volta ricostituite, interiorizzino una condizione permanente di scacco, tale da produrre un allontanamento dalla pratica religiosa abituale? In questo modo le parrocchie potrebbero rappresentare il "luogo" privilegiato per cogliere la presenza misteriosa ma reale di Dio anche là dove non viene abitualmente o frequentemente ricercata.

Mauro Pizzighini - Settimana n. 3 anno 2011

 

Ultima modifica Mercoledì 02 Maggio 2012 14:52
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

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