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Domenica 05 Febbraio 2006 17:27

Diagnosi del peccato (Vincenzo Scippa)

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Diagnosi del peccato

di Vincenzo Scippa





1. AMOS: PECCATO E CASTIGO

Amos, il primo profeta scrittore dell'VIII secolo, di Tekòa, villaggio non molto distante da Gerusalemme, possidente agricolo ed allevatore di bestiame nonché incisore di sicomori (1,1; 7, 14) fu mandato da Dio a predicare nel regno del Nord (7, 15) al tempo del re di Giuda Ozia e del re d'Israele Geroboamo II. Franco ed essenziale, in conformità al suo stile di vita, Amos va direttamente al nocciolo dei problemi, stigmatizzando il male del suo tempo nei suoi molteplici aspetti. Esso derivava, come ovvia e naturale conseguenza, dal periodo di particolare benessere del regno di Geroboamo II, dovuto alle sue conquiste e diplomazia, e dal momentaneo ecclissarsi sulla scena mondiale delle superpotenze del tempo: Assiria ed Egitto.

Forte della chiamata di Dio (7,14-15) e psicologicamente condizionato da Lui come dal ruggito del leone (3,8), Amos denuncia la situazione generale di grande ingiustizia e di grande ipocrisia venutasi a creare, nonché il conseguente castigo divino. E così il libro quasi per intero (ad eccezione di 9,11-15, di mano posteriore) è pervaso dal tema del peccato e del conseguente castigo divino. Per quanto riguarda il peccato sono accusati sia gli Israeliti, sia le nazioni.

Il peccato degli Israeliti

A parte l' accusa generale contro tutta la stirpe che Dio ha fatto uscire dall'Egitto (cf 3,1-2), Amos scaglia le frecce più pungenti in particolar modo contro i notabili del popolo, chiamati «spensierati di Sion» (6,1), contro i commercianti (8,4-8), contro le donne ricche di Samaria, chiamate in senso dispregiativo «vacche di Basan» (4,1) e contro altri, di cui si denuncia il peccato anche senza individuarli secondo la loro categoria (3, 10.12; 5,7.10-11.18; 8,13-14).

Scendendo più nel concreto possiamo riassumere la situazione di ingiustizia denunciata da Amos sotto due aspetti: contro il prossimo e contro Dio.

Ingiustizia contro il prossimo

Si denuncia, da una parte, l'oppressione e l'esosità dei ricchi nei riguardi dei più poveri e più deboli e, dall'altra, la ricchezza illecita ingiustamente acquisita da un 'avidità che non si fa scrupoli di calpestare gli altri (3,9-10; 5,11; 8,5-6) e che sfocia nel lusso sfrenato, portando all'indifferenza per il destino del popolo (6,1-2.6.13) e alla licenziosità dei costumi (3,12-15; 4,1; 5,11; 6,4-6). Si parla di disordini, violenze e rapine (3,9-10). Le donne di Samaria sono accusate di opprimere i poveri; sulla loro pelle, esse prendono l'iniziativa, rivolgendosi ai loro mariti o amanti, di incominciare la gozzoviglia che sfocia poi nella lussuria (4,1).

Amos denuncia i ricchi di schiacciare l'indigente estorcendogli ingiustamente una parte di grano, con il cui disonesto profitto vengono costruite case lussuose con pietre squadrate e vigneti deliziosi (5, 11 ); rimprovera i commercianti di calpestare gli umili del paese, esercitando un'attività truffaldina e fraudolenta diminuendo le misure (di capacità), aumentando il siclo (misura di peso) e usando bilance false (8,4-8); comprando inoltre per denaro gli indigenti ed il povero per un paio di sandali, bisognosi cui si riesce a vendere anche lo scarto del grano (cf 2,6-8).

Questo stato di cose è sfacciatamente messo in mostra dal possesso di beni che non sono alla portata di tutti, e dalla vita lussuosa che i ricchi conducono. Amos denuncia infatti il possesso di divani e coperte preziose, della doppia casa: quella d'inverno e quella d'estate, delle case d'avorio, dei grandi palazzi (3,12.15), delle case fatte con pietre squadrate, delle vigne deliziose (5, 11), dei letti d'avorio (6,4), tutte cose che i poveri non si potevano permettere. La mollezza e la sfrenatezza della vita è mostrata ancora dalle gozzoviglie (4,1; 5,11) al suono dell'arpa e degli strumenti musicali, dell'uso di unguenti raffinati (4,4-6), dall'immoralità e dalla prostituzione (2,7-8).

Ingiustizia contro Dio

L 'ingiustizia contro il prossimo non è che una delle facce della medaglia. L 'ingiustizia contro Dio consiste nel tentativo di camuffare la grave ingiustizia sociale con il culto esteriore formalistico, che si macchia anche di impurità, per che sincretistico e idolatrico. Infatti le stesse visite-pellegrinaggi ai santuari (Betel, Galgala. ..) sono inquinate. Esse servono a far peccare ancora di più (4,4-5) e provocano l'ira di Dio che infierisce contro gli altari di Betel «i cui corni saranno spezzati e cadranno a terra» (3,14). Il Signore non vuole tale culto falso ed ipocrita. È impressionante, per la forte presa di posizione contro le feste e contro il culto formalistico in genere, la seguente profezia:

« lo detesto, respingo le vostre feste
e non gradisco le vostre riunioni,
anche se voi mi offrite olocausti
io non gradisco i vostri doni
e le vittime grasse come pacificazione io non le guardo.
Lontano da me il frastuono dei tuoi canti:
il suono delle tue arpe non posso sentirlo!
Piuttosto scorra come acqua il diritto (mishpat)
e la giustizia (sedaqah) come un torrente perenne.
Mi avete forse offerto vittime e oblazioni nel deserto
per quarant'anni, o Israeliti?
Voi avete innalzato Siccùt vostro re
e Chiiòn vostro idolo,
la stella dei vostri dèi che vi siete fatti.
Ora, io vi manderò in esilio al di là di Damasco,
dice il Signore, il cui nome è Dio degli eserciti»
(5,21-27).

Con una sequenza di espressioni molto forti il Signore afferma decisamente che «odia» (sāne’tî) e «rigetta» (mā’astî) offerte ed olocausti e cerimonie liturgiche, ma che vuole giustizia e che si cerchi sinceramente lui (5,4.6). Il culto genuino è perciò subordinato a questo, altrimenti è solo segno di ipocrisia e di vanità.

A causa di questi peccati, sia di Israele, sia di Giuda (2,4-5), che sono numerosi ed enormi, il Signore deve necessariamente comminare il castigo. Tali peccati infatti comportano anche l’incapacità di emendarsi, data l'assuefazione ad essi, per cui non si ascolta più «chi ammonisce alla porta» e «chi parla secondo verità» (5, 10), si resta incalliti nel male e insensibili a tanti avvertimenti (4,6-12). Il castigo ha, sì, il carattere di punizione (cf 3,11; 4,2-3; 6,7), ma è principalmente un estremo tentativo per indurre i peccatori a penitenza. È interessante a proposito la profezia di 4,6-12 ove il profeta, sulla falsariga delle dieci piaghe dell'Esodo (Es 7,8-12,34), ricorda la mancanza di pane, il rifiuto della pioggia, l'invio della ruggine e del carbonchio e delle cavallette che hanno mangiato il raccolto, della peste e la conseguente moria degli animali, e l'uccisione di spada dei giovani. E dopo queste reminiscenze, come un intercalare si ripete ben cinque volte, a mo' di ritornello, l'amara seguente constatazione: «e non siete ritornati a me (we lo'-shavtem 'aday), dice il Signore ».

Il castigo è caratterizzato sia da affermazioni generali (2,13; 5,17) sia da punizioni più circostanziate quali: invasione nemica (3,11; 6,14), rovina e devastazione (5,9; 6,11), esilio (5,27; 6,7), morte e lutto conseguente (5,16-17) e deportazione (4,2-3; 6,6; 9,4.9).

Il peccato delle nazioni

Anche gli altri popoli sono accusati di peccato, anche se per lo più non si tratta di azioni contro lo stesso Israele. Ciò vuol dire che Amos crede alla validità universale di alcune regole morali garantite da Dio, sebbene non in riferimento al patto di alleanza. Si può affermare perciò che in Amos I 'universalismo teologico sfocia nell'universalismo morale.

Il profeta rimprovera a Damasco (Siria) di aver annientato i vinti di Galaad passando sui loro cadaveri come si passa con la trebbiatrice sui campi (scena di freddo sadismo e brutalità che raccapriccia) (1,3). Rimprovera i Filistei, gli Edomiti e i Fenici di Tiro di aver praticato il commercio degli schiavi («hanno deportato popolazioni intere») (1,6-10). Rimprovera gli Ammoniti per aver compiuto in guerra misfatti atroci, come sventrare le donne incinte (1,13). Rimprovera i Moabiti per aver bruciato le ossa del re di Edom. La cremazione infatti era ritenuta un crimine abominevole perché rendeva infelice il defunto nell'oltretomba (2,1). Rimprovera gli Edomiti per aver lottato contro il loro «fratello» (Israele), discendendo essi da Esaù fratello di Giacobbe capo stipite degli Israeliti (cf Gn 25,21-24.29-30). Essi hanno mantenuto viva la loro inimicizia e ostilità verso gli Israeliti con «un'ira senza fine» (1,11) e conservando «lo sdegno per sempre » (1, 12). Rimprovera infine i Fenici di Tiro perché non hanno rispettato l'alleanza fraterna con Israele, alleanza di antica data (cf 1 Re 5,26; 9,10-14) sancita anche con matrimonio (1 Re 16,31) (1,9).

Come per i peccati d'Israele, anche per quelli dei popoli sono preparati i castighi. Essi sono per lo più di tre tipi: la distruzione con il fuoco (1,4.7.10.12.14; 2,2.5), la deportazione in esilio (1,5.15), la guerra (1,8.14; 2,2). I peccati infatti violano l'ordine divino delle relazioni tra i popoli, ordine voluto da Dio come uno scudo di salvezza per tutti gli uomini. Perciò Dio non può restare indifferente a tale violazione, che è anche fondamentalmente ingiustizia.

Dall'analisi precedente si deduce che in Amos prevale la tematica del peccato e del castigo, ma non è assente quella della salvezza, sebbene in prospettiva, quasi in sottofondo e in tono sfumato. A parte i due oracoli di salvezza tardivi (9,11-12.13-15), si può scorgere tale speranza nel tema del «resto» d'Israele (3,12; 5,1-3.15) a patto che esso ritorni a Dio: «Odiate il male e amate il bene e ristabilite nei tribunali il diritto (mishpat); forse il Signore, Dio degli eserciti avrà pietà del «resto» (she'erît) di Giuseppe» (5,15).


2. OSEA: PECCA TO E PERDONO

Osea ha predicato nel Regno del Nord fra il 750 ed il 752 circa, nello stesso quadro storico mondiale in cui si è elevata la protesta ferma di Amos contro l'ingiustizia e l'ipocrisia. L 'epoca di Geroboamo Il è alla fine (7,8) e la prosperità del suo regno sta volgendo al termine. Il messaggio di Osea quindi coincide in parte con quello di Amos per la denuncia delle ingiustizie, della corruzione (4, 1-2) e del falso culto (6,4-6; 5,6; 8, 11.13).

Il profeta è simbolo vivente del messaggio di Dio al popolo: in se stesso, nella persona della moglie e in quella dei suoi tre figli, i cui nomi stessi (Lo' -rûhamah «Non-amata», Lo'- 'am-m î«Non popolo mio», Jizre'el «Dio semina»; cf Os 1,4.6.9) suonano come un atto di denuncia dell'infedeltà d'Israele nei confronti dell'alleanza.

Ma Osea rispetto ad Amos sottolinea fortemente la condanna dell'idolatria che, stando al suo vocabolario sponsale diffuso in tutto il libro, chiama prostituzione (zenût). Essa si può considerare sotto due aspetti: idolatria cultuale e idolatria politica. Questo è dovuto in particolar modo alla crisi religiosa che imperversa nel paese (cf 2 Re 14,24; 15,9.18.24.28; 17,2) (favorita dalla situazione politica, specialmente dopo la morte di Geroboamo Il) e all'influsso assiro, che causa la spaccatura dell'unità politica e il formarsi di diverse fazioni.

L 'idolatria cultuale

In un quadro molto realistico Osea descrive la situazione religiosa della Samaria.

Il culto jahvista nei santuari nazionali è solo formale ed esteriore (7,14a; 8,11-13) e, in più, fortemente contaminato (6,10). Gli altari stessi sono diventati occasione di peccato (8,11-13). Si adora Baal e si praticano i suoi riti di fertilità (4,12-13; 7,14b; 9,1); si adora il vitello d'oro, che il popolo equivocando ha identificato con Iahvè stesso (8,5-6), mentre al principio quando fu istallato da Geroboamo I (1 Re 12,28-30) era solo simbolo della presenza di Dio in mezzo al popolo senza fare alcuna difficoltà (il suo culto non è stato mai osteggiato da Elia ed Eliseo!).

Si viene così meno al I e Il comandamento; come se ciò non bastasse, tale culto portò di conseguenza alle pratiche immorali, proprie delle religioni cananee.

Le stesse classi dirigenti, civili e religiose, non ne furono esenti e, prese dalla violenza della contaminazione, dimenticarono anche i loro doveri e obbligazioni.

Così si scaglia Osea contro i sacerdoti ed i profeti del tempo, accusandoli:

« Ma nessuno accusi. nessuno contesti..
contro di te, sacerdote, muovo l'accusa.
Tu inciampi di giorno
ed il profeta con te inciampa di notte
e fai perire tua madre,
Perisce il mio popolo
per mancanza di conoscenza.
Poiché tu rifiuti la conoscenza,
rifiuterò te come mio sacerdote;
hai dimenticato la legge del tuo Dio,
io dimenticherò i tuoi figli.
Tutti hanno peccato contro di me;
cambierò la loro gloria in vituperio.
Essi si nutrono del peccato del mio popolo
e sono avidi della sua iniquità.
Il popolo e il sacerdote avranno la stessa sorte;
li punirò per la loro condotta,
e li retribuirò dei loro misfatti.
Mangeranno. ma non si sazieranno,
si prostituiranno, ma non avranno prole,
perché hanno abbandonato il Signore
per darsi alla prostituzione»
(: culto idolatrico) (4,4-10)

E così rimprovera le autorità civili e religiose:

« Ascoltate questo, o sacerdoti,
state attenti, gente d’Israele,
o casa del re, porgete l'orecchio.
poiché contro di voi si fa il giudizio...
Io conosco Efraim
e non mi è ignoto Israele.
Ti sei prostituito, Efraim!
Si è contaminato Israele.
Non dispongono le loro opere
per far ritorno al loro Dio,
poiché uno spirito di prostituzione è fra loro
e non conoscono il Signore.
L’arroganza d’Israele testimonia contro di lui,
Israele ed Efraim cadranno per le loro colpe
e Giuda soccomberà con loro.
Con i loro greggi e i loro armenti
andranno in cerca del Signore,
ma non lo troveranno:
egli si è allontanato da loro.
Sono stati sleali verso il Signore,
generando figli bastardi:
un conquistatore li divorerà
insieme con i loro campi»
(5,1-7).

Le conseguenze di questa irreligiosità e immoralità si fanno sentire nella vita sociale. Infatti dice amareggiato il profeta: «Non c'è sincerità, ne amore del prossimo, ne conoscenza di Dio nel paese. Si giura, si mentisce, si uccide, si ruba, si commette adulterio, si fa strage e si versa sangue su sangue» (4,1-2); «come banditi in agguato una ciurma di sacerdoti assale sulla strada di Sichem, commette scelleratezze» (6,9); «...si pratica la menzogna: il ladro entra nella casa e fuori saccheggia il brigante» (7, 1).

L 'idolatria politica

Il tentativo della monarchia di cercare la salvezza al di fuori del vero Dio (12,1-2) alleandosi con altri popoli come l' Assiria e l'Egitto, le due superpotenze più in auge del momento (5,13; 7, II; 8,9) rivela in fondo la perdita della fiducia in Dio Salvatore. La monarchia si è allontanata da Dio (8,4; 9,15) e ha perso il senso religioso della sua origine considerandosi alla pari di quella di altri popoli (7,8; 8,8.14). L'istituzione monarchica secondo Osea, è «frutto della collera di Dio» (13,11), quasi una concessione strappata a forza e concessa malvolentieri (cf 1 Sam 8-12, ove si fondono insieme la col1cezione a favore dell'istituzione monarchica e quella contraria ad essa).

Per questo Osea annuncia il castigo, che seguirà la legge del contrappasso :

« Non darti alla gioia, Israele,
non far festa con gli altri popoli,
perché hai praticato la prostituzione,
abbandonando il tuo Dio,
hai amato il prezzo della prostituzione
su tutte le aie da grano.
L'aia e il tino non li nutriranno
e il vino nuovo verrà loro a mancare.
Non potranno restare nella terra del Signore,
ma Efraim ritornerà in Egitto
in Assiria mangeranno cibi immondi»
(9,1-3).

Il perdono

L 'atteggiamento di Dio davanti al peccato del popolo e dei suoi governanti è delineato dal poema di 2,4-25, ove si enumerano tre possibilità di atteggiamento davanti alla sposa infedele ed adultera: a) porle davanti degli ostacoli per impedirle di andare dagli amanti (idoli) e quindi costringerla a ritornare (vv. 8-9); b) castigarla in pubblico duramente (vv. 10-15); c) concederle il perdono solo per puro amore, fare un nuovo viaggio di nozze ed un nuovo regalo nuziale per restaurare l'intimità coniugale come in un nuovo matrimonio. Prevale infine questa terza ipotesi: quella dell'amore gratuito di Dio.

Si ha, quindi, in Osea, una logica nuova rispetto a quella che ci saremmo aspettato. Anziché la sequenza «peccato-conversione-perdono», si ha «peccato-perdono-conversione». Il perdono precede la conversione (è la novità che apre al Nuovo Testamento! ; cf Rm 5,8). Dio perdona prima che il popolo si converta e sebbene non si sia ancora convertito! La conversione è risposta all'amore di Dio, più che una condizione previa allo stesso perdono (cf 1 Gv 4,10). Si ha così il passaggio dall'immagine di Dio «sposo» a quella di Dio «padre» (11, 1-9; 14,2-9). Questa consolante rivelazione diventa più esplicita e attuale con Cristo che incarna e manifesta la misericordia del Padre!

(da Parole di Vita)

Ultima modifica Mercoledì 10 Maggio 2006 19:22
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input