Sabato,10Dicembre2016
Lunedì 22 Ottobre 2007 21:00

Lezione Tredicesima. La sapienza in Israele

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Lezione Tredicesima

LA SAPIENZA IN ISRAELE

 

 

Introduzione

La riflessione teologica sulla storia della salvezza è il filo conduttore del nostro corso e deve necessariamente partire dalla considerazione degli interventi di Dio nel tessuto degli avvenimenti umani distribuiti nello spazio e nel tempo. L’esegesi veterotestamentaria presenta Israele come il popolo della storia e Jahwé come il Dio della storia.

 

Lo studio delle tradizioni sapienziali dell’A.T. ci mette di fronte ad un loro tipo di riflessione biblica, nel filone sapienziale Israele ha intrapreso un proprio cammino: anche la conoscenza dell’ordine originario della creazione è connessa alla salvezza; la ricerca del significato definitivo dell’esistenza dell’uomo, lo stabilire un ordine di valori nella vita, l’interpretare la realtà sotto il profilo teosofico non sono privi di significato per la salvezza dell’uomo.

Le tradizioni sapienziali, che sono state redatte e raccolte in Israele soprattutto nel periodo dopo l’esilio, mettono in evidenza una certa tensione tra la conoscenza dell’ordine originario della creazione e la fede centrale negli interventi storici di Jahwé. Si produce una certa tensione tra la fede storica e la conoscenza del mondo, tra la creazione e la storia, tra il mondo e la salvezza, tra la ragione e la fede.

Per lo sviluppo letterario e il significato di queste due tendenze nel pensiero biblico si consulterà con profitto lo studio di G. von Rad (La sapienza in Israele, Torino). Von Rad sottolinea la profonda unità esistente nella rivelazione biblica tra conoscenza razionale e conoscenza di fede: «Per Israele le esperienze del mondo erano sempre anche esperienza di Dio, e le esperienze di Dio erano per esso esperienze del mondo (op. cit., p. 65). Nella visione sapienziale Dio resta sempre trascendente, al di là delle esperienze dell’uomo, la fonte della saggezza, colui che dà il senso definitivo all’esistenza umana.

È importante, quindi, che la nostra attenzione si volga a questa fase, in parte innovatrice, della riflessione teologica d’Israele, prima di scendere al N.T., anche perché, sotto vari aspetti, la storia salvifica neotestamentaria si aggancia ad essa.

1. Sapienza ed esperienza

La letteratura sapienziale ebbe larga diffusione in tutta la Mezzaluna fertile e non rappresenta affatto una caratteristica della cultura ebraica. L’Egitto e la Mesopotamia conobbero una larghissima diffusione di questo genere letterario, al quale Israele è forse in parte debitore. L’apertura economico-culturale dell’epoca salomonica, testimoniata dalle più antiche collezioni dei proverbi (ad es., Prv. 10,1-22, 16), l’esperienza traumatica dell’esilio babilonese, l’allargamento di orizzonte operato dalla diaspora e il contatto del giudaismo palestinese con l’ellenismo sono fenomeni che hanno determinato contatti decisivi con la problematica filosofica e sapienziale extra-biblica.

L’incontro dell’uomo con la realtà a vari livelli e la reazione a ciò che lo circonda diventa tentativo per capirla e dominarla. Questa comprensione e una visione che rende la realtà meno confusa e può giungere ad essere la validità di una «legge naturale». La capacità intuitiva nella sfera dell’esperienza e dell’osservazione è stata ritenuta come “sapienza”. Non si trattava di una ricerca puramente filosofica sull’essere, bensì di una riflessione sulla migliore riuscita della vita umana. L’interesse era la vita umana sotto l’aspetto pratico, morale e religioso. Lo studio sapienziale prospetta l’arte della vita. Sapienza, perciò, non è una caratteristica di indole intellettuale e speculativa, ma il risultato dell’esperienza della vita, essenzialmente ordinata alla pratica.

I luoghi di formazione della tradizione didattica furono: la corte regale, ma anche la famiglia, la scuola, la bottega professionale. Le istituzioni sapienziali furono fissate in varie forme letterarie: la sentenza artistica, proverbi numerici (Prv. 6, 16-19; 21-23; 30, 21-23; 30, 29-31), l’autobiografia (Prv. 24,30-34; Qo. 51,13-16; 33,16-18), il poema didattico (Gb. 27,13-23), dialogo, la favola e l’allegoria (2 Re 14,9), la preghiera (Cfr. G. von Rad, op. cit., pp. 31-53).

2. Contributo della letteratura sapienziale alla rivelazione

La rivelazione biblica viene arricchita da apporti specifici della letteratura sapienziale. Il libro di Giobbe tratta della giustizia di Dio nel caso di un giusto che soffre. La soluzione del problema è complessa: l’intervento di Dio (38,1-42,6) e l’inno alla sapienza che lo prepara (36,22-37,24) tendono a sottolineare la libertà sovrana della giustizia di Dio, l’insindacabilità e l’insondabilità della sua azione: l’uomo non deve cercare di penetrare i disegni di Dio neppure per tentare di giustificarlo. La risposta radicale del libro all’assurda pretesa dell’uomo di comprendere la giustizia di Dio, è l’affermazione del Dio vivente come signore e sovrano assoluto della natura e della storia. Le opere e i disegni divini sono oscuri (37,5-24; 48,1-3); perciò l’unico atteggiamento possibile per l’uomo è l’adorazione umile.

Il messaggio del Qo è complementare a quello di Gb. Anche il centro del Qo presenta il «mistero della storia», tuttavia la sua impostazione è nuova e sconcertante. La chiave d’interpretazione del libro è il prologo (1,1-11). L’autore si pone il problema del male. Il metro con cui vuole procedere è la cruda esperienza terrena: i piaceri materiali (2,1-11) o le gioie spirituali (2,12-17) non soddisfano l’uomo. Il punto cruciale del problema è il destino umano (3,16-21; 6,12; 8,7; 9,2-3); infelice sulla terra e senza prospettiva futura. La riflessione del Qo procede per assurdo: anche la soluzione ciclia della storia si rivela insufficiente. «Senza la storia ispirata e guidata da Dio, non c’è soluzione per il problema dell’uomo: questa è la conclusione di Qohelet» (F. Festorazzi, La Sapienza e la storia della salvezza, in «Rivista biblica», 15 [1967], pp. 151-162, qui p. 155).

Il Siracide presenta due indagini o vie di soluzione al problema del male: una ricerca sull’esperienza religioso-sapienziale di un fedele, e una riflessione sulla storia d’Israele. Il tema centrale del libro è la sapienza.. Gli aspetti principali del tema sono:

- Dio è la fonte assoluta della sapienza. «Ogni sapienza viene dal Signore» (1,1) perché soltanto lui è sapiente: «Uno solo è sapiente, molto terribile seduto sopra il trono» (1,6);

- Dio concede la sapienza a tutte le creature. È una qualità divina, una sua “creatura” (1,7.4), diffusa da lui sopra tutte le sue opere (62,7). Questa sapienza è l’ordine divino che permea il creato, lo rende intellegibile all’uomo;

- la sapienza è dono di Dio agli uomini. Egli l’ha diffusa «su ogni mortale, secondo la sua generosità; la elargì a quanti lo amano» (1,8);

- la sapienza è la Thorah. Nella legge diviene concretamente afferrabile l’or­dine immesso da Dio nella creazione. La sapienza diffusa nel creato diventa visibile e accessibile nella Legge. Secondo il Sir, l’ordine divino primordiale che i sapienti cercano nella creazione, trova la sua migliore espressione e formulazione nella Legge.

Il libro della Sapienza presenta una concezione facilmente individuabile nelle tre parti che la compongono:

- la sapienza e il destino dell’uomo (1-5);

- la sapienza nella sua origine, natura, azione e i mezzi per acquistarla (6-9);

- la sapienza di Dio nella storia (10-19).

Lo scritto offre spunti interessanti per la soluzione del problema del male nella visione sintetica della storia dell’A.T.: la soluzione è dovuta all’intervento di Dio; tale intervento (messianico-escatologico) viene guidato dalla sapienza (1-19) e realizzato come continuazione del suo intervento nella storia di Israele (10-19), assumendo un valore decisivo e un carattere cosmico. L’intervento di Dio avverrà «nel giorno della sua visita» (3,7). Si tratta dell’intervento messianico. Tutto lo scritto è attraversato dall’idea della partecipazione cosmica alla redenzione: Dio interverrà, usando il creato, uscito perfetto dalle sue mani (1,14), come arma nel combattimento escatologico contro il male (5,17). La sua sapienza, per le caratteristiche che la contrassegnano (7,22ss), rinnoverà in maniera straordinaria l’esodo; la descrizione di questo evento (19,1ss) è un esempio tipico del modo con cui Dio conduce la storia della salvezza dell’uomo mediante il creato. La lotta terminerà con una nuova creazione, in cui il cosmo trasformato accoglierà il popolo di Dio risorto ((19,6-22).

Conclusione

Nella letteratura biblico-sapienziale è più evidente il processo di osmosi con molti elementi della cultura profana e l’apertura mentale nel filtrare il messaggio ebraico alla luce di altre esperienze e ideologie.

Una grande stima dei valori culturali, una grande capacità di verifica critica, un desiderio di ascolto rendono il saggio autentico interprete dei segni del suo tempo.

Questo atteggiamento di solidarietà con le problematiche del mondo circostante e l’approccio alla realtà a partire dall’esperienza dei problemi più elementari dell’esistenza umana rendono questa fase della rivelazione particolarmente ricca di indicazioni per altre epoche, in cui la religione deve misurarsi con la cultura e con l’uomo contemporaneo.


Bibliografia

E. Cantore, La sapienza biblica, ideale religioso del credente, in «Rivista biblica», 8 (1960), pp. 1-9; pp. 129-143.

F. Festorazzi, La sapienza e la storia della salvezza, in «Rivista biblica», 15 (1967), pp. 151-162.

G. von Rad, La sapienza in Israele, Torino.

R. E. Murphy, Introduzione alla letteratura sapienziale, in Grande Commentario Biblico, cit., pp. 623-632.

Ultima modifica Venerdì 18 Novembre 2011 16:16
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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