Venerdì, 29 Maggio 2020
Mercoledì 08 Aprile 2020 12:40

Consegnati ad un perenne stato di paura? (Faustino Ferrari) In evidenza

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La paura dell'epidemia, in realtà, non era assente dalla nostra vita quotidiana. Faceva parte di un vasto bagaglio di paure che continuiamo a considerare incerte e che incombono su di noi, ma che per la loro indefinitività tendiamo a confinarle nel sottofondo.

Senza il provare paura la nostra esistenza sarebbe più difficile e compromessa. La paura, infatti, sia per gli esseri umani sia per gli animali, è un'emozione primaria di difesa. Permette di percepire una situazione di pericolo, reale o prevista. E, solitamente, predispone una reazione organica, tale da mettere in atto strategie di lotta o di fuga.

La paura, dunque, non è un aspetto da demonizzare. È un dispositivo che si ha per cogliere le minacce per la nostra esistenza o per la nostra integrità fisica. La paura è un'emozione che non riguarda soltanto noi stessi, ma che viviamo anche per ciò che possa accadere agli altri, in particolare, a quanti ci sono più vicini affettivamente.

Quando è in gioco la nostra sopravvivenza, la paura permette di cogliere le situazioni di pericolo. E poiché le paure possono essere sia individuali sia collettive, le strategie per evitare i pericoli variano a secondo dei contesti.

Una buona parte dell'esperienza religiosa si muove intorno al sentimento della paura. Le immagini divine sono quasi sempre legate al mysterium tremendum et fascinans (1) (mistero tremendo e affascinante). La dimensione del timore e tremore non si manifesta soltanto nei confronti della divinità, ma prende forma e si sviluppa anche in molte narrazioni del mondo religioso. Basti pensare a tutto ciò che si collega al concetto di punizione divina: inferno, pene, tribolazioni, giudizio finale, dannazione, ecc.

Nondimeno il potere politico si fonda (e gioca) sulle paure umane. Innanzi tutto nel suo rendersi garante di sicurezza nei confronti dei pericoli che possono incombere su di una comunità. Una cultura priva di paure collettive avrebbe difficoltà a misurarsi con la necessità di un potere politico. Diventa evidente che la conquista di un potere politico passa spesso attraverso la gestione e l'orchestrazione di paure collettive. Chi è capace di coltivare paure collettive – se è anche in grado di rappresentare immagini soddisfacenti di sicurezza e di difesa –, ha in mano le leve del potere.

È indubbio che l'esperienza dell'attuale epidemia smuove in noi sentimenti di paura, sia a livello individuale, sia collettivamente. Il numero quotidiano di morti – e, ancor di più, a livello simbolico, le immagini delle tante bare – ci mette in allarme. Con l'epidemia incombe un reale pericolo, molto prossimo per noi e per i nostri cari. È in gioco la nostra stessa sopravvivenza. Come non averne paura?

La paura dell'epidemia, in realtà, non era assente dalla nostra vita quotidiana. Faceva parte di un vasto bagaglio di paure che continuiamo a considerare incerte e che incombono su di noi, ma che per la loro indefinitività tendiamo a confinarle nel sottofondo. Consideriamo, ad esempio, la minaccia nucleare o le catastrofi ambientali, il riscaldamento atmosferico o l'incombere devastante di un meteorite, la crescita demografica e l'esaurirsi delle riserve d'acqua potabile…

Ma nonostante fosse prevedibile il compiersi di un'epidemia a livello planetario, al verificarsi del contagio ci si è trovati impreparati. In un certo senso, non si è avvertito a sufficienza il pericolo che incombeva. La nostra attenzione era distratta – forse verso altri, falsi pericoli. E, in un certo senso, eravamo più vulnerabili. In questi decenni abbiamo finito con il riporre sempre maggiore fiducia nel sistema sanitario e alla sua capacità nel garantire la nostra sopravvivenza. Stiamo anche coltivando l'idea che il compiersi della nostra vita possa dipendere ormai da una nostra scelta volontaria.

L'epidemia del coronavirus ha mandato in frantumi tutto ciò. Siamo costretti a fare i conti con un sistema sanitario che mostra evidenti limiti sia per quanto riguarda il prendersi cura della collettività sia per la soluzione di patologie individuali. Non ci sono al momento cure certe per il coronavirus. Se da una parte ritorna manifesta la necessità di vere competenze, dall'altra parte i medici si rivelano degli stregoni alquanto impotenti. Avevamo riposto in loro molta fiducia e la loro cura ci forniva sicurezza all'incertezza del nostro vivere. Ma nell'attuale stato di crisi, al momento, non si conoscono cure certe né i tempi necessari per giungervi. Restiamo consegnati nell'incertezza, in un procedere, sanitario e politico, per tentativi.

Umanamente non è possibile vivere in uno stato permanente di paura. Ciò porterebbe ad esiti catastrofici. Abbiamo bisogno di riconquistare un sufficiente senso di sicurezza – nella nostra vita quotidiana e nelle nostre relazioni. Ciò non ci può essere garantito da quanti continuano a coltivare paure, con l'obiettivo più o meno manifesto di conquistare il potere. Né da quanti ritengono che le questioni macroeconomiche siano le uniche da essere considerate. Né da quanti, invischiati nei propri patologici problemi personali, ritengono che tutto il mondo debba essere l'apocalittico campo di battaglia delle loro paure.

E non è sufficiente neppure un rapido, sollecito ritorno al sacro. Non si può ridurre Dio ad un contenitore di paure umane. Anche perché la storia delle religioni insegna che in questi casi si è molto prossimi alla violenza (2). E, oggi più che mai, nell'esperienza religiosa emerge la necessità di misurarsi non tanto con la dimensione tremenda del mistero divino, ma con quella affascinante.

L'esperienza cristiana ricorda che si possa mettere in gioco anche un altro sentimento umano: l'amore. L'amore può essere lo strumento valido per contenere le nostre paure. Non si tratta di una faccenda da buonisti – come troppo spesso in questi ultimi anni si tende a ripetere. È la vicenda centrale, fondamentale. Poiché che cosa si celebra – in particolare, in questi giorni prima di Pasqua – se non l'amore di Colui che ha saputo donare la propria vita, vincendo l'umana paura della morte?

Faustino Ferrari

Note

1) Cfr Rudolf Otto, Il sacro, Milano 2009.

2) Cfr gli scritti di René Girard sul sacro e la violenza.

 

Ultima modifica Mercoledì 08 Aprile 2020 13:14
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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