Venerdì, 18 Agosto 2017
Mercoledì 26 Giugno 2013 17:46

Camminando (Faustino Ferrari)

Valuta questo articolo
(2 voti)

I ritmi odierni ci pongono spesso il problema che non facciamo sufficientemente moto. Dobbiamo allora ricorrere ai ripari attraverso attività supplementari: palestra, corsa, piscina, footing, jogging.

I cambiamenti prodotti dalla società moderna sono molteplici ed investono i campi più diversi. Le invenzioni hanno permesso, tra le altre cose, di poter compiere viaggi in modo più veloce e continuo rispetto a tutte le epoche passate. Se per raggiungere l’Oceania poco più di un secolo e mezzo fa ci voleva un viaggio per nave della durata di un anno, oggi questo ci è possibile con un volo di alcune ore. Se fino a due generazioni fa il modo più comune per raggiungere un luogo era andare a piedi, ora non lo è più. Il camminare non rappresenta più una esperienza costante e continua della nostra vita.

I ritmi odierni ci pongono spesso il problema che non facciamo sufficientemente moto. Dobbiamo allora ricorrere ai ripari attraverso attività supplementari: palestra, corsa, piscina, footing, jogging. Ma se dobbiamo percorrere anche brevi distanze ricorriamo quasi sempre ad un mezzo di trasporto. Bicicletta, moto e soprattutto automobile. Il camminare non ci è più abituale. Siamo giunti al punto in cui è considerato “strano” non usare un mezzo di trasporto per spostarci. A volte si ha l’impressione che il camminare rappresenti un modo di essere legato alla società premoderna. Oppure alternativo alla società attuale.

Una caratteristica della società odierna è rappresentata dall’immagine della velocità. Più i mezzi sono veloci, più sono moderni. Ora, il camminare è costante. Si può andare a passo più veloce o più lento, ma comunque in un modo che non implica una grande variazione di tempo. E poi il camminare viene considerato “scomodo”. Il primo parametro per il nostro ragionare è rappresentato dalla comodità. Se riteniamo una cosa “comoda”, allora è da preferire. Se è “scomoda”, è da evitare. Senza però ragionare sufficientemente non sul significato che diamo alla comodità, ma sull’impatto che ha sul nostro stile di vita.

Bene, se il camminare ha rappresentato l’esperienza degli uomini di generazione in generazione, ora la società moderna con il suo stile sembra aver accantonato questo modo di essere o comunque averlo relegato in un ambito molto ristretto e particolare. Eppure basta una domenica in cui sia proibita la circolazione alle autovetture che inaspettatamente riscopriamo il gusto di camminare! Se non c’è una sufficiente attenzione critica nei confronti dello stile di vita che ci viene proposto, rischiamo di essere invischiati in un circolo paradossale. Fare poco moto – non camminare – poiché si utilizzano i mezzi più “comodi” per essere poi costretti a correre ai ripari con interventi supplementari (palestra o attività ginniche). Da un certo punto di vista potremmo dire che restiamo invischiati sempre di più in un circolo economico che crea bisogni e che va sostenuto finanziariamente.

Mentre camminare non costa niente. Al massimo si consumano le suole delle scarpe. Gli altri mezzi di spostamento (esclusa la bicicletta) hanno tutti un costo notevole. E le palestre o le attrezzature ginniche hanno pure un costo. Potremmo quasi dire che è la commercializzazione della vita che ci porta a camminare sempre di meno. Non bisogna neppure dimenticare che la commercializzazione tende a far propria anche l’esperienza del camminare. Pensiamo ai trekking organizzati e alle avventure estreme così spesso pubblicizzate, ma di fatto alla portata di tutti (purché economicamente forniti).

Eppure il camminare è da preferirsi per varie ragioni. Innanzi tutto, è un esercizio che ci libera dallo stress, ci rilassa. E non è cosa da poco. Quanto ci fa arrabbiare invece il guidare l’automobile! Inoltre camminando si ha la possibilità di osservare meglio il mondo che ci circonda. Non solo le persone che incontriamo, ma anche le piccole cose, la natura, il tempo. Tutto ciò che ci circonda. Infine, mentre camminiamo abbiamo spesso la possibilità di pensare, di meditare. Con un ritmo di vita frenetico, questo non ci è possibile. Siamo troppo pre-occupati, troppo presi dalle cose da fare. Senza dimenticare che camminare fa bene anche alla nostra salute.

Dicendo quello che ho detto, corro il rischio di essere considerato antimoderno, fuori del mondo, idealista. Io credo comunque che dobbiamo guardare al nostro ben-essere (che viene prima del benessere).

Il cammino rappresenta la condizione ideale del cristiano. La bibbia ci racconta di vari tentativi intrapresi da parte di Dio per entrare in rapporto con gli uomini – tentativi che falliscono tutti – finché non c’è un uomo che accetta di mettersi in cammino: Abramo. «Il Signore disse ad Abram: Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò... Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran». (Gn 12, 1-4). Il camminare è il paradigma dell’esperienza cristiana. Richiamiamo brevemente alcuni riferimenti presentati nella bibbia.

«Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa». (Dt 26,5). Tutta la vita dei primi patriarchi è una vita caratterizzata dal camminare. Abramo, Isacco, Giacobbe. E poi abbiamo l’esperienza dell’esodo del popolo ebraico, della sua uscita dal paese d’Egitto e del suo camminare per il deserto. Abbiamo il camminare dei profeti, di Elia e di Eliseo, di Isaia (Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: Regna il tuo Dio. 52, 7). Di Giona, di Amos. Abbiamo i salmi dei pellegrini che cantano durante la salita a Gerusalemme. Maria che va da Elisabetta. Maria e Giuseppe che si recano a Betlemme e poi a Gerusalemme. E la loro fuga in Egitto. Il ministero di Gesù lungo le contrade della Galilea e della Giudea. Il cammino di Gesù continua fino alla morte in croce (via crucis). Ed è un cammino che prosegue anche dopo la risurrezione: i due discepoli di Emmaus. Non c’è racconto senza cammino.

«Se riceviamo il dono della vita dallo Spirito, camminiamo nello Spirito» (Gal 5,25). Il cammino è la condizione di vita del discepolo. Possiamo sottolineare alcuni segni compiuti da Gesù. Al paralitico: “ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua” (Mc 2,11). Alla figlia di Giairo: «Presa la mano della bambina, le disse: Talità kum, che significa: alzati e cammina!» (Mc 5,41). «I discepoli, vedendolo camminare sul mare, pensarono: E` un fantasma, e cominciarono a gridare, perché tutti lo avevano visto ed erano rimasti turbati. Ma egli subito rivolse loro la parola e disse: Coraggio, sono io, non temete!» (Mc 6,49-50). A questi tre episodi ne potremmo aggiungere un quarto, quello della lavanda dei piedi. L’invito di Gesù ad alzarsi (risorgere!) ed a camminare. L’invito a non aver paura. Infine il gesto di lavare i piedi. Prima di dare qualsiasi significato a questo gesto, dobbiamo mettere in relazione questi piedi con il camminare.

Il cammino è il tema di molti canti liturgici. Basta fare un po’ di attenzione e ci accorgeremo di quanto sia usata questa immagine. “Il tuo popolo in cammino”. “Santa Maria del cammino”. “Esci dalla tua terra e va’”. “Tu sei la mia strada, la mia verità”. “Camminiamo sulla strada”… Abbiamo già accennato ai salmi. In quaresima abbiamo anche un’azione liturgica specificatamente legata al cammino: la via crucis. Tutto ciò esprime la coscienza che siamo pellegrini sulla terra. Che la nostra condizione umana e cristiana è una condizione di viaggio. Che non è la staticità a rappresentare il nostro modo di essere, ma il cammino.

Un modo particolare del camminare è rappresentato dal pellegrinaggio. Vale a dire il recarsi a piedi presso luoghi significativi – non soltanto luoghi santi, poiché possono esserci anche luoghi celebri per motivi “laici”: un ossario, la casa di un uomo celebre, il luogo di un avvenimento storico. Pellegrino è una parola di origine latina e letteralmente significa “straniero”. Il pellegrino è lo straniero che attraversa una terra che non è la sua. È un viandante che ha una metà. Nel medioevo questo termine veniva usato soprattutto per coloro che si recavano presso la tomba di San Giacomo, a Santiago de Compostela. Chi si recava a Roma, presso la tomba di San Pietro, era chiamato romeo. Chi invece si avventurava in Terra Santa, presso la tomba del Cristo, era chiamato palmiere o gerosolimitano. Oltre questi grandi pellegrinaggi, esistevano mete più vicine, rappresentate da santuari, chiese, tombe di altri santi.

Non stiamo qui a vedere come sia sorta questa consuetudine. Il pellegrinaggio è un fenomeno non solamente cristiano, ma è conosciuto anche da molte altre religioni. Soprattutto dall’Islam, che ha fatto del pellegrinaggio alla Mecca (hajj) uno dei capisaldi.

Al pellegrino si contrappone non il sedentario, ma l’errante. Vale a dire, colui che cammina senza avere una meta. Ma appunto perché cammina senza avere una meta è colui che sbaglia. In questo è simile all’errabondo, al vagabondo ed al ramingo – quest’ultimo, infelice nella sua condizione di estraneità.

Ma perché bisogna mettersi in viaggio per vivere la propria esperienza di fede? È proprio necessario? Io credo di sì. Il primo motivo è in relazione a Cristo. Egli stesso ha vissuto camminando lungo le strade della Palestina. Il discepolo è colui che si mette in viaggio con lui e lo segue. Non può essere una sequela soltanto metaforica. Deve essere vissuta anche esistenzialmente. Almeno in alcune occasioni della nostra vita. In secondo luogo il camminare ci pone in relazione alla nostra creaturalità. Secondo la scienza, la conquista della posizione eretta, il camminare sui due piedi, rappresenta una grossa peculiarità dell’uomo rispetto agli animali – una grande conquista. Dal punto di vista religioso il camminare, il sentire la terra sotto i nostri piedi, ci permette di metterci in relazione a Dio a partire dal nostro essere creatura.

Il camminare è anche legato alla memoria. Memoria di alcuni personaggi o avvenimenti. Tra i reperti archeologici sono state scoperte impronte risalenti a quattro milioni di anni fa. Per i nostri antenati usiamo l’espressione “seguire le orme”. Sulle Dolomiti esistono dei sentieri che risalgono alla preistoria. Ci sono delle vie antiche che percorriamo con stupore, con emozione. Il camminare ci mette in relazione con il ricordare. La velocità, troppo centrata sul momento presente, ci rende persone prive di memoria.

Il pellegrinaggio ci fa uscire da noi stessi, dalle nostre case. Ci fa passare attraverso una terra che non è la nostra. Attraverso genti che ci sono diverse. Nel pellegrinaggio ci ricordiamo della nostra condizione esistenziale. Ci misuriamo con una fraternità possibile. Con un avvicinamento che non è soltanto rappresentato dalla santità di un luogo, ma dalla presenza di Dio e dall’incontro con gli uomini.

«Viandante, non esiste il cammino. Il cammino s’apre camminando». È questo il passo di una famosa poesia di Antonio Machado. Egli ha voluto sottolineare la condizione esistenziale della nostra vita esprimendola non attraverso un cammino già tracciato, ma attraverso un cammino che procede verso il futuro.

«Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità». Quando l’astronauta Armstrong per primo posò il piede sulla luna pronunciò questa frase divenuta famosa. Possiamo però pensare che questa frase vale per tutto il nostro camminare. Ogni nostro piccolo passo è un grande passo. Soprattutto se è un progredire su quella strada che è impressa dalle orme del Cristo.

Faustino Ferrari

 

Ultima modifica Lunedì 16 Gennaio 2017 21:46
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito