Martedì, 21 Ottobre 2014
Domenica 20 Febbraio 2005 17:29

Il quarto patibolo (Parte 2/4)

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(parte 2/4)

Orgoglio e solitudine

La nostra caratteristica più evidente, in quanto 
esseri umani, è quella di provare e partecipare i sentimenti. Siamo 
tutti orgogliosi delle cose buone e delle prove di sensibilità che 
sappiamo dare; lo siamo ancor più, se l'immagine che gli altri mostrano 
di percepire e rinviarci dopo averla gradita, arricchisce la nostra 
vanità di mistificazioni contrabbandate per bontà. Sono gli scherzi - o 
brutti effetti? - dell'orgoglio che, in dosi contenute, ci aiuta a 
superare le prove e a sperimentare la tenacia, ma che, una volta 
superata la soglia della moderazione, rischia di farsi, tutto attorno,
 terra bruciata. Quello stesso orgoglio, che nei momenti di forza sa
 mascherare i sentimenti senza impedirci di provarli, ma che in altri
 passaggi della vita ci isola da tutto e da tutti, costringendoci a
 pianti silenziosi e indigenti di ogni sollievo fino a renderci
 mendicanti di sogni e di ricordi. È in questa fase che si hanno le 
grandi trasformazioni della vita.

C'è chi crede nei sogni e chi negli 
incubi. C'è chi, di fronte a violenze, soprusi e insuccessi fa sue le
deludenti scuse o la tragica rassegnazione sentenziando "è la vita...", 
e chi guarda le storie del proprio passato non per il fascino
 dell'aneddoto, ma in quanto residui di esperienze da non ripetere. È il
momento in cui si potrebbe scoprire di essere condannati alla 
solitudine perché l'attimo tanto rumoroso del successo è passato e
 tutti coloro ai quali eravamo orgogliosi di partecipare la nostra 
avventura ora stanno da un'altra parte. E non si può neppure 
trascorrere la vita a imbastire atti di accusa contro l'ingratitudine
 degli altri: siamo tutti molto individualisti nel pensare e 
condividiamo poche convinzioni, salvo la tendenza a coltivare 
pregiudizi.

Ci resta una possibilità, forse l'ultima: guardarsi dentro
 per cercare un bandolo di questa intricata matassa, un punto nuovo dal 
quale si possa rompere la spirale della mediocrità e ripartire con
 convinzione ringiovanita. Impossibile, in questi casi, non andare con 
il pensiero alle coppie sofferenti. Di fronte alle storie che rischiano 
di finire, raramente si mettono in discussione i nostri comportamenti.
 Eppure, quante volte quello che si proietta sull'altro potrebbe far 
parte, nel desiderio come nel rifiuto, del proprio immaginario? A
 fronte delle crisi più esasperate ci si aggrappa orgogliosamente ad un
 brandello di immagine con lo stesso bisogno che si ha davanti ad una 
fotografia o ad un ritratto, di sottolineare sempre che, nella realtà,
 si è migliori. E poiché ci sono gesti e parole che, in sintonia con il
cambiar di colore alle guance, significano ben altro che la vergogna e 
assai più del desiderio, la solitudine di chi si ostina a non fare il
 salto di qualità, conduce inevitabilmente a due scoperte macabre: la 
prima è che l'abitudine e il cinismo fanno fare alle mani dei gesti 
tanto freddi e respingenti da assomigliare più ai brancolamenti degli
 ubriachi che alle carezze di un innamorato; la seconda è la caduta
 nell'anonimato che si verifica quando una persona viene indicata e 
definita per aneddoti perché la sua vita può passare di bocca in bocca
 al pari di una raccolta di facezie.

Leggi la terza parte

Giovanni Scalera - Psicologo - Siena

Da "Famiglia Domani" 1/99

Ultima modifica Lunedì 15 Luglio 2013 19:40