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Mercoledì 04 Febbraio 2015 13:25

Con gli altri o da soli?

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Con gli altri o da soli?

Interessante articolo (Riva D., 2014 - Con gli altri o da soli?  Missione Salute. 2/2014: 16-17) riguardante l'età evolutiva, quando i ragazzi, se certo incominciano a sentire forte il bisogno di essere autonomi, di emanciparsi dalla famiglia, tuttavia proprio in questa età incominciano ad instaurare una variegata trama di rapporti interpersonali, oltre che con la famiglia, con gli amici, con i vicini, con i gruppi sociali, cioè, "con gli altri".

 

 

L'iperprotezione diffusa in molte famiglie frena nei bambini il naturale desiderio di crescere. Non si matura veramente se non si sta "con gli altri”, ricevendo modelli di vita, consigli, stimolazioni. Nell'età evolutiva si ha bisogno prima di "ricevere", per poi successivamente poter "dare" agli altri.

Tempo fa mi capitò di leggere una storiella che mi pare degna di riflessione. Un tale, convinto che i proverbi sono la sapienza dei popoli, ne fece una raccolta e appese alle pareti di casa i migliori, stampati a grandi lettere, per una facile lettura.

Un giorno, però, si accorse che due di questi proverbi, casualmente accostati, erano in contraddizione, almeno apparente. Il detto "L'unione fa la forza" esaltava la collaborazione; invece, "Chi fa da sé, fa per tre" privilegiava le iniziative e le capacità individuali dei singoli. Quale scegliere tra le due affermazioni? Dopo lunga e sofferta meditazione, il collezionista di proverbi arrivò ad una risposta: ogni proverbio contiene verità parziali, quindi richiede una valutazione critica per coglierne i limiti, per confrontarli con la propria esperienza personale ed eventualmente con altri proverbi.

Già il filosofo Aristotele, nell'antica Grecia, affermava che l'uomo è "un animale socievole". A ben riflettere, lo è fin dal concepimento, cioè dall'intima unione di due persone, dalla fusione generatrice di una nuova vita di due cellule seminali, maschile e femminile. L'embrione si sviluppa solo se è in totale simbiosi con la madre per circa nove mesi, mentre per crescere bene ha bisogno non soltanto del latte materno, ma soprattutto di quel "caldo seno affettivo" che è l'amore reciproco dei membri di una buona famiglia.

L'unione fa la forza

L'età evolutiva conduce all'armonica maturità psicofisica a condizione che il soggetto viva in una variegata trama di rapporti interpersonali: coi familiari, con gli altri parenti, coi vicini di casa e gli amici, coi compagni di scuola e di lavoro, nelle diverse aggregazioni sociali (gruppi parrocchiali, associazioni sportive e via dicendo).

Non si matura veramente se non si sta attivamente "con gli altri", ricevendo da essi modelli di vita, informazioni, consigli, stimolazioni culturali, rassicurazioni, amicizia, aiuti di vario genere. A 18 anni si raggiunge la maturità giuridica, ma non ancora la pienezza umana.

Nell'età evolutiva si ha bisogno soprattutto di "ricevere dagli altri"; successivamente si matura sempre di più impegnandosi a "dare agli altri": nella famiglia di origine o in quella nuova che si costruisce, nelle amicizie, nella professione, nello studio, nell'attiva partecipazione alla vita

comunitaria, nella disponibilità al servizio dei più deboli. Come si vede, l'unione fa la forza in due sensi complementari. Offre alle nuove generazioni gli aiuti necessari per una crescita umana integrale, mentre legittimamente chiede a chi ha fatto l'esperienza del "ricevere" l'impegno del "dare", cioè della solidarietà familiare e sociale. Purtroppo, però, non sempre l'unione fa la forza, ma può indurre a comportamenti di immaturità, di illegalità, di individualismo. Eccone alcuni.

Spirito di intraprendenza

L'iperprotezione diffusa in molte famiglie frena il naturale desiderio dei bambini di crescere, di bastare a se stessi; il permissivismo dilagante non sollecita a interiorizzare e a rispettare le norme necessarie ad una costruttiva e pacifica convivenza; la paura di coinvolgere per tempo i figli nel disbrigo delle faccende domestiche, come se ciò fosse uno... sfruttamento del lavoro minorile, trasforma l'egocentrismo infantile in egoismo permanente. Questi frequenti errori dell'educazione familiare non rafforzano la personalità dei figli, ma li lasciano nell'immaturità etica e sociale, non li preparano ad affrontare le inevitabili difficoltà della vita.

In età giovanile e adulta molti opportunamente entrano a far parte di associazioni varie, ma spesso, anziché dare un contributo alle iniziative dei gruppi, ci si limita alla semplice iscrizione, si diventa parassiti, indebolendo la vita comunitaria e rimanendo poveri in umanità.

Gli esperti rilevano che in numerosi anziani vi è un egocentrismo di ritorno. Prendendo a pretesto la loro reale debolezza, essi si appoggiano sempre più all'aiuto dei familiari, degli amici, dei volontari, anziché rimanere - per quanto possibile - autosufficienti, utilizzando appieno le proprie residue energie psicofisiche. In una specie di nostalgico ritorno all'infanzia, essi sono alla ricerca della "madre buona" disposta a proteggerli e a soccorrerli. Il giusto equilibrio tra l'aiuto indispensabile e rincoraggiamento all'autonomia personale non è facile da trovare e da conservare, ma esso è possibile e doveroso, come ben sanno coloro che vivono con gli anziani e al loro servizio.

Da queste considerazioni si evidenzia la parte di verità contenuta nel secondo proverbio, "chi fa da sé fa per tre". Senza l'impegno attivo degli individui, vi è poca "forza" e molta "debolezza" nella

vita comunitaria. Il primo proverbio è dunque da interpretare correttamente e da integrare col secondo.

Riferendosi all'età infantile, lo psicologo statunitense Erik Erikson rileva che una buona famiglia dà al bambino la "fiducia di base" e la "sicurezza affettiva", poiché gli presta cure premurose, lo accetta incondizionatamente, lo protegge dai pericoli, gli offre l'appoggio indispensabile. In quanto lo sollecita a risolvere da solo i suoi piccoli problemi personali, sviluppa inoltre "lo spirito di intraprendenza", il gusto dell'iniziativa, il desiderio di orizzonti più ampi.

In altri termini, il dono più prezioso che i genitori, i nonni e gli insegnanti possano offrire a chi è in età evolutiva è l'autonomia, intesa in due sensi: il desiderio e la capacità di bastare a se stessi, il libero rispetto della legge morale e delle norme che regolano la convivenza sociale.

Il pedagogista francese André Berger, nel libro L'educazione alla libertà, ha saggiamente scritto: «La migliore forma di educazione è quella che rende a poco a poco superfluo l'intervento degli educatori». Quando un bambino ha imparato a lavarsi, a vestirsi, a mangiare e ad andare a scuola da solo, la parziale "inutilità" dei genitori è la prova della loro competenza pedagogica.

Quando uno studente ha acquisito il gusto del sapere, quando sa scegliere i libri più adatti al proprio aggiornamento culturale, quando si pone in un corretto rapporto sia coi docenti (relazione verticale), sia coi condiscepoli (relazioni orizzontali), la scuola ha adempiuto in larga misura al suo compito di educazione intellettuale e di socializzazione secondaria.

Chi fa da sé fa per tre

L'espressione "fare per tre" può assumere diversi significati. Un soggetto abitualmente attivo praticamente vale, per la società, quanto tre persone pigre; se fa parte di un gruppo, non è un "trascinato", ma un "trascinatore"; essendo pienamente autonomo, mette a disposizione di coloro che si trovano in una situazione di bisogno le proprie risorse umane, di tempo e, se gli è possibile, di denaro.

Qui non penso soltanto ai più noti benefattori dell'umanità, ma anche all'innumerevole schiera dei volontari di cui è sempre più ricco il nostro Paese. Essi non solo non pesano sugli altri, ma pongono disinteressatamente al servizio del prossimo le proprie energie e le proprie competenze. Molti volontari sono da poco tempo collocati in pensione, quindi avvertono un doloroso senso di vuoto e di inutilità sociale. Per questo motivo cercano e trovano forme e modalità associative tali da consentire loro la possibilità e la gioia della solidarietà umana.

La loro vita e il loro comportamento confermano le verità parziali e la complementarità dei due proverbi in esame. La loro sintesi si può trovare in un motto assai conosciuto: «Tutti per uno, uno per tutti».

Queste sei parole possono fare parte di un programma di vita, personale e sociale.

Delio Riva (tratto da MISSIONE SALUTE N. 2/2014 - pp. 16-17)

 

 

Ultima modifica Mercoledì 04 Febbraio 2015 13:55
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

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