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Venerdì 12 Gennaio 2007 02:04

Lezione Settima. Il dono della terra

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Lezione Settima
Il dono della terra


Introduzione

Se Israele, all’uscita dalla terra d’Egitto, non avesse avuto una meta verso la quale dirigersi, sarebbe stato condannato a girovagare da nomade per il deserto, ai margini dei paesi occupati da altri popoli. Il suo esodo sarebbe stato un evento puramente spirituale: un’uscita verso la libertà del servizio di Dio, ma senza un segno fisico del dono divino. In realtà la vita umana non si realizza senza un rapporto con le risorse della terra: anche il nomade dipende dal regime economico realizzabile in zone non coltivate e, giuridicamente, non lottizzate. La scarsa vegetazione desertica consente la pastorizia e l’attendamento presso le oasi e le fonti d’acqua.

 

Tuttavia, il rapporto dell’uomo con la terra è più forte delle ragioni economiche; esso corrisponde ad una delle aspirazioni fondamentali dell’uomo: l’essere radicato in un luogo, collegato ad altre persone in comunione di lingua, di cultura, di affetti, l’avere, insomma, una patria come condizione per essere un’etnia, un popolo che si esprime nella stessa civiltà.

Nella Torah il termine essenziale per designare la terra (arez) ritorna circa 2.500 volte. Anche quando si parla della terra come realtà fisica, affiora sempre il riferimento a Dio e agli uomini. Vi è dunque una prospettiva di fondo teologica e antropologica. In particolare, la “terra promessa” nella Torah, riveste tre caratteristiche: è “terra di Dio”, promessa e donata ai patriarchi, “terra dei viventi”, perché luogo destinato ai giusti e a coloro che vivono secondo le leggi e gli statuti divini (Lv. 18,5), “terra santa”, perché santificata dalla presenza del Santo.

Dal punto di vista storico-salvifico il tema della terra può essere riassunto in cinque articolazioni principali:

1. il grande “progetto” iniziale. Dio invita a considerare la terra come dono di vita e segno di alleanza universale, il suo fallimento è dovuto all’uomo (Gen. 1-3);

2. la ripresa del “progetto” mediante Israele: la terra, dono e segno, viene “promessa”: tradizioni dei patriarchi e dell’esodo: Pentateuco;

3. il fallimento del “progetto” di Dio da parte del popolo:

- la risposta deludente di Israele al dono di Dio: libri storici, profetici, sapienziali;
- il grande castigo: la perdita della terra con l’esilio: libri profetici;

4. il rilancio del “progetto” di Dio: la terra nuova per uomini nuovi. È la promessa che risuona soprattutto in bocca ai profeti e spinge lo sguardo sul regno messianico;undefined

5. l’adempimento in Gesù:

- Gesù uomo nuovo di questa terra;
- la situazione del popolo nuovo: «i miti erediteranno la terra» (Mt. 5,5);
- la grande terra finale: cieli nuovi e terra nuova.

A questa prospettiva biblica andrebbe aggiunta una riflessione sulla situazione della “terra d’Israele” nel contesto storico-salvifico dei rapporti tra Chiesa e Israele. Difatti è impossibile capire la tradizione religiosa dell’ebraismo senza riferirsi al legame che gli Ebrei hanno con “la terra dei Padri”, come categoria strettamente connessa con la categoria di popolo.

1. Dio giura di dare la terra

a. La storia particolare di salvezza inizia con la promessa fatta ad Abramo di una posterità e di una terra. La tradizione J afferma che Dio, dopo aver condotto Abramo verso il paese di Canaan, gli appare dicendogli: «Alla tua discendenza io darò questo paese» (Gen. 12,7).

La peregrinazione di Abramo per il paese dietro i greggi è come una presa di possesso anticipata, scandita dagli oracoli, sulla terra: Gen 13,14-15.17 (tradizione J):

«Allora il Signore disse ad Abramo, dopo che Lot si era separato da lui:
“alza gli occhi e dal luogo dove stai spingi lo sguardo
verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l’oriente e l’occidente.Tutto il paese che tu vedi io darò a te e alla tua discendenza…”».

Gen. 15,7-21 (fonte J)

Gen. 17,8 (fonte P).

Abramo, benché forestiero sulla terra promessa (Gen. 22,34; 23,4: «Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi»), inaugura il possesso giuridico di una piccola porzione di terra con l’acquisto della grotta di Machpelà (Gen. 23) per seppellirvi Sara. Là sarà sepolto anche lui (Gen. 25,9-10). Isacco, Giacobbe, Giuseppe vorranno riposarvi, facendo così di Canaan la loro patria.

La promessa della terra è anche rinnovata per Giacobbe (Gen.28,13; 35,12). Costui acquista dai figli di Camor la porzione di campagna dove aveva piantata la tenda (Gen. 33,19).

Con Mosé la promessa si concretizza: la terra è quella di Canaan; anzi, comincia a realizzarsi con l’uscita del popolo da una “terra straniera” con un lungo epico cammino che deve terminare in un paese bello e spazioso, dove scorre latte e miele (Es. 3,8).

Lo stesso «Dio che ha fatto uscire dall’Egitto» è Colui che fa entrarenellaterra.

Nella prima espressione il verbo è l’elemento più importante: nella seconda è il completamento del verbo.

b. L’evento che realizza la promessa circa la terra, permette ad Israele di reinterpretare teologicamente il rapporto tra Dio-uomo-terra nella creazione e nel progetto originario del Creatore.

Attraverso l’alleanza e il dono della terra (benedizione), Israele comprende il valore del progetto iniziale (Gen. 1,3), fallito per il misterioso ma reale rifiuto dell’uomo (Gen. 3).

La terra che viene coinvolta: non è più luogo di comunione, ma di nascondimento, segregazione degli uomini tra loro e con Dio (Gen. 3,7-10).

Essa diventa da “Eden” luogo di “spine e cardi” (Gen. 3,18), suolo maledetto (v. 17), che produrrà pane ma a costo del “sudore del tuo volto” (v. 19). Viene affermata così la solidarietà della terra con l’uomo, sia nel bene che nel male.

Il dono della terra ad Israele, proposta da Es., Gen., Gd., è interpretato come ripresa del progetto iniziale da parte di Dio (benedizione).

2. La terra nell’antico “Credo”

a) Confessione di fede

«Poi ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra dove scorre latte e miele» (Dt. 26,9). Con queste parole terminava l’antico credo.

La consegna della terra era considerata come l’ultima azione salvifica di Jahwé.

Dt. 26,5-9 è un sommario di storia salvifica a carattere confessionale e di professione di fede (analisi in G. von Rad, Teologia dell’Antico Testamento, pp. 149-154; pp. 339-340). Il contesto in cui il brano è nato è liturgico (Dt. 26,1-4); veniva pronunciato durante una festa liturgica di carattere agrario, mentre si offrivano le primizie della terra.

Il testo è molto antico, anteriore al Deuteronomio, appartenente alle tradizioni culturali di qualche santuario, e probabilmente in origine celebrava la guida prodigiosa di Jahwé nella vicenda di qualche tribù particolare al momento dell’insediamento.

Il testo Dt. 26,1-11 merita di essere esaminato sotto l’angolo visuale del verbo “entrare”:

v. 1 - «quando sarai entrato nel paese…»: fatto storico dell’Esodo;

v. 2 - «i frutti che riceverai dalla terrà…»: in ebraico c’è la stessa radice verbale in forma causativa;

v. 3 - «andrai dal sacerdote…»: è un entrare cultuale, forse processionale;

v. 3 - «oggi dichiaro… di essere entrato nella terra…»: il clima cultuale del­l’en­trare viene accentuato = rievocazione e riattualizzazione nell’oggi della liturgia dell’entrata storica.

v. 9 - «ci ha fatto entrare…»: si riferisce all’entrata storica;

vv. 8-9 - «far uscire» e «far entrare»: articolano la salvezza nei suoi due momenti fondamentali;

v. 10 - «ho portato le primizie…»: letteralmente ho fatto entrare le primizie; introdurre le primizie al cospetto di Dio, conclude l’attualizzazione liturgica e dispone dell’evento storico. Le primizie offerte sono la dichiarazione che la terra e i suoi frutti sono dono.

b) Esodo e conquista

Il libro di Giosué insiste sull’esodo come archetipo riprodotto nelle gesta della “conquista”. I capp. 3 e 4 sembrano aver fatto parte della liturgia celebrata a Galgala in cui il passaggio del Giordano veniva fatto coincidere con il passaggio del Mar Rosso. Le acque del Giordano si aprono come quelle del Mar Rosso (3,14-17).

Le dodici pietre raccolte nel Giordano e innalzate a Galgal serviranno da memoriale della presenza salvifica di Jahwé (Gs. 4,3-9), analogia con le dodici pietre preziose del pettorale del sommo sacerdote, memoriale degli Israeliti davanti al Signore (Es. 28,12).

La fusione della celebrazione dell’Esodo con la conquista era propria di Galgal: a questo ambiente liturgico viene fatto risalire il Salmo 114.

Altri aspetti (cfr. J.S. Croatto, Storia della Salvezza, pp. 84-85), ricollegano la pasqua archetipa con la prima pasqua dopo la traversata del Giordano (Gs. 5,10ss.); la teofania a Mosé (Es. 3,1ss.) con l’apparizione misteriosa a Giosué, alla vigilia dell’assedio di Gerico (Gs. 5,13-16); Jahwé eroe vittorioso dell’Esodo con il Dio guerriero che conduce efficacemente la “guerra santa”.

3. La riflessione teologica del deuteronomista

a) Processo di unificazione teologica

Le molteplici tradizioni locali e le varie esperienze dei gruppi di tribù nella presa di possesso della terra, vengono successivamente rielaborate e rese omogenee.

In questa fase, il dato storico, secondo cui le tribù hanno occupato separatamente il loro territorio (ad es. Gdc. 1), viene forzato e reinterpretato dalla fede nel senso che Israele, sotto Giosué abbia preso possesso di tutto il paese in una sola volta (Gs.10,42). Questa unità di Israele richiama l’unità di Dio e del suo piano, a prescindere dagli avvenimenti singoli.

«La fede si è talmente impadronita dell’argomento da rendere evidente l’avvenimento dal suo interno, oggetto di fede» (G. von Rad, cit., p. 345).

Il Deuteronomista nel redigere e riunire gli elementi disparati che compongono il libro di Giosué, ha messo in rilievo alcuni concetti:

• l’attuazione bellica della presa di possesso (Gs. 23,10), generalizzando episodi di tribù particolari, mentre l’occupazione sembra avvenuta piuttosto con l’occupazione di tipo pastorizio;

• l’estensione della terra promessa, oltre i territori indicati negli elenchi: dalle steppe del Sud fino al Libano e all’Eufrate (Gs. 1,4; 12,1);

• la qualità e fertilità della terra, simile al paradiso (Gs. 5,8-23, 13.15);

• la terra promessa come luogo di riposo per Israele: questa formula frequente «esprime il bene ben più alto ed ultimo concesso da Jahwé ad Israele con il conferimento della terra» (G. von Rad, cit., p. 347);

• con questo dono Jahwé ha mantenuto completamente la sua promessa, per cui la terra ne è come il compimento evidente.

Il passo teologico chiave è Gs. 21,43-45.

b) Il proprietario e gli amministratori

Dio è il padrone assoluto di tutta la terra; Egli la distribuisce non solo ad Israele, ma anche agli altri popoli, definendone i confini e rendendosene garante: cfr. Dt. 2,9 (10).19.

La sovranità di Dio su tutti i territori risulta chiara nei testi in cui il dono è collegato con una promessa: Gen. 15,7; 12,5; 15,18; 13,15-17. In questi passi il verbo dare ha un valore teologico eccezionale: il «dare la terra» non è azione dell’uomo ma di Dio (l’espressione ricorre 120 volte, e 30 volte l’espressione «dare il suolo»). Agli uomini spetta “distribuirla”, dopo che Dio l’ha data (Nm. 32,5; Gios. 1,15; 11,23; 22,4).

Issale sarà cosciente che gli altri popoli hanno il loro territorio da Dio. Per sé, poi, la terra acquisterà il valore di una realizzazione di un’alleanza stipulata con Dio; i confini non sono solo garanzia di libertà e di indipendenza, ma anche delimiteranno il luogo in cui vivere in particolare rapporto di alleanza.

Un posto centrale ha in questo contesto l’alleanza federale di Sichem (Gios. 24).

«Vi diedi una terra, che voi non avete lavorato; e abitate in città che voi non avete costruito; e mangiate i frutti delle vigne e degli oliveti che non avete piantato. Temete dunque il Signore e servitelo con integrità e fedeltà…» (Gios. 24,13-14).

Il rapporto tra Dio proprietario e Israele, è definito da Lv. 25,23:

«mia è la terra, e voi siete miei ospiti e forestieri».

Questo è il fondamento teologico di tutto il diritto veteroisraelitico sul terreno.

Accanto alla proprietà familiare ereditaria e inalienabile c’era un fondo comunitario che veniva assegnato tirando a sorte (avvenimento sacrale), dopo che il terreno era lasciato a maggese per un anno (si confessava così il diritto esclusivo di Dio sul paese).

L’istituzione dell’anno sabbatico e giubilare (Lev. 25), sottolinea il diritto divino di proprietà; e la gratuità dei frutti (il sesto anno il suolo produrrà frutti per tre anni, Lev. 25,21). Con questo sistema giuridico si ovviava all’accaparramento dei beni e dei terreni e si salvaguardavano i diritti di chi era diventato povero (Dt. 15,7 affronta il problema della povertà: nonostante le benedizioni divine sulla terra:

«i bisognosi non mancheranno mai nel paese» (Dt. 15,11).

Tocca allora al beneficiato da Dio aprirsi al fratello, non solo dando come Dio ha dato, ma perché Dio ha dato. Presso Dio resta sempre il diritto fondamentale del bisognoso («egli griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te», v. 9).

Confronta la parabola del servo debitore e strozzino verso il collega debitore (Mt. 18,23-35). Israele è solo fittavolo di Dio.

Conclusione

La terra è data ad Israele come risposta alla promessa. Essa è il luogo in cui va vissuta l’alleanza con Dio, nel servizio cultuale, nell’”eucaristia” per i suoi frutti, nell’amore per i fratelli.

Essa offre a tutti la garanzia di dignità e di libertà. Ma non è un valore assoluto in se stesso. Sarà tolta quando il cuore d’Israele si volgerà agli altri dèi, quando si comporterà da padrone.

In definitiva, sarà segno e sacramento di una realtà ben più alta, che sola può fare la patria dell’uomo: la comunione con Dio stesso.



Bibliografia

N. Lohfink, La promessa della terra come giuramento. Studio su Gen. 15, Brescia.

G. Boggio, Il dono della terra, in «Studi biblici» (At. 8), Roma.

G.von Rad, Teologia dell’Antico Testamento, I, cit. pp. 338-348.

C. Bissoli, La terra dono di Dio per la vita dell’uomo, in Invito alla Bibbia, cit, pp. 99-131.

F. Festorazzi, La terra promessa, cit., pp. 67-82.

J.S. Croatto, Storia della salvezza, cit., pp. 77-97

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Ultima modifica Venerdì 18 Novembre 2011 16:09
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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