Martedì, 12 Dicembre 2017
Domenica 18 Settembre 2011 11:12

I giovani allo sbando. E i genitori?

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Quali regole danno i genitori? Perché si sta accettando passivamente quanto accade? Quale dialogo c'è con i figli? Quale capacità c'è di pensare che il problema va affrontato mettendosi insieme perché ne va del futuro dei nostri ragazzi e giovani?

 

Piantare vigne in tempo di catastrofe/2  I giovani allo sbando. E i genitori?

Per reagire alla crisi stiamo rivisitando i luoghi educativi. Siamo partiti dalla scuola, perché è a questo che ci rimandava il mese settembre. Scorrendo il tempo ordinario, viene subito in mente la famiglia. A cui rimandano anche molti fatti: giovani che muoiono sulla strada dopo essere usciti ubriachi dalla discoteca, tentativi di stupri ove manca la chiarezza nel rapporto tra vittima e carnefice, continui arresti per spaccio di sostanze stupefacenti. La cronaca peraltro ci consegna solo i fatti più eclatanti. Se poi c'è la morte, tutto diventa motivo di maggiore curiosità. Nella vita invece, prima dei fatti eclatanti, ci sono le tendenze che si vanno diffondendo senza che qualcuno metta un argine. Sempre più tanti giovani, e tra di loro moltissime ragazzine e ragazzini minorenni, stanno nei vari luoghi dei nostri centri storici o delle periferie a distruggere, bere, schiamazzare, vivere una sessualità senza freno e senza pudore. E questo indipendentemente dall'avere o meno un lavoro. Certo in molti casi c'è l'aggravante della disoccupazione e della precarietà, ma è comunque più profonda e ampia la tendenza alla trasgressione e la rinuncia di una vita "buona e bella". Sono tutti fatti e tendenze che, se vogliamo essere lucidi, se non vogliamo girarci attorno, rimandano alle famiglie e ad alcune domande semplici sulla volontà della famiglia di essere luogo di crescita in cui si offrono mete e confini. Quali regole danno i genitori? Perché si sta accettando passivamente quanto accade? Quale dialogo c'è con i figli? Quale capacità c'è di pensare che il problema va affrontato mettendosi insieme perché ne va del futuro dei nostri ragazzi e giovani?

Si va perdendo la qualità della vita adulta

La famiglia – è bene dircelo – non è in crisi solo perché aumentano divorzi e separazioni, ma perché si stanno perdendo le qualità della vita adulta. Negli adulti, e quindi nei giovani. Negli adulti che restano adolescenti. Negli adulti che usano i figli contro il partner. Negli adulti che danno beni materiali e non si preoccupano di beni spirituali. Negli adulti che senza alcun pudore portano bambini ancora piccoli nelle sale scommesse. Negli adulti che conservano parvenze di religiosità senza Vangelo ... Peraltro, se focalizziamo l'attenzione su famiglie che si dicono cristiane, le domande si precisano ma non diminuiscono di problematicità: a chi interessa oggi veramente comunicare il Vangelo? Come comunicarlo se Dio, la messa, la vita spirituale diventano le cose più marginali? Ma anche: come dire Dio se non si è trasparenti? Come dire Dio e la cura educativa se non si pensa a trasmettere coraggio e speranza? La mia scuola come molte altre sta vivendo momenti dolorosissimi a causa degli effetti dei decreti Gelmini. Quello che mi ha colpito in questi giorni è come, di fronte allo smarrimento di alunni malamente riposizionati in classi raddoppiate di numero, il dirigente si è preoccupato solo di evitare qualsiasi richiesta al Ministero per avere altre classi a motivo di una pregiudizievole rassegnazione (non nascondendo la convinzione che eventualmente vanno chieste per intercessioni dei potenti!). Un genitore invece con lucidità ha colto come quest'atteggiamento danneggi le nuove generazioni in profondità: «Così ai nostri figli – ha gridato questo papà – togliamo la speranza che lottando le cose possano cambiare!». Un papà, una mamma, un genitore! Da lì forse dovremmo ripartire. Chi genera un figlio deve ricominciare a pensare che mettere al mondo non basta. E poiché si è in due, bisogna ritrovare un confronto che aiuti a mettere insieme fermezza e mitezza, contenimento e fiducia. E dal 'due' imparare che si può, si deve essere in quattro, otto, venti a discutere, non di banalità, ma del contesto che troveranno i nostri figli dopo la catastrofe di un Paese «senza nocchiero e senza rotta». La famiglia, focalizzando le vere questioni a partire dall'amore dei genitori verso i propri figli, ritroverà la propria identità di luogo anzitutto degli affetti e gli affetti avranno la forza di migliorare la città e il mondo. Con uno sguardo capace di lasciarsi interpellare dai più poveri del territorio e del mondo, la cui accoglienza darà ulteriore luce agli affetti, aiuterà tutti i componenti ad essere più veri.

Se si ama, si resiste, si cambiano mentalità e stili di vita

Utopia? No: dovere, se si vuole bene! Perché, è utile dircelo con franchezza, sono sterili tante lamentele rivolte solo agli altri o alla società che va male, non bastano i pii desideri o astratte proclamazioni di principio. Servono piuttosto decise svolte anzitutto negli stili di vita, nella mentalità, nelle priorità. La crisi da questo punto di vista potrebbe rendere tutti più avvertiti. Scrive don Tonio Dell'Olio: «Nella crisi c'è bisogno di un pensiero positivo. Non più debole e sconfitto, fragile e negativo. Un pensiero positivo non necessariamente vincente e di successo, ma almeno in grado di costruire, di essere alternativo alla decadenza. Un pensiero-progetto. Denso. Forte di valori e di memoria. Carico di vita e di esperienza». E contro il rischio di restare orfani della necessaria rete e alleanza educativa, poiché prevalgono egoismi da clan o sudditanza al potente di turno, occorre raccogliere il meglio del patrimonio di bene delle nostre famiglie, per ricordarci che «questa è l'ora della solidarietà intelligenze e della vicinanza. Sono i giorni in cui i vincoli di appartenenza chiusa dovrebbero soccombere sotto il richiamo profondo e interiore alla responsabilità collettiva. Occorre attrezzare le barche a prendere il largo piuttosto che ormeggiare nella falsa sicurezza delle nostre grettezze. O ci si salva insieme o non c'è salvezza per nessuno». E i maestri diventano quanti nella crisi non si sono induriti, ma si sono lasciati «temprare». Lo impariamo da amici che hanno molto sofferto, come nella frazione di Paganica, all'Aquila, dopo il terribile terremoto del 6 aprile 2009: è ancora vivo e pesante il dolore, ma più grande è il dono che ci fanno di persone e di famiglie capaci di capire e di scegliere ciò che conta e rende più umani. E le Clarisse, rimaste a Paganica anche dopo aver perso la Madre e il Monastero, "scrivendo" un'icona di Maria, hanno inserito nella raffigurazione del Bambino una scarpetta slacciata, simbolo delle paure della vita, rimandando quindi all'abbraccio forte della Madre, al calore di un legame in cui dubbi e timori si sciolgono e la terra della vita viene abitata e illuminata dalla luce del cielo.

E le famiglie cristiane?

L'icona dell'abbraccio in cui si sciolgono paure e si rende luminosa la terra della vita vale per tutte le famiglie, nell'ordine della creazione che fa dell'unione tra l'uomo e la donna, del patto nuziale, un'immagine della comunione intima che costituisce il mistero intimo della vita trinitaria. E le famiglie cristiane? Parafrasando "A Diogneto" mi pare che esse siano l'anima, forse meglio dire: sono chiamate ad essere «l'anima del mondo», per ricordare a tutti la chiamata a riflettere il mistero trinitario. Per questo non bastano i gruppi famiglia, non bastano impegni specifici come quelli dei corsi prematrimoniali, non basta l'associazionismo: tutte cose buone, che però rischiano di mancare di radici e di orizzonti. Due cose invece le famiglie dovrebbero far risplendere mettendosi al servizio di tutte: aiutare a ritrovare l'essenziale e quindi una cura educativa vera alla relazione autentica dal povero. Non è ovvio. Non è ovvia l'attenzione alla preghiera quotidiana nella calma, preparata e accompagnata da semplicità di vita, alimentata nella partecipazione alla lectio divina e all'eucaristia di tutti in parrocchia. Tutt'altro che ovvio quel necessario "posto" alla mensa, soprattutto festiva, senza il quale si rischia di non riconoscere la visita del Signore. Quest'apertura peraltro fa crescere figli capaci di capire le valenze dell'amore evangelico senza troppe prediche, salva la famiglia da pericolosi psicologismi, testimonia veramente che quella famiglia sta vivendo a immagine della Trinità. Forse questo è pure il modo migliore per far crescere, secondo il ripetuto auspicio del Papa, una nuova generazione di cristiani che si impegnano in politica. Con una sola, radicale, caratteristica: l'effettiva ricerca del bene comune!

Maurilio Assenza

 

Ultima modifica Martedì 11 Ottobre 2011 15:21
Maurilio Assenza

Maurilio Assenza

Docente di storia e filosofia nel Liceo Scientifico Galilei di Modica e Direttore della Caritas diocesana di Noto.

Produzione, selezione e pubblicazione testi.

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