Mercoledì, 18 Ottobre 2017
Domenica 20 Giugno 2010 07:53

Procreare ci trasforma. Ma ci fa anche paura.

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Questo commento di Claudio Risé è stato pubblicato sul Giornale del 21 Maggio 2010, in calce all’articolo di Annamaria Bernardini De Pace “Che follia le feste antiparto: i bimbi inquinano” in cui si fa relazione di un movimento capeggiato da intellettuali che predica di non fare figli  e che in Francia ha lanciato party che incitano a “ghigliottinare i procreatori” esponendo immagini di bambolotti torturati... (N.d.R.)


Se guardiamo alla storia dell'inconscio collettivo umano, di come esso si esprime nelle leggende, nelle saghe e nei miti di tutte le culture, troviamo sempre, di fronte alla nascita, una duplice reazione: l'accoglienza, la gioia di fronte alla nuova vita che si manifesta e accanto e contrapposta ad essa, la reazione di spavento, di odio, di avversione per qualcosa che comunque modificherà profondamente la vita della persona, dei genitori e della società circostante. Questo perché la vita nuova è l'evento che trasforma il mondo e noi stessi.

Di fronte a questo, la reazione non è univoca: perché ci sia gioia è necessario che ci sia anche il desiderio di donarsi a questi bambini. Se questo desiderio non c'è si organizza la reazione del rifiuto, del "no", della paura di fronte ad un evento che per genitori, adulti e poteri costituiti significa sempre una rinuncia, un passaggio di consegne (non immediato, ma che si profila nel futuro).

Infatti in tutte le culture e religioni, anche prima dell'Erode cristiano, noi troviamo dei re, dei vecchi dei, delle persone potenti o dei genitori noti - come nella cultura greca la figura di Medea – che uccidono i figli per ragioni diverse, ma dietro alle quali c'e sempre il rifiuto di donarsi ad una nuova vita che andrà avanti dopo di te, anche grazie al tuo sacrificio.

Non accettare il nuovo significa "imbalsamare" un vecchio che prima o poi crollerà, sia a livello individuale che sociale. Nella vita della persona porta ad una malinconia che fatalmente si impadronisce di tutto. Nella vita sociale invece s'innesta la stessa fragilità che favorisce il crollo delle strutture ormai vecchie e incapaci di rinnovamento a livello comunitario, sociale e storico.

Ciò che io vedo nel mio lavoro di psicanalìsta è che spesso il malessere che il paziente porta  non richiede semplicemente un "adattamento" alle circostanze, ma un rinnovamento profondo. Questo non può avvenire se lo stesso terapeuta non è consapevole del significato profondo delIa nascita e rinascita psicologica nella vita umana.

Nel mio libro La crisi del dono presento l’assoluta forza che nella vita degli uomini ha l’immagine di nascita/rinascita, un passaggio obbligatorio richiesto dal corpo e dalla psiche delle persone per il loro benessere e per il compimento del loro destino e della loro felicità.

E’ un punto essenziale che la psicologia contemporanea ha molto meno chiaro di quanto I’avesse la stessa psicanalisi all'inizio del ‘900. Perché negli ultimi 50 anni si è molto lavorato sull'adattamento o sull’adeguarsi alle domande della società e molto poco sulla realizzazione del sé e del destino personale. Si è quindi arrivati a legiferare I'aborto perché la cultura contemporanea, al contrario di come si presenta,  è una cultura profondamente conservatrice, per certi versi anti-vitale e ostile all'autentico rinnovamento.

Claudio Risé

Ultima modifica Lunedì 26 Luglio 2010 14:06
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

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