Lunedì, 11 Dicembre 2017
Venerdì 28 Maggio 2010 14:33

Un amore che cresce: i giovani sposi tra libertà e condizionamenti.

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Zattoni M., Gillini G., -  Un amore che cresce: i giovani sposi tra libertà e condizionamenti. 

 

Il proprio immaginario di coppia caratterizza la propria vita coniugale

Quando ci si avvicina alle problematiche della coppia è importante conoscere i fatti, ma è ancora più importante conoscere l’immaginario che guida quei fatti, e quei comportamenti. E io vorrei proprio prendere in considerazione come influisce sulla relazione coniugale il nostro immaginario di coppia che, da una parte, risente dei condizionamenti del nostro tempo, dall’altra, desidera esserne costantemente liberato (con un’immagine apocalittica potremmo dire: aspira ad essere “purificato dal sangue dell’Agnello”).

Più che stare a definire il complesso concetto di immaginario ne propongo alcune esemplificazioni.

  • Se, ad esempio, io marito tengo fermo il mio immaginario spontaneo che una moglie sappia occuparsi delle mie camicie come faceva la mia mamma e che sappia collocarle al posto giusto nel “cassetto delle camicie”, quando mi accorgo che ciò non succede ci resterò male e comincerò ad attribuire a lei la causa di questa mia insoddisfazione.
  • Se, ad esempio, io moglie tengo fermo il mio immaginario spontaneo di aver sposato l’uomo che mi compenserà delle mie frustrazioni infantili e adolescenziali perché ho tanto bisogno di essere amata/sostenuta/apprezzata, probabilmente penserò di aver sbagliato matrimonio quando questo non succederà nei modi che voglio io e non sarò a volte nemmeno disponibile a guardare oltre al mio desiderio.
  • Se, ad esempio, noi coniugi abbiamo di comune accordo immaginato di tenere assolutamente a distanza le nostre famiglie d’origine, quando mi accorgo che il partner è preso dalla nostalgia della sua mamma (di cui mi aveva sempre parlato male e da cui mi aveva pregato di difenderlo) e che le telefona tre volte al giorno, resto probabilmente irritato e deluso.

In tutti questi casi tener fermo l’immaginario significa vietarsi una considerazione più realistica e salvifica della realtà: forse è il mio immaginario di marito che va rivisto e l’ordine nelle camicie potrebbe non significare disinteresse e disamore; forse io moglie posso essere in grado di accedere ad una più vasta considerazione della realtà e osservare se non vi siano altri modi in cui mio marito mi offre sostegno e stima; forse possiamo come coppia capire che non vale la pena ingabbiarci nei nostri contratti e partire da bisogni che magari il partner stesso non conosceva.

L’immaginario personale di ciascun coniuge e quello condiviso di coppia influiscono costantemente sul quotidiano della relazione di coppia, ma emergono potentemente nei momenti che fanno la differenza, cioè nei momenti di disincanto di delusione e di crisi. Per usare la parabola di Matteo[i] della casa costruita sulla roccia, la solidità di una casa non si verifica quando c’è bel tempo, ma quando su di essa si abbattono i venti e le tempeste, allora si appura se è costruita sulla sabbia oppure sulla roccia. Le fondamenta della casa assumono qui il significato dell’immaginario di casa che noi coppia abbiamo o, per dirlo in modo più alto, costituisce la traduzione della teologia del matrimonio che abbiamo.

E nel contesto della parabola siamo anche avvertiti di una considerazione evangelica sconvolgente: i venti e le tempeste non si abbattono solo sulla casa fondata sulla sabbia, ma anche allo stesso modo su quella fondata, sulla roccia. Senza sconti. Una considerazione questa che è di fede e nello stesso tempo così aggiornata da andare d’accordo con quanto ci dicono oggi le scienze umane sulla delusione e la crisi di coppia.

Questa ultima avvertenza sconvolge non solo il “piccolo psicologo” che offre una guida a buon mercato impregnata di tutti i luoghi comuni che si respirano con l’aria del nostro tempo, ma anche la nostra poca fede di noi coppia cristiana a cui viene spontaneo credere di esserci assicurati delle zone franche: abbiamo attraversato tutto l’iter della iniziazione cristiana, abbiamo sostato in gruppi giovanili, abbiamo deliberatamente aderito a percorsi seri di preparazione al matrimonio; preghiamo perfino assieme la sera; frequentiamo da sposati le attività pastorali. Ma perché allora abbiamo le stesse difficoltà delle coppie che hanno preso tutto alla leggera, che hanno frequentato appena le classiche cinque serate dei corsi per fidanzati e poi hanno curato soprattutto la cerimonia, il look, l’esteriorità?

“Come” si accompagna la coppia nei momenti di crisi

Ma l’avvertenza matteana è sconvolgente anche per l’operatore pastorale che, nelle vesti di parente o d’amico o addirittura di sacerdote, si imbatte nel malessere di una coppia e spesso pensa che il suo compito consisterà nell’eliminare subito il sintomo. È infatti probabile che - secondo i condizionamenti del nostro tempo - il suo immaginario gli suggerisca: «Quante cose potrei fare in più se fossi psicologo!» e cioè che gli suggerisca un efficientismo di basso profilo. Diciamolo con un esempio di marca genitoriale: «Il piccolo ha la febbre? Corriamo dal medico per toglierla, anzi, corriamo da quel medico che è “bravo” perché la farà passare subito!». E il desiderio di efficienza condiziona quel genitore fissandolo nell’immaginario spontaneo che ogni sintomo sia solo un disagio e non anche un segnale; la febbre, come ben sappiamo, non è solo il disagio, ma anche un segnale che l’organismo reagisce sanamente a un’infezione, per cui non è sempre cosa intelligente toglierla senza prima averne colto la complessità! Gli operatori sanitari sanno bene come questa esigenza di eliminare subito la febbre agisca ad esempio sull’abuso e sul cattivo uso degli antibiotici da parte dei genitori. Allo stesso modo non è assolutamente vero che la delusione di coppia sia un sintomo da cacciar via al più presto, senza almeno congratularsi con la coppia perché sta lottando a favore della propria relazione! Un “accompagnatore” che non veda la delusione come un dato solo negativo sarà in grado di monitorare meglio i suoi interventi e di perseguire meglio il proprio scopo che non può essere che questo: consegnare la coppia all’Amore che i due continuano a cercare oltre il disagio, aiutandoli sempre meglio a capire che la loro temporanea delusione o crisi può essere una risorsa.

La delusione nell’immaginario corrente.

“Se c’è delusione, non c’è amore”

Emblematicamente potremmo esprimere le radici della delusione nell’immaginario corrente con le parole di nonna Olga che, nell’ormai famoso romanzo della Tamaro: Va’ dove ti porta il cuore (1994), scrive alla nipote: «il vero amore si incontra una volta su un milione». Il lontano retroterra pagano di questa affermazione risale all’immagine platonica delle due metà separate nell’iperuranio (cioè “una volta”, cioè dall’eternità...) per cui sarà solo per caso che i modelli riguardo a qual è il giusto modo di pensare e di fare le cose di un coniuge siano compatibili con quelli dell’altro.

Non c’è ”buona novella” in questo indiscusso immaginario della cultura pagana del matrimonio: il flusso spontaneo dell’attrazione amorosa non è nelle mani della persona che ne “subisce” passivamente il corso e ciò porta in sé una profezia di dolore. Il passato condiziona il futuro e racchiude in sé un’alta probabilità di insuccesso matrimoniale. In questo contesto condizionante il disincanto interrompe in modo fatale il flusso amoroso e fornisce all’individuo un immaginario che glielo spiega: «Non siamo fatti l’uno per l’altra, adesso me ne accorgo!». Fuggire da questa gabbia con bugie e tradimenti sembra una conseguenza quasi inevitabile (a meno di diventare santi disincarnati!).

Dove porta infatti il cuore della nonna Olga? La porta a tradire il marito, prevedibile e mortalmente metodico, che non risveglia più in lei il fascino dell’innamoramento vero quando - supponiamo alle terme di Abano - le pare di incontrare per la prima volta l’altra metà: il medico delle terme. Questa nuova eroina (tardo-romantica più che post-moderna) si muove all’interno di un ambiente che sembra quello tradizionalmente cristiano del Novecento, ma che di cristiano ha mantenuto poco... non perché mette in scena tradimento e peccato, ma perché ha perso la bussola della Parola che guida alla libertà e si lascia condizionare da una teologia pagana dell’Amore e del matrimonio.

Dalla delusione al tradimento o dal tradimento alla delusione?

Non possiamo non segnalare qui, a mo’ di piccolo excursus, un aspetto che abbiamo rilevato molto spesso: la sequenza degli eventi che abbiamo appena descritto (alla delusione seguono bugie e tradimenti), spesso si presenta - ad un’osservazione più attenta della realtà - capovolta, nel senso che le bugie e le forme più o meno esplicite di tradimento anticipano la diagnosi del disinnamoramento che, nel racconto dell’immaginario comune, li dovrebbe invece produrre. In questi casi però la discronia non è un piccolo particolare, bensì un dato in grado di far saltare la narrazione esplicativa che segue un canovaccio “condizionato”, per additarci invece un fenomeno di gran lunga più responsabile, affidato alla libertà della coscienza: chi non ha cura del proprio amore, finisce con il provocare il proprio disinnamoramento[ii], esattamente come possiamo prevedere che chi non ha cura della propria vita sacramentale e di preghiera finisca con il perdere la fede. L’ipotesi esplicativa più comune tende invece a leggere ex post la storia a partire dalla delusione come fatale!

In conclusione, davanti alla delusione il “piccolo psicologo” ci suggerisce che non c’è niente da fare, l’immaginario platonico ci suggerisce di prenderne atto. Possiamo invece “aprire” questo primo immaginario ad un maggiore “rispetto” dei dati e leggere la maggior complessità della realtà.

Sapere che cosa io coniuge ho fatto per arrivare fino a lì potrebbe essere una strada; ma in genere non porta molto lontano perché rischia di inserire nella relazione d’aiuto un gioco di basso profilo, che si mantiene nell’ambito della ricerca delle colpe e del colpevole. Questo livello di aiuto alla coppia delusa prevede, infatti, repentini scambi dei ruoli: tutti coloro che hanno a che fare con la coppia hanno fatto l’esperienza di un “colpevole” che si mette ad accusare e di ”innocenti” che si scoprono in un mare di colpe. Ma in questi casi la relazione resta al punto zero iniziale perché il sistema coniugale deve pur sempre fare i conti con la delusione per colpa di qualcuno, e non importa se c’è stato uno scambio di persone sul banco degli imputati!

La delusione nelle scienze umane.

La delusione come fase dello sviluppo della relazione.

È molto più utile connotare diversamente la stessa delusione. Sto ora cercando di connotare la delusione come una fase del processo che una coppia affronta nello sviluppo della sua relazione d’amore, come una elaborazione che fa parte dei compiti di sviluppo.

Che cosa significa “compiti di sviluppo”? La parola “compiti” nella nostra cultura è abusata e conserva nell’uso un sapore di dovere ingrato (del tipo “fai i compiti” ingiunto al bambino), mentre in questo contesto - e accompagnata dalla connotazione “di sviluppo” - la parola compiti ha ben altro sapore: indica un munus, un dono-compito che introduce al futuro, un passo nuovo da fare, un accrescimento, un dirigersi verso qualche cosa di non già dato, indica una e cento e mille modalità di dire “non è tutto qui”.

E. Scabini: “innamoramento come presunzione di somiglianza”

Tra i compiti di sviluppo di una relazione di  coppia, si può considerare il passaggio - in un tempo che è diverso per ciascuna coppia - dall’innamoramento all’esperienza dell’amore coniugale. E. Scabini definisce il primo un «processo di presunzione di somiglianza» che come tale rischia di non condurre alla realtà dell’altro, che l’amore coniugale invece raggiunge per realizzare la cooperazione e la compagnia, cioè il decidersi sempre più per il noi.

M.Malagoli Togliatti: “Il circuito della delusione”

Oppure, per dirla con Malagoli Togliatti, compito di sviluppo può essere il passaggio dal primo al secondo contratto. Il «primo contratto» posto in essere nel matrimonio contiene sempre, accanto ad una serie di regole e propositi consapevoli ed espressi, una serie di non detti (di cui si diventa forse consapevoli man mano che si cade nel «circuito della delusione») che rispondono a bisogni collusivi di cui i due caricano il matrimonio.

Tale parte sotterranea del contratto resta in parte inconsapevole: man mano che la coppia si rafforza, anche la parte collusiva (J.Willi) e implicita della relazione di coppia può “snodarsi”, uscire alla luce e trovare due persone che non se ne lasciano sommergere, ma anzi che la usano per ristrutturare e rinnovare il loro legame.

H. Hendrix e W. Luquet: “ci innamoramo di chi e stato ferito nella nostra stessa fase evolutiva”

La Terapia Relazionale dell’Imago, la: cosiddetta IRT, di Hendrix e Luquet, propone un ulteriore chiarimento di quello che Malagoli Togliatti chiama il primo contratto, affermando che la spinta empatica che genera l’innamoramento è in fondo legata ad un’immagine inconscia di attaccamento e, affermano questi autori, «ci innamoriamo di chi è stato ferito nella nostra stessa fase evolutiva»; ma allora la conseguenza è che ciò di cui un partner ha bisogno è esattamente ciò che l’altro ha maggiori difficoltà a dare. È un po’ come se una persona smarrita nel deserto ne incontrasse un’altra, che come lui sta vivendo quella esperienza; ciascuno può sentire la magia dell’essere empaticamente accolto da chi come lui soffre la sete, ma niente lo assicura che l’altro abbia l’acqua! Con un esempio: la persona che richiede di essere abbracciata finirebbe con l’essere attratta proprio da colui che diventa ansioso nell’abbracciare.

Ma c’è una buona notizia: per un partner estendere la gamma dei comportamenti per andare incontro ai bisogni dell’altro (abbracciare ed essere abbracciato)... «determina la crescita comportamentale funzionale di colui che realizza il cambiamento»!

L’immaginario evangelico

Dio ritira la propria schiacciante onnipotenza per far posto alla libertà dei due innamorati.

Vorrei provare a tradurre in termini che ci sono più consueti questa lezione laica che supera l’immaginario platonico delle due metà e ci offre una corretta teologia.

La Promessa di un Dio che ritira la propria schiacciante onnipotenza per far posto ai passi incerti della libertà dei due innamorati: i due, a partire dalle loro storie, dalla loro ricerca consapevole o persino inconsapevole, si assumono la responsabilità di essersi cercati e voluti. Il matrimonio è una loro “conquista”, in senso legittimo, e aperta al futuro. Nessuna predestinazione, nessuna metà che incontra necessariamente l’altra sua metà, come nella lettura cogente dei giochi fatti da altri nell’iperuranio. Il loro libero trovarsi, il loro legame è consacrato come legame voluto anche da un Dio che sta alla porta e fa il tifo per la loro relazione. Sta a loro conquistarsi la loro porzione di Terra Promessa, ma con la sicurezza che Dio combatterà con loro contro i giganti, contro le forze disgregatrici del loro matrimonio: il disincanto del passaggio dall’innamoramento all’amore, per dirla con Scabini, il circuito della delusione attraverso cui si passa dal primo al secondo contratto, per dirla con Malagoli Togliatti.

I limiti dell’altro come vocazione

La pista dell’IRT ci apre ad un secondo passo che ci fa intravedere l’amore come vocazione. Potremmo pensare: i limiti dell’altro sono, infatti, parte della vocazione al matrimonio: chiamano me a migliorarmi (e me ne offrono la possibilità nell’esercizio quotidiano della relazione). L’amore si sviluppa quanto più io mi lascio chiamare dai bisogni profondi dell’altro, al punto di amarlo più di me stesso.

La migliore definizione di sé passa attraverso il contribuire alla migliore definizione dell’altro

Ma c’è di più potremmo anche trovare una  pista pragmatica, una sorta di regola d’oro per la coppia, che vale, s’intende, anche per le coppie non in crisi o, quanto meno, per quelle coppie in cui il termine delusione significa “i piccoli disguidi della loro vita quotidiana”. Noi la formuleremmo così: la migliore definizione di sé passa attraverso il contribuire alla migliore definizione dell’altro.

  1. C’è una prima interpretazione letterale: se amare significa volere il bene dell’altro, amare l’altro mi fa crescere come persona e mi rende più amabile. È però difficile che sia la chiarezza di questo assunto a spingermi a rivedere la mia logora immagine dell’altro che mi ha deluso.
  2. Il processo di aiuto che questa regola ci vuole indicare è molto più complesso e passa infatti attraverso il mio chiedermi come io sono coinvolto a produrre la delusione che circola tra noi e che io “sento”, invece, come provocata dall’altro. Accogliere la circolarità è allora pensare all’altro come ad uno coinvolto, faticosamente come me, nella relazione. Questo secondo passo comincia già a rendermi migliore, nel senso che mi rende capace di cominciare a influire sulla relazione per quanto sta in me. E dato che l’acqua buona della vita è fatta da idrogeno e ossigeno, se io - indipendentemente da quanto fa l’altro - per continuare con la metafora,  non ci metto l’ossigeno una cosa è certa: l’acqua non si produrrà mai!
  3. Mettermi in questa prospettiva, può ulteriormente condurmi ad interpretare meglio le espressioni e il linguaggio dell’altro che mi deludono e mi feriscono, aprendomi alla possibilità che il mio sentito non corrisponda al sentito dell’emittente che, come ci insegna G. Chapman, ha un altro linguaggio d’amore. E qui di nuovo miglioro la mia competenza comunicativa perché imparo a riflettere sui linguaggi dell’amore e a metacomunicare.
  4. Un ultimo passo: la delusione mi dice che finalmente sono arrivato sul pianeta dell’altro, che lo conosco in modo diverso da quello che mi aspettavo, che ora ne vedo anche gli aspetti frustranti che mi disturbano e spontaneamente mi condurrebbero ad una lotta sorda per cambiarlo. Ma se io vedo questi suoi limiti come vocazione per me e mi lascio guidare alla sequela della regola d’oro che abbiamo appena enunciato, non solo giungo a vedere l’altro come persona amata da Dio e quindi a conoscere meglio la nostra comune realtà creaturale, ma mi sposto sul terreno dell’altro, mi decentro e lo amo più di se stesso. Questo decentramento, forse proprio perché non cercato in maniera manipolatoria ed egocentrica, è la nostra umana premessa al dono di quel benessere di coppia che viene dall’altro: è lo shalom, la terra promessa a noi e alla nostra discendenza per sempre.

Quale fondamento?

Quando ci si mette accanto alle giovani coppie (e alla giovane coppia che siamo stati) vale la pena porsi domande radicali: perché siamo così centrati uno sull’altro, perché abbiamo così bisogno uno dell’altro, perché poi tutto non funziona come desideriamo? Com’è che si arriva al disinnamoramento? Com’è che, per usare un’efficacissima immagine di una moglie disperata: «mi è scaduto l’amore per lui come scadono le scatolette Simmenthal!». E vale la pena tentare una risposta altrettanto radicale, nel senso che va alla radice, dice qualcosa non di accessorio, ma di essenziale per rispondere a tali domande.

Provvisorietà e delusione invasiva sono congrui all’immaginario mondano della coppia

Cominciamo con l’avanzare una tesi: e cioè che la provvisorietà, lo spezzarsi, la delusione invasiva del rapporto a due nel matrimonio mondano siano congrui ad un “immaginario” mondano (e pagano) sulla coppia, mentre il sogno (assolutamente legittimo) della definitività dell’amore sia congruo all’immaginario della Scrittura che dice intorno alle Origini. La parola immaginario è un termine tecnico per dire tutto quello sfondo di concezioni-vissuti-idee-emozioni con le quali, più o meno consapevolmente, ci accostiamo alla realtà e, nel nostro caso, a quella realtà così intensamente implicata nella nostra vita che è la vita di coppia (e ciò vale anche per i non sposati, i quali - in quanto figli -custodiscono un immaginario, appunto, sulla realtà della loro coppia di origine).

Ebbene, proviamo a delineare quell’immaginario di cui tutti siamo imbevuti, come diceva Gilberto, perché si respira con lo Zeitgeist, quella temperie culturale che, è solo un esempio, non ci aiuta a capire dove si annida l’errore in un bel film di denuncia come è ”Caso mai” di Alatri, in cui il matrimonio, sia pur celebrato in chiesa, appare un affare privato, circoscritto ai due, in qualche modo soli contro gli attacchi della società al loro matrimonio

Ancora: il “tra moglie e marito non mettere il dito” induce a pensare che il “mettere il dito” sia un’invadenza sulla privacy e non un segno di rispetto per il segreto di coppia che interessa nel senso più alto del termine l’intera società e, a maggior ragione, la comunità cristiana. Così come il “i panni sporchi si lavano in famiglia” è la logica conseguenza di quella privatizzazione del rapporto che lo diciamo con dolore - lascia spesso i figli - beni privati privi di tutela, in balia delle eventuali inadeguatezze gravi della coppia genitoriale

Il combaciamento: adattamento e totale disponibilità dell’altro

Proponiamo di chiamare questo immaginario mondano immaginario del combaciamento, cioè dell’idea pervadente e pervasiva che per amarsi occorre essere fatti l’uno per l’altro, nel senso di uno “destinato” all’altro, uno che si completa con l’altro, come nella nostra idea di un universo diviso e riassunto in yin e yang dove i vuoti dell’uno si completano con i pieni all’altro e viceversa. È - ancora dopo 25 secoli! - l’idea platonica dell’altro come “dolce metà”, che combacia con me, come ci ha detto Gilberto. In questo “adattamento” dell’uno all’altro c’è la credenza che l’altro funzioni come me o - in modo più raffinato -funzioni in modo da rispondere ai miei bisogni, alle mie attese.

Da qui all’implicazione fusionale il passo è breve (e purtroppo talora sostenuto da idee enfatiche sull’amore da parte anche di consacrati/e e presbiteri): tu sei me e io sono te. Ancora più esplicito: ti sposo perché non posso vivere senza di te. Quest’idea fusionale esaltata ed esaltante (nel senso di una vera e propria euforia da innamoramento) pervade la nostra cultura, fino all’ultima canzonetta; e perfino nei canti religiosi come in “Ti ho chiesto mai” che assomiglia tanto ad un dolce delirio d’amore; ne riportiamo qualche stralcio: “Ti ho chiesto mai che il tuo sorriso da me soltanto fosse compre... che la dolcezza di ogni tuo sguardo fosse una gioia solo per me...? È proprio questo che ora ti chiedo…!”

L’esperienza del “combaciare” con l’altro pare vincere le barriere dell’io, della radicale solitudine e quindi la fusione con un altro me mi illude sulla totale disponibilità (leggi manipolabilità) dell’altro: se l’altro è me, mi capirà fino in fondo, mi risponderà, mi sazierà, mi darà ciò che mi manca, mi completerà, appunto. E allora spuntano i “dialoghi” in cui l’altro mi fa da specchio, dialoghi senza fine (lo sanno i genitori di giovani innamorati a causa delle bollette o delle schede telefoniche!) in cui il tu non è che un altro me; e vi resto come drogato, perché - poi - anche nell’ordinario della vita scambio questo dialogo-monologo (oh, come ci capivamo!) con un dialogo autentico che è la fatica piena e talora gioiosa di lasciar essere l’altro come è.

Persona e relazione

Un simile rapporto di coppia non può essere  che un contratto a termine: congruo al “se non siamo felici, che cosa stiamo insieme a fare?”. In altri termini, privatizzazione dell’amore, spontaneismo tardo-romantico, eccesso di enfasi sulla relazione non sono che i gradini di un’unica scala che scende verso il basso, verso il naufragio dell’amore nel mito tutto  postmoderno del «se non funziona, meglio lasciar perdere», anzi sostituire il pezzo o l’intero meccanismo. Una sottolineatura: abbiamo detto “enfasi sulla relazione” non per sminuire l’importanza della relazione (in cui 1 più 1 fa 3, secondo la felice espressione dello psichiatra belga P. CaiIIé) ma per il fatto che coloro che si espongono alla relazione e ne ricavano identità, sostegno, marcatura del self, non si squagliano, non possono essere ridotti alla pura relazione. Anzi, come vedremo, poiché l‘identità della persona non si risolve nella relazione, è sempre possibile un nuovo punto di vista sulla stessa relazione.

Ma non abbiamo ancora raggiunto il punto nodale dell’immaginario che stiamo esaminando che inabilita il sogno del permanere nel tempo dell’amore: ed è il fatto che i due che combaciano sono (e si percepiscono) chiusi in un cerchio, in un orizzonte che coincide con loro: o loro due tengono in piedi il loro matrimonio, o esso cade; vi si nasconde una sorta di mito di autorealizzazione, congruo al self made man di cui è impregnata la nostra cultura. In altre parole, orizzonte e fondazione sono loro due in questo reciproco adattamento, loro due che, è ovvio, poi possono aprirsi ai figli, agli altri ecc. ecc... ma nel mito subdolo: noi facciamo il mondo, noi ci autofondiamo. Se poi questo combaciamento non riesce, va da sé che occorre mollarlo, non serve più si cambia partner. Per inciso, simile immaginario sfocia - quasi per un decorso naturale - nella convivenza del “stiamo insieme finché dura”. E se dalla convivenza si passa al matrimonio (idealizzato, dicono le ricerche sul campo) e non c’è un cambiamento radicale di orientamento, allora è solo una questione di qualche “carta” in più o del fascino della cerimonia (come si esprimeva una lei).

 

Una digressione sull’immaginario pagano

Escalation come love addiction

Permettiamoci ora una digressione per spalancare I’orizzonte su alcune difficoltà della coppia all’interno dell’immaginario di cui stiamo parlando. Oggi si pone l’accento sugli esiti nefasti delle “dipendenze” (sia di quelle che hanno un oggetto esterno come droga, alcool, gioco d’azzardo ecc. sia di quelle che si riferiscono solamente alla persona). Dipendenza è un termine tecnico che noi preferiamo dire con il termine addiction, proprio a indicare una forma di soggezione/sottomissione/tirannia di ciò verso cui si è dipendenti. Ad esempio, la “sostanza” diviene la cima dei miei, il senso del vivere, ne dipendo non solo perché temo le crisi di astinenza, ma perché solo grazie ad essa la vita mi sembra vivibile, senza di essa mi sento perduto, morto; con il corollario che la stessa dose non basta a darmi la stessa sicurezza /leggerezza/euforia e perciò io ne divento sempre più dipendente ecc... Ebbene, oggi si studiano forme di Love-addiction, cioè di vera e propria dipendenza affettiva, dove pensieri come “non posso vivere senza di te”, non posso vivere se non mi approvi, non mi ami, non mi fai sentire circondata (spesso la love addiction è al femminile!) dì attenzioni, di amore... io non esisto, il tono del mio umore sprofonda, sono depressa, angosciata, infelice.

Onere della prova e ossessione dell’abbandono

“Ha cambiato il tono di voce al telefono - diceva una lei - e io sono stata male tutto il giorno”; in questi casi non bastano dati di realtà del tipo “forse è stato distratto da qualcosa... forse era la linea telefonica...”, perché la lei del caso dice lapidaria: «non mi ama più, lo sento». Di solito la persona affettivamente dipendente pone le condizioni per sentirsi amata, è quello che noi chiamiamo l’onere della prova: se mi amasse, allora.., e giù condizioni (che spesso assomigliano più a sogni infantili del tipo “se mi dà il cioccolatino, mi ama”) che quanto più sono rigide (ma il dipendente non lo sa) tanto più l’adulto è impossibilitato ad attuare perché buttano ambedue in braccio all’indecidibile (mi abbraccia perché gliel’ho chiesto o perché mi ama veramente)?

L’ossessione del dipendente è quella di perdere l’amato, la grande paura dell’abbandono pervade il mondo interno, quasi come se fosse una sorta di destino ineluttabile: lo sapevo, lui non poteva amarmi, io ho qualcosa che non va. Ma gli affetti che comportano paura e dipendenza finiscono con il distruggere l’amore. Di solito usiamo questa metafora: non c’è nessun sole umano che resista nel tempo a dare sempre calore alla propria luna; l’amore si dà solo tra due soli che si scambiano calore. L’ossessione dell’abbandono porta a comportamenti del tipo: se sarò brava, mi amerà, e così il/la dipendente si mette a “servire” l’amato, si rende disponibile, anzi soffocante, di solito — ecco una seconda metafora — fa lo zerbino: si lascia anche umiliare, dà e ancora dà per... ricevere.

Ecco un documento di prima mano scritto da una donna che comincia a vedere la sua dipendenza, che ora descrive così: «Orario di rientro di Luigi dal lavoro 18.45. Riuscivo a reggere fino alle 19-19.15 (avrà avuto un altro cliente...) poi crollavo. Un vortice devastante che conoscevo bene: «Luigi non arriva perché tu non vali niente, perché non ti ama...». Quando poi apriva la porta, l’impatto era disastroso: io sbottavo con insulti, lo rimproveravo per la sua insensibilità.,. per la sua incapacità di capire... Conclusione sempre la stessa: Luigi prendeva l’impegno di essere più puntuale, di abbracciarmi... Azioni dettate dalla paura o dal disperato tentativo di avere una moglie meno rompi... li meccanismo mentale rimaneva lo stesso: mi abbraccia perché deve, ma non lo sente...».

Arriviamo così ad una seconda cognizione: quando il dipendente non ha la sua “dose”, diventa furioso, prevaricante. All’interno si percepisce debole, bisognoso di conferme, assetato d’amore, mendicante di attenzione, ma all’esterno appare potente, invadente, «una iena», si autodefiniva onestamente Lucia, la donna del nostro documento, quando cominciò a percepire che le richieste di essere amata potevano giungere all’altro in modo del tutto diverso da come erano partite dalla sua sete d’amore.

Il co-dipendente

E siamo così ad una considerazione di base: la sete d’amore e di sicurezza è tanto più invasiva in un mondo frammentato e diviso, dove non è più sicuro niente. Ma la fonte inquinata sta a monte: in quello che abbiamo chiamato “combaciamento”, in quell’universo a due che si autofonda e che perciò mi deve bastare, saziare, ed esaurire ogni mia richiesta. Quanto più questo universo a due è ristretto a se stesso, tanto più io vado mendicando da esso il mio diritto ad esistere e a sentirmi amato/a. Si profila qui uno di quei deserti dai quali dobbiamo essere salvati come dice Benedetto XVI. In questo deserto l’altro coniuge non è semplicemente una vittima (come spesso si autopercepisce) ma un... co-dipendente, come dicono autori come J. P. Carnes e C. Guerreschi; cioè uno che non fa molti sforzi per aiutare l’altra ad uscire dalla sua dipendenza: pare anzi che abbia bisogno che l’altra abbia bisogno; forse ha una certa necessità di controllare il partner problematico, forse si sente vivo e importante, forse ha la “sindrome del bambino adulto” iperresponsabilizzato o forse semplicemente si rassicura a sua volta sui” vuoti” dell’altro o si ritira perché non sa come farvi fronte. Fatto è che mantiene il disturbo dell’altro e, in ultima analisi, resta con lui/lei chiuso in questo cerchio asfittico.

Il fondamento originario

Epitalamio originario: alleanza non mescolanza

Possiamo, ora, gettare uno sguardo ad un altro immaginario (ci permettiamo di applicare questo termine alla Scrittura) che ovviamente non esploriamo dal punto di vista teologico, esegetico, etico. Vogliamo del tutto modestamente esaminarne il pattern, cui ci possiamo affidare per lasciarci tirar fuori dai nostri deserti. Ci affacciamo alla Parola dell’origine, del primo epitalamio, quando ‘îš (l’Adam che diviene uomo al cospetto della donna che Dio gli dona) può cantare alla sua ‘îššǻh: questa è carne della mia carne, all’interno appunto di un dono: lei viene a lui dalle mani di Dio.

Adam scopre cioè che l’amore è un’alleanza, non un mescolamento; per dirla con una metafora banalissima: l’amore non è il caffelatte, l’indistinzione dei due, ma appunto il miracolo di come il caffè che rimane caffè possa vivere con il latte che rimane latte, nella carne, cioè nell’esistenza concreta, feriale, di carne appunto. Il loro universo — così scoprono ‘îš e ‘‘îššǻh - non è il combaciamento, l’intero che racchiude loro due, ma è l’universo infinitamente più ampio di Dio, nel quale possono muoversi i loro passi, insieme, tenendosi per mano. Non sono loro soli a tenere in piedi la loro baracca, non sono la radice ultima del loro amore, ma i viandanti che non sono soli in questa esplorazione talora “stellare” e talora buia e impaurita. Il loro piccolo amore abita dentro l’Amore che essi non potranno esaurire: non basta una vita per essere fedeli l’un l’altro, diceva una coppia, anzi questa vita insieme ci abilita ad essere fedeli all’Amore che ci comprende, nuovo occhio di Dio, il triangolo che ci abbraccia e non ci racchiude e non ci circoscrive.

Un tu non usabile nell’avventura dell’Esodo

L’altro, allora, è finalmente un tu non adattabile o non adattato, un tu non usabile, nemmeno per farmi felice. “Ti sposo perché non so vivere senza di te” diviene un non senso, non ho bisogno di rapinarti per esistere, anzi. «Sposo te perché sei tu»: in questo scopro la radice della bellezza e della contemplazione. «Come sei bello! Come sei bella!» dice il Cantico dei cantici, il canto per eccellenza. La contemplazione è appunto la rottura del bozzolo asfittico del “tu sei per me”, e la scoperta dell’Amore che ci precede. È possibile essere due in una carne sola. La Trinità si rivela fondamento dell’unione e tutela dell’identità.

Per questo la marca dall’amore che non usa l’altro è sempre l’esodo: esci (dalla tua terra), lascia (il padre e la madre) verso la terra dove abita qui e ora l’Amore. E questa terra non è rintracciabile senza di te coppia, senza che tu coppia renda oggi possibile questo amore non usabile.

L’immaginario di Dio sul nostro amore dice che è possibile il sogno. Anzi che ciascun tu che si allea con un altro tu è necessario per questo sogno. Necessario per il mondo. Altro che combaciamento auto-esaltante, forza invece propulsiva per la vita del mondo.

Accompagnare ad occhi aperti

Debito pastorale: la gratitudine

Abbiamo ora un po’ di spazio per delineare  alcuni caratteri dell’accompagnamento pastorale alle coppie: vien da dire non solo a quelle perdute, a quelle in crisi, a quelle deboli e malate, ma anche a quelle grasse, a quelle in salute, a quelle ricche. A qualunque punto siano del loro cammino, il primo debito pastorale nei loro confronti è quello della gratitudine. È soltanto un esempio: mettersi a disposizione in parrocchia per un elenco del tipo “presti-tempo” con tanto di indirizzi ed orari; ad esempio, una volta al mese noi coppia tal dei tali ci offriamo come baby-sitter perché un’altra coppia vada un po’ a spassarsela, e lo facciamo gratuitamente perché ci interessa che voi coppia giovane abbiate una boccata di leggerezza. Sarebbe un dono di tempo per gratitudine.

L’accompagnamento però esige anche occhi aperti perché, da soli, è facile rimbozzolarsi nell’immaginario mondano e dimenticare il sogno.

I segnali di disagio: a) attacco alla personalità dell’altro

Ma quali sono i segnali esterni di questo  disagio? Possiamo segnalare, per cosi dire, quattro gradini verso la stagnazione, verso la perdita di speranza e quindi del sogno. Li nominiamo, seppure per sommi capi, non perché gli operatori pastorali abbiano nascosta da qualche parte la bacchetta magica per farli sparire. Ma perché possono essere altrettante “attenzioni” che cominciano a far bene alla stessa coppia accompagnatrice, la quale ovviamente non è immune dalla caduta del sogno e perché si possa mettere meglio in atteggiamento di ascolto, di preghiera e di accoglienza, non certo di giudizio e men che meno di diagnosi.

C’è un primo segnale di avvertimento precoce: i normali rimproveri (legittimi) vengono espressi come attacco alla personalità dell’altro (da “Ma ti sei dimenticato di portar fuori una spazzatura” a “Sei il solito distratto e inaffidabile”) accompagnati da emozioni distruttive, sia in riferimento al self (esempio sento sofferenza, disistima, disprezzo) sia in riferimento a ciò che provocano nell’altro (esempio senso di rifiuto e di impotenza).

b) abbassamento della curiosità esplorativa; c) abbattimento del rispetto; d) vite parallele

Secondo segnale: l’abbassamento della capacità di percepire il punto di vista dell’altro e della curiosità esplorativa («ma perché mai avrà fatto così?!»); cioè il coniuge “sa già” perché l’altro…., e agisce di conseguenza, provocando proprio ciò che teme. Alla fine di questo processo si sente “vittima” dell’insensibilità dell’altro e si sente sempre più solo/a.

Un terzo segnale è l’abbattimento del rispetto per l’altro. Il “parlar male” dell’altro è tanto più velenoso quanto più alte erano le aspettative fusionali; a questo livello si parla dell’altro (e in genere della sua gente) come non si parlerebbe di nessun altro. Un figlio ricorda una madre che sgranava rosari, ma ad ogni grano diceva con disgusto «Tuo padre è un miserabile». Va da sé che a questo terzo livello i dati di realtà si sono come consunti, liquefatti nel mare delle aspettative negative; e quindi si cercano conferme presso altre casse di risonanza a buon prezzo, mostrando i segni del proprio dolore/disonore. «Mia moglie è una iena», diceva appunto il marito di cui sopra. O peggio ancora «La mamma è matta», presso i figli. Il rispetto sottratto al coniuge di solito viene riversato su qualche altro che “ascolta” e (involontariamente o no) collude: Dio non voglia che questo qualcun altro sia un operatore pastorale.

Il quarto segnale è una sorta di punto di arrivo: dalle “conversazioni parallele” (penso una cosa, ma ne dico un’altra) ad alto grado di tossicità alle vite parallele in cui ormai è persa ogni speranza: ognuno si rassegni ad andare per la sua strada; dal «Sto con te solo per i figli» al «Sto con te ma tu dormi sul divano», al «Non c’è più niente da fare». Talora le “vite parallele” hanno qualche sconquasso: discussioni roventi, piene emozionali, accuse reciproche. Poi si assestano nel “tirare a campare”: sono vite che non offrono più calore né a sé, men che meno ai figli.

Le lucerne accese

Questi segnali che consegnamo all’intelligenza degli accompagnatori potrebbero essere sviluppati: ci basta questo accenno, non per deprimerci, ma per “essere vigilanti”, con i fianchi cinti e le lucerne accese. Le lucerne della speranza, perché - come dice uno psicoterapeuta laico M. Andolfi: «Le famiglie sono strutture affettive con un potenziale creativo inesauribile». Non lasciamoci scippare questa speranza, come dice questa moglie “convertita”: «Non posso continuare a percorrere la strada che non ha portato risultati stabili. Se la mia angosciosa ricerca di affetto, dialogo e comprensione si trasforma in accoglienza e stima per mio marito, limitando le aspettative secondo i miei desideri, forse quanto ci ha divisi fino ad ora può riunirci in un rapporto più autonomo, equilibrato e sereno».

 Mariateresa Zattoni e Gilberto GilliniConsulenti, pedagogici e docenti presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo Il dell’Università

 

 

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[i] Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”» (Mt 7,24-2).

[ii] Si veda un bellissimo libro di sapienza atea, Fromm E. (1964), Psicoanalisi dell’amore, Newton Compton Editori, Roma 1971, pp. 174-178, che in poche pagine ci delinea la sapienza dell’indicazione cristiana del fuggire le occasioni prossime di peccato

Ultima modifica Lunedì 26 Luglio 2010 14:22
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

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