Venerdì, 14 Agosto 2020
Spiritualità Familiare
Spiritualità Familiare

Spiritualità Familiare (65)

 

"Come incarnare la fede nel mondo che cambia"

  • È difficile, oggi, nella cultura moderna, diventare cristiani e, per chi già lo è, testimoniare la propria fede
  • L’individualismo e il pluralismo come segni distintivi della società odierna e come sfida per la fede
  • La fede è innanzitutto un’interruzione della banalità del quotidiano da riempire con alcuni convinti "Sì" al Dio della vita, unico santo e che prende le parti degli impoveriti e dei sofferenti

Il sociologo tedesco Franz-Xavier Kaufmann ha formulato a mo’ di tesi le condizioni dell’essere e divenire cristiani nel contesto della nostra società in costante modernizzazione nei tre punti seguenti: 1) è difficile diventare cristiani nella cultura moderna; 2) è difficile nel contesto attuale vivere e comportarsi da cristiani; 3) se anche qualcuno riesce a far effettivamente valere la propria fede cristiana, diventa un elemento di disturbo per l’ambiente in cui vive. Le riflessioni che seguono tentano di analizzare la situazione attuale della trasmissione della fede e le possibili prospettive tenendo come riferimento queste tre tesi.

3. Una fede solida come "interruzione" di ogni realtà ritenuta ovvia

Se si assume una definizione di Johann Baptist Metz, la caratteristica della religione consiste nel fatto che essa, anziché edificare il quotidiano nella festa, lo interrompe. Questa interruzione della routine quotidiana contiene un doppio orientamento: da un lato, in quanto momento di arresto, essa schiude quella distanza che è necessaria per percepire la realtà con occhi diversi da quelli abituali e per ritornare al fondamento di se stessi. Secondo la fede cristiana l’intera esistenza è essenzialmente un dono di cui Dio ha reso partecipi le sue creature. Questo vale anche e soprattutto per l’uomo, per ogni singolo che – nonostante tutte le sue colpe e senza aver fatto qualcosa di particolare – può sapersi amato e riconosciuto da Dio. Una tale distanza rende possibile, per altro verso, quella libertà che consente di non sottomettersi ciecamente alle frenetiche attività quotidiane e di esaminare criticamente tutto ciò che accade e che, probabilmente, si tenta persino di giustificare come immodificabile, così da vedere se è compatibile oppure no con ciò che Dio ha posto in opera con la creazione. Quanto questa differenziazione corrisponda alla struttura fondamentale della fede cristiana lo può confermare il rinvio alla promessa battesimale cristiana con i suoi tre "si" e tre "no".

Probabilmente, la crisi della fede cristiana oggi ha il suo motivo più profondo nel fatto che troppi la riducono ad un "forse". La chance della situazione attuale consiste invece nel fatto che la fede cristiana, liberata da tutti i gravami possibili, scopre la sua enorme attualità proprio richiamandosi alla sua identità. La sua crisi porterebbe però ad aumentare se essa, per un verso, cercasse di ingraziarsi la società (dominante) trasformandosi in una "religione civile" che si limiti a dare la propria benedizione supplementare a quanto ha già il suo corso, oppure se, per altro verso, si ritirasse – nuovamente – su un bastione in cui tentasse artificiosamente di conservare o addirittura di ripristinare il sano e trasfigurato mondo che fu.

Ora, la fede, che tenta di sillabare il suo si e il suo no di fronte alle sfide del presente, entra in un conflitto gravido di conseguenze pratiche con la realtà, deve cercare di tener fermi i punti che a mo’ di conclusione presentiamo senza pretesa di completezza:

  • Come sì a Dio che offre la sua vita per l’intera creazione, la fede si faccia sensibile per tutto ciò che minaccia questa vita o che addirittura la annienta. Ritengo ottima la formulazione di un teologo che una volta ha indicato i cristiani e le cristiane come un movimento di resistenza per la vita – dai suoi inizi fino alla fine.
  • Come sì a Dio che solo è santo, la fede si opponga a tutto ciò che tenta di subentrare al posto di Dio e ne rivendichi la sua santità. Senza che per questo debba crescere un’ostilità nei confronti della tecnica, la fede su faccia attenta e diffidente quando certi uomini pensano di potersi impossessare di attributi tradizionalmente riservati a Dio: per esempio, l’onnipotenza con l’aiuto della microelettronica.
  • Come sì a Dio che si è gettato con passione dalla parte dei resi-poveri, dei senza-diritti, e dei reietti dalla società, la fede mantenga in modo preferenziale una solidarietà di parte con coloro che oggi sono abbandonati ad un analogo destino e sia pronta all’occorrenza ad assumersene il disagio.
  • Come sì a Dio il cui nome è profondamente e misteriosamente legato alla storia della passione dell’umanità, la fede presti attenzione a tutti coloro che soffrono e non abbandoni all’oblio coloro che hanno sofferto senza colpa o che addirittura sono stati deliberatamente esposti alla sofferenza o all’annientamento. Si svolga con passione contro tutti i tentativi di voler semplicemente rimuovere dalla società il dolore percepito come elemento di disturbo.
  • Come sì a Dio che ha promesso alla creazione il suo compimento, la fede sappia incoraggiare alla responsabilità per il futuro della vita. In tutto questo sopporti il fallimento umano e dia la forza di proseguire o di ricominciare da capo anziché rassegnarsi o lasciare al cinismo l’ultima parola.
  • Come sì a Dio che vuole la salvezza per tutti gli uomini, sia fatto divieto alla fede cristiana di porsi in modo assoluto come l’unica religione che si presume come portatrice di beatitudine; piuttosto, essa faccia sì che nella sua fila i cristiani e le cristiane rendano insieme al mondo e davanti ad esso una testimonianza credibile in parole e opere della loro fiducia nella "salvezza che viene da Dio in Gesù Cristo" (Edward Schillebeeckx).

Laddove si riesce a rinviare a una prassi corrispondente – per quanto pur sempre frammentaria – e laddove si può dar conto della fede muovendo da simili contesti vissuti e esperiti, il che a seconda del contesto avviene con accenti immancabilmente diversi, non c’è bisogno di farsi preoccupazioni per il futuro della trasmissione della fede – anche se essa prende altre strade rispetto a quelle finora conosciute.

Norbert Mette

"Famiglia domani" 4 / 99

 

"Come incarnare la fede nel mondo che cambia"

  • È difficile, oggi, nella cultura moderna, diventare cristiani e, per chi già lo è, testimoniare la propria fede
  • L’individualismo e il pluralismo come segni distintivi della società odierna e come sfida per la fede
  • La fede è innanzitutto un’interruzione della banalità del quotidiano da riempire con alcuni convinti "Sì" al Dio della vita, unico santo e che prende le parti degli impoveriti e dei sofferenti

Il sociologo tedesco Franz-Xavier Kaufmann ha formulato a mo’ di tesi le condizioni dell’essere e divenire cristiani nel contesto della nostra società in costante modernizzazione nei tre punti seguenti: 1) è difficile diventare cristiani nella cultura moderna; 2) è difficile nel contesto attuale vivere e comportarsi da cristiani; 3) se anche qualcuno riesce a far effettivamente valere la propria fede cristiana, diventa un elemento di disturbo per l’ambiente in cui vive. Le riflessioni che seguono tentano di analizzare la situazione attuale della trasmissione della fede e le possibili prospettive tenendo come riferimento queste tre tesi.

2. Problemi e ostacoli di una vita conformata in senso cristiano nella società moderna

Non si può negare che le chiese siano fortemente messe in crisi dal mutamento sociale. Ovunque vacillano le loro risorse tradizionali – a cominciare dal grado di appartenenza ad esse, per giungere fino alla loro presenza pubblica. È in atto un processo di allontanamento di massa dalle chiese e di esso non di intravede ancora la fine. Molte inquietudini e molti conflitti intraecclesiali del nostro tempo vanno letti su questo sfondo.

In vista di un orientamento capace di futuro è importante, al cospetto di tale situazione, operare una duplice differenziazione e cioè distinguere tra ciò che in determinate epoche può e deve modificarsi e in parte essere addirittura superato nella fede dell’adulto – soprattutto nell’ambito delle forme in cui tale fede si esprime – così che tale fede possa esplicitarsi in maniera conforme alle nuove condizioni sociali, e ciò che invece costituisce l’identità della fede cristiana ed è perciò irrinunciabile.

Che proprio la chiesa cattolica abbia difficoltà ad operare un tale distinzione e che in luogo di ciò si sia da tempo ostinata sulla posizione di un totale antimodernismo, è quanto complica il suo rapporto con la società moderna o postmoderna. Voler recedere dall’apertura, che il Concilio Vaticano II ha in questo senso dischiuso, sarebbe per lei una catastrofe. Soprattutto in un punto il Concilio ha ricuperato l’aggancio con quelle conquiste della modernità da salutare come assolutamente positive; nell’incondizionato riconoscimento – derivante anche e proprio dalla fede cristiana – dell’uomo nel suo essere fondamentalmente costituito come libero. Con riferimento alla trasmissione della fede ciò significa che ogni assunto di indottrinamento e di manipolazione la contraddice – altrimenti sarebbe giustificata la sentenza dei critici della religione per i quali la fede è un’alienazione dell’uomo – mentre essa è adeguata all’uomo nella misura in cui lo aiuta a ritornare a se stesso – nella sua relazione con gli altri uomini, con il mondo e con Dio – e a conformare la sua vita nella chiamata alla libertà (cf Gal 5,1).

I presupposti di tutto ciò sono in linea di massima dati con l’individualismo, quando non addirittura favoriti in confronto alle società premoderne. Realisticamente, va però detto che l’elevato spazio di gioco della libertà si accompagna a molti problemi nella percezione di questa libertà. Da una parte, si fa molto spesso strada una concezione di libertà assai unilaterale, autoreferenziale; in questo senso, è vero che all’individualismo può essere rinfacciata una tendenza all’egoismo: la tensione ad una libertà dell’io, possibilmente smisurata, va, quando occorre, a spese di quella degli altri; si fa largo una concezione edonistica della vita. Dall’altra parte, ci sono chiari segnali di una nuova modalità di stili di vita contrassegnati in maniera più uniforme di come ci si potrebbe immaginare sotto le insegne di una cultura della libertà. A leggere recenti studi di sociologia si trova che a seconda dei vari contesti giocano un ruolo sempre maggiore comportamenti più o meno codificati e i singoli si fanno da questi influenzare – tanto nel caso che continuino ad agire sullo sfondo i contesti tradizionali, quanto in quello che se ne siano costituiti di nuovi o, come si può osservare nel mondo giovanile, se ne costituiscano dei nuovi ancora. Questi contesti con le loro consuetudini di vita esercitano un’elevata influenza su coloro che vi appartengono (o che fanno di tutto per appartenervi) e svolgono una funzione discriminante e in parte emarginante nei confronti del comune vivere in società. Si aggiunga che molti hanno interesse a tentare di occupare gli spazi lasciati liberi dai vincoli della tradizione. È soprattutto da citare qui il caso dell’industria del consumo che, con ogni possibile seduzione, nella pubblicità promette ai consumatori la conquista della libertà per portarli poi ad avere una fede assoluta in ciò che a lei solo importa: cioè in un sempre maggior consumo.

Non è difficile concludere che tali realtà ormai più diffuse nella società sono tutt’altro che propizie al tentativo di costruire la propria vita a partire da convinzioni cristiane – tanto più se la fede non agisce solo occasionalmente come edificazione festiva di un quotidiano altrimenti inquieto, ma viene fatta valere nei suoi impulsi che costruiscono un’identità e che sono rivolti a una prassi di libertà responsabile.

Norbert Mette

"Famiglia domani" 4 / 99

 

"Come incarnare la fede nel mondo che cambia"

  • È difficile, oggi, nella cultura moderna, diventare cristiani e, per chi già lo è, testimoniare la propria fede
  • L’individualismo e il pluralismo come segni distintivi della società odierna e come sfida per la fede
  • La fede è innanzitutto un’interruzione della banalità del quotidiano da riempire con alcuni convinti "Sì" al Dio della vita, unico santo e che prende le parti degli impoveriti e dei sofferenti

Il sociologo tedesco Franz-Xavier Kaufmann ha formulato a mo’ di tesi le condizioni dell’essere e divenire cristiani nel contesto della nostra società in costante modernizzazione nei tre punti seguenti: 1) è difficile diventare cristiani nella cultura moderna; 2) è difficile nel contesto attuale vivere e comportarsi da cristiani; 3) se anche qualcuno riesce a far effettivamente valere la propria fede cristiana, diventa un elemento di disturbo per l’ambiente in cui vive. Le riflessioni che seguono tentano di analizzare la situazione attuale della trasmissione della fede e le possibili prospettive tenendo come riferimento queste tre tesi.

1. Difficoltà della trasmissione della fede, oggi

Che l’educazione religiosa, nella nostra dimensione culturale, avvenga in condizioni diverse rispetto a quanto capitava due o tre generazioni fa è a tutti coloro (genitori, parroci, insegnanti di religione, ecc.) che tentano di svolgere questo compito un’esperienza fin troppo nota. Sarebbe però precipitoso assumere, o farsi attribuire, questa situazione come un fallimento personale. Certo, l’agire personale necessita sempre di un esame di coscienza autocritico. Ma oggi sull’educazione religiosa – come d’altra parte sull’educazione in generale – influisce anche (e in misura molto massiccia) una serie di fattori strutturalmente condizionati che solo con difficoltà possono essere governati e controllati a livello individuale.

Nell’ambito della sociologia sono pertanto divenuti usuali due concetti che di seguito saranno brevemente esaminati con riferimento alle loro implicazioni e conseguenze di pedagogia religiosa.

-Individualismo: questo termine designa – parlando per paradossi – la forma di socializzazione adeguata alle condizioni sociali e culturali del presente. Si tratta di un processo nel quale il singolo, diversamente da ciò che avveniva un tempo, è ampiamente abbandonato a se stesso. Nella nozione tradizionale, socializzazione significa crescere negli usi consolidati di una società, prendere confidenza con se stessi e farli propri. Il corso che la socializzazione doveva di volta in volta prendere era determinato dalle condizioni in cui si cresceva; di regola, si rimaneva nello stato sociale in cui si era nati. Avevano notevole forza anche quei contesti culturali (o sub-culturali) che erano caratterizzati da una grande omogeneità per quanto riguarda le visioni del mondo e l’etica di vita. Uno di questi grandi contesti sociali, che fino alla metà di questo secolo possedeva ancora una grande importanza per la socializzazione, era il contesto cattolico. L’educazione religiosa, nella sua variante cattolica, funzionava ampiamente da socializzazione di questo contesto che abbracciava l’individuo dalla culla alla tomba. Qualcosa di simile avveniva d’altra parte, alla fine del diciannovesimo secolo, con il movimento socialista operaio.

: questo termine designa – parlando per paradossi – la forma di socializzazione adeguata alle condizioni sociali e culturali del presente. Si tratta di un processo nel quale il singolo, diversamente da ciò che avveniva un tempo, è ampiamente abbandonato a se stesso. Nella nozione tradizionale, socializzazione significa crescere negli usi consolidati di una società, prendere confidenza con se stessi e farli propri. Il corso che la socializzazione doveva di volta in volta prendere era determinato dalle condizioni in cui si cresceva; di regola, si rimaneva nello stato sociale in cui si era nati. Avevano notevole forza anche quei contesti culturali (o sub-culturali) che erano caratterizzati da una grande omogeneità per quanto riguarda le visioni del mondo e l’etica di vita. Uno di questi grandi contesti sociali, che fino alla metà di questo secolo possedeva ancora una grande importanza per la socializzazione, era il contesto cattolico. L’educazione religiosa, nella sua variante cattolica, funzionava ampiamente da socializzazione di questo contesto che abbracciava l’individuo dalla culla alla tomba. Qualcosa di simile avveniva d’altra parte, alla fine del diciannovesimo secolo, con il movimento socialista operaio.

Questa situazione sociale si è poi radicalmente modificata a seguito di quel processo di modernizzazione che ha sempre più coinvolto tutti gli ambiti sociali. La modernizzazione nel senso della costante accelerazione di innovazioni tecniche e, conseguentemente, sociali può in un certo qual modo essere equiparata al venir meno alla tradizione; per il programma dell’età moderna le tradizioni sono infatti un peso superfluo e gravoso. Tutto ciò ripercuote nell’incalcolabile erosione del contesto sociale tradizionale.

Ora, per il singolo ciò significa crescere senza l’eredità – in parte rassicurante, in parte opprimente – dei contesti precedenti, essere libero di prendere in mano la propria vita e di gestirsela autonomamente. Questo essere rimandato a se stesso, questa nuova conseguita libertà è un punto di non ritorno. Anche quando il singolo decide di aderire ad un determinato gruppo e di conformare la propria vita secondo le regole e i valori di quel gruppo, di tratta pur sempre di una decisione liberamente assunta.

- Pluralismo: un segno distintivo della società moderna è il fatto che essa – condizionata da quell’individualismo che a sua volta contribuisce a promuovere – non conosce più una gerarchia unitaria di concezioni, valori e comportamenti generalmente condivisi, bensì una pluralità di stili di vita e di modelli valoriali che li incarnano. In essa, al di sotto di una soglia-limite di delitti percepiti come criminosi, tutto è possibile e permesso. Le concezioni di valore più diverse stanno le une accanto alle altre e nessuna può accampare per sé il diritto di una priorità normativa. Si aggiunga che le culture, finora ampiamente distinte le une dalle altre, sono per mezzo delle migrazioni e del turismo sospinte a incontrarsi sempre più. La società è divenuta multiculturale. È evidente che in questo modo le possibilità del singolo di trovare un proprio orientamento si sono sensibilmente modificate; e si comprende anche come non necessariamente l’orientamento, una volta conseguito, possa essere mantenuto per tutto il corso della vita.

: un segno distintivo della società moderna è il fatto che essa – condizionata da quell’individualismo che a sua volta contribuisce a promuovere – non conosce più una gerarchia unitaria di concezioni, valori e comportamenti generalmente condivisi, bensì una pluralità di stili di vita e di modelli valoriali che li incarnano. In essa, al di sotto di una soglia-limite di delitti percepiti come criminosi, tutto è possibile e permesso. Le concezioni di valore più diverse stanno le une accanto alle altre e nessuna può accampare per sé il diritto di una priorità normativa. Si aggiunga che le culture, finora ampiamente distinte le une dalle altre, sono per mezzo delle migrazioni e del turismo sospinte a incontrarsi sempre più. La società è divenuta multiculturale. È evidente che in questo modo le possibilità del singolo di trovare un proprio orientamento si sono sensibilmente modificate; e si comprende anche come non necessariamente l’orientamento, una volta conseguito, possa essere mantenuto per tutto il corso della vita.

Volendo ricavare da queste riflessioni alcune prime conseguenze in merito alla trasmissione della fede possiamo osservare un duplice fenomeno: per un verso, le fede diventa sempre più questione di una decisione consapevole e soggettiva; per altro verso, la fede si trova non solo in un contesto di visioni del mondo orientate in senso pluralistico, ma, nella misura in cui anch’essa viene vissuta e fatta propria a livello individuale, tende essa stessa a pluralizzarsi nelle varie forme in cui si esprime.

Norbert Mette

"Famiglia domani" 4 / 99

 

La "crisi di fede" dei figli

(Seconda parte)

COME PORGERE L’AIUTO NECESSARIO AL FIGLIO "IN CRISI"

La ricerca personale di Dio, con gli alti e bassi dell’esperienza vissuta ogni giorno, può certamente aiutare i genitori a saper porgere l’aiuto necessario al figlio in crisi. Come?

Penso sia opportuno, anzi necessario:

  • Ascoltare con interesse e attenzione, senza preconcetti e senza dare subito giudizi e risposte categoriche;
  • Sforzarsi, con pazienza attiva, di comprendere, comprendere, comprendere (cioè mettersi nella mentalità dell’altro, senza peraltro rinunciare alle nostre idee e convinzioni buone e legittime;
  • Non imporre mai, ma proporre con delicatezza (e furbizia positiva che ci viene dalla esperienza), motivando tali proposte;
  • Aver fiducia nelle capacità potenziali di ciascuno;
  • Pregare con intensità e perseveranza ("Spirito Santo, aiutaci"), credendo fermamente a quel che ci ricorda più volte la Bibbia: ciò che è impossibile all’uomo è possibile a Dio.

Ritengo che queste siano le modalità migliori per mettere in sintonia col figlio, per suggerirgli la visione delle cose che gli succedono, in un’ottica non soggettiva e solo contingente, ma con una oggettiva e reale valutazione che tenga conto dell’eternità: ciascuno di noi ci sarà per sempre; ciascuno di noi è unico e irripetibile, chiamato a realizzare un progetto personale di Dio.

MAI CONSIDERARSI DEI GENITORI FALLITI!

Per quanto concerne la tristezza, le delusioni, le paure, la sensazione di aver fallito come genitori, ci confortano e rassicurano le parole di Gesù ai Suoi discepoli: "Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede…Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, ve l’avrei detto" (Gv 14, 1-2).

Forse, nelle esperienze della nostra vita, qualche volta abbiamo pensato di dare il primato dell’attenzione educativa all’una o all’altra delle tre virtù teologali: a volte ci è parsa più importante la fede, a volte abbiamo ritenuto più necessaria la speranza, a volte ci ha più affascinato la carità. Ognuna di queste virtù, che dobbiamo esercitare dopo averle ricevute nella loro potenzialità come doni nei Sacramenti, è invece strettamente intrecciata alle altre, perché tutte vengono da Dio e ci riconducono a Lui.

Non c’è, dunque, motivo di avvilirsi, né di cessare di impegnarsi, in caso di crisi dei nostri figli: "Anche chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi" (Gv 14, 12).

Paolo Tolomelli

"Famiglia domani" 4 / 99

Giovedì 11 Novembre 2004 22:40

La crisi di fede nei figli: I°parte (Paolo Tolomelli)

Pubblicato da Maurizio Zago
 

La "crisi di fede" dei figli

(Prima parte)

IL PROBLEMA

In quest’ultimo decennio ho constatato un netto aumento di frequenza di casi di genitori che mi hanno consultato per sintomi clinici, apparentemente di natura medica (dispepsie, insonnia, cefalee, ecc.) ma di cui gli stessi interessati, senza nemmeno molta fatica e senza l’aiuto dello "specialista", avevano spesso già individuato l’eziopatogenesi, cioè le cause profonde e le modalità di insorgenza.

Ho sentito, non di rado, frasi del tipo: "Nostro figlio non prega più…si rifiuta di andare a Messa…ha deciso di iniziare una convivenza…" e così via; con la solita domanda conclusiva: "Cosa possiamo fare?". Quasi sempre ciò provoca nei genitori delusione, tristezza, sensazione di fallimento educativo. In questi casi è ovvio che, per "guarire", non servono prescrizioni farmacologiche (se non sintomatiche e palliative), né psicoterapie.

VERIFICARE LA NOSTRA FEDE PER EDUCARE ALLA FEDE

Sono convinto che, prima di parlare di "crisi di fede" nei figli, sia necessario verificare se noi genitori crediamo in modo autentico e vivo, per riuscire a educarli alla fede.

Già nei bambini si possono manifestare difficoltà, poiché anche in età infantile possono presentarsi problemi esistenziali: "Chi sono? Da dove vengo? Perché è morta la nonna? Dove si va quando si muore?". Affiora in tali domande l’opportunità di far intendere la sostanza della fede, come una "storia" bella e vera: la loro storia d’amore è il primo approccio alla fede, cioè un grandissimo dono di Dio.

Sarà quindi utile una precisazione, che ci aiuterà sempre lungo il corso della nostra vita, sia personale che relazionale: la fede è un dono; la fede è una virtù.

Il dono ci viene dato da Dio, ma attraverso gli altri, in primis i genitori e anche le figure significative per il bambino (nonni, insegnanti, amici: la comunità che gli è intorno). Il "pacco regalo" è nel battesimo, il cui contenuto potrà venire evidenziato dalle suddette persone. Allora il bambino comincerà a introiettare Dio come padre datore di ogni bene, come Egli stesso ha voluto rivelarsi nel Suo dialogo con l’uomo.

LE COORDINATE E L’ORIZZONTE DI UN CAMMINO DI FEDE

I due misteri principali della fede (1° Unità e Trinità di Dio; 2°Incarnazione, passione, morte e risurrezione di Gesù), unitamente ai due sintetici massimi comandamenti (1° Amerai Dio con tutto il tuo cuore…con tutte le tue forze; 2° Amerai il tuo prossimo come te stesso), saranno poi le coordinate entro le quali potrà svolgersi il cammino di ogni persona.

Sarà un cammino facile, se il bambino che lo intraprende si sentirà amato, cioè compreso, orientato, spronato, aiutato dalle persone che ama. Nell’amore degli altri, nella bellezza e nella positività delle cose, delle fantasie, dei progetti, delle sensazioni, delle contemplazioni che gli adulti gli sapranno offrire, non sarà per lui difficile scorgere un segno dell’amore di Dio e credere che lui stesso è un dono meraviglioso per i suoi famigliari e per gli amici.

La fede, in quanto dono, va continuamente offerta, in maniera che il bambino/ragazzo impari e sperimenti una vita in pienezza, così che tutto sia vissuto per la gloria di Dio (cf 1 Cor 10,31). Tener presente sempre che questa tensione ideale non è facile per bambini e adulti; ci aiutano, però, alcuni appuntamenti fissi come l’offerta della giornata mediante la preghiera del mattino e il ringraziamento alla sera con l’offerta del riposo notturno.

Da queste riflessioni scaturisce che vivere la fede non può essere solo un’esperienza personale, ma un’esperienza comunitaria: dono continuo di Dio all’uomo anche mediante l’intervento della comunità cristiana a vari livelli.

La fede come virtù è necessaria quando sorgono le difficoltà, quando intervengono le crisi, quando si è colti dalle disgrazie, dal dolore.

Paolo Tolomelli

"Famiglia domani" 4 / 99

Giovedì 11 Novembre 2004 22:38

Spiritualità... a due piazze (Mons. Renzo Bonetti)

Pubblicato da Maurizio Zago
 

SPIRITUALITA’ … A DUE PIAZZE

Parlare del maschile e del femminile è tornare all’origine della Creazione per capire quale dignità e ricchezza è stata data alla coppia; la coppia è, infatti, "espressione" della Trinità e il matrimonio è un modo scelto da Dio per "farsi conoscere".

L’evangelizzazione si fonda sulla Parola annunciata e testimoniata, ma c’è una "Parola" che esiste da sempre, da quando Dio creò l’uomo e la donna, non può, quindi, essere trascurata.

Compito concreto per tutte le famiglie cristiane, allora, è quello di avere coscienza di essere "Parola di Dio", di andare e annunciare!

L’identità maschile e femminile in relazione è annuncio buono.

Alla coppia è chiesto di vivere l’essere maschio e femmina così intensamente da testimoniare ciò che Dio ha detto della prima coppia al termine della creazione: "è cosa molto buona". Essa sarà annuncio leggibile a tutti.

Se, inoltre, frequentate il gruppo parrocchiale, gli incontri zonali o diocesani, le associazioni, … è perché c’è in voi il desiderio di Dio che è relazione/Trinità. Il desiderio di un cammino umano-spirituale intenso è il primo passo per essere introdotti nel mistero di Dio che continuamente ci chiama ad essere amore/comunione/relazione/dono.

Negli incontri, talvolta, potrà capitarvi di non capire tutto, sarà sufficiente, e in ogni caso una grande ricchezza, ascoltare, riflettere e lasciar nascere in voi il desiderio concreto di modificare qualche aspetto della vostra relazione di coppia. Solo allora avrete capito veramente, la grazia vi abiterà e illuminerà. Capire vuol dire, infatti, mettere in moto un meccanismo di crescita, di novità, di vita.

A voi mariti far "rinascere" vostra moglie ogni giorno, farla "bella", dare spazio alla sua sensibilità e femminilità, renderla "splendente".

A voi mogli "partorire" i vostri mariti prima dei vostri figli. Far emergere la loro originalità, accompagnarli con tenerezza, senza costringerli ad indossare "camicie strette". Datevi alimento l’uno l’altro: scaturirà la bellezza dell’originalità di ciascuno di voi.

Ciascuno porti a casa da ogni incontro ciò che il Signore gli ha dato di capire, nella certezza che lo Spirito Santo è con lui. Dio è un padre che porta a compimento ciò che ha iniziato, che è fedele alla sua promessa.

Se voi ascoltate Dio che è in voi come singoli e come coppie, state certi che Egli continuerà a farsi sentire e ad indicarvi la strada.

Mons. Renzo Bonetti

("Gruppi Famiglia")

Giovedì 11 Novembre 2004 22:37

La Bibbia secondo gli sposi (Don Mariano Maggiotto)

Pubblicato da Maurizio Zago
 

LA BIBBIA "SECONDO GLI SPOSI"

Diventare sposi dentro un continuo cammino di umanità e di fede

Quando mi è stato proposto questo tema ho pensato: qui c’è un errore perché io parlerò degli sposi "secondo la Bibbia". Ma riflettendoci mi sono accorto che questo tema ci porta molto vicino a quello che è il contenuto più profondo della Bibbia: il tema dell’Alleanza.

La Bibbia "secondo gli sposi" allora è un buon titolo perché ci dice che forse non c’è esperienza più grande e più bella di quella degli sposi, proprio perché ci aiuta a comprendere la Bibbia.

DIO SI PRESENTA COME LO SPOSO

Quando Dio ha voluto parlare di sé si è servito dell’immagine delle nozze.

Questo indica l’importanza straordinaria dell’esperienza matrimoniale.

L’alleanza tra Dio e il suo popolo nasce quando Dio appare a Mosè e lo invita ad andare dal Faraone con quel messaggio: "lascia partire il mio popolo".

Quando leggiamo questo brano pensiamo che per Israele molti concetti su Dio fossero già acquisiti ma questo non è vero: Genesi infatti è stato scritto molto dopo l’esperienza di Esodo.

Il primo incontro di Israele con Dio è avvenuto in un modo che assomiglia moltissimo al modo con cui voi vi siete innamorati dell’altro.

Solo dopo, riflettendo sull’esperienza di Esodo, Israele ha compreso che il Dio che lo aveva liberato "con mano potente e braccio teso" non poteva che essere anche il Creatore e Signore del cielo e della terra, il Signore dell’umanità ed il suo Giudice.

ISRAELE SI E’ FIDATO DI DIO

Non è successa la stessa cosa anche a voi? Avete capito chi era l’altra persona solo dopo averne fatto esperienza, dopo esservi fidati dell’altro.

Israele era stato credente ma si era dimenticato del Signore, non lo conosceva più. Dio si manifesta a Mosè perché "Il popolo era messo male, schiavo degli Egiziani e condannato allo sterminio". Questo popolo allora ha gridato la propria disperazione verso nessuno. Anche l’innamoramento è una specie di grido che nasce da un bisogno, il bisogno di sentire la propria vita confusa con la vita di un altro. Che cosa strana: uno sconosciuto si è accostato a voi e voi avete accettato la sfida e vi siete lasciati coinvolgere. Nel coinvolgimento avete scoperto, nella scoperta avete amato, nell’amore avete deciso.

IMPARARE A FARE MEMORIA

Se Dio ha incontrato l’uomo così e noi ci siamo incontrati così, vuol dire che in quella esperienza iniziale che ci ha fatti diventare marito e moglie è nascosta una verità importantissima che abbiamo il dovere di coltivare attraverso la memoria.

Sarebbe interessante domandare, soprattutto alle coppie che hanno difficoltà, se si ricordano quanto bene stavano all’inizio. Sarebbe interessante chiedere quanto il ricordo di quei momenti li stia accompagnando nelle scelte attuali.

E’ importante allora scoprire che il modo con cui Dio ci incontra è quello di un Dio ignoto, che si incontra con noi allo stesso modo con cui noi ci siamo incontrati con la persona con la quale viviamo. Questo dovrebbe diventare, se ci riusciamo, una delle spinte fondamentali per far crescere la nostra vita di coppia, quando questa rischia di inciampare.

ASCOLTARE IL GRIDO DELL’ALTRO

Gli Israeliti lanciano il loro grido di disperazione perché si trovano in una condizione doppiamente difficile: sono stranieri e sono schiavi.

In queste condizioni, senza identità e sentendosi strumento degli Egiziani, Israele non ha altra possibilità di espressione che il gemito, l’invocazione.

Sarebbe bene chiederci l’un l’altro se ultimamente, dentro la vita di coppia è successo che attraverso un gesto, un atteggiamento, una porta sbattuta…qualcuno ha gridato per chiedere aiuto, perché si sentiva senza identità. In questi casi quello che conta non è la richiesta rivolta all’altro ma la richiesta in se stessa. Come risponde Dio? "Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo, con Giacobbe,… guardò la condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero". Il grido salì a Dio e Dio lo ascoltò.

L’ascolto: quando uno grida io devo essere là, non fare finta di niente e aspettare che gli passi.

: quando uno grida io devo essere là, non fare finta di niente e aspettare che gli passi.

Si ricordò della sua alleanza, si ricordò dell’impegno che si era preso.

della sua alleanza, si ricordò dell’impegno che si era preso.

Anche noi abbiamo preso un impegno "fedele (cioè al fianco), nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti per tutti i giorni della mia vita". Si tratta allora di ricordarci dell’entusiasmo iniziale, di quella donna o di quell’uomo con cui all’inizio abbiamo scommesso di condividere tutta la vita. E da qui scaturisce l’ultima frase: "e se ne prese cura". E’ il ricordo dell’alleanza che fa scoprire quanto dolorosa è questa frattura, dovuta non tanto alla dimenticanza di Dio ma alla dimenticanza del popolo. Perché il paradosso è che, a volte, le cose non vanno male a causa di chi si lamenta, ma vanno male a causa di chi si dimentica. Quando incominciate a star male provate a fare memoria, se in quel momento ve lo ricorderete.

PRENDERSI CURA: L’ALLEANZA

Dio si prende cura del suo popolo, si mette al suo fianco, fa con lui un’alleanza.

L’alleanza descritta in Esodo ricalca il modello dei trattati politici stipulati in ambiente ittita o neo-assiro, tra il sovrano e il vassallo e si fonda su tre punti: la storia dei benefici passati, l’impegno a rispettare alcuni obblighi, l’eventuale premio o castigo. Vediamo in breve questi punti.

Storia dei benefici passati: "Il Signore ci fece uscire dall’Egitto…spargendo terrore e operando segni e prodigi e ci condusse in questo luogo dove scorre latte e miele".

"Il Signore ci fece uscire dall’Egitto…spargendo terrore e operando segni e prodigi e ci condusse in questo luogo dove scorre latte e miele".

Dio si compromette in prima persona e di qui hanno origine le piaghe d’Egitto, il passaggio del mar Rosso, la manna nel deserto, l’acqua che scaturisce dalla roccia.

Anche noi, di fronte ad una difficoltà di coppia decidiamo di impegnarci. Perché a volte non serve a niente? Perché ci impegniamo per la nostra tranquillità. L’impegno nasce dal disturbo che ci crea l’altro, non dall’averlo ascoltato. L’intervento diventa forte e miracoloso solo se nasce dall’ascolto, dal ricordo, dal comprendere e dal farsi carico. Amare significa vivere un rapporto, una scelta, un impegno non perché ho avuto prima ma perché spero poi. Che cosa? Che l’altro stia meglio, sia felice, che mi riempia la vita con la sua serenità e felicità.

CRESCERE NELLA PATERNITA’

Quali sono le esigenze di questa alleanza? Che ogni uomo esca dalla sua disperazione e diventi capace di relazione consolante e gratuita con gli altri. Il modo che ha Dio di amare non si basa tanto sulla reciprocità quanto sulla estensibilità. Dio non mi vuol bene solo perché io gli voglia bene, Dio mi vuol bene soprattutto perché io voglia bene agli altri, Dio ci invita alla "fraternità".

Nella coppia il marito dovrebbe essere felice che il suo voler bene alla moglie la aiuta a voler bene ai figli e viceversa. Un genitore non deve lavorare perché i figli gli dicano: quanto ti voglio bene, ma perché i figli si vogliano bene tra loro.

Noi purtroppo sovente facciamo il bene mettendo in conto cosa ci attendiamo dall’altro. Così capita che non capiamo che l’altro ha tentato di risponderci in mille modi diversi, ma purtroppo non nel modo che noi ci aspettavamo.

Per questo è importante coltivare la riconoscenza.

SAPER DIRE GRAZIE

Quello che Dio si aspetta da noi, a fronte del suo amore gratuito, è la capacità di riconoscere il dono, di ringraziarlo.

Quante volte diciamo "grazie"? Forse a casa nostra non lo si dice da anni. La riconoscenza non è qualcosa che il donatore esige ma è imposta dal dono.

Se non dici grazie quello per te non era un regalo, ma qualcosa che ti era dovuto. La disabitudine a dire grazie ha reso i rapporti di coppia pesanti e faticosi. E’ il dono che reclama il grazie, non il donatore.

Spero di aver suscitato in voi, con queste riflessioni, il desiderio di rimettere in moto un rapporto grande con la persona che vi sta vicino, il desiderio di farlo crescere sempre di più.

Don Mariano Maggiotto

("Gruppi Famiglia")

Giovedì 11 Novembre 2004 22:36

LA NUZIALITA’ (Don Giorgio Mazzanti)

Pubblicato da Maurizio Zago
 

LA NUZIALITA’ ILLUMINA E ORIENTA LA PASTORALE

L’esperienza coniugale e l’esperienza sacerdotale a confronto

Gesù per 30 anni non ha fatto "nulla"; la sua vita pubblica, secondo Giovanni, è durata poco più di due anni; nei suoi discorsi pare non abbia usato più di 620 vocaboli, se vivesse oggi forse avrebbe difficoltà a capire il telegiornale! Ma allora…

Gesù Cristo è davvero il salvatore di tutti?

Rileggendo la sua storia, si vede che sceglie solo dodici apostoli e, al di fuori di questa cerchia, ha pochi amici: Marta, Maria e Lazzaro, la Maddalena. Come mai si è circondato di un così piccolo gruppo di persone? Che indicazione dobbiamo trarre?

Cristo ha scelto di vivere in pienezza e in profondità solo alcuni rapporti interpersonali perché solo un rapporto veramente autentico può essere universale.

Un’apertura vagamente generica verso tutti, in fondo, è come tradire tutti.

Cristo non ha fatto altro che importare sulla terra il mistero trinitario che Lui viveva. Il Dio di Gesù Cristo non è una deità vaga, ma neanche una pluralità molteplice; sono tre Persone che possono dire: noi insieme.

Allora, se la Chiesa è radicata nella Trinità, non può che essere una comunità in relazione; non di certo una mera gestione di servizi; così come essere sposati non è una semplice questione di mestiere.

Come la prima comunità cristiana

Che cosa ha fatto la prima comunità ecclesiale? Ha capito di dover vivere come una comunità familiare, come quella che Gesù aveva creato.

Notate che, in tutte le epoche di crisi, la Chiesa ritorna al modello apostolico.

Non esiste un vero rinnovamento ecclesiale se non si incomincia a vivere una vita davvero familiare, i soli programmi pastorali non bastano!

Dobbiamo deciderci non solo a far diventare la famiglia piccola Chiesa, ma a far diventare la Chiesa grande famiglia di Dio.

Se capissimo questo e lo realizzassimo si produrrebbe davvero una svolta epocale nella storia della Chiesa!

Non ci si può quindi perdere in piccole cose: un marito non si arrabbia se c’è troppo sale nella minestra.

Quando arriviamo a sciocchezze simili, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona tra noi.

Lo stesso vale in parrocchia: quando ci perdiamo nelle discussioni, ci offendiamo per niente vuol dire che non cresciamo più.

I cristiani non fanno nulla di eccezionale, di diverso dagli altri, ma sono "una cosa sola".

Ciò è possibile solo per opera dello Spirito Santo. Guai se la Chiesa dimentica lo Spirito Santo! Se in un matrimonio viene meno la vivacità dell’amore, si può escogitare di tutto, ma la relazione non funziona più!

Un nuovo stile di sacerdozio

Ora proviamo a fare una lettura in chiave nuziale, sponsale di alcuni passi delle Lettere di Paolo perché ci permette di vivere diversamente il nostro essere Chiesa.

Chi è il sacerdote, il vescovo, l’apostolo? Non certo uno che sfrutta la propria autorità: "E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo" (1 Ts 2,6).

Il sacerdote è qualcuno che si mette al servizio: "siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre ed ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Cristo, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari" (1 Ts 2,7-8).

Se il sacerdote non prova questi sentimenti è solo un mercenario. Deve cambiare il rapporto tra il sacerdote e la sua gente; bisogna essere veri!

Siamo tutti fratelli

E’ molto bello che S. Paolo, mentre si sente padre e madre nei confronti dei suoi, li chiama in continuazione "fratelli": "Quanto a noi, fratelli, dopo poco tempo che eravamo separati da voi, di persona ma non col cuore, eravamo nell’impazienza di vedere il vostro volto, tanto il nostro desiderio era vivo" (v 17).

Non deve essere questo il rapporto tra moglie e marito, tra genitori e figli? Nella lontananza desiderare di rivedere il volto dell’amato!

Uno è davvero prete, o anche solo catechista se istintivamente la sera prega per quelli che ha visto, incontrato durante il giorno. Se uno non prega mai vuol dire che è diventato un mestierante.

In un’altra occasione Paolo implora: "Fateci posto nei vostri cuori! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato" (2 Cor 7,2).

Una tentazione in cui può incorrere il prete: contare quanti soldi ha raccolto durante le messe, la domenica sera!

E insiste: "Non dico questo per condannare qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e per vivere insieme" (v 3). Un prete dovrebbe arrivare, come un genitore, a dare la vita per i propri parrocchiani che sono la sua famiglia.

"Sono molto franco con voi ed ho molto da vantarmi di voi" (v 4). Se un sacerdote diventasse, come un padre ed una madre, appassionato della sua gente, le parrocchie cambierebbero già domattina.

Cambiare società e chiesa

Allora l’unico rimedio è imparare a volersi bene anche se non è facile. Questa difficoltà reale è ripresa in alcuni detti popolari come: "fratelli-coltelli" oppure: "parenti-serpenti". Bisognerebbe veramente riuscire a cambiare il tipo di società in cui viviamo e, insieme, anche il tipo di chiesa.

Può un genitore dire male dei propri figli? No! E allora perché sparlate sempre dei vostri preti, o il prete sparla sempre della sua gente?

Questo non vuol dire nascondere i difetti, ma vuol dire amare ancora di più: "Se tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo tra te e lui solo" (Mt 18,15).

Ma di solito succede il contrario, l’interessato è sempre l’ultimo a sapere che si sparla di lui; e qualcuno si sente zelante perché è andato a parlar male di un confratello al vescovo; ma questa è una carognata, non zelo!

Segni dell’amore di Dio

Paolo ai Galati scrive così: "mi avete accolto come un angelo di Dio" (Gal 4,14b). In un prete non conta tanto la bravura, quanto capire che Dio si serve di lui per far conoscere agli altri l’amore di Dio. Ha capito che, nella sua vita di prete, deve superare, seppur con fatica, l’ostentazione di se stesso per diventare ostensione di Lui. Questo vale per tutti, non solo per il prete.

Paolo aggiunge: "Vi sareste cavati anche gli occhi per darmeli" (v 15b). Questo è il rapporto cui si deve arrivare tra un sacerdote e la sua comunità, e viceversa.

E’ questo un concetto che anche Paolo ribadisce ai Corinzi: "Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo" (1 Cor 4,15). Pedagogo è l’educatore ma bisogna essere qualcosa di più. Un prete è maturo quando si accorge di essere diventato padre della propria gente.

Allora il suo sacerdozio cambia, non è più permaloso, se mai soffre, perché un papà non fa il permaloso con i figli, vorrebbe dire che è ancora bambino come loro.

Il mistero della nuzialità

Il sacerdote, che rappresenta nella Chiesa l’atteggiamento sponsale del Cristo, è chiamato a comunicare ai suoi lo stesso identico ministero.

Le coppie non andrebbero più in crisi se veramente interiorizzassero che il loro volersi bene prelude ad un ben altro sposalizio; le tenerezze, le coccole, l’unione fisica acquisterebbero un altro spessore, se le coppie comprendessero che il corpo dell’altro è destinato alla resurrezione, se capissero che le loro carezze non sono poi così diverse dal gesto con cui Dio ha plasmato il corpo dell’Uomo e della Donna. Pensate: una carezza che crea, capace di plasmare l’altro!

Allora ci accorgeremmo che il mistero della nuzialità è il cuore segreto e ultimo di tutto e allora, sacerdoti e sposati, potremmo diventare luce l’uno per l’altro.

Come si è svolta da questo momento in poi la vita della Chiesa?

Sicuramente nelle case, come aveva fatto Gesù. La chiesa ha cominciato a prendere volto nella casa, e certamente la famiglia che l’abitava non era la famiglia mononucleare di oggi, ma una famiglia allargata che diventava così il primo volto della famiglia di Dio.

Don Giorgio Mazzanti

("Gruppi Famiglia")

("Gruppi Famiglia")

Gesù per 30 anni non ha fatto "nulla"; la sua vita pubblica, secondo Giovanni, è durata poco più di due anni; nei suoi discorsi pare non abbia usato più di 620 vocaboli, se vivesse oggi forse avrebbe difficoltà a capire il telegiornale! Ma allora…

Gesù Cristo è davvero il salvatore di tutti?

Rileggendo la sua storia, si vede che sceglie solo dodici apostoli e, al di fuori di questa cerchia, ha pochi amici: Marta, Maria e Lazzaro, la Maddalena. Come mai si è circondato di un così piccolo gruppo di persone? Che indicazione dobbiamo trarre?

Cristo ha scelto di vivere in pienezza e in profondità solo alcuni rapporti interpersonali perché solo un rapporto veramente autentico può essere universale.

Un’apertura vagamente generica verso tutti, in fondo, è come tradire tutti.

Cristo non ha fatto altro che importare sulla terra il mistero trinitario che Lui viveva. Il Dio di Gesù Cristo non è una deità vaga, ma neanche una pluralità molteplice; sono tre Persone che possono dire: noi insieme.

Allora, se la Chiesa è radicata nella Trinità, non può che essere una comunità in relazione; non di certo una mera gestione di servizi; così come essere sposati non è una semplice questione di mestiere.

Come la prima comunità cristiana

Che cosa ha fatto la prima comunità ecclesiale? Ha capito di dover vivere come una comunità familiare, come quella che Gesù aveva creato.

Notate che, in tutte le epoche di crisi, la Chiesa ritorna al modello apostolico.

Non esiste un vero rinnovamento ecclesiale se non si incomincia a vivere una vita davvero familiare, i soli programmi pastorali non bastano!

Dobbiamo deciderci non solo a far diventare la famiglia piccola Chiesa, ma a far diventare la Chiesa grande famiglia di Dio.

Se capissimo questo e lo realizzassimo si produrrebbe davvero una svolta epocale nella storia della Chiesa!

Non ci si può quindi perdere in piccole cose: un marito non si arrabbia se c’è troppo sale nella minestra.

Quando arriviamo a sciocchezze simili, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona tra noi.

Lo stesso vale in parrocchia: quando ci perdiamo nelle discussioni, ci offendiamo per niente vuol dire che non cresciamo più.

I cristiani non fanno nulla di eccezionale, di diverso dagli altri, ma sono "una cosa sola".

Ciò è possibile solo per opera dello Spirito Santo. Guai se la Chiesa dimentica lo Spirito Santo! Se in un matrimonio viene meno la vivacità dell’amore, si può escogitare di tutto, ma la relazione non funziona più!

Un nuovo stile di sacerdozio

Ora proviamo a fare una lettura in chiave nuziale, sponsale di alcuni passi delle Lettere di Paolo perché ci permette di vivere diversamente il nostro essere Chiesa.

Chi è il sacerdote, il vescovo, l’apostolo? Non certo uno che sfrutta la propria autorità: "E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo" (1 Ts 2,6).

Il sacerdote è qualcuno che si mette al servizio: "siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre ed ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Cristo, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari" (1 Ts 2,7-8).

Se il sacerdote non prova questi sentimenti è solo un mercenario. Deve cambiare il rapporto tra il sacerdote e la sua gente; bisogna essere veri!

Siamo tutti fratelli

E’ molto bello che S. Paolo, mentre si sente padre e madre nei confronti dei suoi, li chiama in continuazione "fratelli": "Quanto a noi, fratelli, dopo poco tempo che eravamo separati da voi, di persona ma non col cuore, eravamo nell’impazienza di vedere il vostro volto, tanto il nostro desiderio era vivo" (v 17).

Non deve essere questo il rapporto tra moglie e marito, tra genitori e figli? Nella lontananza desiderare di rivedere il volto dell’amato!

Uno è davvero prete, o anche solo catechista se istintivamente la sera prega per quelli che ha visto, incontrato durante il giorno. Se uno non prega mai vuol dire che è diventato un mestierante.

In un’altra occasione Paolo implora: "Fateci posto nei vostri cuori! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato" (2 Cor 7,2).

Una tentazione in cui può incorrere il prete: contare quanti soldi ha raccolto durante le messe, la domenica sera!

E insiste: "Non dico questo per condannare qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e per vivere insieme" (v 3). Un prete dovrebbe arrivare, come un genitore, a dare la vita per i propri parrocchiani che sono la sua famiglia.

"Sono molto franco con voi ed ho molto da vantarmi di voi" (v 4). Se un sacerdote diventasse, come un padre ed una madre, appassionato della sua gente, le parrocchie cambierebbero già domattina.

Cambiare società e chiesa

Allora l’unico rimedio è imparare a volersi bene anche se non è facile. Questa difficoltà reale è ripresa in alcuni detti popolari come: "fratelli-coltelli" oppure: "parenti-serpenti". Bisognerebbe veramente riuscire a cambiare il tipo di società in cui viviamo e, insieme, anche il tipo di chiesa.

Può un genitore dire male dei propri figli? No! E allora perché sparlate sempre dei vostri preti, o il prete sparla sempre della sua gente?

Questo non vuol dire nascondere i difetti, ma vuol dire amare ancora di più: "Se tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo tra te e lui solo" (Mt 18,15).

Ma di solito succede il contrario, l’interessato è sempre l’ultimo a sapere che si sparla di lui; e qualcuno si sente zelante perché è andato a parlar male di un confratello al vescovo; ma questa è una carognata, non zelo!

Segni dell’amore di Dio

Paolo ai Galati scrive così: "mi avete accolto come un angelo di Dio" (Gal 4,14b). In un prete non conta tanto la bravura, quanto capire che Dio si serve di lui per far conoscere agli altri l’amore di Dio. Ha capito che, nella sua vita di prete, deve superare, seppur con fatica, l’ostentazione di se stesso per diventare ostensione di Lui. Questo vale per tutti, non solo per il prete.

Paolo aggiunge: "Vi sareste cavati anche gli occhi per darmeli" (v 15b). Questo è il rapporto cui si deve arrivare tra un sacerdote e la sua comunità, e viceversa.

E’ questo un concetto che anche Paolo ribadisce ai Corinzi: "Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo" (1 Cor 4,15). Pedagogo è l’educatore ma bisogna essere qualcosa di più. Un prete è maturo quando si accorge di essere diventato padre della propria gente.

Allora il suo sacerdozio cambia, non è più permaloso, se mai soffre, perché un papà non fa il permaloso con i figli, vorrebbe dire che è ancora bambino come loro.

Il mistero della nuzialità

Il sacerdote, che rappresenta nella Chiesa l’atteggiamento sponsale del Cristo, è chiamato a comunicare ai suoi lo stesso identico ministero.

Le coppie non andrebbero più in crisi se veramente interiorizzassero che il loro volersi bene prelude ad un ben altro sposalizio; le tenerezze, le coccole, l’unione fisica acquisterebbero un altro spessore, se le coppie comprendessero che il corpo dell’altro è destinato alla resurrezione, se capissero che le loro carezze non sono poi così diverse dal gesto con cui Dio ha plasmato il corpo dell’Uomo e della Donna. Pensate: una carezza che crea, capace di plasmare l’altro!

Allora ci accorgeremmo che il mistero della nuzialità è il cuore segreto e ultimo di tutto e allora, sacerdoti e sposati, potremmo diventare luce l’uno per l’altro.

Come si è svolta da questo momento in poi la vita della Chiesa?

Sicuramente nelle case, come aveva fatto Gesù. La chiesa ha cominciato a prendere volto nella casa, e certamente la famiglia che l’abitava non era la famiglia mononucleare di oggi, ma una famiglia allargata che diventava così il primo volto della famiglia di Dio.

Don Giorgio Mazzanti

("Gruppi Famiglia")

("Gruppi Famiglia")

A CHE SERVONO I GRUPPI FAMIGLIA?

Relaziane di Mons. Giuseppe Anfossi, Vescovo di Aosta, nell'ambito del convegno organizzato dall'Arcidiocesi di Torino per il ventennale della "Familiaris Consortio" il 24 novembre 2001

Per le giovani coppie, per crescere come sposi, per contare nella società.

Seguendo alcune regole come: garantire le relazioni tra i membri, avere obiettivi

chiari, evitare funzioni terapeutiche, e altro ancora.

LE GIOVANI COPPIE

Le scienze umane ci insegnano che un bambino, quando non vive in contatto con altri uomini, altre donne non si umanizza, non impara a parlare, non riesce ad avere coscienza e consapevolezza di essere un uomo: questa consapevolezza nasce solo se il mio "io" ha rapporti intensi con molti "tu". Anche se in modo analogico, lo stesso si può dire di ogni nuova famiglia. Oggi un uomo e una donna che si sposano possono contare solo in parte sui modelli di relazione offerti dai loro genitori e quindi, se sono persone serie, sono alla ricerca di modelli per capire cosa vuol dire oggi essere marito e moglie, essere famiglia.

Questi modelli non si trovano di solito confrontandosi con i colleghi d'ufficio, i discorsi che si fanno sono per lo più banali (é difficile parlare di cose serie), meno ancora nei programmi o nelle letture offerti dai mass media.

La giovane coppia è un po' come il bambino di cui parlavo all'inizio, è carente di modelli, di riferimenti, stenta a trovare una propria identità.

Anche la coppia ha bisogno di incontrare altre coppie, magari qualcuna più avanti negli anni, altre coetanee, perché solo dal confronto con gli altri riesce a ritrovare se stessa, a scoprire come si può essere sposi nel mondo di oggi.

Quello che la Chiesa insegna sul matrimonio è importante ma rimane teoria se non si incarna in un'esperienza di vita che sia in grado di dare alla coppia consapevolezza di sé; è perciò molto importante che le coppie incontrino altre coppie, in un contesto di chiesa, per godere della ricchezza che deriva dal sacerdozio, dalla paternità e maternità, dalla fraternità e dalla Parola di Dio.

Il Gruppo Famiglia non serve solo per fare qualcosa di utile per gli altri, ma per donare alla coppia un aiuto per essere coppia, nell'oggi, perché non vi sono tante altre possibilità per farlo.

IL GRUPPO E LA COPPIA

L'esperienza che si matura in gruppo è unica, è qualcosa che se incamerata, confrontata, vissuta, permette di migliorare la relazione di coppia.

Quando si ritorna a casa da un incontro di gruppo famiglia si riescono a dire delle cose che non si sarebbero dette se non si fosse fatta vita di gruppo.

Infatti essere gruppo non vuoi dire incontrarsi per dirsi: "come siamo bravi", ma per fare un cammino nella fede; le persone che vi partecipano non devono per forza essere tutte avanti nella pratica religiosa, l'importante è che siano tutte disponibili ad un cammino. Questo cammino dovrebbe servire per capire meglio che cosa vuoi dire essere sposi, essere genitori, essere famiglie cristiane, per accogliere la tradizione e l'insegnamento della chiesa, per fare nostri quei passi della scrittura che ci parlano del rapporto di coppia, a cominciare da quello di Dio per il suo popolo, di Gesù per la sua chiesa, per finire con tutte le coppie, esemplari e non, che la Bibbia ci presenta.

IL RUOLO NELLA SOCIETÀ

Una novità di questo momento storico è data dalla consapevolezza che il gruppo deve anche trasmettere agli sposi la coscienza del ruolo che hanno e che devono rivendicare come coppia e come famiglia nella società contemporanea.

Mi sono convinto, in questi anni, che se le coppie acquisiscono la coscienza del loro ruolo, si associano, possono diventare protagoniste, contribuire davvero a cambiare la cultura ed il mondo in modo positivo. Ma acquisire questa consapevolezza, tradurla in azione, richiede intelligenza, lavoro, impegno ed i gruppi possono essere il luogo dove avviene questa maturazione.

E' necessario allora che i gruppi diventino occasioni di crescita non solo per la coppia ma anche per gli uomini e le donne che li compongono. Gli uomini devono imparare a gestire di più e meglio il sentimento, l'affetto, a parlare di sé, e le donne devono a loro volta condividere con i maschi i grandi progetti, le grandi idealità, sia politiche sia sociali.

TUTTI IN RELAZIONE

Per fare gruppo è necessario che durante l'incontro tutti abbiano la possibilità di parlare. Quando si superano le 15-16 persone non si riesce più a essere gruppo, si finisce per fare una conferenza; può far piacere essere in tanti ma allora non è più un gruppo.

Ribadisco questo perché la caratteristica di un gruppo non é data dal leader, dal trovarsi insieme, dalle idee portanti, ma dalla rete di relazioni che si instaurano al suo interno tra le persone.

Tutti i membri del gruppo devono essere in relazione, ma questo non significa che tutti devono dire la loro, perché ci sono tanti modi di comunicare. Il Gruppo Famiglia dà molta importanza alle relazioni, non forza nessuno, ma fa in modo che tutti, se vogliono, possano parlare.

Questa condizione di fondo deve essere garantita dalla coppia che conduce il gruppo, coppia che non deve essere imposta dall'alto ma deve essere espressione di una scelta fatta all'interno del gruppo.

In quest'ottica il sacerdote non può essere il leader del gruppo ma solo un membro, che dà un apporto specifico su alcuni argomenti di fondo. E' chiamato a portare nel gruppo il suo contributo, ma si rapporta con le coppie su un piano di parità.

CRESCITA, NON TERAPIA

CRESCITA, NON TERAPIA

La natura del Gruppo Famiglia è di essere una comunità di credenti, di persone battezzate e sposate, che, nel confronto con la parola di Dio e nella preghiera, fanno un'esperienza di crescita umana e di fede con un'attenzione particolare a quel dono che le coppie hanno ricevuto: essere sposi nel Signore. Ma il gruppo non è il "paradiso", siamo chiamati a misurarci sempre col peccato, con le incomprensioni, con le piccole gelosie, con qualche ambizione di troppo, e qui le coppie sono chiamate ad aiutarsi a superare i propri limiti, i propri difetti, confidando nella grazia di Dio che opera in ciascuno.

Come il gruppo non deve essere considerato un premio per le coppie "riuscite", così non deve diventare neppure una specie di consultorio.

Ci deve essere, da parte della copia responsabile, la saggezza di cogliere quando una persona sta chiedendo al gruppo qualche cosa che non si può e non si deve chiedere al gruppo, ma che va affrontato nelle sedi specialistiche opportune.

DINAMICHE DI GRUPPO

Ci sono due modi per interpretare il cammino di un gruppo:

il primo è tipico delle scienze umane, che studiano le dinamiche di gruppo, il secondo riguarda il cammino di fede. Per le scienze umane il gruppo, come la singola persona, conosce un momento di nascita molto ricco, la fase dell'apprendimento, l'adolescenza, dove viene messa in discussione l'esperienza fatta, l'utilità di fare gruppo, e in cui a volte il gruppo si scioglie oppure qualcuno lascia, e che, superata, porta alla giovinezza, forte, robusta, cui magari segue un po' d'invecchiamento.

Chi conduce il gruppo, in particolare, deve essere consapevole di questi diversi stadi che il gruppo attraversa, per sostenerlo nei momenti di crisi, per smorzare gli eccessivi entusiasmi, per cogliere sempre il senso del quotidiano.

In un ottica di fede il gruppo fa crescere nella consapevolezza di essere figli di Dio, di essere cristiani, di essere sposi, e di considerare la Parola di Dio come un messaggio da cogliere e che salva.

CHIAREZZA DI OBIETTIVI

il gruppo può scegliere di partire dalla fede o di darsi come obiettivo di arrivare alla fede, ma questo deve essere chiaro fin dall'inizio.

Quando in un gruppo sono presenti sensibilità troppo diverse, si rischia di perdersi per strada. il gruppo ha quindi bisogno, per nascere bene e per svilupparsi, del consenso sugli obiettivi. Chi conduce il gruppo all'inizio deve aiutare le persone ad elaborare le proprie motivazioni, a prenderne coscienza e farle diventare obiettivi condivisi: solo se vi sono uno o due obiettivi condivisi il gruppo può continuare a camminare.

Questi discorsi possono sembrare troppo tecnici ma la realtà del gruppo è una realtà complessa, che richiede queste attenzioni.

Infatti uno degli obiettivi del gruppo, che sovente non viene detto, è offrire alla coppia occasioni di dialogo, motivazioni per fare delle cose insieme, per stare insieme e per crescere come coppia, nutrendo il sacramento del matrimonio, la coniugalità. Questo è un obiettivo di fondo che non va mai smarrito.

TIPI DI GRUPPO

Si possono fare gruppi famiglia di tutti i tipi. Esemplificando abbiamo gruppi il cui obiettivo primario è il fare, altri in cui questo obiettivo è lasciato ai singoli è il gruppo funge da riferimento. Vi sono gruppi che riflettono e studiano temi che riguardano la coppia e il matrimonio, altri invece affrontano i problemi normali della vita: il lavoro, la guerra, la pace, anche se in un contesto di coppie. Vi sono gruppi che hanno come sacerdote il parroco e quindi sono più attenti alla vita della parrocchia, ai figli, al territorio, al contrario dei gruppi interparrocchiali, che sentono meno quest'esigenza.

Sono solo esempi che indicano però la complessità insita nei gruppi e anche i nodi a cui bisogna prestare attenzione se si vuole che questa esperienza riesca.

Mons. Giuseppe Anfossi

(pubblicato su "GRUPPI FAMIGLIA" maggio 2002)

Relaziane di Mons. Giuseppe Anfossi, Vescovo di Aosta, nell'ambito del convegno organizzato dall'Arcidiocesi di Torino per il ventennale della "Familiaris Consortio" il 24 novembre 2001

Per le giovani coppie, per crescere come sposi, per contare nella società.

Seguendo alcune regole come: garantire le relazioni tra i membri, avere obiettivi

chiari, evitare funzioni terapeutiche, e altro ancora.

LE GIOVANI COPPIE

Le scienze umane ci insegnano che un bambino, quando non vive in contatto con altri uomini, altre donne non si umanizza, non impara a parlare, non riesce ad avere coscienza e consapevolezza di essere un uomo: questa consapevolezza nasce solo se il mio "io" ha rapporti intensi con molti "tu". Anche se in modo analogico, lo stesso si può dire di ogni nuova famiglia. Oggi un uomo e una donna che si sposano possono contare solo in parte sui modelli di relazione offerti dai loro genitori e quindi, se sono persone serie, sono alla ricerca di modelli per capire cosa vuol dire oggi essere marito e moglie, essere famiglia.

Questi modelli non si trovano di solito confrontandosi con i colleghi d'ufficio, i discorsi che si fanno sono per lo più banali (é difficile parlare di cose serie), meno ancora nei programmi o nelle letture offerti dai mass media.

La giovane coppia è un po' come il bambino di cui parlavo all'inizio, è carente di modelli, di riferimenti, stenta a trovare una propria identità.

Anche la coppia ha bisogno di incontrare altre coppie, magari qualcuna più avanti negli anni, altre coetanee, perché solo dal confronto con gli altri riesce a ritrovare se stessa, a scoprire come si può essere sposi nel mondo di oggi.

Quello che la Chiesa insegna sul matrimonio è importante ma rimane teoria se non si incarna in un'esperienza di vita che sia in grado di dare alla coppia consapevolezza di sé; è perciò molto importante che le coppie incontrino altre coppie, in un contesto di chiesa, per godere della ricchezza che deriva dal sacerdozio, dalla paternità e maternità, dalla fraternità e dalla Parola di Dio.

Il Gruppo Famiglia non serve solo per fare qualcosa di utile per gli altri, ma per donare alla coppia un aiuto per essere coppia, nell'oggi, perché non vi sono tante altre possibilità per farlo.

IL GRUPPO E LA COPPIA

L'esperienza che si matura in gruppo è unica, è qualcosa che se incamerata, confrontata, vissuta, permette di migliorare la relazione di coppia.

Quando si ritorna a casa da un incontro di gruppo famiglia si riescono a dire delle cose che non si sarebbero dette se non si fosse fatta vita di gruppo.

Infatti essere gruppo non vuoi dire incontrarsi per dirsi: "come siamo bravi", ma per fare un cammino nella fede; le persone che vi partecipano non devono per forza essere tutte avanti nella pratica religiosa, l'importante è che siano tutte disponibili ad un cammino. Questo cammino dovrebbe servire per capire meglio che cosa vuoi dire essere sposi, essere genitori, essere famiglie cristiane, per accogliere la tradizione e l'insegnamento della chiesa, per fare nostri quei passi della scrittura che ci parlano del rapporto di coppia, a cominciare da quello di Dio per il suo popolo, di Gesù per la sua chiesa, per finire con tutte le coppie, esemplari e non, che la Bibbia ci presenta.

IL RUOLO NELLA SOCIETÀ

Una novità di questo momento storico è data dalla consapevolezza che il gruppo deve anche trasmettere agli sposi la coscienza del ruolo che hanno e che devono rivendicare come coppia e come famiglia nella società contemporanea.

Mi sono convinto, in questi anni, che se le coppie acquisiscono la coscienza del loro ruolo, si associano, possono diventare protagoniste, contribuire davvero a cambiare la cultura ed il mondo in modo positivo. Ma acquisire questa consapevolezza, tradurla in azione, richiede intelligenza, lavoro, impegno ed i gruppi possono essere il luogo dove avviene questa maturazione.

E' necessario allora che i gruppi diventino occasioni di crescita non solo per la coppia ma anche per gli uomini e le donne che li compongono. Gli uomini devono imparare a gestire di più e meglio il sentimento, l'affetto, a parlare di sé, e le donne devono a loro volta condividere con i maschi i grandi progetti, le grandi idealità, sia politiche sia sociali.

TUTTI IN RELAZIONE

Per fare gruppo è necessario che durante l'incontro tutti abbiano la possibilità di parlare. Quando si superano le 15-16 persone non si riesce più a essere gruppo, si finisce per fare una conferenza; può far piacere essere in tanti ma allora non è più un gruppo.

Ribadisco questo perché la caratteristica di un gruppo non é data dal leader, dal trovarsi insieme, dalle idee portanti, ma dalla rete di relazioni che si instaurano al suo interno tra le persone.

Tutti i membri del gruppo devono essere in relazione, ma questo non significa che tutti devono dire la loro, perché ci sono tanti modi di comunicare. Il Gruppo Famiglia dà molta importanza alle relazioni, non forza nessuno, ma fa in modo che tutti, se vogliono, possano parlare.

Questa condizione di fondo deve essere garantita dalla coppia che conduce il gruppo, coppia che non deve essere imposta dall'alto ma deve essere espressione di una scelta fatta all'interno del gruppo.

In quest'ottica il sacerdote non può essere il leader del gruppo ma solo un membro, che dà un apporto specifico su alcuni argomenti di fondo. E' chiamato a portare nel gruppo il suo contributo, ma si rapporta con le coppie su un piano di parità.

CRESCITA, NON TERAPIA

CRESCITA, NON TERAPIA

La natura del Gruppo Famiglia è di essere una comunità di credenti, di persone battezzate e sposate, che, nel confronto con la parola di Dio e nella preghiera, fanno un'esperienza di crescita umana e di fede con un'attenzione particolare a quel dono che le coppie hanno ricevuto: essere sposi nel Signore. Ma il gruppo non è il "paradiso", siamo chiamati a misurarci sempre col peccato, con le incomprensioni, con le piccole gelosie, con qualche ambizione di troppo, e qui le coppie sono chiamate ad aiutarsi a superare i propri limiti, i propri difetti, confidando nella grazia di Dio che opera in ciascuno.

Come il gruppo non deve essere considerato un premio per le coppie "riuscite", così non deve diventare neppure una specie di consultorio.

Ci deve essere, da parte della copia responsabile, la saggezza di cogliere quando una persona sta chiedendo al gruppo qualche cosa che non si può e non si deve chiedere al gruppo, ma che va affrontato nelle sedi specialistiche opportune.

DINAMICHE DI GRUPPO

Ci sono due modi per interpretare il cammino di un gruppo:

il primo è tipico delle scienze umane, che studiano le dinamiche di gruppo, il secondo riguarda il cammino di fede. Per le scienze umane il gruppo, come la singola persona, conosce un momento di nascita molto ricco, la fase dell'apprendimento, l'adolescenza, dove viene messa in discussione l'esperienza fatta, l'utilità di fare gruppo, e in cui a volte il gruppo si scioglie oppure qualcuno lascia, e che, superata, porta alla giovinezza, forte, robusta, cui magari segue un po' d'invecchiamento.

Chi conduce il gruppo, in particolare, deve essere consapevole di questi diversi stadi che il gruppo attraversa, per sostenerlo nei momenti di crisi, per smorzare gli eccessivi entusiasmi, per cogliere sempre il senso del quotidiano.

In un ottica di fede il gruppo fa crescere nella consapevolezza di essere figli di Dio, di essere cristiani, di essere sposi, e di considerare la Parola di Dio come un messaggio da cogliere e che salva.

CHIAREZZA DI OBIETTIVI

il gruppo può scegliere di partire dalla fede o di darsi come obiettivo di arrivare alla fede, ma questo deve essere chiaro fin dall'inizio.

Quando in un gruppo sono presenti sensibilità troppo diverse, si rischia di perdersi per strada. il gruppo ha quindi bisogno, per nascere bene e per svilupparsi, del consenso sugli obiettivi. Chi conduce il gruppo all'inizio deve aiutare le persone ad elaborare le proprie motivazioni, a prenderne coscienza e farle diventare obiettivi condivisi: solo se vi sono uno o due obiettivi condivisi il gruppo può continuare a camminare.

Questi discorsi possono sembrare troppo tecnici ma la realtà del gruppo è una realtà complessa, che richiede queste attenzioni.

Infatti uno degli obiettivi del gruppo, che sovente non viene detto, è offrire alla coppia occasioni di dialogo, motivazioni per fare delle cose insieme, per stare insieme e per crescere come coppia, nutrendo il sacramento del matrimonio, la coniugalità. Questo è un obiettivo di fondo che non va mai smarrito.

TIPI DI GRUPPO

Si possono fare gruppi famiglia di tutti i tipi. Esemplificando abbiamo gruppi il cui obiettivo primario è il fare, altri in cui questo obiettivo è lasciato ai singoli è il gruppo funge da riferimento. Vi sono gruppi che riflettono e studiano temi che riguardano la coppia e il matrimonio, altri invece affrontano i problemi normali della vita: il lavoro, la guerra, la pace, anche se in un contesto di coppie. Vi sono gruppi che hanno come sacerdote il parroco e quindi sono più attenti alla vita della parrocchia, ai figli, al territorio, al contrario dei gruppi interparrocchiali, che sentono meno quest'esigenza.

Sono solo esempi che indicano però la complessità insita nei gruppi e anche i nodi a cui bisogna prestare attenzione se si vuole che questa esperienza riesca.

Mons. Giuseppe Anfossi

(pubblicato su "GRUPPI FAMIGLIA" maggio 2002)


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