Lunedì, 23 Ottobre 2017
Mercoledì 13 Ottobre 2010 17:59

Il volto della globalizzazione

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Tutti ricordano la città di Roma, nell’agosto del 2000, invasa da 2 milioni di giovani. Ma siamo ancora lontani da una globalizzazione intesa come solidarietà per l’altro. Pensiamo a Rosarno. La città, immersa nella calura d'agosto, sembrava abitata solo da giovani, per le strade non c'erano macchine e ovunque si incontravano le bandiere di tutti i Paesi del mondo.

 

Gruppi di ragazzi e ragazze divisi per provenienza e per lingua mostravano, a ogni angolo di strada, la loro cultura e ne conoscevano altre. Le differenze linguistiche non erano un ostacolo, ma un'occasione per imparare nuove parole per comunicare; le diversità culturali e comportamentali - sebbene evidenti - rappresentavano orizzonti nuovi ricchi di significato e di possibilità di incontro, altrimenti irrealizzabili: è raro, infatti, che un giovane svedese abbia la possibilità di dialogare e di interagire con un giovane della Costa d'Avorio!

L'aria che si respirava era piena di speranza e di opportunità; diminuirono di molto, fin quasi a scomparire, la paura dell'altro, della diversità, i sospetti, i preconcetti e le precomprensioni, che tanto spesso minano il nostro libero discernimento sulle persone e sulla realtà. La città che si colorò di tutte le sfumature del mondo era Roma, tra il 15 e il 20 agosto 2000, quando due milioni di giovani giunsero nella capitale per celebrare la XV Giornata mondiale della gioventù durante l'Anno giubilare.

Sono passati dieci anni da allora, eppure, se pensiamo al mondo "globale", se riflettiamo su quanto la globalizzazione economica si sia evoluta in questi anni e quante e quali "crisi" abbia prodotto, se cerchiamo di dare un volto alla "globalizzazione della solidarietà", di cui parlava Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (SRS), l'immagine che più frequentemente richiamiamo alla memoria è quella dei giovani a Roma nel 2000.

La realtà, ovviamente, non è cosi semplice e quello della XV Gmg, e di tutte le altre che ad essa sono seguite, è un modo di realizzare la globalizzazione ancora distante dal pensiero e dalle vicende dell'Occidente. Siamo ancora molto lontani da una globalizzazione intesa come rispetto concreto per le diversità culturali, gratitudine per le differenze tra noi e gli altri, aiuto verso chi ne ha bisogno, difesa dei diritti di tutti ad ogni latitudine, soprattutto laddove non è garantita neanche la soglia minima del vivere con dignità.

 La questione dell'immigrazione

Non è necessario andare nel Sud del mondo per rendersi conto di quanto poco solidale sia il nostro modo di vivere persone e circostanze: nelle nostre città, nei nostri quartieri, a volte nel nostro stesso condominio, siamo spesso spettatori condiscendenti di situazioni che, vissute in prima persona, sarebbero intollerabili.

Tutti abbiamo seguito, pochissimi mesi fa, le cronache delle giornate di guerriglia a Rosarno fra lavoratori immigrati e abitanti del luogo. L'immigrazione è questione che meriterebbe di essere trattata separatamente, ma è senz'altro "figlia" della globalizzazione solo economica, definita dall'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico1) come quel processo attraverso il quale mercati e produzione nei diversi Paesi diventano sempre più interdipendenti, in virtù dello scambio di beni e servizi e del movimento di capitale e tecnologia».

Tuttavia, i fatti di Rosarno denunciano una grave aberrazione nei processi di immigrazione e globalizzazione. Tale distorsione può anche essere imputata all'assenza di solidarietà all'interno dei processi globali, nei quali la solidarietà, come scrisse Giovanni Paolo II, «non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti». Il bene del prossimo non e una realtà aleatoria, ma va perseguito come fosse il proprio, o con la disponibilità, in senso evangelico, a "perdersi" a favore dell'altro invece di sfruttarlo e a "servirlo", invece di opprimerlo per il proprio tornaconto» (SRS 38).

Tante situazioni, che in Italia rischiano di esplodere perché intollerabili, come è successo in Calabria, trovano alcune delle loro motivazioni nell'egocentrismo, nell'egoismo, nella deificazione del singolo e nella ricerca del proprio interesse senza preoccuparsi di altro, atteggiamenti che tanto connotano la realtà di oggi e ci costringono a convivere con un cattivo sentimento sempre pin diffuso: la paura dell'altro. Ma la paura chiude ancora di più il cuore e le possibilità di fare il bene, obbligandoci a vivere in un circolo vizioso, difficilissimo da interrompere: chi, infatti, metterà in discussione così tanto di se stesso da aprirsi all'altro?

Eppure, non c'e altra via. E cosi per noi credenti in Gesù: la Trinità, «supremo modello di unità, riflesso della vita intima di Dio, uno in tre Persone, è ciò che noi cristiani designiamo con la parola "comunione". Tale comunione, specificamente cristiana, gelosamente custodita, estesa e arricchita, con l'aiuto del Signore, l'anima della vocazione della Chiesa a essere "sacramento"... La solidarietà, perciò, deve contribuire all'attuazione di questo disegno divino tanto sul piano individuale, quanto su quello della società nazionale e internazionale» (SRS 40).

Dalla globalizzazione meramente economica alla comunione, allora. Questa sembra essere la via da percorrere ed è senz'altro quella per cui vale la pena lottare. La dottrina sociale la indica chiaramente e ne sottolinea le tappe essenziali: l'umanità «una famiglia in cui la dignità e i diritti degli individui vengono prima e sono superiori ad ogni tipo di differenza e di distinzione»2, il vero sviluppo, che non è solo economico, è a servizio di ogni uomo e di tutto l'uomo, afferma il Concilio, «tenendo conto della gerarchia dei suoi bisogni materiali e delle esigenze della sua vita intellettuale, morale, spirituale e religiosa» (GS 64). Benedetto XVI nella Caritas in Veritate 38 scrive: «Nell'epoca della globalizzazione l'attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori... La solidarietà è anzitutto sentirsi tutti responsabili di tutti».

 I protagonisti del futuro

E i nostri giovani? La parte che spetta loro in questa lotta per il bene comune universale è fondamentale: il futuro sarà abitato da loro e, oggi, stiamo gettando le basi per il domani di tutti. I protagonisti di Roma e di tutte le altre Gmg sono giovani in carne e ossa che hanno vissuto un momento di grazia privilegiato. Lo Spirito Santo ha concretamente indicato a loro, alla Chiesa e al mondo, alcune caratteristiche imprescindibili del futuro che possiamo realizzare: un futuro che sia solare, solidale, aperto, pacificato. Le Gmg — come tutti i moment della storia in cui interviene lo Spirito — non sono un sogno, ma prefigurazione di ciò che potrebbe essere se insieme ci orientassimo al bene.

Noi operatori di pastorale giovanile siamo chiamati a non scoraggiarci di fronte all'indifferenza dei giovani, alla loro violenza, alla loro rabbia, sentimenti che possono tradursi in atteggiamenti di chiusura e di difesa, se non di guerra nei confronti dell'altro e del diverso da se. Forse, più che indifferenti o violenti, i nostri giovani sono spaventati da un futuro che appare loro cupo, senza speranze. Spesso, siamo noi adulti a essere cosi sfiduciati da far pensare loro che non ci siano altre vie d'uscita, che tutto, nell'avvenire, sia già determinato e incontrovertibile. Invece, noi per primi dovremmo guardare alla globalizzazione e a tutti i meccanismi economici, sociali e culturali ad essa connessi, come a un processo dinamico nel quale ognuno di noi ha un margine d'intervento.

Giovanni Paolo II, parlando alla Pontificia accademia delle scienze sociali il 27 aprile 2001, affermava: «La globalizzazione, a priori, non è né buona né cattiva. Sara ciò che le persone ne faranno». E’ importante, allora, sottolineare, con le parole di Benedetto XVI, che «la globalizzazione fenomeno multidimensionale e polivalente, che esige di essere colto nella diversità e nell'unità di tutte le sue dimensioni, compresa quella teologica. Ciò consentirà di vivere e orientare la globalizzazione dell'umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione» (CiV 42).

Relazionalità, comunione e condivisione sono termini che raramente vengono affiancati al concetto di globalizzazione. Noi abbiamo il compito di riportarli in primo piano nel nostro percorso formativo con i giovani. Le novità del futuro sono nelle mani di chi ha il coraggio di proporre ideali "alti", "radicali", che sappiano aprire i cuori, le menti e le anime dei nostri giovani e renderli protagonisti di un mondo fondato su quella che il vescovo don Tonino Bello chiamava la «convivialità delle differenze», un mondo in cui l'altro non è per me un ostacolo o, peggio, un nemico, ma una vera opportunità per essere pienamente me stesso.

 di Emilia Palladino e Carlo Latorre - Vita Pastorale n. 5/2010

Note - Il sito ufficiale (in inglese) e www.oecd.org. Il link "By topic" sulla sinistra dell'homepage consente di accedere a tutti i contenuti dell'attività dell'Organizzazione per argomento di interesse.

Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata della pace 2000.

Ultima modifica Mercoledì 17 Novembre 2010 17:33
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

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