Domenica, 05 Aprile 2020
Lunedì 23 Marzo 2020 17:02

Morire ai tempi del coronavirus (Faustino Ferrari) In evidenza

Valuta questo articolo
(1 Vota)

Che conseguenze produrrà lo stato d'eccezione generato dall'epidemia del coronavirus? Giungeremo ad adeguarci, ritenendo ormai normale e socialmente accettato questo modo di morire?

La percezione della morte da parte degli esseri umani cambia nel corso della storia e di fronte al succedersi degli avvenimenti. Il nostro sentire la morte oggi è ben diverso rispetto al passato. Non si tratta solamente di questioni religiose (credenza nell'immortalità dell'anima, nella risurezione, ecc.), ma anche di prassi civili e sociali. Lo storico francese Philippe Ariès nel suo L'uomo e la morte dal Medioevo ad oggi, ad esempio, traccia una documentata esposizione sui cambiamenti che si sono succeduti circa la percezione della morte in Occidente durante il secondo millennio.

Se fino ad un recente passato la morte avveniva a casa, spesso nel proprio letto e circondati dai familiari, la progressiva sanitarizzazione della società ha trasferito il compiersi della morte all'interno delle stanze degli ospedali. Solo le morti improvvise e quelle causate da un incidente o da un infortunio, avvengono al di fuori degli ospedali. Questo cambiamento, insieme alla rimozione della morte (1), ha prodotto la solitudine del morente (2).

Scrivevo già tempo fa: «Moriamo in stanze asettiche, circondati da mille macchinari che ci assicurano il proseguire della respirazione, della circolazione sanguigna, del battito cardiaco e di un narcotico obnubilamento. Moriamo nel silenzio, addormentati in una solitudine che ha allontanato da noi tutti quelli che c’erano cari. Moriamo nella disperazione. Senza parole di conforto. Senza una mano amica che ci tenga la mano. Senza accanto qualcuno a cui poter dire: «Dammi un bacio!». Moriamo anche senza le lacrime. Intorno ci danza una tribù di demoni, mascherati ed inguantati, tutti presi col funzionamento dei loro alchimistici artifici. Tengono le temperature, analizzano le urine, contano i battiti, regolano i respiri, introducono sonde, iniettano sostanze, compilano tabelle, confrontano dati…» (3).

Ora, lo stato d'eccezione prodotto dall'epidemia del coronavirus, sta rendendo ancora più evidenti e brutali processi che erano già da tempo in atto nella nostra società. Assieme al quotidiano dispiegarsi dei dati (numero dei contagiati e dei morti) ci viene consegnata l'indifferente anonimità delle somme e dei risultati. L'umanità non è più considerata, ma diventa dato statistico. Elemento decisivo, quest'ultimo, per le quotazioni in borsa e le variazioni dello spread.

Chi si ammala di coronavirus ed entra in ospedale è espropriato di se stesso. Si deve consegnare. È confinato in un carcere sanitario. Le immagini dei camion militari che trasportavano in altro luogo le bare dei morti bergamaschi erano scioccanti ed hanno fatto il giro del mondo. Ma resta tuttora invisibile lo stato di abbandono (4) e di solitudine che un malato grave si trova a vivere sino al compimento della propria morte. Tutto è volto verso la cura di un corpo malato mentre la persona – portatrice di bisogni esistenziali – scompare. Non c'è più spazio per l'assistenza (neppure quella spirituale): per quella vicinanza e prossimità che è vitale per le nostre esistenze (5). Non ci sono fiori da posare sulla bara.

Corpi da curare o da consegnare alla discarica. Un pudore (ipocrita) ci impedisce di usare un tale linguaggio. Ma è ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi e che il coranavirus ci sta svelando. Relazione, contatto fisico, lacrime, lutto, funerali… Tutto viene dissolto, cancellato, occultato. I cadaveri vengono avviati verso lontani crematori, ove si compie, insieme all'incinerazione dei corpi, la dispersione delle memorie. C'è ancora qualcosa che diversifica l'incenerimento dei rifiuti da quello dei corpi? La dispersione delle ceneri diventa un ulteriore tassello nel perseverante occultamento della morte in atto nella nostra società (6).

Eppure l'epidemia del coronavirus, con la grande quantità di morte che sta riversando intorno a noi, ci risbatte in faccia quello che volevamo tenere nascosto: siamo fragili, siamo vulnerabili, siamo mortali. Anche se continuiamo a coltivare l'idea di possedere corpi sani, robusti, prestanti. Anche se ormai riteniamo di poter decidere circa l'ora della nostra morte. Anche se abbiamo consegnato il morire a stanze asettiche, isolate e contigue al crematorio.

Parenti, amici, conoscenti sono espropriati del commiato. L'elaborazione del lutto non trova posto nel tempo del coronavirus. Ultimo frammento nella massiccia rimozione sociale che contraddistingue il morire nell'epoca contemporanea. Si piange, ma sono lacrime di un'assenza. Non è dato di prendere commiato dal genitore, dal nonno, dal coniuge… Non ci sono riti né cerimonie né addii né estreme memorie da conservare. Tutto volge verso le fiamme del dissolvimento.

Ma è sostenibile questa banalità della morte? Non è che essa rappresenta uno squarcio nelle nostre esistenze, rivelando la banalità di questo nostro vivere dominato dall'economia?

Che conseguenze produrrà lo stato d'eccezione generato dall'epidemia del coronavirus? Giungeremo ad adeguarci, ritenendo ormai normale e socialmente accettato questo modo di morire? Oppure tenteremo di ricominciare a fare i conti con il morire – con questo rito di passaggio che da tempo la società industriale aveva rimosso dalle nostre esistenze, cercando di elaborare nuovi riti? Non riuscire ad elaborare il lutto può avere conseguenze estremamente negative nella vita di una persona. Una società che non è più capace di lacrime e di lutto (7), che futuro potrà avere?

Faustino Ferrari

Note

1) «Resta (…) che la morte non si nomina. Si scrive nel discorso della vita, senza che sia possibile assegnarle un luogo particolare». Michel De Certau, L'invenzione del quotidiano, Roma, Ed. Lavoro, 2001, p. 275.

2) Norbert Elias, La solitudine del morente, Bologna, Il Mulino, 2005.

3) Faustino Ferrari, Del morire (e del vivere), Cantalupa (To), Effatà, 2018, p. 9.

4) Si tratta non di un abbandono sanitario, ma relazionale, affettivo, esistenziale. E tuttavia: «Intorno al moribondo, il personale dell'ospedale si ritrae». Micheal De Certau, op. cit., p. 267.

5) «La famiglia non ha più niente da dire. Il malato le viene sottratto dall'istituzione che si prende cura non già dell'individuo, bensì del suo male, oggetto isolato (…)». Micheal De Certau, op. cit., p. 268.

6) «La consapevolezza che il denaro, la chirurgia, la chimica e la buona volontà sono impotenti nella lotta contro la morte viene, nelle nostre società, costantemente repressa». In Ivan Illich, Il genere e il sesso. Per una critica storica dell'uguaglianza, Milano 1984, pp. 45-46.

7) Ormai segnata dalla globalizzazione dell'indifferenza.

 

Ultima modifica Lunedì 23 Marzo 2020 21:58
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito

news

per contattarci: 

info@dimensionesperanza.it