Giovedì, 18 Luglio 2019
Lunedì 24 Dicembre 2018 11:47

Accogliere il Dio che viene (Faustino Ferrari)

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Perché un presepe di belle statuine sono capaci tutti ad allestirlo, ma accogliere Dio che viene con il volto sconosciuto del prossimo inatteso – questo è solo di chi apre il proprio cuore all’imprevisto.

Siamo portati a ritenere che l’azione dell’ospitalità sia univoca. Che parta da noi – i protagonisti, gli ospitanti – e che si rifletta sui nostri ospitati. In realtà, la dinamica è esattamente opposta. È l’ospitato che mi permette di ospitare. Alle querce di Mamre Abramo diventa ospitante soltanto nel momento in cui i tre misteriosi personaggi accolgono l’invito rivolto loro. Nella dinamica dell’accoglienza è più importante – fondamentale – l’accettazione dell’ospitato a divenire ospite. Questa dimensione di gratuità propria dell’accoglienza passa in secondo ordine o quasi scompare nelle nostre società fondate sul fare e sul protagonismo. Il dato economico ci porta a considerare noi stessi i soli protagonisti dell’ospitalità. E, quindi, che tutto dipenda dalla nostra buona volontà – dal nostro buonismo. Dalla nostra voglia – disponibilità – ad accogliere o meno. Dalla nostra generosità e signorilità. Ma ciò non è ospitalità: è prestazione d’opera – beneficenza, filantropia.

Dal punto di vista biblico e cristiano è Dio che ci concede il dono di essere ospiti/ospitanti. Un cuore chiuso resta un cuore chiuso: incapace ad accogliere. Incapace ad accogliere il Dio che viene poiché incapace ad accogliere l’altro.

Umanamente è l’imprevisto che bussa alla porta – di solito, un fastidio. Spiritualmente, un dono di Dio. Nella tradizione ebraica, è il piatto di Elia, preparato sulla tavola per l’ospite inatteso. Elia è il profeta nascosto che precede l’arrivo del Messia. Mancare l’occasione di ospitarlo nelle vesti dell’ospite sconosciuto, imprevisto, che bussa nella notte, è impedire al Messia di giungere a noi.

Abramo offre ai suoi tre ospiti carne e latte (acido e fresco). Il brano biblico contiene una grave trasgressione alle regole della kasherut. È vero che le regole alimentari si imporranno successivamente, nel corso del tempo. Ed il libro del Levitico è temporalmente molto distante dalla figura mitica di Abramo. Ma è interessante che il brano biblico contenga questa anacronistica trasgressione delle regole alimentari. Abramo offre il meglio di ciò che possiede? Offre sicuramente ciò che sarà in seguito vietato dalle regole alimentari. L’ospitalità va oltre a ciò. È superiore anche alle regole alimentari. Potremmo aggiungere: anche a quelle culturali, religiose... Siamo tentati a trovare un significato simbolico a questi alimenti offerti da Abramo. Dobbiamo invece cogliervi la provocazione letterale.

L’ospite è uno sconosciuto che si svela e diventa volto, nome, storia. L’ospitalità è un racconto di pudore. Noi rischiamo di essere degli impertinenti impudenti poiché vogliamo conoscere. Vogliamo inquadrare nei nostri schemi (categorie, identità) coloro che decidiamo di voler accogliere (privilegiando il reddito e le competenze). L’ospitalità è una prossimità che non invade gli spazi/tempi altrui. Sta sulla soglia. Accoglie quello che l’altro è disposto a svelare.

L’ospitalità deve tenere conto di regole e consuetudini diverse. Il mio modo di ospitare non è né l’unico né il migliore. È il mio modo di ospitare. Ma non può dimenticare che – pur conservando il pudore – esistono consuetudini diverse, diversi modi di intendere l’ospitalità. Meglio lasciarsi fregare da uno che fa il furbo che respingere uno nel bisogno. Perché nel mancato ospite può nascondersi il volto sconosciuto di Elia – il volto stesso di Dio: lo Straniero a questa terra.

Dalla parola di Dio vogliamo soltanto una conferma alle nostre indiscutibili certezze e non siamo più disposti a lasciarci interrogare da questa parola. Giuriamo sui Vangeli, ma evitiamo di aprire il libro e leggere cosa c’è chiesto di fare per diventare persone dal cuore nuovo. Per cui rifiutiamo tutto ciò che non è riconducibile agli schemi delle nostre “verità”. E continuiamo a riempirci la bocca con tutti i bla-bla sulle nostre tradizioni ed i presepi e l’invasione (che non c’è)…

Ciò che dovrebbe essere scontato – Dio si rivela a noi attraverso la categoria dello straniero – oggi invece ci mette in crisi. O in una posizione di netto rifiuto. Perché? Ci eravamo fabbricati un’immagine di Dio identitaria, da usare come arma contro gli altri e ci accorgiamo che non solo non funziona, ma non ha nulla a che vedere con il Dio della Bibbia e di Gesù. Non ha nulla a che vedere con questo bambino che nasce – perché un presepe di belle statuine sono capaci tutti ad allestirlo, ma accogliere Dio che viene con il volto sconosciuto del prossimo inatteso – questo è solo di chi apre il proprio cuore all’imprevisto.

Faustino Ferrari

 

Ultima modifica Lunedì 24 Dicembre 2018 11:54
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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