Venerdì, 27 Novembre 2020
Lunedì 06 Aprile 2020 16:33

L'inutilità della preghiera (Faustino Ferrari) In evidenza

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Nel sentire comune è difficile pensare che la preghiera possa essere altro dal domandare. Abbiamo un lungo vissuto culturale e religioso che rinsalda in modo quasi indissolubile questo asse.

Per il non credente, naturalmente, il pregare è un esercizio del tutto inutile e, per certi versi, incomprensibile. Ma anche a tanti credenti capita spesso di chiedersi a che cosa serva la preghiera, domanda formulata in diverse declinazioni:

- se Dio conosce ogni desiderio umano, che bisogno c'è ricordarglielo?
- Dio ha forse bisogno delle nostre preghiere?
- Non si rischia di annoiare Dio con le nostre chiacchiere? Gesù, infatti, nel vangelo afferma che non bisogna sprecare le parole quando si prega (1).
- Il credente che prega riceve lo stesso trattamento del non credente che non prega.
- Nonostante il pregare, non si riceve da Dio ciò che si domanda (salute, esiti positivi, salvezza, ecc.). Perché allora domandarglielo?
- Il pregare non è un atteggiamento infantile? La persona adulta non domanda…

In questi giorni d'epidemia da coronavirus ci sono persone che hanno ricominciato a pregare – magari, dopo tantissimo tempo – ed altre che hanno smesso. Uno stato d'eccezione porta a modificare i nostri comportamenti – compresi quelli religiosi. E di fronte alla situazione di precarietà e di vulnerabilità, causata anche dalle manifeste incapacità dell'apparato sanitario, si avverte il bisogno di ricorrere a qualche altra àncora di salvezza: un trascendente che colmi il nostro bisogno di sicurezza.

Risultano inedite le immagini che ci mostrano i tradizionali luoghi di preghiera deserti. Soprattutto i luoghi simbolici: Piazza S. Pietro a Roma, la Kaaba al centro della Mecca, il Muro del Pianto a Gerusalemme, il Tempio d'Oro di Amritsar… Chiese vuote. Moschee vuote. Sinagoghe vuote… L'epidemia colpisce in pari modo i credenti ed i non credenti. Anche i fondamentalisti delle varie religioni, in genere, tacciono: non possono ascrivere ciò che sta accadendo ad una punizione divina per infedeli, apostati e non credenti. Non possono affermare che chi prega non viene attaccato dal virus. L'epidemia non tiene conto non solo delle frontiere politiche, ma anche delle fedi e delle appartenenze.

Il pregare è generalmente pensato come un domandare. Domandare a Dio. È questo il sentire comune. La domanda è per il miracolo. Per un intervento prodigioso che realizzi ciò che viene richiesto. C'è quasi l'idea di un rapporto diretto, una correlazione tra il chiedere e l'ottenere. Un dare per ricevere. In fondo, l'utilitarismo (2) accompagna gran parte della nostra religiosità, a partire in particolare dalla concezione che considera la preghiera il dispositivo privilegiato per ottenere qualcosa da Dio.

Nel sentire comune è difficile pensare che la preghiera possa essere altro dal domandare. Abbiamo un lungo vissuto culturale e religioso che rinsalda in modo quasi indissolubile questo asse. In ogni stato di necessità, in particolare in quelli più gravi e pericolosi, il fedele si aspetta che al suo domandare ci sia la risposta presta e favorevole da parte di Dio.

Ma se questo non si manifesta? Se Dio sembra non rispondere? Dov'è il vantaggio – l'utilità – per il credente? Ha ancora senso domandare a Dio? Si può continuare a pregare (domandare) in questa (apparente?) assenza di risposte? È soltanto una mancanza di fede, un'insufficienza d'insistenza?

La tradizione ebraica risponde alla domanda con altre domande. Non perché la domanda non abbia risposta o non abbia senso, ma perché essa è la chiave che apre ad orizzonti inaspettati ed inesauribili. Domandare a Dio vuol dire, allora, lasciarsi interpellare dalle domande di Dio. Pregare, in questo senso, vuol dire essere disposti ad accogliere le domande di Dio nella nostra vita. Ciò è umanamente disorientante. Cambia totalmente la prospettiva che muove i nostri iniziali approcci religiosi. Il nostro è un domandare che vuole (pretende?) risposte. La mancanza di risposta rivela, per il nostro sentire, l'inutilità della domanda. Quando, invece, pregare domandando a Dio ci vuole disposti ad accogliere le domande di Dio in noi.

Il Salmo 19 presenta l'universo come il soggetto di un'immensa liturgia cosmica di cui «non si ode il suono» (3). La creatura umana ne prende parte a suo modo e vi partecipa attraverso il retto agire e le sue azioni religiose. La preghiera non è soltanto domanda. Prima che domanda è rendimento di grazie. È lode della creatura al suo Creatore. È santificare ed esprimere abbandono. È chiedere perdono. È invocare aiuto. È anche protesta di fronte a ciò che non comprende, al dolore, al male e alla morte…

La preghiera è una sorta di sentiero che ci conduce nei pressi di Dio. Per chi ama andare per i boschi e/o per le montagne sa bene che i sentieri non sono tutti uguali. E se nel passato erano di solito tracciati dalla necessità (4) ora sono percorsi per diletto dagli escursionisti, dagli sportivi o dai camminatori.

Ci sono sentieri che s'interrompono all'improvviso, magari in una radura del fitto bosco, lasciando scorgere tra i rami un pezzo di cielo. Altri sono tortuosi, sembrano non finire mai, che impegnano in lunghi percorsi per coprire brevi distanze. Alcuni hanno tratti dolci, piacevoli da percorrere, alternati a tratti duri e faticosi. Ci sono quelli che presentano passaggi estremamente pericolosi e quelli che si perdono nel nulla, senza portare da alcuna parte...

Giungere nel fitto del bosco o sulla cima della montagna non ha alcuna utilità pratica. Ma ciò che si prova sulla cima di una montagna o tra le ombre di una sperduta radura non ha eguali. Là ove, colti dallo stupore e dalla meraviglia ci si lascia sommergere dal silenzio.

Giungere nei pressi di Dio non riveste alcuna utilità pratica. Ma per quanti s'avventurano per questi imprevedibili sentieri è possibile percepire la sottile voce di un silenzio (5) che colma anche le nostre domande.

Faustino Ferrari

Note

1) Mt 6,7: «Pregando, non sprecare le parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole».

2) Concezione filosofica che pone la ricerca dell'utile sociale o individuale quale elemento fondamentale dell'agire umano.

3) Secondo il testo ebraico. Molte traduzioni tradiscono il testo originario, riportando proprio il senso contrario.

4) Ad esempio, da boscaioli, carbonari, minatori, pastori, viandanti, ecc.

5) Cfr 1Re 19,12.

 

Ultima modifica Lunedì 06 Aprile 2020 19:46
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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