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Sabato 03 Giugno 2006 20:10

Pentecoste

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Pentecoste



Il risorto Signore–Dio, il pastore agnello, la vite, l’asceso è contemplato nella pentecoste come colui che invia il Consolatore-Spirito di verità. Spirito che la liturgia dispone ad accostare ripercorrendo, senza sovrapporle, la pluralità delle esperienze neotestamentarie: lucana, paolina, giovannea.

Il giorno della cinquantina. La chiave principale di lettura del brano degli Atti è il riferimento alla festa giudaica della pentecoste. Non a caso.

Originariamente essa veniva celebrata sette settimane dopo la pasqua come momento conclusivo dei lavori di raccolta e di mietitura delle messi. Si ringraziava Dio del dono del pane. Da qui la denominazione di festa delle settimane (hag shabu’ot). A partire con certezza dal secondo secolo a.C. Il cinquantesimo giorno diventa anche “festa delle alleanze (hag schebu’ot), specificatamente di quella cosmica con Noè, di quella patriarcale con Abramo, di quella sinaitica con Mosè.

Con particolare riferimento a quest’ultima, al punto che pentecoste diventa “il giorno in cui ci fu data la Torah”, giorno in cui, dirà Filone, “le dieci parole il Padre dell’universo le ha proclamate mentre la nazione era adunata, uomini e donne insieme”.Un insieme, prosegue la tradizione ebraica, caratterizzato da un “cuore solo” e dalla preghiera unanime: “pregavano Dio affinché dopo averlo accolto con favore, desse a Mosè un dono che li facesse vivere felici”. La legge appunto, data tra “tuoni,lampi, suono del corno e monte fumante (Es 20,18). Una legge, continua l’insegnamento rabbinico, a destinazione universale: “La voce di Dio appena pronunciata si ripartì in settanta voci, in settanta lingue, cosicché tutti i popoli la capirono e ogni popolo udì la voce nella propria lingua”,ma venne meno, ad eccezione di Israele (Atti 2/1-11).

Luca volutamente inserisce la pentecoste cristiana in quella giudaica a voler sottolineare una continuità di storia di salvezza. Il datore del pane e della legge oggi porta a compimento la serie dei suoi doni mediante uno spirito che scende e si posa, simile a lingua di fuoco, su uomini e donne “assidui e concordi nella preghiera” (At. 1,14); tutti insieme, come al Sinai, in attesa del dono promesso dal risorto (Lc 24,49), sorgente di vita nuova nella letizia (At 2,42-47), uno spirito dato nel fragore del tuono e del vento.

Oggi, proclama l’autore degli Atti, nasce l’alleanza nello Spirito, a destinazione particolare e universale. Il nucleo dei circa centoventi (Atti 1,15) riempiti di Pneuma è chiaramente giudaico, e con questo Luca precisa che è in Gerusalemme, proprio in quel luogo, che il Padre nello Spirito fa emergere la prima comunità post-pasquale del Figlio. E giudei, per nascita o per conversione (At 2,5,11,14) sono anche gli spettatori sorpresi dal fragore e sbigottiti dinanzi al fenomeno del “parlare in altre lingue”.

Nel medesimo tempo il testo indugia non casualmente, sulla diversità delle lingue, sull’elenco dei popoli e sul fatto che questi giudei osservanti provengono da ogni nazione che è sotto il cielo. A voler adombrare che ciò che accade in Gerusalemme è solo l’inizio di un cammino che vedrà coinvolti l’intera Giudea, la Samaria e gli estremi confini della terra (At 1,8). La sorpresa in Gerusalemme, è l’iniziazione degli apostoli alla molteplicità delle lingue, evento pneumatico reso necessario per poter narrare in forma comprensibile le grandi opere di Dio.

“E’ chiaro, scrive un esegeta contemporaneo, l’insegnamento: tocca alla chiesa assumere tutte le lingue dei degli uomini e tutte le culture di cui tali lingue sono l’espressione e il veicolo. Essa non deve condurre gli uomini a capire il suo linguaggio, ma parlare ad essi nel loro linguaggio. La sua vocazione universale le vieta di identificarsi con qualsiasi cultura particolare.

Il frutto dello Spirito (Galati 5/16-25). Il brano paolino fa parte della parentesi che l’apostolo rivolge ai cristiani della Galazia “chiamati a libertà. Perché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri” (Gal 5,13). Paolo ha davanti a sé il quadro comunitario oscillante tra amore e mordersi a vicenda (Gal 5,15). Lo giudica invitando i battezzati a prendere coscienza della loro verità umana, verificabile dal comportamento:

- Se distruttori del dover essere comunitario pervertendo l’amore umano, il culto divino, la comunione ecclesiale e la dignità personale attraverso l’impurità la magia e l’idolatria, la divisione e gli eccessi della tavola (TOB), costoro devono sapersi creature “secondo la carne”. Espressione che in Paolo indica l’assoluta autosufficienza che si contrappone al dono di Dio in Gesù Cristo, lo Spirito Santo. L’io e il proprio desiderio sono il signore che orienta il pensare e l’esistere, nonostante il permanere nel contesto ecclesiale. Questo tipo di credente, anche se dice di tendere al bene, a una vita morale, di fatto finisce per produrre opere di morte e di disgregazione. Diventa trasmettitore di energie negative.

- Se liberi per una diaconia al fratello edificando la comunità con atteggiamenti positivi, cifra di un amore che si fa gioia, pace, pazienza, bontà, benevolenza, fedeltà, mitezza e dominio di sé, costoro devono sapersi posseduti dallo Spirito perché camminano in esso adempiendone il frutto: “Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 5,25). E uomo spirituale è colui che è reso libero dall’io, dai suoi desideri e da ogni legge esteriore per diventare dimora di uno spirito accolto e non contristato, guida che dischiude l’essere a un esistere il cui frutto concreto è una vita libera per amare.

Spirito, proseguono le brevi pericopi evangeliche tratte dai discorsi di addio di Giovanni, che svolgerà un compito di testimonianza e di guida alla verità (Gv 15,26-27; 16,12-15).

- Di testimonianza (Gv 15,26-27. Davanti all’ostilità presente e futura nei confronti di Gesù, di Dio suo Padre e dei discepoli, ostilità fatta di odioe di argomentazioni dotte (Gv 15,18-25; 16,1-4-7-15), gli amici di Gesù rischiano il dubbio, lo scoramento, la defezione. Ma essi non devono e non dovranno temere perché lo Spirito che procede dal Padre sarà inviato dal risorto glorificato quale consolatore e difensore nelle loro coscienze della ragione di Gesù e del suo messaggio. Nel processo del mondo a Gesù lo Spirito è l’avvocato difensore che testimonia a suo favore convincendo i discepoli della giustezza della sua causa. Tema che l’evangelista porterà a compimento in Giovanni 16,8-11.

- Di guida alla verità (Gv 16, 12-15). Gesù è esplicito nel dire che è in rapporto alla verità un “adesso” e un “quando”. L’adesso è il tempo storico di Gesù. Egli, che tutto ha ricevuto dal Padre, tutto ha detto ai suoi (Gv 15,15); ma questi sono al momento incapaci di coglierne fino in fondo il senso e le esigenze. Incapacità che sarà tolta “quando verrà lo Spirito di verità”, il quale non si discosterà dall’insegnamento di Gesù ma lo riprenderà conducendo i discepoli sulla strada della sua piena intelligenza. Lo Spirito diventerà per essi esegeta del mistero e del messaggio del Figlio e, conseguentemente, del Padre. Lo Spirito diventerà per essi guida al cuore della verità, annunciatore di una rivelazione restata fino allora non pienamente chiara. Sarà infine annunciatore, di “cose future”. “Spirito di profezia” (Ap 19,10), egli inizierà i suoi a saper leggere la storia alla luce di Gesù e del suo messaggio.

Conclusione. La molteplicità delle testimonianze converge nel rendere trasparente alla coscienza personale ed ecclesiale l’opera di Dio per l’uomo. Il Padre invia il Figlio, il Figlio invia lo Spirito, lo Spirito accolto genera un singolare modo di essere uomini. La sua presenza creatrice apre ad un esistere libero e agapico, nella gioia, pronto ad accogliere ogni lingua per comunicarvi la bellezza del dono di Dio; la sua presenza consolatrice e persuasiva conserva saldi nei giorni della prova; la sua presenza magistrale inizia ad una conoscenza piena di Gesù e della sua parola; la sua presenza profetica, rende capaci di leggere gli eventi con gli occhi di Dio; infine la sua presenza taumaturgica, chiara nella sequenza Veni sancte Spiritus, smaschera e guarisce la nostra incapacità di fare il bene e le nostre nevrosi attraverso la meditazione della Parola, il consiglio, l’aiuto psicologico. Nell’esperienza cristiana tutto è opera dello Spirito inviato, appunto, a “rinnovare la faccia della terra” (Sal 104).


Ultima modifica Martedì 21 Novembre 2006 11:24
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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