Sabato, 16 Dicembre 2017
Giovedì 13 Dicembre 2012 12:42

Genitori: testimoni della fede

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Mostrare la fede nel nostro vivere quotidiano diviene ... il nostro compito principale. Non si tratta di formare bravi cristiani con tante regole in testa, ma di permettere che la fede passi di generazione in generazione. A volte, come genitori, ci preoccupiamo maggiormente della formazione umana e accademica dei nostri figli, giustamente cerchiamo il meglio per loro, ma si rischia di dare poca importanza all’educazione religiosa. È importante cercare di passare da una fede individualistica ad una fede più condivisa nella coppia e nella famiglia.

 

Scrive il Concilio Vaticano II: “I coniugi cristiani sono cooperatori della grazia e testimoni della fede reciprocamente e nei confronti dei figli e di tutti gli altri familiari. Sono essi i primi araldi della fede ed educatori dei loro figli; li formano alla vita cristiana e apostolica con la parola e con l’esempio…” (AA 11).

Il testimone è colui che ha visto, ha toccato con mano, l’incontro personale lo ha cambiato, tant’è che non può non rendere testimonianza di questo. Il testimone, inoltre, è chiamato ad interrogarsi, a rendere ragione dell’avvenimento. Proprio per questo, ritengo che il primo compito di noi genitori nella trasmissione della fede sia quello di interrogarci a che punto sta la nostra fede, dove stiamo noi rispetto all’evento Gesù. Il primo e fondamentale passaggio, dunque, sta nel nostro personale impegno a vivere la nostra fede, a mettere a fondamento la certezza che Dio, con la sua grazia, precede sempre e accompagna noi coniugi nella vita quotidiana. Una fede adulta e matura deve dare ragione della speranza. Non corriamo forse il rischio di staccare la nostra vita dalla fede?

S. Agostino diceva che due sono le cose più brutte, condurre una vita senza speranza e vivere una speranza senza fondamento. Vivere la speranza e fondare la propria speranza diviene il dato fondamentale di ogni coppia cristiana. È Cristo il nostro fondamento e la nostra speranza. La centralità di Cristo ci dà la prospettiva da cui dobbiamo partire. Queste ragioni di vita e di speranza non sono sintetizzabili in un discorso astratto e tecnico, ma dicono una presenza, una trasformazione in atto della propria vita.

La prima testimonianza sta proprio nell'esser disposti a vivere in profondità il nostro amore. A far del nostro matrimonio un continuo dono, senza aver paura di farlo fino in fondo, senza riserve. Come coppie siamo chiamati a testimoniare l’apparente inutilità dell’amore. Esso sembra inutile, perché non si può quantificare, non si pesa, rientra in una logica totalmente diversa da quella portata avanti dal pensiero odierno. Chi ama non è indifferente, non ha paura di rischiare e impegnarsi per paura di perdersi, è pronto a vivere il proprio matrimonio come una benedizione, ad impegnarsi in una relazione unica e insostituibile, senza equivalenti. Quel giorno che ci siamo “accolti” nel Signore, non ci siamo promessi di essere sempre scattanti e desiderabili, ma di impegnarci perché l’amore cresca e riesca. Ci siamo impegnati ad accogliere tutto l’altro, non una parte. Abbiamo promesso di sposare gli alti e i bassi, i momenti di slancio e i momenti di pausa, gli invecchiamenti e i rinnovamenti. Soprattutto, però, questo lo abbiamo promesso nel Signore. Abbiamo deciso di lasciargli spazio nella nostra vita, di “contrarci” un po’, per lasciare spazio ad un Altro. Il Dio cristiano è il Dio fedele. È un Dio pronto a scommettere di nuovo anche quando umanamente tutto sembra perduto. Non abbandona il suo popolo, lo cinge d’affetto e di tenerezza. Egli è un Dio, follemente innamorato di noi. Anche quando non lo percepiamo e non lo comprendiamo, ci protegge, ci sostiene con il suo amore, la sua tenerezza e la sua comprensione.

È questo messaggio d’amore che Dio affida a noi coppie cristiane. Preoccupati e impegnati quotidianamente in molti problemi e aspetti della vita, talvolta corriamo il rischio di dimenticare che siamo testimoni nel nostro amore di un Amore più grande.

Mostrare la fede nel nostro vivere quotidiano diviene, quindi, il nostro compito principale. Non si tratta di formare bravi cristiani con tante regole in testa, ma di permettere che la fede passi di generazione in generazione. A volte, come genitori, ci preoccupiamo maggiormente della formazione umana e accademica dei nostri figli, giustamente cerchiamo il meglio per loro, ma si rischia di dare poca importanza all’educazione religiosa. È importante cercare di passare da una fede individualistica ad una fede più condivisa nella coppia e nella famiglia. Talvolta, fra genitori e figli, si condivide tutto, tranne la fede e le esperienze religiose. C’è una sorta di pudore, manca l’abitudine; si delega l’aspetto religioso ai luoghi deputati a questo. Se così avviene stiamo, purtroppo, dimenticando che ci siamo impegnati, sia nel giorno del nostro matrimonio, sia nel giorno del battesimo dei nostri figli, ad educarli nella fede. L’educazione alla fede è impegno, missione e ministero che si estende a tutto l’arco e a tutte le età dell’esistenza umana.

L’esperienza mostra con sconcertante evidenza che la catechesi con i fanciulli promossa dalle comunità parrocchiali risulta riduttiva e impoverita se non è sostenuta da una costante catechesi familiare. Il ragazzo resta confuso, sconcertato, scisso da una mancata intesa tra l’esperienza della fede che compie in parrocchia e i messaggi, a volte di indifferenza, se non contraddittori, che riceve dalla famiglia. Ancor peggio, se pensiamo all’adolescente. Qui il conflitto sembra moltiplicarsi di fronte alla nostra incoerenza di genitori: “dicono, ma non fanno…”.

Non è indifferente, in questo senso, l’atmosfera familiare che i figli trovano a casa, essa diviene un “parlare di Dio” implicito, ma indelebile. Le nostre famiglie dovrebbero diventare chiese domestiche, dove si prega e si ascolta, dove si spezza il pane e si condivide una profonda comunione fraterna.

È necessario, per coppia e famiglia, utilizzare al meglio momenti già esistenti che hanno perso, nel tempo, la loro caratteristica di essere occasioni di condivisione. Sedersi attorno alla tavola ha già in  sé un significato molto forte, vuol dire prendere tempo per sé. Nei vangeli Gesù viene presentato seduto a tavola a condividere il pasto con i suoi amici. È proprio attorno alla tavola che Gesù istituisce quel gesto che permetterà ai suoi amici di averlo sempre con loro.

Attorno alla tavola ci si siede poi per condividere il cibo. La famiglia che si raduna attorno alla tavola è un po’ il pane dato dai genitori ai figli, è un po’ il proprio corpo e il proprio sangue: è la vita donata a loro, la vita fisica e i mezzi per viverla e la vita spirituale come “primi maestri della vita”. È partecipazione alle gioie e alle pene, alle difficoltà e alle preoccupazioni, perché ogni giorno porta con sé la sua pena. È un dare e ricevere fra genitori e figli, dove nessuno mai “scomunica” l’altro, ma ne ricerca la comunione più piena.

In questa direzione penso che “essere porta” sia il segno distintivo della famiglia cristiana. La porta preserva l’intimità, fa da scudo alle molte intemperie, protegge. La famiglia se vuole effettivamente essere nella comunità cristiana segno dell’amore di Cristo per la sua Chiesa, deve prima di tutto crescere nell’amore, in un reciproco e totale dono.

Questa comunione, però, apre la porta anche ad una condivisione più ampia. La porta si apre, è pronta ad accogliere, a farsi grembo per altre realtà. Contro il rischio dell’anonimato e dell’individualismo, la famiglia può apportare alla comunità il suo stile di vita caratterizzato dall’accoglienza, dall’attenzione alle persone prima che alle cose da fare.

Essere con gli altri e per gli altri, è il segno distintivo di un amore che rifiuta di lasciarsi rinchiudere nella sua privatezza e ha imparato a guardare lontano. La famiglia cristiana deve divenire segno di speranza, spazio nuovo di relazione e di incontro. Essa è chiamata a decidere, a prendere posizione.

La speranza non può essere in alcun modo un’evasione, una fuga altrove, essa è penetrazione, immersione piena, decisa e paziente nel solco dell’esistenza. La Gaudium et Spes ci ammonisce invitando tutti a calare la propria fede nel cuore del mondo, là dove regna la sofferenza: “le gioie e le speranze. Le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore…”

La speranza, dunque, chiama a farsi carico della vita, in tutte le sue manifestazioni, anche dolorose e problematiche. Nulla della vita, anche nel suo grande carico di dolore, è estraneo alla speranza. Questa via della speranza ha i tratti della partecipazione e della condivisione, della sofferenza per gli ultimi, della dedizione del dono, della misericordia e del perdono, della riconciliazione, della

pace.

La preghiera, però, diviene il luogo fondamentale, visibile, esplicito che lega i due movimenti della famiglia come porta santa e dalla quale quest’ultima attinge forza e significato. La nostra vocazione di coniugi, abbiamo visto, ha la sua sorgente nel piano di Dio. Sposandoci abbiamo deciso di incarnare questo progetto, di renderlo visibile e tangibile. È certo che questo dono tocca la nostra vita in profondità, un accoglimento che non potrà essere parziale ma si estende al nostro vissuto, è una scelta che non ci impegna per un momento o per un tempo determinato, ma per tutta la vita. In questo contesto la preghiera esplicita diverrà il luogo in cui i coniugi potranno verificare ed alimentare la verità della loro vocazione. I coniugi dovranno mantenere vivo l’incontro con Dio in Cristo attraverso la preghiera comune:“Occorre che esso non diventi un puro fatto del passato, bensì realtà che continua a maturare e crescere nel presente; la relazione con Dio deve diventare termine e luogo di verifica quotidiana sull’autenticità delle proprie scelte, che hanno bisogno di essere fatte “davanti al Signore” e “con il Signore” per poter essere cristiane” 1.

Il rischio che corriamo è quello di non trovare il tempo per pregare, tanto da arrivare a giustificare la completa assenza di preghiera nella nostra vita coniugale e familiare: “Si prega con la vita” è una delle frasi più ricorrenti, o “non abbiamo tempo”. È vero che tutta la nostra vita è una preghiera, è la risposta vivente ad una chiamata, ma come l’amore ha bisogno di essere “detto”, anche la nostra fede ha bisogno di esplicitarsi. La preghiera, in questo senso, diviene sostegno al nostro vivere quotidiano. Gesù è l’uomo della preghiera, molte volte nei vangeli lo vediamo intento a pregare in una profonda relazione con il Padre. È Gesù stesso che ci indica la strada da percorrere. Il suo legame profondo si esplicita in una preghiera intima e profonda. L’evangelista Luca ci mostra Gesù intento a pregare specialmente nei momenti di maggiore tentazione (Lc 22,39-46), tant’è che la mancanza di preghiera rende fragili e lascia in balia della tentazione i discepoli. È la relazione con Dio che rende forti, pronti anche di fronte alla tentazione, da soli siamo inermi contro le forze del male. La preghiera, quindi, è la forza che ci aiuta ad affrontare anche le difficoltà della vita quotidiana, non come una realtà magica, ma sicuri che Dio è vicino, ci accompagna, ci accarezza e ci sostiene. La preghiera è la lampada che illumina il nostro cammino, che ci ridà forza nei momenti di tensione, che ci aiuta a ringraziare del dono che abbiamo ricevuto.

La preghiera dovrebbe divenire compagna della nostra giornata di sposi e di genitori insieme ai nostri figli. Al mattino è lodare il Signore per la giornata che ci sta donando, ringraziamento perché ci ha conservato durante la notte. La preghiera della sera è un atto di ringraziamento ad un Dio fedele che ci ha seguito e protetto durante la giornata. A volte non siamo più capaci di dire “grazie”, ci comportiamo come bambini viziati a cui tutto è dovuto. La preghiera della sera, inoltre, è una preghiera di abbandono alla misericordia del Padre: “fra le tue mani, mio Dio, rimetto il mio spirito”, mi affido a te, mi abbandono a te che mi custodisci. Ti offriamo la nostra giornata, le nostre gioie e le nostre sofferenze. Siamo, infine, chiamati a rivolgerci a Dio anche per chiedere aiuto come figli che si rivolgono al proprio Padre. Scrive G. Blaquiere: “Ogni famiglia deve trovare il suo ritmo, l’importante è vivere questo momento “per Dio”, viverlo come un tempo davvero totalmente dedicato a lui”2

La catechesi familiare, infine, si fa più intensa e incisiva in coincidenza con i momenti culminanti della vita dell’uomo, sia quelli che si realizzano in casa, sia quelli che coinvolgono il qualche modo parenti e amici. Si legge nel Documento Base per il rinnovamento della catechesi una delle descrizioni più belle e più intense del clima di fede di una famiglia:

“Al Magistero della vita, si unisce provvidamente il magistero della parola che, in famiglia, è quanto mai semplice e spontaneo. Nasce infatti nei momenti più opportuni e più vitali, per celebrare, ad esempio, il mistero di una nuova vita che si accende, per interpretare una difficoltà ed insegnare a superarla, per aprire alla coerenza spirituale, per ringraziare Dio dei suoi doni, per creare raccoglimento di fronte al dolore e alla morte, per sostenere sempre la speranza” (RdC 152).

È qui che si gioca la sfida più grande. Accompagnare i nostri figli nel riconoscimento che la vita è un valore inestimabile in tutte le sue forme, che Dio ama ogni vita e che quella vita ci è data come un dono. Paradossalmente il valore più alto e prezioso di tutta l’esistenza è un dono. Nessuno ha chiesto di venire al mondo, è l’amore che ha permesso questo. Frutto della gratuità più libera, la vita va semplicemente accolta come un dono buono e gratuito, anche nelle sue forme più inconsuete e difficili. Recuperare il valore della vita come mistero non significa rassegnarsi a non capire, non è affidarsi a Qualcuno che dovrebbe sanare ferite e gravi malattie, è invece accettare la propria realtà di creatura, ammettersi “piccoli” e “limitati”. La preziosità e la precarietà della vita umana, dunque, connotano l’esperienza di ogni persona. Due sponde necessarie, due realtà irrinunciabili. La vita mostra tutta la sua precarietà, l’insondabilità, la non-programmazione, ma è questa precarietà che la rende preziosa. Nessuno se ha in mano un bene prezioso, se ne disfa, ma lo coltiva, lo custodisce.

La vita è troppo importante per essere abbandonata a se stessa, è troppo preziosa per non essere custodita. Ogni esistenza è degna perché è espressione di una storia unica e irripetibile, non c’è vita che sia uguale ad un’altra. Invece, oggi, rischia di essere analizzata, smembrata, vivisezionata e perde quel che ha di misterioso e insondabile. La tentazione costante è quella di riconoscerla, quando è godibile, bella, serena, ma si rifugge da essa quando non c’è bellezza “apparente”, quando invecchia, soffre, evidenzia rughe e stanchezza. Accettare la vita nella sua fragilità e provvisorietà non significa giocare al ribasso, ma è dare ad essa un valore inestimabile.

Nonostante il limite e la precarietà, la vita, quindi, va promossa non in una dimensione “minimale”, ma in ogni sua potenzialità. La vita è data in custodia, è affidata, si diventa responsabili di essa come dice il Libro del Genesi. L’uomo è messo da Dio al centro del giardino, non in un lato. Dio è preoccupato di creare l’ambiente per far star bene l’uomo, gli fa tutto questo in dono. Ma nello stesso momento gli affida un compito: quello di esserne responsabile. Il dono implica la responsabilità. L’uomo è chiamato ad essere il giardiniere, ad esprimere cura e calore verso questo dono. La responsabilità rimanda ad una relazione calda e premurosa.

 

Luca Tosoni

 

 

 

S.BASTIANEL, La preghiera nella vita morale. Meditazioni per il cristiano di oggi, Ed. Piemme, Casale Monferrato 1996, p.32. 

2 G. BLANQUIERE, Il coraggio di vivere l’amore. Matrimonio come vocazione. Ed. Ancora, Milano1998, p.141.

Ultima modifica Giovedì 13 Dicembre 2012 14:19
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

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