Sabato, 21 Ottobre 2017
Venerdì 26 Ottobre 2012 06:13

Dalla famiglia d'origine alla nuova coppia

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Un padre mi racconta di un figlio di trentotto anni, laureato, con un posto di lavoro stabile, che non si decide a sposarsi. «Come mai succede questo?», mi chiede. La mia risposta si racchiude in questa controdomanda: «Quante volte alla settimana lava i piatti suo figlio?» «Mai -mi risponde- sono io quello che mette a posto la tavola dopo la cena».

 

 

Il movimento che porta a prospettarsi la famiglia in cui si è nati come famiglia d'origine è un movimento che è stato grosso modo suddiviso in infanzia, adolescenza e maturitàl, ma ciò che la psicologia dell'età evolutiva tende a trascurare è il fatto che queste tre tappe coinvolgono non solo i figli ma anche i genitori.

 

1. Dalla parte dei genitori

Sappiamo che oggi i genitori sono sempre meno attrezzati a dare simili riconoscimenti, a "lasciare andare", a optare per l'autonomia (che presenta i suoi rischi) del figlio. È vero, anche loro hanno bisogno di "corsi per neo-suoceri", anche loro hanno bisogno di una rete solidale che li aiuti a diventare sempre più popolo di Dio, in rete con altre famiglie.

 

2. La costruzione dell'autonomia ha premesse lontane

La condizione per una negoziazione è la consapevolezza dei propri confini. E, a parole, nei genitori sembrerebbe che tale consapevolezza sia acquisita. Circa trent'anni fa eravamo soliti accettare l'invito del parroco di Cassago Brianza che ci chiamava ogni anno per il percorso dei fidanzati e a lui proponemmo di organizzare un incontro anche per i genitori dei fidanzati. A fronte dei frequenti problemi di intrusione che vedevamo nelle coppie che ci chiedevano una consulenza, il gruppo di futuri suoceri che avevamo davanti in questi incontri sembrava non solo immune, ma addirittura vaccinato contro le intrusioni: a tutti, e soprattutto alle future suocere, era chiarissimo che dovevano prendere atto dell'autonomia della nuova coppia. Fu proprio per ribadire questo concetto che la madre di un fidanzato raccontò durante l'incontro che lei - che aveva già un figlio sposato al piano di sopra – aveva ben presente la lezione; ma dilungandosi nel racconto di suocera già consapevole e sperimentata disse: «A dire il vero a volte però a noi genitori può capitare di essere preoccupati... ad esempio io sono preoccupata perché quelli di sopra bevono troppi caffè!». «Ma scusi, signora, non ci ha appena raccontato dell'autonomia che lascia al figlio già sposato e che quindi è pronta a lasciare anche a questo figlio che attualmente fa il corso per fidanzati?». E, dato che la signora non capiva fummo costretti a chiedere: «Come fa a sapere che quelli di sopra bevono tanti caffè se lei non va mai a casa loro?!» e la signora candidamente disse che lei si era offerta di portare via la loro spazzatura. Di nuovo fummo costretti a chiedere: «E allora?». .Allora guardando nella loro spazzatura vedo bene che non ci sono solo i fondi del caffè che si fanno alla mattina prima di andare al lavoro, no?!».

Ecco spiegato come affermazioni di non intrusione possano andare perfettamente d'accordo con atteggiamenti intrusivi. 

La costruzione che sfocia in un comportamento non intrusivo viene da lontano e si costruisce attraverso piccole sottolineature che si affacciano nei momenti del ciclo di vita della famiglia che precedono lo svincolo adulto del figlio. In altri termini, i conflitti generazionali che esplodono quando il figlio si è formato una nuova famiglia, in genere, hanno a monte confini maldefiniti e insicuri, a volte non realistici2.

 

 

3. Offrire al figlio atteggiamenti realistici

Nell'infanzia è normale che un genitore si senta investito dal compito di proteggere e aver cura del figlio; è normale che le domande e le risposte relazionali del figlio lo portino quasi a una protezione onnipotente; ma, come abbiamo più volte ripetuto, è importante che i genitori diano al figlio "il permesso di soffrire"3. Non è un permesso culturalmente facile, ma più che di un permesso si tratta di un atteggiamento realistico: pensiamo alla difficoltà di concederlo al bimbo di un anno che vede la madre uscire e lasciarlo ad altri; il bimbo si sente morire: è abbandonato da colei che rappresenta ai suoi occhi ogni sicurezza. Eppure, proprio perché il bimbo passa attraverso la crisi di pianto, può sperimentare il ritorno della mamma che sarebbe insipiente a non concedergli questo permesso.

Anche al bambino più grandicello il caregiver darà questo permesso quando gli dice: «No! Basta caramelle» e gli permette di esprimere la sua rabbia di impotenza e di morte arpionando la mamma con parole più grandi di lui: «Brutta... cattiva... non ti voglio più bene!». Se però la relazione tra la mamma e il bambino è saldamente ancorata a un valore che supera i due protagonisti, il bambino potrà sperimentare con il tempo che in questa frustrazione costituisce un ottimo allenamento al suo diventare grande.

Al figlio a cui non viene concessa la libertà di soffrire in proprio, non verrà nemmeno concessa la libertà di essere come è, di deludere talvolta i genitori. Portiamo l'esempio di un padre che pensa a suo figlio predeterminandone già la carriera ("Guiderà la mia azienda. E per chi l'ho fatta se no?!") o l'esempio di una madre che si ostina a pensare che solo lei capisce e conosce veramente il figlio e quindi ci racconta con l'aria di chi sa il fatto suo: «Io so quanto è gentile ed educato, è la maestra che non lo capisce!».

Non dare al figlio, bambino o adolescente, il permesso di soffrire o di deludere il genitore pone le premesse a un comportamento intrusivo verso il figlio adulto (abbiamo visto genitori che ci raccontano comportamenti intrusivi con l'aria eroica di chi pensa di non aver fatto che il proprio dovere, s'intende, "a fin di bene!"). Infatti questi due permessi istituiscono il figlio come distinto da me genitore, come persona da rispettare. E sono un invito al realismo.

Per una sommaria generalizzazione di come un atteggiamento realistico sia maturante nei rapporti genitori figli, completerei la bella relazione di Garelli4, per affermare che la generazione senza è tale anche in un altro senso. Le nuove generazioni a livello immediato spontaneo impiegano più tempo che nel passato a distinguere tra il livello di precarietà di ciò che il mondo naturale fornisce all'uomo (aria, acqua ad esempio) e il livello di precarietà di ciò che gli fornisce il mondo dell'economia e della comunicazione. Quanto è fabbricato, più o meno virtualmente dall'uomo, non viene immediatamente percepito dal giovane nel suo aspetto di rischio: si pensi alla volatilità estrema di un file non salvato, all'impossibilità di comunicare da un luogo senza campo di ricezione telefonica, ai cambiamenti di vita indotti dall'assenza di fornitura del gas da un lungo gasdotto o dalla sospensione, sia pur temporanea, dell'energia elettrica.

 

4. Chiedere al figlio solidarietà e partecipazione

Un altro filone fondamentale che pone le premesse alla non intrusione è esprimibile dalla richiesta al figlio di partecipare secondo i suoi mezzi alla vita di famiglia offrendo la sua solidarietà (in qualsiasi età: il neonato partecipa con il sorriso!). Tale processo si rende visibile non attraverso le teorie educative proclamate dai genitori, ma attraverso l'effettiva partecipazione (che inizialmente parte dalle richieste di collaborazione dei genitori e poi diventa via via contrattuale) alla cura del sistema famiglia: "Che cosa sei disposto a fare tu/che cosa siamo disposti a fare noi"; "Quale margine di autonomia hai tu/quale abbiamo noi". Mentre il genitore-ombrello, onnipotente quasi si vergogna a chiedere una simile collaborazione, il genitore sano, ben lungi dal sentirsi un genitore cattivo, sa di aiutare con queste richieste il figlio a misurarsi con la sua autonomia.

Un padre mi racconta di un figlio di trentotto anni, laureato, con un posto di lavoro stabile, che non si decide a sposarsi. «Come mai succede questo?», mi chiede. La mia risposta si racchiude in questa controdomanda: «Quante volte alla settimana lava i piatti suo figlio?» «Mai -mi risponde- sono io quello che mette a posto la tavola dopo la cena».

La fatica di questo padre a ricavare da questa mia domanda spunti per la risposta che cerca, mi segnala che sono nel giusto. Indipendentemente dalle teorie che professano, molti genitori faticano a porre in essere una relazione corretta che ponga le premesse sia a uno svincolo sano del figlio sia a una successiva sana accettazione dei confini tra la famiglia d'origine e la sua nuova famiglia5.

 

5. Dalla parte dei figli

I fidanzati diventano a poco a poco conoscitori dei tempi del la vita e avvertono che per loro si prepara un tempo speciale, il tempo di "lasciare il padre e la madre": è un tempo che deve iniziare prima del matrimonio, ma che poi in un certo senso dura tutta la vita.

Infatti, ciascuno di noi arriva al rapporto d'amore con una storia. Essa non è soltanto una storia individuale, ma è anche una storia familiare: l'identità di lui/lei si è formata, nel senso più pieno del termine, dentro un'atmosfera familiare, un modo di intendere i rapporti, un'idea di ciò che conta e ciò che no, una mappa di significati che costituiscono "la sua valigia", il bagaglio con cui si accosta alla nuova famiglia che vuole costituire. È perciò del tutto ingenuo dire: "Sposo te, non la tua famiglia", poiché quella famiglia, anche posta a mille chilometri di distanza, è dentro l'individuo, e spunterà sempre, anche quando si crede di averla "licenziata". Nessuno può creare la fantasia di non avere la valigia, cioè di non aver appreso quel particolarissimo modo di stare al mondo che era implicito nella sua nicchia familiare. 

Nessun determinismo però: poiché è proprio l'adulto che è chiamato a discernere il contenuto della valigia, onde poter trattenere ciò che è buono e buttare ciò che è di ostacolo alla crescita del suo rapporto affettivo6.

 

6. Non possiamo mai disfarci del tutto della valigia 

Va da sé che ci sono due modi opposti di tentare di disfarsi del bagaglio: il primo si identifica con il perentorio: "via tutto". Non ho proprio niente da portarmi dietro! Anzi, io farò tutto diverso, non farò come "loro" (quasi sempre quel "loro" si identifica con un genitore). Come a dire, se anche l'altro collude con questo svuotare la valigia: noi cominceremo il mondo da capo. Chissà perché, poi, specie nei momenti di difficoltà, uno si trova a dire con rabbia: mi sto proprio comportando come mio padre (o mia madre), proprio quello a cui non volevo per nulla assomigliare!

Il secondo modo è invece l'assumere il contenuto della valigia senza alcuna distanza; è un altrettanto perentorio: "tutto quello che facevano i miei era giusto! I miei non hanno sbagliato mai!". Questo stare incollati a genitori meravigliosi, a una famiglia così "buona", è un modo raffinato di "disfarsi della valigia": ne resta un figlio dipendente, che ha assolutamente bisogno dell'approvazione dei genitori (anche qui: di solito di uno solo) per cui... non ho nemmeno fatto la valigia, non sono partito.

Ci resta appena da immaginare cosa succede se anche il partner non ha fatto la valigia ed anche lui rimane incollato ai suoi numi protettori: battaglie cruenti in vista! I "miei" e i "tuoi" assomiglieranno a proiettili che ci si lancia reciprocamente: "i tuoi" diventano il tuo stato d'accusa ed "i miei" la mia difesa. Dunque: perché le valigie (inevitabili) non si trasformino in ipoteche sul matrimonio, occorre imparare a discernerne il contenuto. È questo il "lasciare il padre e la madre" che incontriamo nel Progetto: di nuovo, siamo grati e stupefatti che la Parola di Dio ci venga incontro a dare voce e direzione di senso ai nostri più profondi bisogni.

 

7. Occorre fare la fatica in proprio

Questo lasciare non può essere addebitato all'altro, nel rapporto d'amore: non è l'altro che deve venire sul suo cavallo bianco a rapirmi dai miei genitori. Questa è una scorciatoia che non porta lontano: magari mi allevia la fatica in proprio del distacco, magari mi illudo che sia sufficiente "farmi portare via", ma poi rischierò di essere di nuovo riassorbito/a, riacciuffato/a da dinamiche invischianti della mia famiglia di origine, dalle quali ho preso pseudo-distanze.

Può succedere che uno convinca l'altro della necessità di essere "portato via", gli fa vedere l'atmosfera familiare come soffocante, invivibile, lo convince che i suoi sono "mostri", gli esplicita l'esigenza di uno strappo netto che lo porti via. "Mi sono sposato/a perché non ce la facevo più a stare a casa mia" si sente dire ancora oggi, in genere da persone che non hanno fatto la fatica del distacco in proprio: ma è una cattiva prognosi per quel matrimonio, anche perché capita spesso che il partner si rimangi il furore che nutriva contro la sua gente (che, più o meno consapevolmente, ha ingigantito per farsi "portare via"). "Ma dicevi che tua madre era insopportabile e adesso perché le telefoni tutti i giorni?". Di solito il partner che riceve queste rimostranze ribatte "Perché, i tuoi allora!? Tua madre non sarà perfetta, anzi... non pretenderai che io non mi faccia viva con mia madre...".

Come tutti sappiamo, nel progetto d'amore originario il lasciare il padre e la madre viene prima del vivere a due7.

 

8. Il significato dello "svincolo"

Il lasciare di cui stiamo parlando ha a che fare con lo svincolo dai propri genitori, cioè con la rinuncia alla loro approvazione assoluta, pagata con il voler essere in tutto e per tutto come loro si aspettano. È una vicenda della vita: i genitori lo sanno (o dovrebbero saperlo) che il bambino reale è sempre distante dal bambino immaginato.

Sui tempi brevi questa distanza può apparire come delusione, inganno, tradimento: quando un figlio si fa la sua strada, di solito non è mai perfettamente quella che i suoi genitori hanno sognato per lui.

Sui tempi lunghi (ma talora occorrono decenni) i genitori guarderanno i figli che si sono fatti la loro strada con gratitudine: "Proprio così ti volevo! Tu hai saputo trovare la tua strada in autonomia, meglio di quanto avrei fatto io, se avessi potuto tenerti sempre per mano!".

Questo non esime però il figliola dalla fatica dello svincolo, che approda a risultati sorprendenti.

Nel tempo dell'infanzia il bambino è dipendente: ha un bisogno quasi fisico di piacere ai genitori, di ottenerne l'approvazione. La sua leale tendenza verso i suoi "protettori" è anche un'autoassicurazione: si garantisce di essere accudito, nutrito, amato. Vorrebbe essere come loro.

Nel tempo dell'adolescenza egli prova l'impulso opposto: la dipendenza si tramuta in indipendenza, o meglio, contro-dipendenza, perché pare accanirsi a fare l'opposto di ciò che essi si aspettano. Quanto prima li ammirava, ora li svaluta; è proprio sicuro di non voler essere come loro (specie il genitore del proprio sesso).

In ambedue le posizioni, quella della dipendenza e quella della contro-dipendenza, egli è convinto di conoscere bene i genitori. È convinto di sapere a memoria che cosa vogliono, che cosa non vogliono, che cosa si aspettano da lui, quali sono le loro risposte abituali, i loro difetti, le loro idee fisse, i loro valori, i loro pregi. 

Questa presunta conoscenza è di marca "onnipotente": egli crede di sapere tutto di loro perché li sente centrati su di sé. E spesso i genitori stessi portano legna a questo fuoco dicendo: "noi viviamo per te", "se tu sei felice, noi siamo felici"; a dire così, in io, è spesso un genitore in contrapposizione all'altro: "tu, figlio, sei la ragione della mia vita", "è solo per te/per voi che sono rimasto/a insieme a tua madre/tuo padre!" e sono terribili ipoteche in cui al figlio è messa in capo la responsabilità della felicità di un genitore.

Ma nessun figlio conosce del tutto i propri genitori. Se accede al matrimonio con una simile convinzione, probabilmente vi rimarrà incollato; un sapere adulto sui genitori, invece, è condizione per il "lasciare".

 

9. La ri-conoscenza  

Quando il figlio diventa adulto, si accorge che i genitori non sono centrati su di lui, che hanno una loro vita sia di coppia sia individuale, che egli non li conosce a memoria: si mette, cioè, nell'atteggiamento di ri-conoscerli, conoscerli di nuovo come persone con un loro mistero. Questo è propriamente lo svincolo che lo rende adulto: non ha più bisogno della loro totale approvazione, né ha bisogno di opporsi a loro.

È proprio questo conoscerli di nuovo che lo aiuta a prendere distanze buone: si permette, per certi aspetti, di deluderli, di non essere proprio secondo l'immagine che si sono fatti di lui, si permette di trovare la propria strada, pagandone i costi in proprio e accettandone i rischi, senza pretendere che loro siano sempre l'ombrello presso cui rifugiarsi, e rinunciando alle attese infantili che siano sempre pronti a sorreggerlo, a sopperire alle sue mancanze, a pagare i suoi debiti.

Questo conoscerli in modo nuovo è un "ri-conoscerli"8: un processo che dalla nuova conoscenza lo conduce alla riconoscenza, cioè alla gratitudine per come, nonostante le loro fatiche e i loro limiti, hanno camminato nella vita. Li restituisce alla loro “fatica di vivere”, li perdona per ciò che non sono stati e accetta senza sentirsene schiacciato i debiti di gratitudine: hanno fatto quello che hanno potuto! E questo lo riempie di rispetto, anche in presenza di ferite e perfino di ingiustizie, poiché scopre in essi un'orma dell'amore del Padre. È pronto per capire il senso vero dell'"onora il padre e la madre".

 

MARIA TERESA ZATTONI , GILBERTO GILLINI Consulenti formatori e docenti presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia.

 

Insieme verso le nozze – La preparazione al matrimonio cristiano, P. Gentili, E. e M. Tortalla (a cura), Cantagalli, Siena, 2010, pg. 215-224

 

 

Note. 

1 G. GILLINI, Rapporto con le famiglie di origine, in S. NICOLLI- E. e M. TORTALLA (a cura di), Giovani sposi in cammino... non da soli, Cantagalli, Siena 2007, pp. 263-269.

2 Cfr. M. ZATTONI, A pranzo da mamma. La coppia e le famiglie di origine, PEF 03, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2005.

3 Cfr. M. ZATTONI - G. GILLINI, I sentieri della vita, Crescere i propri figli, fondamenti e consigli per i genitori, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 20012

4 Cfr. Franco Garelli, I giovani e la ricerca di felicità, infra p. 13.

5 Cfr. S. ClRILLO, Cattivi genitori. I più efficaci modelli di intervento nella presa in carico di genitori abusanti, Cortina, Milano 2005.

6 Cfr. G. GILLINI - M. ZATTONI, L'altra trama. Manuale di formazione per tessere relazioni familiari alternative, Ancora, Milano 1997, ristampa 2009.

7 Cfr. M, ZATTNI - G. GILLINI, Così lontani, così vicini, Crescere come coppia tra difficoltà e speranza, Porziuncola, S. Maria degli Angeli {PG) 2009.

8 Cfr. V. CIGOLI, Il corpo familiare. L'anziano, la malattia, l'intreccio generazionale, FrancoAngeli, Milano 1992.

Ultima modifica Venerdì 26 Ottobre 2012 07:14
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

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