Domenica, 22 Ottobre 2017
Martedì 24 Gennaio 2012 11:49

La solitudine dei nostri figli

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Attraverso sette racconti esemplari, raccolti nel volume Se la casa è vuota, l'autrice, giornalista del Corriere della Sera, analizza il rapporto tra genitori e figli e la sofferenza dei ragazzi all'interno delle famiglie di oggi.

 

Incontro ad Alba con Isabella Bossi Fedrigotti

Chiara, diretta, lucida, essenziale. Isabella Bossi Fedrigotti non fa sconti. E quando si tratta di famiglia la sua lucidità è quasi accanimento, la sua acutezza, brutalità.

A chi è venuto ad ascoltarla parlare di famiglie e solitudini di oggi, ad Alba, in occasione della Settimana della comunicazione, ha tolto subito ogni dubbio sul suo pensiero: «Chi vi ha raccontato che conta la qualità del tempo trascorso con i figli e non la quantità, ha mentito. Si tratta di una bugia. Pietosa, auto convincente, consolatoria. Ma è una falsità.

«Conta anche - non dico solo, ma certamente anche - la quantità. Perché troppe volte le storie che i ragazzi raccontano oggi parlano di solitudini, di giorni trascorsi in attesa. Di stanze vuote, in cui campeggia solo un grande orologio. Rosso, immenso, con le lancette puntate sulle sette. "Che è l'ora in cui mamma ha detto che torna dal lavoro. Torna quando le lancette sono così. E io aspetto". Questo me lo ha raccontato una bimba di una scuola vicino Roma, mimando la posizione delle lancette con le braccia, quando le ho chiesto che cosa rappresentava il disegno che aveva fatto a scuola, in preparazione all'incontro con me. Ero stata invitata in quella scuola da un gruppo di insegnanti e genitori. Una scuola di periferia, affatto disagiata, bella, pulita, discretamente sobria, con molti genitori, apparentemente attenti ai figli e ai loro bisogni. Ma che lavoravano e stavano via, entrambi, fino al pomeriggio tardo. E i bambini stavano spesso soli in casa».

Quelle ore di solitudine, mercanteggiate a fatica dai più grandi come spazi di libertà, non solo non erano amate dai più piccoli, erano anzi temute, come responsabilità troppo grandi per le loro spalle ancora fragili. «I genitori, tuttavia, sembravano non capire e chiedevano ai figli di adeguarsi alle necessità di casa: .. A nove, dieci, anni li si può lasciare qualche ora soli in casa, no? Così i soldi della baby sitter si possono risparmiare, ché di questi tempi tutto aiuta ad arrivare a fine mese". Così dicevano quei genitori, che la crisi ha costretto a riunire tre, a volte quattro, lavori precari per riuscire a portare a casa uno stipendio accettabile.

«E la società ha costretto a fare a meno di quella rete di rapporti che la famiglia, fino a qualche anno fa, rappresentava. Con nonni che non erano impegnati in giovanilistici tourbillon d'impegni per esorcizzare l'invecchiamento, con zii che stavano vicini, con madri a casa, che avevano tempo (e voglia) di stare con i figli. Padri che rimproveravano, ma che c'erano. Genitori che non abdicavano al loro ruolo, perché fare gli amici dei figli "è più moderno" (ed è pure più facile). Con cortili e strade che erano luoghi dove stare, fermarsi senza paura, giocare insieme. Con oratori che erano pieni, sport che non erano competizione estremizzata, impegni extrascolastici sostenibili e non "parcheggi" dove lasciare i figli mentre si è al lavoro.

«Come non capire le difficoltà di quei genitori? Le preoccupazioni che li fanno tornare a casa silenziosi, incupiti, a volte arrabbiati con il mondo, dopo ore di bocconi amari, ansie da prestazione e traffico? Ma a casa ci sono i figli. Troppo spesso soli, a guardare le lancette "fino a che non arrivano così", come diceva quella bimba. E le ragioni dei figli, le storie dei figli, la solitudine devastante che taluni si portano dentro chi la racconta?».

Invitata alla Settimana di Alba

Isabella Bossi Fedrigotti se lo è chiesto e ha risposto. Con Se la casa è vuota (Longanesi 2010, pp. 136, € 15,00). Sette storie, sette nomi e una riflessione finale: 136 pagine di incomprensioni, proiezioni, genitori egoisti e vanitosi, incapaci di accettare l'altro e, prima ancora, forse anche il sé. E di amori, a volte, e amicizie che vincono il malessere. E un denominatore comune: la solitudine. Sentimento "da vecchi", si pensa di solito. Che, invece, oggi, è diventato più che mai incubo dei bambini.

Come ben ha ,espresso la scrittrice: «Ѐ un incubo perché è un sentimento da cui i bambini non si sanno difendere e al quale finiscono o per cedere, svaporando l'energia loro propria, o per ribellarsi. A loro modo: chi con la violenza, chi con il rifiuto del cibo, chi fuggendo in una realtà virtuale e più soddisfacente, chi rifugiandosi nelle droghe, chi pretendendo di arginarla con comportamenti maniacali o attaccandosi con spasmo ai "primi venuti", che magari non sarebbero le persone più adatte, ma sono quelle più disponibili. A volte anche ad avviarli lungo strade da cui è difficile tornare indietro. Per tutte queste ragioni avrebbero diritto, i bambini e i ragazzi, a non essere lasciati soli».

Il tema delle solitudini serpeggianti nelle famiglie rispondeva con così dolorosa precisione all' appello all'autenticità di vita nell'era digitale, lanciato dal Santo Padre per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che il comitato organizzatore della Settimana della comunicazione albese ha invitato la giornalista e ha realizzato diversi laboratori in due istituti superiori, a cui hanno partecipato 220 studenti dai 15 ai 18 anni.

A raccogliere le loro impressioni la psicologa Alessandra Borgogno e la presidente della Consulta albese delle pari opportunità Orsola Bonino. «Ne è emersa una fotografia di giovani di buon senso. A volte molto più dei loro genitori», sostiene Borgogno. «Giovani che hanno chiesto come ricucire rapporti familiari interrotti, manifestato difficoltà a comunicare i loro bisogni ai genitori (solo un 6% ha dichiarato di sentirsi ascoltato e sostenuto), che si interrogano sul perché i genitori impediscano loro di scegliere in autonomia, perché impostino le conversazioni sui risultati scolastici e chiedano poco o anche mai come si sentano. Giovani che hanno come punti di riferimento ragazzi poco più grandi, a volte fratelli, amici, coach sportivi, capi scout, più raramente insegnanti, con i quali, ammettono, è più facile confidarsi, perché non sono subito pronti a tagliare giudizi col coltello». Giovani che, il l° giugno, hanno riempito l'auditorium della fondazione Ferrero e hanno portato con sé, in molti casi, i genitori. Per metterli di fronte a una verità che loro, forse, non avevano il coraggio di dire.

Storie vere, lancinanti, segrete

Isabella Bossi Fedrigotti li ha tolti dall'impaccio. Perché quelle del libro sono storie di tutti. Vere, lancinanti, segrete. Che non appartengono a realtà disagiate, ghetti sociali, contesti poveri moralmente.

«Spesso i genitori del libro sono persone degnissime, intelligenti, colte, preparate, impegnate. In quanto persone, appunto. Non così come genitori. Nel contesto familiare qualcosa, a un certo punto, è andato storto», ha raccontato la scrittrice. C'è stata una nota stonata che non si è chiusa nell'attimo in cui, per sbaglio, è stata emessa, ma ha continuato a vibrare. Ha fatto danni. Ha rotto l'armonia. Dall'interno, con sottile, lenta ma inesorabile pervicacia.

«Il libro è nato una notte. In redazione [Bossi Fedrigotti è giornalista del Corriere della sera, nda] eravamo rimasti in pochi. La notte facilita le chiacchiere libere, le confidenze. Un collega raccontava preoccupato del figlio, della lama di luce sotto la sua porta, fino a tardi, delle mani che si spostavano precipitose dalla tastiera al libro di testo, in un penoso tentativo di giustificazione, dei giochi di ruolo e dei filmini pomo che lo tenevano incollato al video giorno e notte. Tanta notte, dimentico di mangiare, di dormire.

«Nel giro di qualche giorno si sommarono alcuni fatti di cronaca nera che avevano come protagonisti dei giovani di buona famiglia che avevano sbandato. Storie diverse di bullismo, droga, dipendenze, un suicidio. Si era "creato il caso" e il direttore mi affidò un fondo. Il primo fondo femminile del Corriere. Riflettei, raccontai. Arrivarono lettere, storie di madri, di padri che non sapevano come uscire da situazioni che erano sfuggite di mano, incancrenite dal silenzio, piagate da distanze emotive che erano diventate profonde come baratri. Mi accorsi che il malessere era diffuso, il mio editore mi chiese di farne un libro. Accettai, a patto di raccontare soltanto.

«Non sono una saggista», ha ammesso, «non pretendo di insegnare come evitare certe derive. Ma penso che raccontare serva. Per riflettere, per riconoscere nella storia, magari estrema e borderline dell'altro, il germe di male che si sta innestando nella propria. E ammetterlo con sé stessi, cercare di porvi rimedio. Finché si è ancora in tempo».

Valeria Pelle

 

Ultima modifica Martedì 03 Aprile 2012 21:29
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

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