Lunedì, 10 Agosto 2020
Giovedì 02 Aprile 2020 16:16

Solitudini (Faustino Ferrari) In evidenza

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La solitudine è un'esperienza soggettiva un po' strana. Non si ha bisogno soltanto di luoghi solitari o di deserti per sperimentarla. Si vive anche nel mezzo di una folla, abitando in una popolosa metropoli...

La solitudine non è un'esperienza univoca. Accompagna tanti momenti dell'esistenza umana, ma essa viene vissuta in modi molto diversi, a seconda dello stato d'animo, della situazione che si sta vivendo, dei contesti in cui ci si ritrova, delle persone che ci circondano, ecc. Ognuno di noi sa fin troppo bene, infatti, che esiste una solitudine che c'è amica, ma che ci tocca anche a volte subire una solitudine che si rivela nemica.

La solitudine è un'esperienza soggettiva un po' strana. Non si ha bisogno soltanto di luoghi solitari o di deserti per sperimentarla. Si vive anche nel mezzo di una folla, abitando in una popolosa metropoli. La si può vivere pure quando si è in casa propria, avendo accanto i familiari. Mentre un eremita, al contrario, può vivere la propria esistenza solitaria senza avvertire il gravame del restare sempre da solo.

La solitudine amica è quella che sperimentiamo quando stiamo bene con noi stessi. Amata e a volte ricercata. Accompagna l'artista ed il poeta nella composizione delle loro opere. Aiuta il musicista ad intessere nuove melodie. Ci permette di leggere un buon libro o di fare una passeggiata sul sentiero del bosco. O, semplicemente, di starcene seduti, nel silenzio della notte, a rimirar le stelle. Ci permette di sostare accanto agli altri, quietamente, immersi nei nostri pensieri, nel nostro mondo spirituale.

Ben diversa, invece, è l'esperienza della solitudine nemica. Ospite indesiderata, non voluta, ma che ci coglie anche quando non ce lo aspettiamo. Con il suo peso e le sue fatiche. Una solitudine che nasce dal nostro sentirci soli, abbandonati. Anche quando ci capita di essere circondati da tante persone. Anche quando abbiamo a disposizione molteplici strumenti per comunicare – ma che non ci sono d'alcun aiuto per i momenti che stiamo vivendo.

I giorni del forzato ricovero casalingo imposto dall'epidemia del coronavirus ci fa scontrare con diverse forme di solitudine. La regione Lombardia, la più colpita dall'epidemia, su una popolazione di circa 10 milioni d'abitanti, ha il 30% dei residenti costituito da persone sole (1). Si tratta spesso d'anziani. Una solitudine che in questi giorni difficili si fa più pesante. Le limitazioni si traducono, più di quanto si possa pensare, nel restare abbandonati a se stessi.

A livello italiano la media delle persone che formano un nucleo familiare è di 2,3 componenti. Vale a dire: i coniugi (conviventi) e, quando c'è, un figlio. Essere chiusi nelle proprie case significa, per quasi tutti, mantenere un'interazione relazionale con pochissimi soggetti, in parte compensata, per fortuna, dai vari strumenti tecnologici di comunicazione che si dispone. In parte – poiché nessuno di questi ritrovati ci restituisce la prossimità.

Insieme all'abbondanza di morti che il coronavirus ci consegna quotidianamente c'è anche il fatto che ci riduce a morire da soli, nella solitudine. Senza alcun conforto. Soli, in un letto d'ospedale, in un luogo estraneo, con attorno soltanto sconosciuti occupatissimi nel seguire il decorso dei tanti infetti. Alla somma solitudine del morente s'accompagna la solitudine dei parenti e degli amici, cui è negata la possibilità di portare parole di conforto, di porgere l'estremo saluto, di prendere commiato. Una solitudine che quasi urla attraverso le immagini delle tante stanze ove restano ammassate le bare dei morti, nell'attesa di essere smaltite.

L'esperienza dell'epidemia vissuta tra le pareti domestiche – attraverso l'abbondanza di tempo che disponiamo e liberati dal lavoro e da tante altre incombenze – ci obbliga a sostare molto più con noi stessi. Un'esperienza cui c'eravamo progressivamente disabituati, presi com'eravamo dalle mille cose da fare. E siamo in crisi. Pensiamo che ciò dipenda tutto dal fatto di dover restare confinati in casa. In realtà, è per non dirci che abbiamo difficoltà a restare con noi stessi. Poiché avvertiamo lo stare da soli come un pesante fardello, come un nemico da combattere – e non come una nuova opportunità che c'è offerta, una risorsa da poter usare al meglio.

K. mi dice che è stanco di guardare serial tv, di giocare sul cellulare, di ascoltare musica… Al pari di lui, quanti si stanno rendendo conto che questo tempo libero – che stiamo sperimentando in maniera così insolita ed inaspettata – non può essere vissuto soltanto con dei riempitivi? Che dobbiamo (re)imparare a star bene con noi stessi… Che possiamo anche sperimentare il volto di una solitudine che ci può essere amica

Questi giorni d'epidemia ci consegnano anche un'immagine forte, altamente simbolica. Un uomo vestito di bianco che avanza sotto la pioggia, lentamente, zoppicando, nel mezzo di una grande piazza deserta, sul far della sera, mentre scendono le ombre. È solo. Per un surreale effetto l'intera piazza riflette un'estesa luminosità azzurra. Papa Francesco ha voluto celebrare un momento di preghiera e di benedizione nel vuoto e nella solitudine di piazza S. Pietro. Con una cerimonia che ha lasciato grande spazio al silenzio e alla preghiera interiore.

Silenzio, vuoto e solitudine sono elementi poco frequentati dall'attuale cultura occidentale. C'è un rumore di fondo che ormai accompagna l'intera nostra esistenza. Abbiamo inventato le camere anecoiche (2), ma abbiamo eliminato i momenti quotidiani per sperimentare il silenzio. La solitudine – questa capacità di star bene con se stessi – c'è diventata sempre più nemica. Nelle nostre mani abbiamo un potente giocattolo – lo smartphone – che non ci rende più intelligenti, ma rischia di consegnarci ad una pesante esperienza solitaria. Un riempitivo che, troppo spesso, ci distoglie dallo stare con noi stessi.

L'Occidente non ama il vuoto, non ama l'assenza. Compresa l'estrema esperienza della morte. Abbiamo bisogno di continui riempitivi. Di dispositivi che ci aiutino a dimenticare o a tener lontano ogni esperienza di vuoto. Viviamo all'interno di una cultura che non conosce pause. Siamo una società ricolma di consumi e di scarti. Anche da un punto di vista religioso, ci si misura con la quantità di preghiere e non si coltiva a sufficienza il silenzio interiore e lo sostare quieti davanti a Dio.

Lo storico Tacito ricorda lo stupore di Pompeo che, una volta conquistata Gerusalemme nel 63 a.c., entrando nel tempio lo trovò assolutamente vuoto, privo di qualsiasi immagine di divinità. Una cosa per lui incomprensibile, che esulava totalmente dalla sua esperienza. L'apostolo Paolo, invece, invitava i cristiani di Filippi a far propri i sentimenti di Cristo Gesù, che svuotò (kenosi) se stesso (3).

Il cristiano si misura con l'assenza ed il silenzio, con il vuoto e la solitudine. Da un punto di vista spirituale è soltanto attraverso una vera esperienza dell'assenza che può sperimentare nella propria vita il Dio che viene. Anche le solitudini vissute al tempo del coronavirus possono rivelarsi feconde…

Faustino Ferrari

Note

1) Da una ricerca Eupolis del 2017.

2) Strutture speciali ove la rumorosità di fondo viene ridotta fino a -9,4 decibel. Luoghi in cui regna un silenzio assoluto.

3) Fil 2, 5-11.

 

Ultima modifica Giovedì 02 Aprile 2020 16:48
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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