Lunedì, 09 Dicembre 2019
Formazione Religiosa
Venerdì 18 Giugno 2004 13:27

I grandi discorsi di Pietro

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Atti 2-4: la prima predicazione di Pietro

di Don Filippo Morlacchi


I grandi discorsi di Pietro


Leggendo i discorsi di Pietro in At si può risalire alla formula "originaria" del kèrygma. Altre formule antichissime sono quelle lettere paoline (ad es. 1Cor 15,1-5) che sono sicuramente precedenti a Paolo. Luca mette sulla bocca di Pietro delle parole volutamente arcaicizzanti, con abbondanti e voluti semitismi per cercare di rendere anche letterariamente il tenore dei discorsi petrini. Si tratta di discorsi composti da Luca in conformità ai modelli di predicazione della fine del I secolo in ambiente ellenistico; ma non mancano alcuni elementi precedenti, alcune formule molto antiche: At 2,22-24; 32-33.36; 3,13-15; 4,10-12; 5,30-32.


Si trovano infatti idee non comuni al resto della teologia di Luca: ad es. il concetto che Cristo divenne Salvatore con la sua Risurrezione ed esaltazione alla destra del Padre (non lo fu dal concepimento/nascita, come si direbbe da Lc 1-2): vedi At 2,36. È un’idea teologicamente antiquata quando Luca scrive, ma riporta questo pensiero.


Elementi base del kèrygma primitivo sono:



  1. Contrasto tra la malvagità umana di coloro che hanno ucciso Gesù e la bontà trionfante di Dio che risuscita Gesù suo Servo. Dio si rivela come il vincitore dell’iniquità umana.
  2. L’azione salvifica è l’innalzamento di Gesù alla destra di Dio dopo la morte. Dio si rivela come il vincitore della morte.
  3. A differenza degli scritti seriori, l’annuncio originario non vede la salvezza nella morte di Gesù. Non compare affatto l’idea "morì per i nostri peccati" (1Cor 15,3), ma "è risuscitato per la nostra santificazione". Dio si rivela come datore di vita in Gesù risorto.
  4. Troviamo i più antichi titoli cristologici: servo di Dio (pàis, 3,13) santo e giusto (hàghios kài dìkaios, 3,14) in quanto fede alla missione del Padre; messia (christòs, 2,36) iniziatore della vita (archegòs tès zoès, 3,15; 5,31) salvatore (sotèr, 5,31) signore (kyrios, 2,36) in quanto questa missione è compiuta e porta la salvezza a tutti quelli che si aprono alla grazia del perdono. Dio si rivela come colui che ha affidato la realizzazione della salvezza a Gesù e ora in Lui esaltato continua a salvare il mondo.

I testimoni sono coloro che non tanto testimoniano la risurrezione (sembra quasi un fatto sperimentabile), quanto piuttosto sono garanti del fatto che il Kyrios risorto è proprio quel Gesù che avevano conosciuto prima della pasqua.


I tre discorsi di Pietro sono:



  1. discorso di pentecoste: 2,14-41
  2. discorso al tempio (dopo il miracolo): 3,12-26
  3. discorso davanti al sinedrio: 4,8-12

Ili discorso di pentecoste è tripartito.



  1. Interpretazione escatologica della pentecoste (il presente illuminato dalla fede): 2,14-21
  2. Annuncio cristiano con prove scritturistiche tratte dalla LXX: 2,22-36
  3. Invito alla conversione: 2,37-39

Si rimarca pesantemente la colpevolezza degli ebrei (v. 23); ma non per accusarli, bensì per invitarli al pentimento e al riconoscimento di Gesù come Messia e Signore. L’essenziale è che tutto ciò che è avvenuto, è stato guidato dalla mano di Dio, e anche la morte di Gesù inserita nel piano della prescienza provvidente di Dio (cfr la storia di Giuseppe in Egitto: Gen 45,7-8).


Il discorso al tempio è parallelo al primo:



  1. Fraintendimento del senso del miracolo (fatto da spiegare): 3,12
  2. annuncio pasquale adattato alla situazione: 3,13-16
  3. appello al pentimento e alla conversione: 3,17-21
  4. conferma mediante citazione da Mosè: 3,22-26
Venerdì 18 Giugno 2004 13:26

Come leggere la storia degli Atti

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Atti 2-4: la prima predicazione di Pietro

di Don Filippo Morlacchi


Come leggere la storia degli Atti


Secondo C.M. Martini, la storiografia degli Atti non procede secondo un modello "lineare" (un processo graduale e quasi inarrestabile, quasi un "crescendo" continuo, un progresso senza soluzione di continuità), ma secondo un modello "critico" (da krìsis, giudizio). "Si tratta delle difficoltà, sofferenze, tentazioni che perennemente la Chiesa deve affrontare. Questo modello, che chiamiamo critico, non si evolve attraverso premesse e conseguenze, secondo una linea di sempre maggiore efficienza, ma si svolge attraverso il ritmo della costruzione e della dispersione, della morte e della rinascita".


Un metodo di questo genere riconosce e coordina i fatti storici secondo una linea logica non puramente orizzontalistica, ma secondo una logica che potremmo chiamare pasquale, che è poi la logica secondo cui è leggibile e accettabile la storia di Cristo e la storia della salvezza in genere (C. Ghidellli).


La prima parte presenta uno sviluppo lineare, nonostante qualche persecuzione contro gli apostoli; poi, a partire dal capitolo 6 inizia la crisi, con il martirio di Stefano. Ma da quello che potrebbe sembrare l'inizio della catastrofe emerge invece una straordinaria ripresa della vitalità della Chiesa. Proprio in questo momento Filippo riprende la predicazione del Vangelo (cap. 8). Altri in Antiochia evangelizzano e fondano una comunità (cap. 11). Intanto, per opera di Pietro, Cornelio e la sua famiglia si convertono: lo Spirito del Signore risorto è vivo ed operante più che mai (capp. 9-10).


Ma ecco di nuovo una crisi, la quale sfocia nella celebrazione del primo concilio, quello di Gerusalemme. Ci sono sì delle conversioni, ma a quali condizioni è possibile ammettere i pagani nella comunità nascente? Non è forse necessario che assumano in pieno la fede mosaica con tutte le sue prescrizioni? Questa problematica, che a noi potrebbe sembrare oziosa, ha portato la Chiesa primitiva sull'orlo della divisione interna. Paolo aveva ravvisato la soluzione: Cristo ci ha liberato, non c'è circoncisione che tenga. È quanto ha capito anche attraverso l'esperienza accumulata durante il suo primo viaggio missionario (capp. 13-14), ma era difficile, per non dire impossibile, farlo comprendere ai cristiani venuti dal giudaismo. Per questo Paolo e Barnaba devono salire a Gerusalemme per un confronto aperto con i fratelli nella fede (Atti 15,1ss), in particolare con Giacomo, rappresentante dei giudeo-cristiani (15,13-22) e per ascoltare la lettura del decreto finale (15,23-29).


Per fortuna, o meglio per intervento dello Spirito Santo (Atti 15,28), la questione viene risolta con buona pace di tutti. Non ci sono vinti o vincitori, ma la verità del Vangelo viene nettamente affermata, la libertà con cui Cristo ci ha liberato viene difesa in modo altrettanto netto, e la carità viene raccomandata a tutti al di sopra di tutto. Ricuperata l'unità essenziale, con l'affermazione di ciò che nella Chiesa è fondamentale e non può essere assolutamente sottoposto alle bizze personali, Paolo, con alcuni compagni di lavoro apostolico, può ripartire per i suoi viaggi missionari (capp. 15-28), che contribuiscono in modo decisivo alla diffusione della Parola di Dio e alla dilatazione della Chiesa.
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Venerdì 18 Giugno 2004 13:25

Rilettura giudeo-cristiana del NT

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Ecclesiologia degli Atti e giudeo-cristianesimo


di Don Filippo Morlacchi


Rilettura giudeo-cristiana del NT


I giudeocristiani, ossia i giudei credenti anche in Gesù messia, erano il nocciolo duro di tutta la Chiesa, e solo dopo furono sopraffatti dai gentilo-cristiani. Al tempo della scrittura di At forse già stavano diventando "minoranza" ("the mighty minority": J. Jervell 1980). Tutto il NT è prodotto non di chiese dei Gentili, sganciate ormai dalla matrice giudaica, ma di Chiese "della Circoncisione" composte di giudeocristiani, o – almeno – di chiese "miste" nelle quali la "potente minoranza" giudeocristiana ha dato l’impronta fondamentale. Difficile dire come e quando questa potente minoranza si stata eliminata o si sia eclissata; certamente era però il gruppo più importante della Chiesa tra il 70 e il 135 d.C. (cioè tra la distruzione del tempio ad opera di Tito e la definitiva sconfitta della guerra giudaica con la riduzione di Gerusalemme alla colonia di Aelia Capitolina), e questi sono gli anni in cui sono stati redatti gli scritti del NT.


Se fino alla metà del secolo lo studio comparativo del Cristianesimo si faceva a partire dalle religioni pagane e dall’ellenismo, con L. Goppelt nel 1954 si iniziò a vedere il giudeocristianesimo non come una dottrina eretica e marginale del cristianesimo, ma come la sua matrice originaria. Dopo di lui J. Daniélou ha studiato a fondo il fenomeno, e gli archeologi francescani della Custodi di Terra Santa (B. Bagatti, V. Corbo, E. Testa) hanno fornito le prove di queste ipotesi, risalendo alla stato pre-costantiniano dell’architettura (ossia prima del Cristianesimo come religione ufficiale dell’impero [Editto di Costantino, 313 d.C.] e dell’uso massiccio di categorie filosofiche mutuale dalla filosofia greca per esprimere i dogmi di fede [Concilio di Nicea, 325 d.C.]). È la c.d. Ipotesi giudeo-cristiana: le comunità giudeo-crisitiane non furono piccole sette devianti, ma la matrice della Chiesa che ha redatto l’intero NT. Se questo è vero, un ebreo non si "converte" ad un’altra religione quando diventa cristiano, ma si "con-verte", si ri-volge al suo Signore, riconosciuto come proprio Messia, Gesù. Il Cristianesimo, rispetto al giudaismo, non è un’altra religione, ma – in una continuità trasfigurata – la pienezza compita del Giudaismo nella persona di Gesù, Figlio di Davide e Figlio di Dio.

Venerdì 18 Giugno 2004 13:24

Ecclesiologia degli Atti

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Ecclesiologia degli Atti e giudeo-cristianesimo


di Don Filippo Morlacchi


Ecclesiologia di Atti (cfr F. Rossi de Gasperis, Cominciando da Gerusalemme)


Per comprendere At bisogna partire dal fatto che ne è protagonista non una "chiesa" generica, ma la Chiesa di Gerusalemme, madre di tutte le chiese. È la Chiesa dei "santi" (Atti 9,13.41; 20,32; 26,10.18: la traduzione spesso non è fedele); dei "fratelli" (ad es. 1,15-16), dei "discepoli" (ad es. At 9,1.10), dei "credenti" (ad es. At 2,44), dei cosiddetti "natzorei" (At 24,5), del gruppo che si definiva "la via" (Atti 9,2; 19,9.23; 22,4; 24,14.22: spesso è tradotto con "la dottrina"). I "santi" sono consapevoli di essere proprio quell’Israele a cui Jhwh ha fatto le sue promesse, non "un altro"" o "un nuovo" Israele, ma lo stesso, l’unico che essi conoscono. L’evento di Gesù segnava per loro l’ultimo e totalmente compiuto rinnovamento dell’alleanza, il culmine di quell’"alleanza nuova" e di quei giorni che erano stati annunziati dai profeti.


La Chiesa non è un "nuovo" Israele (cfr la "teologia della sostituzione" e la teologia di Matteo secondo W. Trilling, Das wahre Israel): esiste un unico Israele "spaccato in due" da quella spada che è Gesù (la spada che trapassa l’anima di Maria, madre della Chiesa, "Figlia di Sion" simbolo di Israele: Lc 2,25-38). Tale frattura è dovuta al carattere inaspettato del messianismo di Gesù, tanto che i vecchi capi (= il sinedrio) non lo hanno capito né accolto. I Dodici non sono l’inizio di un nuovo popolo, ma sono giudei che diventano capi di Israele, mentre i vecchi capi che hanno rifiutato Gesù (solo loro, non tutto Israele!) vengono ripudiati: la spaccatura avviene all’interno di Israele. L’evangelo di Gesù Messia, per At, è la buona notizia della salvezza destinata, in primissimo luogo, alla casa d’Israele. Tanto che agli occhi dei pagani la questione della controversia tra giudei e giudeocristiani appare una faccenda interna alla religione dei giudei (vedi At 25,18-20). La novità consiste nel fatto che questa salvezza si estende oltre i confini del popolo eletto, come era stato profetizzato.


La Visita di Dio: Lc dà un valore teologico al verbo "visitare" (episkèptomai) e al termine "visita" (episkopè): significa che Dio viene a "visitare il suo popolo" (Lc 1,68) portandogli la salvezza. Gesù stesso è l’episkopè di Dio quando compie il suo viaggio a Gerusalemme. La colpa di Gerusalemme è che "non ha riconosciuto il tempo in cui è stata visitata" (cfr Lc 19,44). Se Gesù è la Visita di Dio ad Israele, la Chiesa è la Visita di Dio alle genti: cfr At 15,14, tradotto "fin da principio Dio ha voluto scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome": ma letteralmente sarebbe: "Dio ha visitato le genti per prendersi un popolo per il suo nome".


La figura di Paolo: emerge da At come un perfetto israelita, fariseo zelante anche dopo la sua "conversione" (Atti 16,3: circoncisione; 18,18: nazireato; 21,17-22,5: discorso a Gerusalemme!; 22,17: preghiera al tempio; 23,1-9: davanti al sinedrio; 24,5-21: autodifesa; 25,7-12: davanti a Festo; 26,1-11.22-23.30-32: davanti ad Agrippa; 28,17-23: con i giudei di Roma). In realtà l’"apostolo delle genti" (Rm 11,13) fu, prima di tutto, l’evangelista di Israele e dei giudei della Diaspora. Paolo – come Gesù – evangelizza cominciando sempre dalla sinagoga; nessun passaggio ai pagani è per lui così definitivo da impedirgli di ricominciare, nella città seguente, dalla comunità Israelitica. Questo ritratto di Paolo non è diverso da quello che si evince dalle lettere, se si considera l’evoluzione del suo pensiero, in particolare dopo il concilio di Gerusalemme (48 d.C.): Rm 9-11 è sicuramente più equilibrato nel giudizio su Israele di 1Ts 2,14-16, o Fil 3,2-21, o Gal: si passa dall’animosità dell’apostolo contro chi ostacola il suo ministero all’ipotesi che il suo annuncio sia stato un ostacolo all’accoglienza del vangelo da parte dei suoi fratelli. Il problema pastorale si trasforma in questione teologica: l’indurimento di tutto Israele (Rm 11,26) come mistero di Dio. Dunque: nessun conflitto tra fonti di prima mano e storiografia lucana.

Venerdì 18 Giugno 2004 13:15

Teologia universalistica

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Ecclesiologia degli Atti e giudeo-cristianesimo


di Don Filippo Morlacchi


Teologia universalistica


At è stato definito "il vangelo dello Spirito", parallelo al "vangelo di Gesù". La struttura organica di Lc + At risulterà evidente se si considera l’importante inclusione costituita dal duplice richiamo di Is 40,5 ("ogni uomo vedrà la salvezza di Dio") in Lc 3,6 (a proposito del Battista) e At 28,28 (a conclusione del libro, citato in maniera sfumata). All’interno di questo percorso che porta da Gerusalemme fino ai confini della terra si costruisce la vicenda degli Atti.


La storia della salvezza è unica: nei discorsi di Stefano, di Pietro, di Paolo, la figura di Gesù viene presentata come messianica attraverso numerose citazioni dell’AT. Gesù è la nuova chiave per spiegare le Scritture di Israele, che non vengono mai rinnegate o ritenute obsolete. È il Dio di Israele che ha suscitato Gesù dalla stirpe di Davide, lo ha inviato come suo servo ai giudei, consacrandolo con l’unzione dello Spirito, lo ha risuscitato dopo l’ingiusta condanna e la morte causata dal rifiuto.


La teologia di Lc-At è alquanto differente da quella di Paolo. Questo ha fatto pensare che Lc non abbia conosciuto direttamente Paolo (dunque le "sezioni-noi" sarebbero un artificio letterario). È vero che si tratta di due pensieri con notevoli divergenze: in primis l’assenza totale in Lc della teologia crucis. Per Lc la croce è un fatto puramente negativo, è il rifiuto del Giusto da parte del popolo eletto. La salvezza viene vista non nella morte, ma nella potenza della risurrezione messa in atto da Dio il "Dio fedele", che non può vedere la sconfitta del suo progetto universale di salvezza per colpa dell’ottusità umana. Il centro di Lc-At non è "Cristo crocifisso" (cfr 1Cor 2,2), ma il Signore risorto e glorioso. Contro ogni gnosticismo, Lc enfatizza la continuità tra Gesù prepasquale e Kyrios risorto. In questo senso Paolo e Luca presentano due facce complementari del modo di intere la salvezza. Ma una sintonia profonda tra i due si trova nell’apertura universale della salvezza: l’espansione del vangelo oltre i confini di Israele e oltre le pastoie della legge mosaica narrate da At sono l’equivalente della chiave di volta della soteriologia paolina: "non c'è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti" (Rm 10,12). O meglio: la priorità dell’antico Israele è custodita dal Dio fedele: "il vangelo è salvezza per ogni credente, del giudeo prima e poi del greco" (Rm 1,16; 2,9s).


Lc ridimensiona l’impazienza apocalittica della prima generazione cristiana, e dà pieno valore al tempo presente, all’"oggi" della salvezza (ad es. Lc 2,11; 19,9; 23,43).

Venerdì 18 Giugno 2004 13:15

Lo scopo della scrittura di Atti

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Ecclesiologia degli Atti e giudeo-cristianesimo


di Don Filippo Morlacchi


Lo scopo della scrittura di Atti



  1. La scuola di Tubinga ha voluto vedere in At uno scopo ideologico: risanare la frattura tra cristianesimo petrino (giudeo-cristiano) e paolino (avverso alla legge mosaica).

  2. Altri vi hanno visto un’apologia del Cristianesimo di fronte all’autorità romana, al fine di ottenere lo statuto di "religio licita" al pari dell’ebraismo.

  3. Altri ancora vi hanno visto il "documento di difesa" di Paolo nel corso dell’inchiesta giudiziaria che lo portò alla condanna a morte.

  4. La posizione tradizionale vi vede la ricostruzione della storia e della missione della Chiesa primitiva, per mostrare ai cristiani il compimento del piano salvifico di Dio nella storia. In particolare:



  • Il prologo di Lc (1,1-4) rimane valido anche per At: sono anch’essi un’opera di "storiografia kerygmatica", ossia una ricostruzione storica attenta a mostrare l’andamento complessivo della vicenda, sotto la guida dello Spirito Santo;


  • Luca cerca di far emergere la continuità storica e teologica tra la Chiesa delle origini (apostolica), legata intimamente ad Israele e alle sue tradizioni, e le chiese formatesi in altri ambienti e culture;


  • Sottolinea l’unità del disegno salvifico di Dio: la salvezza è promessa ad Israele nell’AT, si compie in Gesù e si prolunga nella Chiesa, senza alcuna soluzione di continuità. Ne è garante l’opera dello Spirito Santo, dono di Gesù ai credenti, e la tradizione viva della Chiesa.


  • I destinatari sono dunque lettori cristiani (e non pagani, come nell’ipotesi del "libro di difesa" di Paolo) provenienti dal paganesimo, invitati a scoprire la fedeltà creativa di Dio.
Venerdì 18 Giugno 2004 13:14

Gruppi etnici e religiosi

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Gli Atti degli Apostoli e il loro valore storico


Gruppi etnici e religiosi



  • Israeliti: i discendenti di Isarele, cioè Giacobbe. Con questo nome si auto-identificano gli appartenenti al popolo di Dio nell’AT, sia che parlino ebraico, greco o altre lingue. Sono "figli di Abramo", circoncisi, fedeli alla Torah, in attesa del Messia.


  • Giudei: significa "abitanti della Giudea", ma è sinonimo di Israeliti, perché dopo la caduta di Samaria (722 a.C.) gli unici Israeliti superstiti furono quelli di Giuda. In tal senso si contrappongono a proseliti, a samaritani, a greci o gentili.


  • Ebrei: è il nome con cui gli israeliti sono chiamati dagli altri popoli. Nel NT designa invece gli Israeliti che (perlopiù abitando in Palestina) parlavano l’ebraico o l’aramaico, in contrapposizione agli ellenisti.


  • Ellenisti: gli Israeliti nati nella diaspora, cioè nelle comunità ebraiche sparse per l’impero, che avevano come lingua comune il greco. Avevano sinagoghe loro proprie, leggevano la Bibbia nella versione LXX; se tornavano a Gerusalemme, erano considerati stranieri.


  • Proseliti: erano gli "aggiunti", gli stranieri di altra razza che aderivano completamente alla religione ebraica (circoncisione, osservanza della Torah ecc.).


  • Timorati di Dio: erano i pagani simpatizzanti per il monoteismo ebraico, che però non volevano vincolarsi alla legge e non erano circoncisi.


  • Samaritani: discendenti delle tribù del nord, che avevano un loro Pentateuco e offrivano sacrifici sul monte Garizim. Erano considerati eretici e come tali allontanati.


  • Gentili: cioè appartenenti alle "genti", ossia "i non israeliti", perciò non eletti ed impuri. Nel NT sono i pagani, ma talvolta anche i cristiani provenienti dal paganesimo.


  • Greci: nel NT sono tutte le persone di cultura ellenistica.

Gli Atti degli Apostoli e il loro valore storico


La tesi di M. Hengel sull’affidabilità di Lc storiografo


Ci si può fidare delle opere di storiografia antica? Nell’antichità si trovano da sempre tendenze a ridurre la materia raccolta dalle fonti di prima mano in compendi storiografici più sintetici: è il modo di agire proprio dello storiografo, a differenza del "piacere di fabulare" caratteristico di chi scrive romanzi e tende ad ampliare un nucleo narrativo con l’aiuto della fantasia (cfr il romanzo aretologico). I vangeli e gli atti non sono certo romanzi religiosi: dunque si tratta di racconti storicamente affidabili, che rivelano un nucleo storico difficile da ricostruire non per la scarsa fedeltà dell’autore ai dati oggettivi, bensì per la loro compendiosità. Sono la classica "punta di iceberg": dai pochi dati riferiti occorre ricostruire scenari più ampi, ben chiari all’autore ma sconosciuti a noi. "Perciò non è possibile affermare senz’altro, come oggi accade sovente che del periodo iniziale de cristianesimo Luca sapeva solo ciò che riferì. Egli sapeva senza dubbio assai di più di quanto mise per iscritto e se non disse certe cose, ciò fu per motivi ben precisi" (M. Hengel, La storiografia protocristiana, Paideia 1985, 59).


Per la ricostruzione storica sono forse più importanti delle narrazioni lucane i documenti di prima mano come le lettere di Paolo; ma At offrono il contesto ermeneutico necessario per inquadrare i dati, contesto senza il quale gli elementi riferiti da Paolo non sarebbero neppure recepiti come significativi. Del resto Pl e At si integrano abbastanza bene e non si contraddicono mai. Né si registrano conflitti con altre fonti storiografiche coeve (Flavio Giuseppe) o con i reperti archeologici.


Il tentativo di negare l’affidabilità agli scritti di Luca è sorto in nome della rivalutazione teologico-letteraria dei vangeli: se gli evangelisti hanno scritto dei vangeli con una ben definita chiave teologica (e non racconti storiografici neutri ideologicamente) non sono da ritenersi "storia". Ma il concetto di "storia" che avevano gli antichi è diverso dal nostro: di nessun personaggio dell’antichità si può ricostruire la storia come la vorremmo oggi. Le narrazioni evangeliche prendono a modello quelle dell’AT (storie dei patriarchi ecc.) nella chiara consapevolezza che la storia di Gesù è storia di salvezza per tutti: storia, appunto, non fantasia. L’interesse teologico e quello storico sono una sola cosa, se si parte dall’assunto dell’incarnazione: storia e kerygma non si oppongono ma si coappartengono, perché da un lato la salvezza si compie nella storia, dall’altro la narrazione storica è un invito ad un consenso di fede e non si ferma al resoconto di cronaca.

Venerdì 18 Giugno 2004 13:06

Teologia degli Atti - Storia dell’interpretazione

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Gli Atti degli Apostoli e il loro valore storico


Teologia degli Atti


L’approfondiremo nel prossimo capitolo. In sintesi estrema: scopo di At è dimostrare la tesi dell’apertura universalistica della salvezza, secondo il messaggio di Paolo: "non c'è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso [Gesù] è il Signore di tutti" (Rm 10,12). Dunque la storia della salvezza iniziatasi con le promesse fatte ad Abramo per il bene di tutta l’umanità si compiono in Gesù e si realizzano nella sua Chiesa, in piena continuità.


Storia dell’interpretazione



  • La Scuola di Tübingen del secolo XIX (F.C. BAUR): At sono un’opera di riconciliazione tra le tendenze opposte del cristianesimo delle origini: paolinismo (libertà dalla Torah, universalismo) e petrinismo (legalismo conservatore e giudaizzante) trovano un accordo irenico intorno alla metà del II secolo, di cui At sono la testimonianza. Dunque: valore storico nullo.


  • L’indagine storico-critica (von Harnack) inizia a lavorare sulle fonti di At, cercandone di giudaico-palestinesi per Pietro e di greco-romane per Paolo, legate soprattutto alle comunità di origine (Gerusalemme, Antiochia, Cesarea).


  • L’indagine redazionale (Dibelius) sottolinea l’intento teologico di Lc, svalutandone l’affidabilità della testimonianza storica, formulando l’ipotesi che Luca si sia servito come fonte di un diario di viaggio scritto da un compagno di Paolo. In ambito francese e inglese lo studio redazionale si dimostra assai più fiducioso nei confronti di Lc storico rispetto all’ambito tedesco, piuttosto scettico (con la lodevole eccezione di M. Hengel).
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