Lunedì, 18 Dicembre 2017
Sabato 26 Febbraio 2005 13:05

Quando il nome non basta

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Il tema è: tagliare il cordone ombelicale, acquisire quella necessaria autonomia per camminare da soli · Riguarda principalmente il rapporto tra genitori e figli, ma non solo: anche il rapporto tra coppie “mature” e coppie giovani, tre maestro e allievo e – perché no?- tra Gerarchia e “fedeli”. · Il cammino psicologico, personale e familiare, per giungere a questa consapevolezza ·Per dare libero spazio alla vocazione di ciascuno.

 

 

Il tema è: tagliare il cordone ombelicale, acquisire quella necessaria autonomia per camminare da soli · Riguarda principalmente il rapporto tra genitori e figli, ma non solo: anche il rapporto tra coppie “mature” e coppie giovani, tre maestro e allievo e – perché no?- tra Gerarchia e “fedeli”. · Il cammino psicologico, personale e familiare, per giungere a questa consapevolezza ·Per dare libero spazio alla vocazione di ciascuno.

Da quando, giovanissimo, ho fatto la conoscenza con la geometria di Euclide, mi ha sempre incuriosito, prima, e turbato poi, un assioma - in realtà era l'incipit di tutta la filosofia euclidea - dal sapore ermetico: «il punto è un ente senza dimensioni». Leggere una tale affermazione - che in contraddizione con la sua etimologia si regge male da sola - dal punto di vista della filosofia della scienza pretende un atto di fede non semplice perché ricco di interrogativi. A quale altro punto smarrito nell'universo, poteva mai somigliare, nella mia mente giovane, questo punto anonimo e inidentificabile? Non solo: senza dimensione poteva voler dire che ogni altro punto era identico a quello o, paradossalmente, diverso?… Il trattato, poi, continuava con una affermazione ancora più sconcertante: «un insieme di punti forma una linea». E qui, credo che a chiunque, possano cadere le braccia. Come fanno tanti enti privi di dimensioni ad unirsi per creare una figura definita?
La confusione su questo problema mi ha accompagnato a lungo, fin quando mi sono arreso, pensando che, in fondo, ogni teoria deve pur partire da punti fermi o atti di rinuncia alla propria razionalità, del tipo prendere o lasciare. Da questo sommovimento mentale è tuttavia scaturita, nel tempo, una proiezione sulla figura dell'uomo che, messa a fuoco, mi è parsa stimolante.
Ogni uomo potrebbe assomigliare al punto: tutti identici e tutti irrimediabilmente diversi. E, proprio grazie a questi due aspetti caratterizzanti, l'uomo avverte l'imperativo all'aggregazione e, nel contempo, non sa nascondere le insormontabili difficoltà che procura la vita di gruppo.
Rimaneva un ultimo interrogativo: come riconoscere un ente senza dimensioni? La risposta la dà Euclide: con un nome.

Quando i genitori non sanno chiedere

Il cammino dell'uomo per raggiungere lo svezzamento e l'autonomia è senza dubbio il più lungo e il più laborioso fra quelli di tutti i cuccioli di animale e attraversa fasi di vita con legami simbiotici tali da lasciare intravedere la piena indipendenza finale come una impresa dalle tinte epiche. I momenti fondamentali che si identificano con l'avvio di quel percorso che si concluderà con la maturità, rappresentano dei microcosmi la cui esplorazione riserva la splendida sorpresa di un romanzo senza tempo: antico e sempre nuovo.

La prima tappa, la manipolazione, è segnata da un insieme di rituali vissuti, in forma privilegiata ed esclusiva, da madre e figlio ed è rappresentato dalla scoperta delle sensazioni epidermiche. Il «rapporto di pelle» è la realtà di base su cui si fonda la capacità di acquietare, sedare, soddisfare ogni esigenza primordiale e, al tempo stesso, organizzare le fondamentali, essenziali risposte agli stimoli del mondo esterno. Nei primi anni il bambino si affida totalmente alla mamma la quale, dal canto suo, si affida al più antico di tutti i manuali: il proprio istinto. Nasce, in questo mondo fatto di continue, gioiose preoccupazioni, un rapporto singolare dove, alla lotta per sopravvivere, fa da contrappunto una totale dedizione e dove il tempo, grande protagonista di tutte le nostre vicende, finisce con il livellare anche i passaggi più spigolosi e significativi di questo rapporto. Ma proprio il tempo sarà testimone, nel suo inarrestabile corso, delle esigenze della pelle di sentirsi mai doma o sazia di contatto. Ogni relazione, ogni incontro è prima di tutto epidermico - quale altro senso si può dare ad una stretta di mano, a un abbraccio o ad un bacio? - e mantiene la propria impronta sullo spartiacque del suo insaziabile desiderio o del suo incontrollabile rifiuto. Come si può contestare l'affermazione che quando la pelle è indifferente, il rapporto è inesistente?!

La seconda tappa nel cammino verso la maturità è data dai segnali con i quali si concordano precisi momenti di intesa e risponde alla esigenza fondamentale di essere riconosciuti e chiamati per nome. Qui il nome si riveste di una importanza che difficilmente sarà superata da altri attributi. La seconda cosa che si sa di una persona che viene al mondo, dopo averne conosciuto il sesso, è proprio il nome. Dire quanto sia qualificante questo fatto è difficile. Nel nome si finisce per racchiudere, identificandoli con tutta l'essenzialità della persona, attributi, carattere, indole, simpatia. Per lunghi periodi filologi, filosofi e linguisti si sono scontrati su ciò che il nome può significare, per disquisire sulla sua pretesa capacità di oltrepassare il senso etimologico. A questo proposito basterebbero due aforismi per ravvivare il senso di un'antica disputa: «Nomina nuda tenemus» in contrapposizione a «Nomina sunt consecutio rerum» che, tradotti in linguaggio corrente, starebbero a significare «i nomi non vogliono dire niente» e «i nomi sono la conseguenza delle cose». Forse oggi ci stiamo rendendo conto che il nome è qualcosa di più di un semplice appellativo con cui si è capaci di indicare una persona. Chiamare per nome significa riconoscere, riservare all'altro un posto particolare nella propria attenzione e nel proprio cuore. Significa semplicemente empatia e sorriso. Da sempre il nome è punto di incontro dei messaggi più intimi: amore, preoccupazione, desiderio, nostalgia, risveglio, rimpianto, rimorso, distacco... il tono, la modulazione della voce, lo sguardo rappresentano alcuni dei tanti ingredienti che accompagnano e danno un senso a questo ricco messaggio. E il figlio che impara fin da piccolo l'inflessione e la cantilena con cui viene identificato, assimila che il proprio nome è legato costantemente ad una metafora che varia con il mutare degli eventi, degli umori e delle circostanze. Il nome che esce dalla bocca della mamma trova il bambino pronto a rispondere in maniera specifica: una carezza, un rimprovero, un suggerimento, un richiamo: tutto è contenuto in quel nome pronunciato in quella maniera. Per tutta la vita questo richiamo resterà inconfondibile e sarà, fino in punto di morte, il legame mai interrotto, qualche volta rinnegato, sempre riconosciuto.

Accade anche che i figli, in particolare crescendo, non sempre conservino la capacità di sorridere - e non è in fondo la mancanza del sorriso di Achille l'unica pecca del poema d'Omero? - come accade che l'istinto materno si riveli, in più di un'occasione, fallace e rinunciabile: basta pensare a quante donne di varia condizione sociale affidano i propri figli ad estranei o a quanti asili nido accolgono neonati per esigenze o negligenze dei genitori.

Accade anche che i genitori non sappiano accettare il fatto che tra loro e i figli si producano delle divergenze e che vedano il discostarsi dei figli dai loro progetti e dalla loro volontà, non come un naturale momento di crescita personale sacra e irrinunciabile, ma come un atto di ribellione ad una linea pedagogica sulla quale avevano investito la loro vita intera. Il nome del figlio rimbalza sulle loro labbra nei momenti di estrema nostalgia con il sapore di un rimpianto amaro e senza speranza. È una delusione che vale un tradimento. Ma è una regola che in ogni storia si finisca sempre con l'essere vittime e complici dell'infedeltà.

Quando i figli non sanno dare

Per parte sua, il figlio che cresce è continua preda di richiami e di attenzioni. La fase che attraversa e che corrisponde alla età evolutiva è un susseguirsi di paradossi. Ai propositi fanno seguito i ripensamenti; agli impegni irrinunciabili, le dimenticanze più assurde. E man mano che il tempo passa, a quelli dei genitori, si affiancano gli inviti del mondo esterno. Gli amici, i parenti, gli insegnanti, i vicini di casa, tutti si sentono autorizzati a contribuire all'arricchimento e alla crescita del giovane con una serie di soluzioni che, alla fine, ricalcano le diverse, personali esperienze di vita; tutti vorrebbero fare del giovane un «bravo ragazzo». È così che le persone possono diventare affascinanti: se le loro azioni aderiscono all'ordine delle cose.

Lo scrittore G. Bernard Shaw diceva: «Non fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te: potrebbero non avere gli stessi gusti». Aldilà dell'ironia che vi traspare, credo che l'aforisma contenga una grande verità: ognuno deve scegliere la propria storia, liberandosi dalle forzature e dalle costrizioni. Ma un simile indirizzo potrebbe anche essere tradotto ad uso di chi intraprende il cammino verso l'indipendenza: difendersi dai consigli e dai suggerimenti, seguendo la propria legge interiore e le proprie aspirazioni. I figli, in questo particolare frangente, vengono spesso segnati con il marchio dell'egoismo; vogliono fare di testa loro. Per contro tanti genitori non si rendono conto che il peccato originale dell'intelligenza è il pregiudizio. È facile che si crei un mondo nel quale la comunicazione possa risultare difficoltosa e, a tratti, falsata. Gli inviti dei genitori si fanno sempre più assillanti e scomodi fino a portare i figli a scegliere quella solitudine che ti fa riscoprire che si può dormire soli in grembo alla terra. Ma i primi gesti di opposizione sono di frequente scambiati - da andarne quasi orgogliosi - per atti di intelligenza o di furbizia. E ci si ostina a non capire quanto sia facile fare dello spirito: basta dire il contrario di tutto ciò che è ragionevole. La lotta fra l'ostinazione dei genitori che vorrebbero i loro figli in una certa maniera e i figli che avvertono la scomodità di non poter rompere i legami con questi genitori si fa palese e assume i toni di una aperta contesa. Ogni parte ha le sue ragioni: di qua c'è una speranza che non ha bisogno di troppo tempo per riaccendersi perché alloggia in un cuore aperto alle soluzioni più accomodanti. Di là c'è un carnefice che facendosi prendere dalla pietà, infligge tanti colpi quando ne basterebbe uno solo.

E il nome? Dove è finita la sua forza evocativa? Il nome non basta più; ha smarrito l'antica connotazione per rivestirsi dì una nuova metafora. La voce che lo pronunciava ha dimenticato la capacità dell'antico richiamo e l'udito, che si è allenato al rimuginare dei tanti pensieri, ora sa percepire anche il rumore del silenzio. Nella necessità di mimetizzarsi ci si abitua così bene ai sotterfugi della furbizia, che la sincerità finisce per essere considerata una falsità o un accessorio da non esporre senza conseguenze.

È un momento difficile per tutti. Un momento che ha bisogno di sperimentare i morsi della lontananza per riassaporare la dolcezza della nostalgia, ma anche della massima buona volontà perché si possa ritrovare un terreno comune su cui incontrarsi, al termine, quando le conflittualità potranno accennare a sedarsi. Ed è un traguardo che puntualmente arriva perché il vero protagonista di ogni contesa è e resta l'amore il quale ci molesta fino alle soglie della morte come se esigesse un arretrato di passione e ci schiaccia con il proprio peso, costringendoci alla più dolce e struggenti delle rese. Il nome torna ad essere attuale. La nuova metafora, lontana dai vezzeggiativi di cui si rivestiva nella tenerezza della prima età, esprime ora la simpatia e la consapevolezza della sorte comune, capaci di annullare le distanza e le differenze. Anche le scelte di vita avvengono ora in piena autonomia e non attraverso il travaglio dei piccoli inganni o di sotterfugi. Resta, soprattutto nei genitori, uno spazio per i rimpianti per quello che i figli avrebbero potuto fare o diventare. Ma siamo tutti consapevoli che l'agiografia, prima ancora di parlarci della vita dei santi, è la storia delle resistenze familiari, mondane e religiose di fronte alle vocazioni.

Giovanni Scalera
Psicologo – Siena
da “Famiglia domani” 3/2000

Ultima modifica Giovedì 28 Febbraio 2013 12:07

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