Mercoledì, 16 Agosto 2017
Lunedì 18 Settembre 2006 23:42

L'acqua, l'aria, la terra ed il fuoco (Faustino Ferrari)

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Quando ci si accosta alla vita (penso ad un bambino che nasce, ad un seme che germina, ad un fiore che si apre alla luce del giorno...) ci si deve accostare in punta di piedi, in un atteggiamento di rispetto, di contemplazione.

L'acqua, l'aria, la terra ed il fuoco: un tempo venivano indicati come i quattro elementi fondamentali per gli esseri viventi. I mattoni alla base dell’esistenza. Per Empedocle la loro combinazione e scomposizione generava l’esistenza delle cose conosciute. Filosofi e sapienti, a volte consideravano un quinto elemento. L’etere – purissimo e leggerissimo –, venne aggiunto da Aristotile per cercare di spiegare le incorruttibilità celesti. Inconoscibile, in quanto non rientrava nella composizione delle cose terrestri. La quintessenza, per i medievali.

I cinesi, attratti dal numero cinque, declinano gli elementi in maniera diversa, privilegiando l’analogia rispetto alla razionalità: acqua, metallo, fuoco, terra, legno. Questi elementi naturali sono forze dinamiche impegnate in una trasformazione ciclica e concorrono anche a determinare il carattere delle persone.

A scuola, da bambino, mi insegnavano che erano concezioni vecchie, ormai superate dalle conquiste della scienza e della tecnica. Noi sappiamo che in realtà il mondo è costituito da particelle, da atomi, da composti molecolari, da campi di forza… Si è alla ricerca di particelle nascoste, postulate dalle teorie, ma non ancora provate empiricamente. Oggi con la teoria del tutto si cerca di riunire le quattro forze fondamentali della natura: l'elettromagnetismo, la forza nucleare debole, la forza nucleare forte e la forza di gravità. Questa teoria deve offrire una spiegazione per l'esistenza e per le caratteristiche delle particelle fondamentali.

Se per secoli, per millenni l’acqua, l’aria, la terra ed il fuoco hanno accompagnato l’esistenza degli uomini, ora questi elementi sono stati allontanati dall’esperienza quotidiana, resi neutri, deprivati di tutta la loro valenza simbolica. Anche se l’acqua è entrata in tutte le nostre case, il fuoco è facilmente usufruibile grazie ai fiammiferi e agli accendini e noi continuiamo a camminare sulla terra e a respirare…

«Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sostenta e governa,
e produce diversi fructi con coloriti fiori ed erba
» (Cantico delle Creature).

L’uso dell’automobile, della bicicletta, della moto hanno comportato il bisogno di avere strade lisce, scorrevoli, lineari. E questo può essere offerto soltanto dall’asfalto e dal cemento. L’idea di eliminare intorno a noi il fango, le pozzanghere, la polvere, l’erba, gli insetti ci porta a cementificare ogni angolo intorno alle nostre case. Il cemento cresce sempre più intorno a noi, allaga ogni superficie. Possiamo sì lamentarci che questo processo provoca spaventosi danni in caso di piogge battenti, ma non è ancora sufficiente per capire che abbiamo perso un rapporto fondamentale per la nostra esistenza. I nostri piedi sono fatti per camminare scalzi. Eppure, da decenni, abbiamo perso questa consuetudine. Non ci piace calcare superfici lisce, senza alcuna asperità, senza motilità. Se però ci capita di passeggiare sulla battigia di una spiaggia, con i piedi che piacevolmente s’imprimono nella rena bagnata, siamo colti da un appagato senso di felicità.

I nostri piedi nudi non calpestano la terra. La sfiorano. L’accarezzano. Ne fanno anche parte, quando sprofondano nella mota. O s’impregnano della polvere dei secoli.

Se la terra è soltanto calpestata – cioè i nostri piedi la trattano male – non siamo più di fronte alla vita e alla cultura, ma alla distruzione e alla barbarie. Da suoi custodi ne diventiamo predatori. A volte mi viene da pensare che trattiamo così male questa terra perché abbiamo perso la consuetudine di camminare a piedi nudi. I nostri piedi non la sentono più. Ci sono le scarpe, con delle bellissime suole morfodinamiche, a tenerci sollevati, staccati da essa.

Dobbiamo imparare a tornare a camminare nella rena e nel fango, tra i sassolini e gli aghi di pino. Anche se, inizialmente, le piante dei nostri piedi, ormai così delicate, potranno sanguinare o essere segnate da piccoli tagli, trafitte dalle spine o indurirsi per il callo. Il problema che si pone non è quello tra una modernità (progresso) e la conservazione (nostalgia del passato). I sacerdoti dell’odierno dio economico si sono impossessati del linguaggio, mistificandolo. È degno di essere chiamato modernità soltanto ciò che può produrre reddito e capitale mentre tutto ciò che si oppone a questo processo viene vilipeso, denigrato, equiparato all’oscurantismo medioevale o all’arcaismo demenziale.

Dobbiamo imparare a diffidare di quanti, in nome di una bellezza plastica ed asettica, ci fanno calzare scarpe che comprimono i nostri piedi, li deformano, li rendono schiavi delle mode e predestinati a precoci artrosi deformanti.

Nel racconto jahvista della creazione, l’uomo viene plasmato con un pugno di terra impastata, con la polvere della rossa terra dell’Eden. ‘adam (uomo) perché tratto dall’ ‘adamah (terra). L’uomo, costituitamente, è polvere che ritorna polvere. Non è il ciclo delle stagioni e neppure l’esperienza lavorativa del contadino a fondare questa immagine. È una dimensione esistenziale, primaria, basilare. Il corpo che torna nel ventre della terra non è altro che una parte di quella terra dalla quale si era erto grazie al soffio vitale divino.

«Laudato si, mi Signore, per frate Vento,
e per Aere e Nubilo e Sereno e onne tempo
per lo quale a le tue creature dai sustentamento
» (Cantico delle Creature).

Chi vive in città deve fare costantemente l’esperienza dell’aria inquinata. Nonostante i monitoraggi sulla presenza delle polveri sottili, delle anidridi, degli acidi e dei piombi, ciò che si respira è sempre aria sporca. I bronchi ed i polmoni recano pesanti tracce di questa invadenza. S’infiammano, s’oscurano, s’adombrano. Spesso s’incancreniscono. Tossi, bronchiti ed asme accompagnano sempre più persone lungo tutto l’anno.

Si aspettano le giornate di vento, perché vengano spazzate lontano le cappe di smog. In realtà il beneficio è solo per alcune ore, ben presto ritorna l’aria mefitica. E chi abita nelle campagne non vive in una situazione migliore. L’inquinamento si sta diffondendo sempre di più ed ovunque.

Chi fuma introduce nei propri polmoni (e, con il fumo passivo, in quelli che gli stanno attorno) altre sostanze nocive. A nulla servono le scritte terroristiche impresse sui pacchetti. Il rischio lo si percepisce come remoto e la nicotina da dipendenza.

D’altra parte, in questa società gli odori sono stati banditi. I più temuti, da evitarsi sommamente, sono gli odori dei corpi. Ogni odore deve essere eliminato attraverso i deodoranti. Ci devono essere solo più profumi. Forti, penetranti. In realtà, i deodoranti ed i profumi non eliminano gli odori, ma semplicemente coprono la nostra percezione olfattiva. In questo nostro vivere che bandisce ogni odore corporeo, non si fa più caso agli odori industriali, agli smog ed alle anidridi, ben più venefici di quanto la società dei consumi ci fa aborrire.

Se l’aria è inquinata, questo veleno penetra in noi e a poco a poco ci avvelena. Ma anche noi a poco a poco avveleniamo sempre di più questo mondo. Piuttosto che sentirci in comunione con il creato, ci sentiamo diffidenti verso di esso. È forse strano che aumentino sempre più i casi di asma e di allergia? L’attacco di asma è una frattura che si pone tra di noi ed il mondo.

L’aria. il respiro. Il soffio vitale. Ruah. Lo spirito divino. Lo spirito che aleggiava sulle acque primordiali. Che comunica la vita all’ ‘adam, lo fa sorgere dalla polvere. Ed il profeta Elia conosce la manifestazione della presenza divina nel leggero soffiare del silenzio (1 Re 19, 12).

Per i mistici, si può «respirare Dio». E nelle religioni orientali, molta parte hanno gli esercizi di respirazione per la preparazione alla meditazione, su quella strada che si percorre per il raggiungimento dell’illuminazione, del satori.

Per il cristiano la spiritualità non è altro che il vivere nello Spirito.

«Laudato si, mi Signore, per sora Aqua,
la quale è molto utile e umile e preziosa e casta
» (Cantico delle Creature).

Beviamo solo più acqua imbottigliata. Modificata dall’anidride carbonica. E da quella traccia di sapore immondo lasciata dalle bottiglie di plastica. Le bollicine, piacevolmente frizzanti, ormai ci fanno disprezzare anche la pura e fresca acqua di una sorgente montana. I corsi d’acqua intorno a noi diventano di mese in mese sempre più striminziti, simili a fogne a cielo aperto, ricolmi di rifiuti di ogni genere. Vi regnano i ratti, le pantegane e le nutrie. Per una pisciatina sprechiamo decine di litri di acqua pura, pompata dalle profondità della terra. Andiamo a Sharm el Sheik o alle Maldive per una vacanza da sogno, in acque calde, limpide. Ma la nostra capacità di inquinare ogni angolo della terra sta rapidamente prendendo il sopravvento ovunque.

Apriamo il rubinetto di casa nostra, ma ormai quell’acqua non ci appartiene più. Banalizzata dal ciclo continuo delle fogne. Clorizzata. Si porta dietro di sé il calcare e la ruggine delle tubature.

Se l’acqua è sporca, la vita nostra diventa sempre più sporca. Non bastano le docce quotidiane a lavarci dalla nostra sensazione di sporco. Non sappiamo più cos’è la limpidezza e la purezza. Ci laviamo e non ci sentiamo puliti mai abbastanza. Beviamo e non ci sentiamo dissetati.

L’acqua è stato un simbolo di purificazione per molti popoli e religioni. Ci si immerge nel Gange o nella piscina di Lourdes. Per invocare un miracolo o per sortire dal ciclo delle vite. Nel racconto biblico il diluvio segna lo spartiacque tra una generazione segnata dalla propria malvagità ed un’altra da cui sorgeranno coloro che vorranno camminare con Dio. Per il cristiano, il battesimo è il sacramento che immette nella vita del Cristo, che lo fa diventare parte del Popolo di Dio. Accanto al pozzo di Sicar Gesù promette un’acqua che disseta per sempre. Anzi, capace di trasformare in sorgenti. E «chi ha sete venga a me e beva» (Gv 7, 37).

«Laudato si, mi Signore, per frate Foco,
per lo quale enn’allumini la nocte:
ed ello è bello e giocondo e robustoso e forte
» (Cantico delle Creature).

Gran bella invenzione, la cucina ad induzione termica. Ultimo passo verso la completa eliminazione del fuoco dalla nostra vita quotidiana. Quello che era ormai ridotto a poca cosa con le cucine a gas, ora viene a scomparire del tutto. Non ne abbiamo più bisogno per cucinare.

Certo, la cucina ad induzione rappresenta una salvaguardia per la vita delle persone anziane, sole o colpite dai primi segni della senescenza. Ed il fuoco - come l’acqua con le sue devastazioni – rappresenta sempre un possibile e concreto pericolo per l’esistenza dell’uomo.

Il fuoco che cuoce la nostra zuppa. Che rosola lentamente l’arrosto. Che fa gorgogliare il pentolino del latte e fischiare la caffettiera. Non esiste più. Come ormai sono scomparsi i falò, la sera, intorno a cui radunarsi per sentire il racconto di lontani paesi o cantare al suono di una chitarra. (E poi, comunque, anche se fosse possibile ancora accendere un falò, dovremmo stare attenti a cosa cantare, per non incappare nelle censure – e nelle multe – per il copyright).

Eppure, quali emozioni si provano restando ad osservare la viva fiamma nel camino! O, sulla spiaggia del mare, seduti accanto al fuoco mentre si segue la scia delle faville che s’alzano verso le stelle. Un fuoco che comunica calore, vita, anche se, ardendo, consuma in cenere.

Se il fuoco è bandito dalla nostra vita quotidiana, si moltiplicano, tuttavia, i piromani che incendiano, follemente, boschi secolari, macchie mediterranee, messi pronte al raccolto. O, nella versione metropolitana, gli idioti che incendiano i cassonetti, le plastiche, i cartelloni.

L’aridità di molte zone della terra favorisce gli incendi. Il calore vitale del fuoco si trasforma in distruzione. Ma se il fuoco distrugge, fin dalla notte dei tempi è sempre stato considerato simbolo di purificazione. Capace di togliere le impurità, di fondere i metalli permettendo di separare il prezioso oro dalla scoria.

I sacrifici erano compiuti mediante il fuoco, che consumava le carni o gli incensi recando verso l’alto i profumi. In altri casi il fuoco veniva indicato come lo strumento per una apocatarsi universale, per un giudizio finale. O immagine della dannazione eterna.

Fiamma d’amor viva, per il mistico il fuoco è simbolo divino. L’umanità, avvicinandosi alla realtà di Dio, arde di un fuoco che tuttavia non consuma. Nel racconto biblico del roveto ardente (Es. 3) momento della rivelazione del Nome impronunciabile. Ed ancora, simbolo della presenza divina nella stipula dell’alleanza. Nella pentecoste, lo Spirito si rivela come lingua di fuoco perché il Cristo è colui che è «venuto a portare il fuoco sulla terra» (Lc 12, 49).

Nella nostra sete di accumulare ricchezza, costruiamo grandi depositi di combustibili, consumiamo molto più del dovuto, inquiniamo l’acqua, la terra e l’aria. La terra, l’aria, l’acqua ed il fuoco da elementi fondamentali per la nostra vita li trasformiamo nel loro opposto, in veicoli di morte. Come possiamo vivere da cristiani se questi simboli stanno svanendo?

Un sapiente uso delle cose ha origine dall’uso che facciamo della terra, dell’acqua, dell’aria e del fuoco. O torniamo a scoprire il valore di questi semplici doni che Dio ci fa o non sapremo mai usare delle cose e del mondo. Saremo presi dall’uso smodato del denaro. L’unica cosa che conterà sarà fare soldi. Anche se resteremo convinti che non è così per noi, che noi siamo ancorati ad altri valori. Se conosco il vero valore di un bicchiere di acqua, di un ceppo che arde nel camino mentre intorno è il freddo inverno, della buona aria che si respira durante una passeggiata in montagna, della terra che ho sempre sotto la pianta dei miei piedi, sono convinto che il denaro comincerà ad avere meno importanza. Se riconosco che questi sono i doni che Dio ci ha fatto perché li custodiamo e li coltiviamo, cambierà anche il nostro rapporto nei confronti dei nostri fratelli.

Altrimenti l’uso strumentale delle cose ci porterà ad usare anche le persone. A farle diventare cose. Oggi siamo convinti che con il denaro si compra tutto – quindi anche le persone – quindi anche le persone sono cose. E quando ci si accosta alla vita (penso ad un bambino che nasce, ad un seme che germina, ad un fiore che si apre alla luce del giorno...) ci si deve accostare in punta di piedi, in un atteggiamento di rispetto, di contemplazione. Altrimenti il fiore è subito sgualcito, il germoglio si spezza.

Faustino Ferrari

 

Ultima modifica Lunedì 16 Gennaio 2017 21:41
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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