Domenica, 20 Agosto 2017
Martedì 01 Marzo 2005 13:47

Nella Società di oggi... aspetti attuali del disagio giovanile

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Nella società di oggi…

Aspetti attuali del disagio giovanile

 

La nozione di disagio è una delle più
diffuse nei discorsi che riguardano i preadolescenti e gli adolescenti.
Ragazze e ragazzi nell’età dello sviluppo si accorgono inevitabilmente
di queste preoccupazioni diffuse nell’aria che respirano e diventano
inquieti per quello che potrà loro accadere.

Si attiva così una sorta di distorsione percettivaper cui sembra che adolescenti prototipici siano Erika e Omar, o le
ragazzine che hanno ucciso la suora a Chiavenna, o gli sventurati che
si sono "vendicati" di Desirée. Di conseguenza, si dà quasi per
scontato che il "disagio" sia la condizione in cui tutti gli
adolescenti vivono e che il disagio implichi pericolosità sociale.
Esemplare in questo senso la domanda rivolta del figlio di 10 anni – 11
anni ad una mia collega: "Se continuo ad andare agli Scout, posso
saltare l’adolescenza?".

Credo che il problema, innegabile, del disagio di
chi cresce debba essere affrontato in modo più criticamente
sorvegliato. È ovvio che il significato etimologico del termine può
essere attribuito a tutte le situazioni, anche molto leggere, di
"cattivo agio" (e non per mancanza assoluta di agio, sia ben chiaro!).
Ma il campo semantico che gli scambi sociali (dalle conversazioni
quotidiane di ciascuno di noi a molteplici pronunciamenti di "esperti")
hanno attribuito al termine, denota qualcosa di specifico: provocato
dalle cosiddette "nuove povertà", dalla sofferenza psichica, da
conflittualità familiari devastanti, da isolamento e marginalità
sociale, e così via. Uno stato di malessere, dunque, in cui convergono
difficoltà oggettive consistenti e sentimenti soggettivi di non poterle
affrontare.

L’uso incauto del termine, però, ha provocato una
sorta di ampliamento indifferenziato di significato, per cui, nei
discorsi correnti, qualsiasi difficoltà che si incontra nella vita
quotidiana viene considerata portatrice di disagio.

E siccome il processo di crescita implica il dover
affrontare molteplici compiti di sviluppo, si giunge spesso a vedere
ogni fase dello sviluppo, ed in particolare l’adolescenza, come un
momento di grave disagio.

In un mio precedente intervento su questa rivista, a proposito della "formazione del carattere", scrivevo che a
chi cresce deve essere lasciata la responsabilità di misurarsi con i
problemi propri della sua età perché impari a risolverli con i mezzi di
cui dispone.
"Compito dell’adulto non è quello di sostituirsi a
lui, né quello di lasciarlo solo perché si arrangi…". Ora, tutti i
problemi che chi cresce incontra richiedono, per essere risolti,
impegno e fatica. Questa fatica di vivere non equivale tout-court a disagio.Andare a scuola, in sé, può essere faticoso, ma non vuol dire che
equivalga ad un disagio generazionale. Così, imparare la matematica
richiede fatica, ma non è disagio nel senso che si attribuisce al
termine, né lo è essere preoccupati per un compito in classe,
rinunciare ad un incontro con amici per studiare, dormire qualche notte
in tenda, o mangiare cibi non cucinati dalla mamma e così via. È vero
che in certe circostanze personali anche studiare la matematica, ecc.
può implicare un vero disagio, ma ciò avviene in circostanze
particolari ben più gravi dell’avere un compito da affrontare.

Il disagio c’è quando gli e le adolescenti
devono affrontare, da soli, senza alcun sostegno sociale, compiti di
sviluppo "insostenibili" o "quasi insostenibili"
: riorganizzare la
propria esistenza dopo una separazione traumatica dei genitori,
preceduta da astiose esplosioni conflittuali; assumere responsabilità
da adulto dopo un lutto che ha rotto tutti gli equilibri familiari e
provocato gravi preoccupazioni economiche; trovarsi implicati in
relazioni sessuali troppo precoci e prive di una vera dimensione
affettiva. Sono soltanto esempi, tanti altri se ne potrebbero fare.

Anche difficoltà provocate dall’attuale
organizzazione sociale possono provocare situazioni di disagio.
Inserirsi in un contesto, sia esso scolastico o lavorativo, di cui non
si conoscono le regole, non padroneggiando nemmeno il linguaggio
locale, ad esempio, è certamente disagevole.
E tanto più lo è per i bambini le cui famiglie non riescono a risolvere il problema di un alloggio stabile.

Sottoporsi ad uno spostamento quotidiano che implica
levatacce mattutine per frequentare la scuola, non disporre di una
mensa e di un punto di appoggio dove trascorrere le "ore morte",
successive all’orario scolastico e precedenti all’orario dei mezzi per
il rientro, è un altro esempio. Così come sentirsi isolati, privi
di contatti significativi, sentirsi evitati da tutti quelli che si
incontrano in un ambiente che appare ostile.

Non sono, quelle ora citate, situazioni rare, ma
assai diffuse. E questi disagi, da chi vive, comodamente, generalmente
non sono neppure percepiti.

Vale la pena soffermarsi ancora un momento su una
situazione di disagio vera, che concerne la scuola. Abbiamo già visto
che l’impegno e la fatica richieste dalla scuola non sono assimilabili
al vero disagio. Ma è indubitabile che molti ragazzi e ragazze
sperimentino a scuola un vero disagio. Abbiamo già citato il caso dei
pendolari; non solo loro, però, sono in difficoltà.

Gli studiosi parlano di disagio scolastico come
una sindrome di malessere psicologico causato da una non soddisfacente
esperienza scolastica, considerata nelle sue diverse componenti: scarso
rendimento scolastico, insofferenza derivante dall’incapacità di
adattarsi al regolamento scolastico, percezione negativa di sé
derivante sia da confronti con gli insegnanti sulle varie dimensioni
(abilità intellettuali, competenze sociali), sia da confronti con i
propri compagni di scuola, centrati sulle prestazioni scolastiche,
sulle abilità sociali, sull’aspetto fisico, ecc.

I fattori che concorrono a provocare e mantenere la
sindrome sono strettamente interdipendenti: ad esempio; lo scarso
rendimento scolastico non è attribuibile soltanto a carenze
intellettive del soggetto interessato, come si pensava in passato.

Concorrono ad esso, oltre a fattori intellettivi di
cui dispone il soggetto in quel momento dato, quanto si sente
apprezzato dalla famiglia, dai compagni, dagli insegnanti; quanto si
sente ascoltato, quanto la famiglia sostiene il suo impegno, e così
via. Altrettanto si può dire per il modo in cui è percepito il
regolamento scolastico (non conta soltanto quello che sancisce, ma come
è presentato, interpretato ed applicato dal preside e dagli
insegnanti), per i rapporti con i compagni (prevalentemente competitivi
o invece collaborativi), per i rapporti con gli insegnanti (percepiti
come competenti o impreparati sul piano culturali, autorevoli,
autoritari o permissivi sul piano relazionale). L’intera, complessa,
dimensione relazionale dell’esperienza scolastica costituisce il clima psicologicodella classe e dell’istituzione scolastica, clima che contribuisce in
modo preponderante a connotare in termini positivi o negativi la stessa
esperienza scolastica degli/delle adolescenti.

Un gruppo adolescenziale in cui il disagio
è assai diffuso è quello costituito a chi interrompe, in modo
traumatico, l’esperienza scolastica: dai così detti "drop out", degli apprendisti, ai disoccupati che riempiono la giornata bighellonando.
Su
questa categoria di ragazzi e ragazze, che troppo spesso – sino a
quando cioè non assumono comportamenti devianti – risultano
"invisibili" ai più, si dovrebbe aprire una riflessione approfondita,
che non può essere svolta qui. Antidoto al disagio è il sostegno sociale. Ma questo argomento è molto più ampio e sfaccettato, per cui merita di essere trattato da sé.

 

Augusto Palmonari

Psichiatra e Psicologo

Professore Ordinario di Psicologia Sociale

Università degli Studi di Bologna

Ultima modifica Sabato 30 Aprile 2005 21:34

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