Mercoledì, 23 Agosto 2017
Giovedì 29 Dicembre 2011 08:14

La persistente ombra della disuguaglianza

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Nel 2002 Ermanno Gorrieri a conclusione di un'attenta riflessione sul significato e il valore del principio di uguaglianza, sottolineava la sostanziale iniquità di politiche sociali che considerassero gli individui come monadi isolate e non tenessero conto del contesto familiare all'interno del quale le persone operano.

 

 

Nel 2002 Ermanno Gorrieri - lo studioso che può essere considerato in Italia il pioniere delle politiche familiari — pubblicava un volume, ancora oggi attuale, Parti uguali fra disuguali in cui, a conclusione di un'attenta riflessione sul significato e il valore del principio dì uguaglianza, sottolineava la sostanziale iniquità di politiche sociali che considerassero gli individui come monadi isolate e non tenessero conto del contesto familiare all'interno del quale le persone operano. Il mutamento di prospettiva dell'individuo, e cioè dal singolo considerato per sé stesso, alla persona inserita in una comunità, prevalentemente nel gruppo familiare, avrebbe dovuto rappresentare, nella prospettiva dell'economista modenese, la necessaria premessa di politiche sociali ispirate a una reale giustizia.

 

Un duplice spettro

A circa dieci anni da quel libro - e a oltre un trentennio di distanza dalle indicazioni provenute dalla Commissione nazionale per le politiche familiari voluta dall'allora ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin e di cui lo stesso Gorrieri era stato vicepresidente - l'ombra della disuguaglianza incombe ancora sulle politiche fiscali adottate nel nostro Paese. Pressoché nulla, in tutti questi anni, è cambiato, nonostante l'evoluzione della società italiana abbia messo in evidenza i danni che derivano al Paese, ancor prima che alla famiglia, da una politica fiscale fondata sul singolo soggetto e non sulla comunità familiare. Si tratta, dunque, di invertire la tendenza: compito né semplice né facile in un periodo di stagnazione, se non proprio di vera e propria crisi: si è perduta l'occasione rappresentata dai non pochi anni di continuativa crescita economica e si deve oggi fare i conti con un sistema economico che non ha più eventuali surplus da destinare alla famiglia ma deve ripartire diversamente la medesima torta (se non, addirittura, una torta ancora più piccola), ben sapendo che una fetta più grande per la famiglia implica una fetta più piccola per altri soggetti. Tutte le strade che portano, sia pure con diverse modalità tecniche, al riequilìbrio della fiscalità a favore della famiglia devono misurarsi con un duplice "spettro": quello della memoria della "tassa sul celibato" di origine fascista e quella della dialettica tra famiglie fondate sul matrimonio e famiglie di fatto.

Quanto al primo problema, la "tassa sul celibato" - talora evocata da coloro che hanno in realtà una ben scarsa conoscenza della reale incidenza delle politiche demografiche nciel fascismo - è stata sperimentata in Italia, in verità per un breve periodo di tempo e con risultati oggettivamente modestissimi, in vista del progetto espansionistico del regime, quello fondato sugli "otto milioni di baionette"; progetto in vista del quale il numero - si riteneva, ma a torto, non facendo i conti con il carattere accentuatamente tecnologico delle guerre moderne - poteva sembrare "potenza". Ma oggi il quadro non è più lo stesso, anzi appare completamente capovolto: sostenere la famìglia non rappresenta una "tattica di espansione", ma semplicemente una "tattica di sopravvivenza", dato che tutti gli studiosi (e sui numeri non si può barare) mettono in evidenza i preoccupanti scenari che si aprirebbero all'Italia qualora continuasse l'attuale trend demografico.

Circa, poi, le famiglie di fatto vi è un sostanziale consenso sul fatto che, almeno nei riguardi di quelle con figli, nessuna discriminazione sarebbe (anche sotto il profilo del rispetto dei princìpi costituzionali) possibile: oltre tutto le differenze tra i figli cosiddetti "legittimi" e quelli cosiddetti "illegittimi" sono, da tempo superate tanto dall'ordinamento giuridico quanto dalle decisioni giurisprudenziali. Anche dal punto di vista delle politiche sociali, non è senza significato che il Paese sia popolato di uomini e donne che hanno scelto, nella linea indicata dall'art. 29 della Costituzione repubblicana (che questa forma di relazione, e non altre, riconosce) la condizione matrimoniale, perché essa dà normalmente garanzia di una maggiore stabilità e di un più puntuale adempimento dei compiti e delle responsabilità che paternità e maternità esigono. Tuttavia, la preferenza accordata alla condizione matrimoniale non può implicare, per quanto riguarda i figli (innocenti), distinzioni o discriminazioni.

Future politiche fiscali a favore dei genitori con figli non potranno penalizzare questi ultimi sulla base dello stato civile della coppia. Si tratta dunque di sgomberare il percorso da questi falsi problemi e di cercare di rispondere alla fondamentale domanda dalla quale prendevano le mosse queste riflessioni: che cosa significa "equità fiscale"? E perché, in base ad essa, privilegiare le famiglie con figli?

Tre buone ragioni

Sono fondamentalmente tre le "buone ragioni" che possono essere addotte in ordine alla scelta di campo cui la società dovrebbe ispirarsi, traendone poi le logiche conseguenze sul piano della legislazione.

1. La prima ragione è rappresentata dal riconoscimento della necessità assoluta di un adeguato ricambio generazionale, sia per garantire la popolazione anziana, sia, e soprattutto, per inserire nel corpo sociale quell'attitudine all'innovazione che è tipica del "passaggio di consegne" dai genitori ai figli. È ovvio che anche le generazioni di mezzo (e gli stessi anziani) sono capaci di innovazione, come dimostra l'esperienza di vita di scienziati e musicisti, scrittori e imprenditori che anche in età avanzata hanno elaborato progetti innovativi e talvolta prodotto i loro capolavori o realizzato le loro più importanti scoperte. Ma, come la storia dimostra, sono soprattutto le nuove generazioni che determinano i nuovi corsi delle società. Tutto fa ritenere che un forte ridimensionamento della componente giovanile della società bloccherebbe o rallenterebbe le sue interne dinamiche.

Si potrebbe obiettare che questa funzione di innovazione potrebbe essere affidata ai gruppi di emigrati emergenti, per parte dei quali non si pone - sia per i bassi livelli di reddito sia per il frequente ricorso al lavoro irregolare — almeno per ora il problema dell'incidenza sui loro redditi delle politiche fiscali. Ma anche in questo caso si tratterebbe di una visione miope, oltre che di per sé ingiusta e dunque intollerabile: sia perché, prima o poi, gli emigranti si inseriranno nella società (e anche per loro si porrà il problema dell'equità fiscale); sia, e forse soprattutto, perché è interesse della comunità che lj accoglie che i figli dei migranti possano beneficiare di condizioni di vita e di livelli dì istruzione che li rendano innovatori e creativi: ciò che nemmeno per loro sarebbe possibile senza una profonda revisione delle attuali forme di tassazione dei redditi.

2. La seconda ragione riguarda il potenziale consolidamento della famiglia stabile che può derivare da politiche fiscali più attente al valore della famiglia. Nonostante le farneticazioni di quanti teorizzano la mutevolezza degli amori e dei sentimenti, la interscambiabilità dei partners, la molteplicità degli amori, e prescindendo da una valutazione etica di simili atteggiamenti, non vi è dubbio che la cura e l'educazione dei figli richiedono la stabilità degli affetti, dei sentimenti, della presenza: salvo ricorrere - come nei falliti progetti delle utopie socialiste dei falansteri e del totale affidamento dei figli allo Stato - a compiti di cura collettivi che avrebbero nello stesso tempo costi altìssimi e bassissima efficacia pratica.

Non vi è dubbio che la stabilità della cura e del percorso educativo siano un bene per la società. Questo bene è assicurato in prima e fondamentale istanza dall'affetto e dal senso di responsabilità dei genitori; ma è, nello stesso tempo, influenzato — come le scienze sociali hanno ampiamente dimostrato - dalle condizioni materiali di vita della famiglia. Le abitazioni piccole e indecorose, la cattiva nutrizione, la difficoltà di accesso a cure mediche diverse da quelle garantite dai servizi sociali, e così via: tutto questo non è certamente causa, bensì condizione, spesso necessaria, della stabilità familiare e della continuità (e soprattutto della qualità) dei percorsi educativi. Anche da questo punto di vista la scelta preferenziale per le famiglie con figli appare del tutto corrispondente all'interesse generale della comunità.

3. La terza e ultima ragione (ma altre se ne potrebbero evocare) è rappresentata dall'interesse che le nuove generazioni hanno alla persistenza nel tempo della società fraterna. La mancanza di adeguate politiche fiscali per la famiglia è una delle cause fondamentali (non l'unica, ma nella maggior parte dei casi quella più importante) della riduzione delle nascite e dell'affermarsi, ormai quasi a macchia d'olio sul territorio nazionale (e in non pochi Paesi dell'Occidente) del modello del figlio unico. Tutte le indagini mettono in evidenza che vi è un desiderio di paternità e di maternità, normalmente orientato ai due figli, che non viene soddisfatto, per ragioni molteplici ma, con grande frequenza, per l'insopportabilità (o almeno ritenuta tale) degli oneri di allevamento e di educazione, sempre più prolungata, dei figli, e dunque essenzialmente per ragioni economiche.

Ci si sta avviando in Italia - se non avverrà la necessaria inversione di tendenza - verso l'eclissi della società fraterna e verso un Paese popolato in gran parte da figli unici, i quali non avranno mai sperimentato nella vita quotidiana - e non nel gruppo, in qualche modo artificiale, delle istituzioni scolastiche - quel particolare e singolare rapporto con l'altro che è appunto quello fraterno: fatto di amore e insieme di conflittualità, di ricerca della propria individualità (a confronto con un altro, spesso di sesso diverso) e insieme di presa di coscienza dei condizionamenti, ma anche delle ricchezze, dell'altro. Non è un caso che non pochi problemi delle nuove generazioni giovanili siano legati a questa mancanza di condivisione e di tendenziale educazione alla socialità e alla solidarietà, che è costituita appunto dalla società fraterna.

Un intervento parziale

Sono fondate le legittime attese per una politica fiscale finalmente rispettosa della soggettività della famiglia; ma nello stesso tempo si deve riconoscere che interventi di questo genere sono doverosi e necessari ma non potranno rappresentare il toccasana di tutti i mali da cui la famiglia è minacciata a causa dell'affermarsi di una concezione sempre più marcatamente individualistica e autoreferenziale della vita e dal conseguente moltiplicarsi di quelli che Achille Ardigò ha chiamato "individui casuali", immersi in quella che un altro sociologo, Zygmund Bauman, ha definito la "società liquida", all'interno della quale galleggiano gli "amori liquidi".

Gli interventi di natura economica sono inevitabilmente limitati e parziali, ma tuttavia doverosi. Il solenne impegno della nostra Costituzione, «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi» (art. 31) non è un optional, né dovrebbe rimanere una sorta di pio desiderio. A oltre sessantanni da quella solenne enunciazione occorre che la società italiana si assuma tutte intere le proprie responsabilità nei confronti della famiglia e realizzi, quell'"uguaglianza" nella diversità - cioè un fisco più equo nei confronti delle famiglie con figli - che sino a ora è stata, in larga misura, una semplice "dichiarazione di intenti", una promessa non mantenuta.

 

Giorgio Campanini

Famiglia Oggi di Gennaio-Febbraio '11.

Ultima modifica Sabato 09 Novembre 2013 08:35
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

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