Sabato, 19 Agosto 2017
Martedì 01 Marzo 2005 15:36

Pedagogia dell’errore

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Pedagogia dell’errore

(Con particolari riferimenti al mondo scout)

"Perché
- si domandava Pinocchio – perché andare per la strada è una brutta
cosa, mentre andare a scuola è ben? A me sembra il contrario, pensava;
mi sembra che per le strade ci siano tante cose da vedere, mentre a
scuola c’è poco spazio e bisogna per forza stare fermi, non fare
rumore, con un maestro che è già cambiato tre volte dall’inizio
dell’anno"
(Canevaro, 1976).


 

Imparare significa spesso nella mente di tutti noi
e, soprattutto, dei nostri ragazzi, fare fatica, significa dovere,
competizione, soprattutto attenzione a non sbagliare…

"La scuola"diceva Don Milani – "è come un ospedale che cura i sani e respinge i malati, tagliata su misura per ricchi" (Scuola di Barbiana, 1967).

In realtà punire l’errore, creare un clima di
terrore dove chi sbaglia è emarginato, non serve all’apprendimento,
anzi… ci sono diversi "Maestri, nel vero senso della parola, cioè
persone che avevano qualcosa da insegnare, avevano passione e sapevano
come farlo, che hanno dimostrato come per sviluppare la curiosità, la motivazione, la voglia di apprendere occorre dare fiducia:

"A Barbiana chi era senza
basi, lento o svogliato, si sentiva il preferito. Veniva accolto come
voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse
tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano
avanti."

Una scuola dove chi è "lento o svogliato"
si sente il "preferito" pare una scuola ideale, un’utopia, un luogo che
non c’è e che non può esistere, ma quello che sorprende, andando avanti
nella lettura, è il comprendere che, sebbene Barbina fosse una scuola
severa e dura, dove non mancavano i rimproveri e i ritmi di studio
faticosi, proprio i più svogliati si appassionavano a duna materia dopo
l’altra, perché traevano dallo studio le conoscenze indispensabili per
muoversi nel mondo, per comunicare con gli altri, per affermare i
propri diritti. Facevano cioè della scuola un ambiente in cui si impara
insieme e con gusto ciò che sarà utile per vivere e per non finire mai
di imparare. Avevano capito, i ragazzi di Barbiana, (e lo misero per
iscritto tra le riforme di scuola da proporre) che "agli svogliati basta dargli uno scopo".

Numerose ricerche hanno esaminato quelle che gli
studenti percepiscono come le "qualità del buon insegnante": non
sorprende che gli studenti preferiscano gli insegnati cordiali,
amichevoli, comunicativi, ma allo stesso tempo ordinati, altamente
motivanti e capaci di controllare il comportamento della classe.
(Weinstein, 1983; Chiari, 1994)

Una modalità peculiare di approccio
all’apprendimento si può definire quella dell’incoraggiamento e si può
descrivere come un processo di cooperazione tra insegnanti e allievi
che mira a generare in questi ultimi uno stato d’animo positivo
rispetto alla possibilità di superare le diverse situazioni e di
raggiungere gli obbiettivi preposti. Questo presuppone il principio di
sottolineare il positivo anziché combattere il negativo e l’apprezzare
l’impegno piuttosto che sottolineare gli insuccessi, cosa che
incrementa la fiducia degli allievi. (Franta, Colasanti, 1992).

"Vale
la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare
ridendo? (…) Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso
anche belli: per esempio, la torre di Pisa" (Rodari, 1964).

"Nelle
nostre scuole, generalmente parlando, si ride troppo poco. L’idea che
l’educazione della mente debba essere una cosa tetra è tra le più
difficili da combattere. Ne sapeva qualcosa Giacomo Leopardi quando
scriveva nel suo Zibaldone, alla data del 1° agosto 1823: - La più
bella e fortunata età dell’uomo, ch’è la fanciullezza è tormentata in
mille modi, con mille angustie, timori, fatiche, dall’istruzione e
dall’educazione, tanto che l’uomo adulto, anche in mezzo
all’infelicità… non accetterebbe di tornar fanciullo -."
(Rodari, 1973).

Incoraggiare gli alunni significa anche saper
ridimensionare, cioè saper sdrammatizzare le esperienze di errore ed
insuccesso, soprattutto quando si tratta di insuccessi ripetuti
(Franta, Colasanti, 1992). Troppo spesso, invece, l’insegnante fa
nascere nei bambini la paura di commettere errori e mostrare che non ha
capito, e ciò contribuisce a inibire il pensiero riflessivo ed una
comprensione autentica dei principi su cui si basa la conoscenza
(Fontana, 1966).

"Se
un bambino scrive sul suo quaderno "l’ago di Garda" o si corregge
l’errore con un segnaccio rosso o blu o si segue l’ardito suggerimento
e si scrive la storia e la geografia di questo ago importantissimo
segnato anche sulla carta geografica d’Italia. La luna si specchierà
sulla punta o sulla cruna? Si pungerà il naso?"
(Rodari, 1973).

Ecco altri due esempi, tra i numerosissimi che Rodari inventò nella sua vita:

"Battendo un tasto sbagliato sono arrivato in Lamponia, un paese dolcissimo che sa di marmellata e di sciroppo. (…)

Il popolo dei lamponi confina con altri popoli buoni e tranquilli: fragole, mirtilli, lucciole e grilli. (…)

O paese felice, ma scoperto per errore, Lamponia del mio cuore!" (Rodari, 1964).

Forse pochi maestri come Gianni Rodari, un altro
esponente del Movimento di Cooperazione Educativa, hanno saputo
mostrare come il proverbio "sbagliando si impara" possa essere
sfruttato con efficacia nella scuola, proprio perché gli errori, se
vengono colti nel loro lato buffo, possono diventare fonti di
apprendimento molto più efficaci e durature di regole imparate
semplicemente a memoria. I sostenitori dell’apprendimento per scoperta,
ad esempio, affermano che gli errori sono parte integrante
dell’apprendimento perché aiutano coloro che imparano a porsi domande
nel tentativo di scoprire come e perché abbiano sbagliato. (Fontana,
1996).

Così lo stesso Rodari parla degli errori, secondo la sua diretta esperienza di maestro:

"L’errore
ortografico, se ben considerato, può dar luogo ad una serie di storie
comiche e istruttive. (…) molti dei cosiddetti "errori" dei bambini,
poi, sono un’altra cosa: sono creazioni autonome, di cui si servono per
assimilare una realtà sconosciuta. (…) Tra l’altro ridere degli errori
è già un modo di distaccarsene. La parola giusta esiste solo in
opposizione alla parola sbagliata. (…) Sbagliando s’impara, è vecchio
proverbio. Il nuovo proverbio potrebbe dire che sbagliando si inventa"
(Rodari, 1973)


Un altro punto fondamentale del suo modo di insegnare è la creatività grazie alla quale anche il ruolo dell'insegnante cambia: "La creatività al primo posto. E il maestro?Il maestro - rispondono quelli del movimento di Cooperazione educativa
- si trasforma in un "animatore". In un promotore di creatività. Non è
più colui che trasmette un sapere bell'e confezionato, un boccone al
giorno. È un adulto che sta con i ragazzi per esprimere il meglio di se
stesso(...). Nessuna gerarchia di materie, ma una materia unica: la
realtà, affrontata da tutti i punti di vista, a cominciare dalla realtà
prima, la comunità scolastica, lo stare insieme. In una scuola del
genere il ragazzo non sta più come un "consumatore" di cultura e di
valori, ma come un creatore e produttore, di valori e di cultura"
(Rodari, l973).

Se queste sono le attenzioni che i "Maestri", i
pedagogisti di cui il nostro Paese va fiero anche all'estero,
raccomandano alla scuola, tanto più questi consigli, queste attenzioni
e questa filosofia dell'imparare dall'errore e non punirlo deve valere
per un mondo come quello degli scout dove il protagonismo del ragazzi,
la ricerca dell'esca che piace e l'ask the boy sono parti costitutive
del metodo. Il principio su cui lavora lo Scautismo è quello di venire
incontro alle idee del ragazzo e di incoraggiarlo a educarsi da sé
invece di venire istruito (Baden-Powell, Il libro dei capi, 1999,
p.41). Baden-Powell opera da subito scelte non discriminanti, si
rivolge non a una particolare classe sociale, ma a tutti i ragazzi. Già
a Brownsea egli riunisce ragazzi di ogni ambiente e classe sociale;
mescolandoli insieme egli dimostra che non necessariamente quando
interagiscono tra loro, i ragazzi ricchi e quelli poveri, entrano in
conflitto. Un obiettivo del Movimento diventa il principio di
eguaglianza: occuparsi anche dei ragazzi poveri senza ricreare gli
schemi di discriminazione già perpetuati dalle classi sociali più
abbienti e così diffusi, ai tempi del fondatore da influenzare anche i
ragazzi.

Specificamente riguardo all'errore e alle punizioni B.-P. afferma: "Una
volta che lo scout ha compreso cos 'è il suo onore ed è stato abituato
al fatto che al suo onore si faccia affidamento, il capo deve fidarsi
di lui interamente. Dovete mostrargli con il vostro operato che lo
considerate un essere responsabile. Dategli qualche incarico,
temporaneo o permanente che sia, ed aspettatevi da lui che lo porti
scrupolosamente a termine. Non sorvegliatelo per vedere come egli lo
compie. Lasciatelo fare a modo suo, lasciate che prenda le sue cantonate, se è il caso, ma in tutti i modi lasciatelo solo e fate affidamento su di lui perché faccia del suo meglio.
" (B.-P. libro dei Capi, Nuova Fiordaliso 1999].


"Il
modo precipuo per riuscire è di sviluppare, anziché reprimere, la
personalità del bambino, e contemporaneamente, e soprattutto, di non
trattarlo da bambino. Egli vuole fare cose, perciò incoraggiamolo a
farle nella giusta direzione e lasciamogliele fare a modo suo. Lasciamogli fare i suoi sbagli: è attraverso essi che si fa un'esperienza.
L’educazione deve essere positiva, non negativa: attiva, non passiva...
Il divieto, naturalmente, è l'aspetto caratteristico e la parola d
'ordine del vecchio sistema repressivo e fa al ragazzo l’effetto del
proverbiale panno rosso: lo sfida a compiere il male.
" (Headquarters Gazette, 1996, B.-P. Taccuno Nuova Fiordaliso, 2001).


In questo mondo educativo dove avventura e strada un
comune sono parole d'ordine l'attenzione all'errore è prima di tutto
attenzione alla diversità, rispetto dell'individualità di ognuno (del
proprio meglio) dei suoi tempi,. delle sue potenzialità (il 5% di
buono) nella costruzione comune di un cammino dove il capo non è un
insegnante, non è un genitore, ma è, realmente, un fratello maggiore.


Benedetta Manaresi

Contributo tratto dalla tesi di Laurea in Psicologia dell'età evolutiva:

"Dalla fatica di studiare alla gioia di apprendere"

Ultima modifica Mercoledì 11 Maggio 2005 23:06

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