Domenica, 17 Dicembre 2017
Martedì 01 Marzo 2005 14:03

Ma la notte Parte 3/4

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Ma la notte

Terza parte

La festa è appena cominciata

La nostra società, dalla mediazione con
altre culture, facilitata in modo particolare con le guerre di questo
secolo, ha fatto un salto - così almeno si crede - che ha anticipato i
tempi, ponendosi nei confronti del progresso in condizione di
avanguardia, o quasi di attesa. Gli incontri e le migrazioni hanno da
sempre sconvolto il mondo. Inebriati dai grandi innesti si vedono
appiattire, deteriorare, scomparire le antiche culture e, ai miti
creduti immortali, subentrano i nuovi dogmi. Filosofie attuali come la
corrente New Age, portano molti cambiamenti nel modo di vedere, di
pensare e, soprattutto, nello stile di vita che caratterizza le
famiglie. Spesso, ad un esame più sottile è possibile osservare che i
nostri cambiamenti si rispecchiano in un impoverimento culturale più
che in un essenziale rinnovamento di metodo.

Mi ha fatto riflettere il risultato di un'indagine
condotta di recente da un dipartimento della Università senese che ha
messo in evidenza dei risultati inquietanti. La popolazione che fa
esperienza di studi primari è in crescita costante, ma si tratta,
inutile usare perifrasi, di una massa sempre meno selezionata e
motivata. Naturale, quindi, che anche il numero di coloro i quali si
ritirano senza giungere alla laurea sia in aumento. Fra quelli che
riescono a terminare un regolare corso di studi, la percentuale di chi
finisce senza intaccare il "fuori corso" è irrilevante. Per citare
alcuni esempi, gli studenti che si laureano in giurisprudenza,
impiegano mediamente sei anni e otto mesi (contro i quattro anni di
corso); gli studenti di economia otto anni e un mese (quattro anni di
corso). La serie completa potrebbe risultare un pettegolezzo inutile se
non imponesse una riflessione sconcertante nella sua ovvietà. Uno
studente del liceo è costretto ad affrontare interrogazioni e verifiche
quotidiane, studia un numero notevole di materie, per alcune delle
quali nutre avversione eppure, nei cinque anni previsti, termina il
proprio curriculum. L’ingresso nella Università apre le porte al grande
futuro e alla sospirata indipendenza creativa e da questo momento si
fanno gesti che hanno come referente la volontà individuale: si sceglie
la Facoltà, si selezionano i corsi da seguire, si programmano gli
esami, si fissano le date delle prove… e come si spiega allora
l'accumulo di tanto ritardo? Vivere in una città universitaria ci porta
a costatare che per molti giovani la partenza da casa per iniziare
nuovi studi è un'occasione per affrancarsi dal controllo dei genitori,
un momento di apertura all'incontro con culture diverse, un modo per
festeggiare la propria giovinezza in maniera autonoma e senza
interferenze. E può essere tutto molto bello e giusto, visto che un
nido stretto se è scomodo per gli animali, lo è ancor più per gli
uomini, purché l'insieme dei tanti ingredienti non si trasformi in una
miscela inebriante che fa perdere la testa. Per qualcuno l'inizio di
questa festa non è altro che l'ingresso nel "paese dei balocchi". Le
trasformazioni di cui siamo spesso spettatori ci dimostrano che pochi
misteri umani sono cosi impenetrabili come la curva che descrive le
alterne fasi della decenza e della dignità personale.

Ma qualcosa di grosso e di sostanziale sta veramente
cambiando, I giovani arrivano al traguardo con la prima, grandi
responsabilità in un segmento della loro esperienza che li vede
impegnati a gestire, su un fronte parallelo, la crisi di indipendenza:
è un momento in cui vogliono fare da sé. Per contro i genitori
avvertono l'orgoglio di avere dei figli grandi, unici e, forse, con
qualcosa in più rispetto alla media e vivono nell'illusione, se anche
lontani e con difficoltà di comprensione e di comunicazione, di
"possederli" ancora. Ma le trasformazioni cui sottoponiamo le belle
cose che possediamo danno un saggio dei nostri errori di apprendisti
stregoni. Presto arrivano i conti che, puntualmente, presentano le
delusioni e, a questo punto, si verifica il grosso ribaltamento.
L’entusiasmo del genitore si assottiglia. È lui che, per paradosso,
vive questo distacco come una mutilazione, e prova sulla sua pelle la
sensazione di essere orfano. Quelle scelte che, ora, sempre meno
condivide lasciano spazio solo ai ricordi e ai rimpianti di cui sempre
più si popola la sua memoria.

E la festa? La festa, secondo il refrain di una
canzonetta sconosciuta a questa generazione, ma non a quella
precedente, "è appena cominciata ed è già finita...".

GIOVANNI SCALERA

Psicologo – Siena

da "Famiglia domani" 1/2000

Ultima modifica Sabato 07 Maggio 2005 19:50

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