Lunedì, 11 Dicembre 2017
Domenica 14 Novembre 2004 11:27

L'indigeno, lo straniero e l'extracomunitario (Faustino Ferrari)

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Ciascuno di noi è al tempo stesso indigeno e straniero. Forse tra i problemi più grossi che oggi ci troviamo ad affrontare in occidente c'è proprio questo, il fatto che non riusciamo più a sentirci né indigeni né stranieri.

 È possibile che due paesi diversi siano talmente vicini
Che da ciascuno si possano sentire i gridi dei galli e dei cani dell'altro.
Eppure la gente può anche morire in età avanzatissima,
Senza avere per questo attraversato il confine tra i due paesi

Lao Tse

Se si pone la domanda: chi sono gli indigeni? la risposta più consueta che si riceve - che si tratti di alunni della scuola elementare o di studenti delle superiori, o anche di adulti - varia a seconda delle diverse sfumature che descrivono i selvaggi: le persone che vivono in paesi lontani, ornati di piume e altri oggetti strani, gli abitanti delle foreste o in luoghi difficilmente raggiungibili, i cannibali, le genti ancora da civilizzare (sic!). Insomma, persone barbare, incolte, rozze, zotiche, incivili, violente. L'immaginario a riguardo sconfina nelle fantasie più variegate ed incredibili, facenti parte, sicuramente, più a certi stereotipi che alla realtà - tenuto anche conto che l'odierna globalizzazione ci sta rendendo abitanti di un medesimo cortile.

Nel caso si faccia notare che una tale risposta risulta a dir poco imprecisa, se non del tutto sbagliata, subentra lo sconcerto e si rischia di essere tacciati per degli ignoranti, nel più benevolo dei casi, se non dei deficienti.

Eppure, con il vocabolario in mano, si può dimostrare che il significato originario della parola indigeno è molto lontano da ciò che di solito, nel nostro linguaggio e nel nostro modo di comprendere, assegniamo a questo termine.

Indigeno. Etimologia: dal latino indigenum, (più arcaico indigenam), dalla radice gen- da cui gignere (generare), genus (genere), gens (gente, stirpe, famiglia) ecc.

Definizione: nativo, originario del luogo in cui abita, non importato, caratteristico del posto.

Dunque, anche molti di noi - i più - sono indigeni. A meno che si stia vivendo una esperienza di emigrazione. Tuttavia, che sconcerto affermare che ciascuno di noi è indigeno! Perché questa reazione? Perché abbiamo perso il significato fondamentale del termine, per assumerne uno che finisce con l'indicare l'esatto opposto?

Con l'avvio delle conquiste coloniali da parte dei paesi europei nel corso del XIX secolo il termine è stato usato per indicare gli abitanti dei luoghi ridotti in stato di colonia. E le truppe indigene erano formate da soldati reclutati a forza tra gli abitanti delle colonie. Questa variazione semantica ha comportato l'assunzione di valenze esotiche e al tempo stesso dispregiative. In fondo rispondeva all'esigenza ideologica dei colonizzatori di giustificare sia le proprie conquiste, sia l'atteggiamento di superiorità nei confronti delle popolazioni locali - prive di civiltà! Per cui indiani e cinesi, egiziani e mediorientali, soltanto per fare alcuni esempi, portatori o eredi di civiltà millenarie, venivano degradati sistematicamente allo stato di barbarie e di inciviltà.

Ma come abbiamo visto, etimologicamente, con questo termine si vuole indicare il rapporto dell'uomo con il suo territorio, con il suo spazio. All'indigeno si contrappone l'immigrato, lo straniero, che ha caratteristiche diverse di quelle degli abitanti del luogo.

Il termine straniero deriva dal latino extraneum (esterno, estraneo) attraverso il francese antico estrangier (estraneo). Il significato semantico di questo termine è vario. Può infatti indicare:

1. persona di un'altra nazione, di un altro paese. Ma anche come aggettivo: territorio straniero; cittadino, turista straniero; una lingua straniera.

2. estraneo, alieno. Anche col significato di nemico.

3. strano, insolito, sconosciuto.

All'interno di questa società globale, contraddistinta da molteplici flussi di migrazione, ma soprattutto da una costante mobilità, la nostra condizione umana è continuamente in cambiamento. Il nostro essere indigeni o stranieri è una incessante variazione rispetto al territorio a cui ci sentiamo (affettivamente ed esperienzialmente) legati.

Edmond Jabès, costretto ad emigrare quando già adulto, si è spesso cimentato nei suoi libri a parlare della condizione di straniero. Per lui, ebreo egiziano espulso da un paese che sentiva profondamente suo, l'abitare in Francia ha voluto dire esprimersi in un'altra lingua e vivere in una cultura diversa, ma soprattutto avere l'occasione per riflettere sulla sua nuova condizione umana.

"Lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero".

"Tu sei lo straniero. Ed io?
Io sono, per te, lo straniero. E tu?
La stella, sempre sarà separata dalla stella; questo solo le avvicina: la volontà di brillare insieme
".

"Avvicinati, dice lo straniero. A due passi da me sei ancora troppo lontano. Mi vedi per quello che tu sei e non per quello che io sono".

La lezione di Jabès è che lo straniero siamo, in fondo, noi stessi. Ed inoltre, lo straniero non è qualcuno lontano, fuori, esterno a noi, ma esso ci abita.

Secondo una tale prospettiva, ciascuno di noi è al tempo stesso indigeno e straniero. Forse tra i problemi più grossi che oggi ci troviamo ad affrontare in occidente c'è proprio questo, il fatto che non riusciamo più a sentirci né indigeni né stranieri. Anzi, rigettiamo queste fondamentali dimensioni dell'esperienza umana. Riteniamo che non possano più essere da noi utilizzate. Tendiamo invece a gettarle addosso a quanti, vivendo una condizione di emigrazione, si vorrebbe veder lontani dalla propria sfera quotidiana.

Viene da ricordare un antico testo delle prime comunità cristiane - la lettera a Diogneto - nella sua descrizione dei primi credenti. "I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. (…) Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. (…) Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo" (cap. 5).

Un termine coniato nei questi ultimi anni è extracomunitario. Il dizionario recita:

  • Composto di extra e un derivato di Comunità (Economica Europea), organizzazione internazionale trasformatasi in Unione Europea.
  • Definizione: (aggettivo e sostantivo maschile) si dice di cittadino di un paese non appartenente all'Unione Europea; nell'uso corrente, di cittadino proveniente da un paese del terzo o quarto mondo.

È un termine che ritengo molto infelice e che cerco di non usare mai.

È un termine con il quale affermiamo che ci sono delle persone che non fanno parte di una comunità. Di quale comunità si tratta? Tutti lo sanno: la Comunità Europea. Se originariamente questo termine voleva puntare sull'unità economica di alcuni Stati europei, cercare di creare tra loro una certa identità, di fatto si è coniato per i cittadini che non facevano parte dei Paesi aderenti alla Comunità Economica Europea un termine che ne sottolineava la loro esclusione.

Una riflessione attenta sul linguaggio ci rivela così che, anche negli Stati che si considerano fortemente democratici e civilizzati (e non stiamo parlando di quelle nefaste fazioni politiche che al loro interno usano linguaggi xenofobi, aggressivi e razzisti, ma di istituzioni nazionali e sovranazionali) esiste di fatto una ideologia che subdolamente si veicola attraverso un linguaggio di tipo esclusivo.

Oggi non si parla più di Comunità Europea, ma di Unione Europea. Nel linguaggio quotidiano, tuttavia, è rimasto l'uso di questo insano e deleterio termine. Usato, poi, in un modo assolutamente impreciso e selettivo. Nessuno, infatti, si sognerebbe di definire extracomunitario uno statunitense, un australiano o un giapponese. Eppure anch'essi sono cittadini che non fanno parte dell'Unione Europea.

L'unica comunità nella quale mi riconosco è la comunità degli uomini. Per cui ritengo che se usassi il termine extracomunitario finirei coll'affermare che ci sono delle persone (la maggioranza dell'umanità) che non fanno parte della comunità degli uomini!

Non esistono extracomunitari. Non esistono persone che non possono appartenere alla comunità degli uomini: l'unica realtà che ci accomuna. Siamo tutti un po' indigeni e stranieri. Nella misura in cui sappiamo riconoscere in noi stessi il nostro vero e più profondo essere.

Faustino Ferrari


Ultima modifica Domenica 15 Gennaio 2017 21:11
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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