Venerdì, 28 Novembre 2014
Domenica 28 Novembre 2010 23:07

In quale direzione? (Fausto Ferrari)

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Il simboli dell’orientamento sono ormai scomparsi dalla nostra cultura. Per di più, entrati ormai in pieno nell’epoca dei Tomtom e dei vari sistemi di navigazione GPS, molti di noi non cercano neppure più di sforzarsi di capire come si possa arrivare da qualche parte. La rete internet può essere presa come simbolo emblematico del nostro nuovo modo di vivere.

 «I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori». (Gv 4, 20-23)

 

Per un musulmano è importante sapersi orientare per riuscire ad individuare la qibla, la direzione della città La Mecca, verso cui rivolgersi per poter adempiere alla propria preghiera quotidiana. Ogni moschea contiene il mihrāb, una sorte di nicchia che indica, appunto, la direzione della città santa. Anche l’ebreo prega rivolgendosi verso Gerusalemme, al pari dei cristiani della Siria. Una preghiera orientata era comune nelle prime comunità cristiane. Ma Guru Nanak, fondatore del Sikhismo andato a La Mecca in pellegrinaggio fu trovato pregare volgendo le spalle alla Kaaba. Chi cercò di rimproverarlo per tale misfatto ricevette una risposta esemplare: Volta tu i miei piedi in una direzione in cui Dio non c’è.

Di solito anche le chiese cristiane sono state costruite orientate, sull’asse est-ovest. La direzione simbolica era quella verso il sole nascente, simbolo del Cristo risorto, luce che viene nel mondo (cf. Gv 1, 5.9). Il sole come simbolo cristologico nasce all’interno di uno specifico contesto culturale, sovrapponendosi a quello sviluppatosi nella società tardo-romana che annoverava tra i tanti anche alcuni culti al Sol Invictus (Sole Invitto). Ma questo orientamento non era generalizzato. La chiesa presso cui abito, ad esempio, costruita all’inizio del XV secolo dai carmelitani (un ordine nato nell’Oriente, sulle pendici del monte Carmelo, in Palestina) è posta sull’asse nord-sud. E di esempi a riguardo se ne potrebbero fare molti altri.

Il simboli dell’orientamento sono ormai scomparsi dalla nostra cultura. Per di più, entrati ormai in pieno nell’epoca dei Tomtom e dei vari sistemi di navigazione GPS, molti di noi non cercano neppure più di sforzarsi per capire come si possa arrivare da qualche parte. La rete internet può essere presa come simbolo emblematico del nostro nuovo modo di vivere rizomatico: un coacervo di legami e di nodi, di punti che possono essere raggiunti nei modi e nei tratti più diversi possibili. Ormai, per molti di noi, non ha molto senso parlare di direzioni, perché qualsiasi punto ci può portare, anche simbolicamente, alla meta. In fondo, si sta realizzando sia nella dimensione personale che in quella collettiva, a livello simbolico e relazionale, qualcosa di simile a quanto affermato in un antico detto: tutte le strade portano a Roma.

Notevoli sono le problematiche che si pongono per capire lo sviluppo umano all’interno di questo nuovo quadro rappresentato dall’irrompere delle tecnologie nel nostro vissuto quotidiano. Irrompere che non è neutrale, ma che sta trasformando profondamente il nostro percepirci ed il nostro percepire il mondo, in nostro strutturarsi personale ed il nostro strutturare la convivenza, le relazioni e l’abitare il mondo. Come notevoli sono le sfide che si pongono allo sviluppo di una spiritualità all’interno di questi nuovi scenari.

In questi ultimi tempi si sente, a volte, riproporre un tema che sembrava definitivamente tramontato. È il tema dell’orientamento del celebrante durante la liturgia eucaristica. Si sostiene che si debba  rivolgere a Dio tornando a volgere le spalle al popolo – com’era prima della riforma liturgica conciliare. In realtà, questo mi pare la ripresentazione di un formalismo, svuotato, però, del suo antico simbolismo. Perché se si vuole parlare di direzione, l’unica che può conservare un significato simbolico è quella volta verso oriente. Si tratta di una direzione quasi naturale. Da sempre gli uomini si sono volti verso la luce nascente, verso il sole.  Ma questo simbolismo, come abbiamo affermato, nella società della techné è ormai venuto meno. Ben pochi di noi, ormai, conoscono l’alba e le attribuiscono un significato simbolico. La luce artificiale ed il ritmo delle nostre giornate hanno vanificato i contenuti di questo antico simbolo.

Il coram Deo, tuttavia, non può essere ridotto a puro fatto spaziale. È, innanzitutto, esperienza interiore. Ora, è molto più semplice porsi verso una direzione, convinti che sia quella giusta per rivolgersi a Dio, ma risulta molto più difficile – compromettente – iniziare a scandagliare il proprio intimo: il vero luogo dove possiamo conoscere Dio. Qui, non ci sono direzioni. Come in internet o nel rizoma… Come nel deserto, nella notte, nel vuoto, nel nulla… Nello smarrimento che la complessità moderna può produrre invece che cogliervi le molte possibilità insite per incominciare ad imbastire lo sviluppo di nuovi simbolismi, si è tentati di volgersi verso il passato, per ancorarsi a quelle certezze rappresentate da simboli decaduti o non più significativi per la nostra vita. (Perché il passato, al pari del conosciuto, risulta più rassicurante rispetto ad un futuro incerto ed a quanto ci si presenta come sconosciuto e, per alcuni tratti, forse, anche angosciante). L’archeologia è una nobile arte, ma non è sufficiente per tracciare le coordinate all’interno delle quali costruire le trame dei giorni che verranno. Soprattutto da un punto di vista spirituale.

Fausto Ferrari

 

Ultima modifica Sabato 19 Maggio 2012 13:27
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input