Sabato, 01 Novembre 2014
Martedì 22 Dicembre 2009 15:26

Nulla (Fausto Ferrari)

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«Nulla volere, nulla sapere, nulla avere» (Meister Eckhart). Amo il nulla. Una manciata di ricordi. Un grumo di attese. Ma l’esperienza del nulla è ancora nulla di fronte alla percezione del nulla. Inconcepibile. Indicibile.

  «C'è il nulla da cui si fugge, e c'è il nulla verso cui ci si dirige»
(Simone Weil)

 Una vecchia donna procede lentamente nel vicolo. A fatica. Sfiora con la mano la ruvida parete. A volte s’appoggia per riprendere fiato. Un volto solcato dalle rughe. Il tempo ha impiegato innumerevoli anni per costruire questa sofferta maschera. I capelli incanutiti. Dei vestiti non abbastanza puliti. Quanti giorni ancora le restano da vivere? Ha la polvere negli occhi. Uno strato di cenere s’è insinuato sotto le unghie. Il suo fiato conosce già i ritmi del nulla.

Ogni ruga, scavata nella carne, contiene un mare di ricordi. Ci si chiede come fosse da giovane. Quale bellezza sia stata violentata dagli anni. Se fosse desiderata dai maschi. Se le sue labbra nel baciare sapessero di melagrane, di nettare di gigli o della spuma degli oceani. E se nell’amplesso, negli spasimi del piacere, tenesse gli occhi chiusi o lacerasse con le unghie le carni dell’amante.

Batte la campana. Ma il suono non è ancora per lei. Per questo corpo presto imprigionato tra quattro assi di rovere. Con accanto un paio di nipoti infastiditi per aver dovuto interrompere le vacanze al mare. Annoiati nell’afoso pomeriggio. Con la mente avvolta nei tanti impegni di lavoro. Col fastidio di dover svuotare in fretta l’appartamento e per un’eredità così misera.

Le lacrime. Un composto chimico prodotto da una ghiandola. Una componente acquosa in cui sono disciolte numerose sostanze. Ossigeno, mucine, anidride carbonica, lipidi. Uno strato mucoso, uno liquido ed uno lipidico… Lacrime di profondo dolore o di circostanza. Poiché si può piangere anche sbucciando le cipolle. Si può piangere per gli astanti o per calmare i propri sensi di colpa.

Il sudore. Acqua, sali ed acidi. Tre milioni di ghiandole per una produzione ritenuta ormai fastidiosa. Da combattere con deodoranti, talchi e profumi. Un funerale da compiere nel pomeriggio afoso, sotto il sole cocente. Con il cadavere fatto a pezzi dal brulicare. E si suda per un nonnulla. Soltanto col vedere i beccamorti spostare la bara.

Il muco. Lo sperma. Le tracce per un’esistenza. Come una striscia di bava lasciata dal passaggio della lumaca sul pavimento. Ci vuole poco a rendere il mondo un aggregato di atomi. Assegnare il posto a ciascuno su d’una tavola periodica. Ed anche quando pronunciamo parole che sembrano scaturire dal più profondo di noi stessi, resta soltanto… un soffio.

Ti amo. Così facile da pronunciare. Così difficile da dire. Ti amo. Inutili parole che risuonano nel labirinto delle sorgenti. E potremmo mentire. Lanciati nella conquista o crogiolando in un compiaciuto narcisismo. Ti amo. E sono soltanto parole. Sempre accasati nei paraggi del nulla. Ti amo. E già lo specchio riflette una faccia stanca, ormai prossima allo sfacelo.

Passiamo la vita ad accumulare. Esperienze, viaggi, denari, saperi. Cianfrusaglie. Francobolli, amanti e tappi di bottiglia… Bramiamo qualcosa di nuovo. Che ci faccia uscire dal solito tran tran… L’angoscia ci divora ed abbiamo bisogno d’ammassare sempre più cose per non udire il suo lacerante urlo. Effimeri, reiterati tentativi per cercare di colmare il baratro del nulla.

Giochiamo con le cellule, con gli atomi e con le stelle. A fare i grandi. Ci sentiamo padroni del mondo, possedendo tasche straripanti denaro. Con i migliori medici a trafficare dietro i macchinari che circondano il nostro capezzale. Sognando di conquistare il siero dell’immortalità od il santo Graal e l’elisir dell’eterna giovinezza.

Nudi nella nuda terra. Vermaio di tanfi. Presto svanito dall’esistenza e dalle memorie. Nonostante gli imponenti monumenti funebri che facciamo innalzare. Nonostante lo sforzo profuso costantemente per lasciare una traccia della nostra esistenza. Nonostante il desiderio d’una progenie che trasmetta nel tempo i residui di qualche nostro cromosoma.

«Nulla volere, nulla sapere, nulla avere» (Meister Eckhart). Amo il nulla. Una manciata di ricordi. Un grumo di attese. Ma l’esperienza del nulla è ancora nulla di fronte alla percezione del nulla. Inconcepibile. Indicibile. Ti amo. E basta un soffio per lacerare il nulla. Ti amo. Perché più forte della morte è l’amore. Ti amo. E basta sentirsi amati per mettere le basi ai pilastri d’un ponte gettato aldilà del nulla.

Fausto Ferrari

(testo pubblicato in Parlando d'amore e d'altre cose, Effatà, 2012, pp. 32-34)

 

Ultima modifica Venerdì 16 Novembre 2012 19:13
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input