Venerdì, 31 Ottobre 2014
Martedì 01 Marzo 2005 13:43

EDUCARE AL CAMBIAMENTO - Parte 1/3

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EDUCARE AL CAMBIAMENTO

· Interrogativi per un’educazione al cambiamento · Quale cambiamento? · Che cosa significa educare? · Educazione diretta o indiretta? · Quali le difficoltà? · Pro-memoria per ogni educatore.

Prima Parte

Oggi il mondo cambia a vista d’occhio sotto
l'aspetto economico, tecnico-scientifico, politico, sociale, culturale
secondo un ritmo addirittura vertiginoso. E’ possibile non proporsi di
cambiare personalmente in una società che cambia? Anche, se uno lo
sceglie. Il prezzo, però, è la progressiva estraniazione dalla società,
e per i nostri figli di trovarsi nel domani più prossimo del tutto
impreparati ad affrontare la vita, finendo nel disadattamento, con
tutto quello che solitamente ne consegue. E’ quindi un atto di lucidità
e di preveggenza scegliere di educare (ed educarsi!) al cambiamento. Quale,
però? Secondo quale concezione della vita? In vista di quali obiettivi?
Consapevoli dei rischi che certi cambiamenti comportano a livello
umano? Questioni da capogiro eppure urgenti, urgentissime. Altrimenti
il cambiamento si limiterà a preparare gente capace di riciclarsi per
trovare qualche lavoro, riducendo la persona a rotella della macchina
produttiva e conformista.

Quale cambiamento, dunque, in
quell'ambito delicatissimo dell'educazione? Per chiarezza, preciso
subito di ispirarmi ad una visione personalistico-relazionale e penso
ad un futuro cittadino che sia anzitutto un uomo capace di discernere quello che lo costruisce da quanto lo distrugge. Una riflessione, quindi, non neutrale, bensì orientata.

QUANDO DICO EDUCARE

Distinguo, anzitutto, istruire dall'educare.
Anche se il primo può avere riflessi più ampi e significativi
sull'educando attraverso la personalità dell'insegnante, di per sé, e
nel caso migliore, è una comunicazione di conoscenze che mira, insieme
col rigore del dati conoscitivi, alla formazione del senso critico in
un determinato settore, il secondo ha una dimensione più vasta e direi
più profonda.

A mio avviso, educare è l’arte di accompagnare l’altro in modo che diventi adulto e questo si realizza instaurando con lui relazioni sane e significative attraverso la chiarezza dei ruoli.
È una caratterizzazione (non una definizione perché non sono un
pedagogista) nata dalla esperienza e dallo studio, dove i vari termini
sono almeno ambivalenti ed è quindi indispensabile precisarne il senso.


  • Arte, implica la
    conoscenza dei suoi principi e regole, ma pure fantasia, intuito,
    creatività, come già accade per un buon artigiano.
  • Accompagnarepresuppone da un lato il rifiuto della pretesa e tentazione di plasmare
    l'educando secondo un modello rigido e precostituito, e, dall'altro, di
    conseguenza, la scelta e la capacità di modulare l'agire educativo
    sulla reale persona in fieri che si ha di fronte,
    sollecitandola ed orientandola perché tiri fuori progressivamente le
    proprie potenzialità (educare, dal latino "educere", appunto estrarre)
    affinché fiorisca il proprio essere originale. Questo "farsi compagno",
    naturalmente, cambia secondo l'età dell’educando: ai bimbi, per
    esempio, si comunicano regole, dei "no", pochi, precisi, su cui essere
    fermissimi affinché facciano presto l'esperienza del "limite come
    ordine", e dei "si" sollecitanti ed appaganti; a un ragazzo si
    motiveranno e si parlerà anche di "valori", ad un adolescente si
    tratterà di ascoltare con estrema attenzione inquietudini e
    contestazioni…
  • In modo, è forse una delle parole più decisive perché indica la qualità della presenzaall’altro. Se fosse sbagliato, se comunque provocasse rifiuti continui
    sarebbe sterile e diseducativa. Richiede certo competenza tecnica, ma
    pure qualcosa che di per sé nessun metodo può dare, appunto una fine
    sensibilità umana, il senso forte dell’altro come persona.
  • Diventi è un
    verbo che richiama al fatto che l'evoluzione psicologica naturale del
    piccolo dell'uomo non perviene automaticamente allo stadio adulto. Alla
    nascita l'umano è in noi una potenzialità che si svilupperà al meglio
    unicamente se immersa in un sistema di relazioni significative e se
    orientata e stimolata da presenze autorevoli. Umani lo si diventa
    attraverso un processo che, a rigore, dura forse tutta la vita.
  • Adulto,
    probabilmente, è il punto più controverso e dove maggiormente si coglie
    l'influenza della filosofia, esplicita o meno, cui ci si riferisce. A
    mio avviso, e tenendo conto degli apporti di alcune psicologie, si
    arriva allo stadio adulto quando si raggiunge un buon livello di autonomia, quindi di libertà interiore, il presupposto per assumere la responsabilitàdella propria vita, acquisire la capacità di individuare qua e ora
    quale sia la decisione da prendere per costruire se stessi e realizzare
    relazioni sane, ossia non possessive e dominatrici (almeno come
    atteggiamenti prevalenti, di nessun purismo angelicante).Questo
    richiede la costruzione di una identità aperta: io sono me
    stesso, consapevole di me e mi incontro con te senza con-fondermi con
    la tua persona e proprio perché sono chiaro con me, saldo in me,
    separato da te (io sono io e tu sei tu) posso venire da te senza mire
    conquistatrici o di sottomissione a te; e ti do qualcosa della mia
    ricchezza, ricevo qualcosa dalla tua, poi ciascuno riprende il suo
    cammino personale, animato e vivificato da questa presenza
    interiorizzata, in attesa di un altro incontro. In fondo, l’orizzonte è pervenire alla gioia di essere sé.Non è individualismo, è consapevolezza umile del proprio valore.
    Evangelicamente è la gioia di essere un dono che Dio fa anzitutto a me
    (sono figlio!) e congiuntamente per l’altro verso cui andrò o la cui
    iniziativa accoglierò.
  • Relazioni sane e significative, è
    congiuntamente la sostanza e la via dell’educare. La persona è
    relazione costitutivamente. Ma, di solito, la relazione educativa,
    l’inter-agire tra educatore ed educando, sarà costruttiva, infonderà
    all’altro fiducia, stima di sé, amore per la vita, voglia di crescere
    quando sperimenterà di essere trattato così dall’educatore.
  • Chiarezza dei ruoli: è
    un aspetto oggi a mio parere da ribadire. L’educatore, sia insegnante o
    genitore, è qualcuno con una responsabilità e compito precisi,
    l’autorità, se non sa di vecchiume questa parola (autorità, dal latino
    "augeo" significa "far crescere", non dominare!); i ruoli
    dell’educando, alunno o figlio, sono di accogliere e mettere in pratica
    indicazioni e suggerimenti dell’educatore, e, in certi casi, di
    "ubbidire" alle sue decisioni, anche se non gli piacciono, perché la
    responsabilità educativa è del primo. Genitori o insegnanti "amiconi"
    provocano disastri. Confondono l’altro perché lasciano pensare ad una
    parità di capacità e di "potere" che non c’è, lasciano l’educando
    nell’insicurezza perché egli ha bisogno di figure adulte di
    riferimento, amorevoli, ma adulte; poi, magari, le contesterà, è
    fisiologico, ma da loro ha attinto atteggiamenti e valori che, in
    seguito, riscoprirà in modo personalizzato, adatti a sé.

CARLO CAROZZO

Direttore de IL GALLO – Genova

(Famiglia domani 1/99)

Ultima modifica Sabato 30 Aprile 2005 21:19