Giovedì,08Dicembre2016
Martedì 20 Novembre 2007 00:00

Lezione Quattordicesima. Gesù Messia e Signore

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Lezione Quattordicesima

GESÙ MESSIA E SIGNORE


1. Gesù Messia

Introduzione

1. Passando dalla riflessione dall’A.T. al N.T., ci collochiamo nella prospettiva storico-salvifica, come si è fatto per le lezioni precedenti.

 

Il nostro interesse non si rivolge direttamente alla formazione degli scritti neotestamentari, né alla teologia biblica in quanto tale. Ovviamente questi due aspetti sono fondamentali per ogni ulteriore riflessione. A noi interessa ricavare alcune vie centrali di continuità e di sviluppo del piano divino di salvezza, come si è realizzato nella «pienezza dei tempi» a partire dalla storia di Gesù.

2. Gesù è al centro della storia della salvezza. Nell’A.T. tutto converge verso Cristo. Nel N.T. tutto parte da Lui e prende senso da Lui. Il N.T. è una riflessione a partire dalla storia di Gesù: è un punto di partenza non solo cronologico, ma teologico. Tra l’A.T. e il N.T. c’è questa differenza: nell’A.T. ci sono molti fatti che si susseguono (Abramo, Esodo, Sinai, Terra promessa, Monarchia, Profetismo, Esilio, ecc.), attorno ai quali si sono sviluppati i libri biblici e le tradizioni. Nel N.T. il fatto è unico: cristo. Tuttavia ci sono diverse situazioni in cui quel fatto viene elaborato e tramandato.

3. I documenti che parlano di Gesù sono documenti nati dalla fede della comunità del N.T. Non ci tramandano la cronistoria oggettiva e neutra, ma l’evento Cristo, attraverso l’esperienza della vittoria pasquale e l’intelligenza (o esperienza) che varie comunità hanno avuto.

Il nucleo di storia che concerne Gesù, va ricavato dai documenti che lo riguardano. Tali documenti rappresentano uno stadio più o meno evoluto della fede cristiana in Cristo. Per arrivare al Cristo storico bisogna partire dai documenti (Vangeli, Paolo, Atti, ecc.) discernendo il lavoro redazionale-teologico dei singoli agiografi, la fede della Chiesa primitiva e la tradizione apostolica soggiacente. Questo non significa sottovalutare il contenuto storico delle fonti neotestamentarie.

Il fatto storico è il fondamento di ogni ulteriore riflessione su Cristo (Cfr. Dei Verbum, n. 19; l’istruzione della Commissione biblica, Sancta Mater Ecclesia).

Il fatto che i ricordi su Gesù dovevano servire alla vita della Chiesa ha prodotto un triplice effetto (Cfr. A. Vögtle, Il N.T. nella recente esegesi cattolica, Torino, pp. 91-94), nel cumulo dei ricordi è stata operata una selezione.

Il fatto di utilizzare i gesti e le parole di Gesù, per la vita dei fedeli, dispensò dall’obbligo di inquadrare con esattezza cronachistica i ricordi su Gesù. Inoltre i bisogni della comunità forniscono un principio di attualizzazione: non bastava ricordare ciò che Gesù aveva fatto e detto, bisognava attualizzarlo.

Per cogliere in modo più pieno la cultualità della persona e dell’opera di Gesù dal punto di vista storico-salvifico: prospettiva della continuità con l’A.T. Questa può essere riassunta nel titolo di Messia; prospettiva della novità: viene sintetizzata dal titolo messianico di Signore (Κύριος).

a) Gesù Messia nei Vangeli dell’infanzia

a) I racconti che riguardano l’infanzia di Gesù non sono stati redatti per primi. Sono stati preceduti da quelli riguardanti la passione, la resurrezione e il ministero pubblico di Gesù.

Essi sono diversi in Mt. e Lc. E non riconducibili ad una stessa fonte. Ma corrispondono al medesimo «genere letterario». Rappresentano una meditazione alla luce della fede e dell’A.T. intorno ai ricordi e ai fatti che risalgono alle origini, sulla scorta di fonti preesistenti.

b) Mt. 1,1-2,23 – Il racconto dell’infanzia si apre con un elenco genealogico di gusto giudaico che va da Abramo, il capostipite del popolo eletto, a Gesù, attraverso tre serie di 14 generazioni ciascuna. Segue poi la concezione verginale del Salvatore e la sua inserzione nella famiglia di Davide attraverso Giuseppe, che impone al bambino il nome di Jeshuah (1,18.25).

Con la genealogia si vuole mostrare che Gesù è il Messia (1,1.16), il punto terminale della storia che ebbe inizio con le promesse fatte ad Abramo. Mt. adotta lo schema della fonte E del Pentateuco (da Abramo); Lc. come la fonte J (Lc. 3,23-38) inizia con il primo uomo. Mt. segue la linea dei Re di Giuda; Lc. la linea della consanguineità.

Il secondo quadro ha come centro Betlemme: vi si narra la nascita verginale, l’omaggio dei saggi orientali. Il cap. II narra il trasferimento da Betlemme a Nazareth attraverso l’Egitto e la persecuzione violenta. L’avvenimento della nascita è suggellato dalla formula dell’”adempimento”, che ricorre 11 volte. Essa significa che l’evento salvifico del Vangelo dà alla parola dell’A.T. una nuova dimensione e realtà. Nel complesso Mt. 1,1-2,33 presenta cinque episodi dell’infanzia, ove cinque volte intervengono dei messaggi celesti, cinque volte dei testi profetici commentano i racconti.

Questo blocco matteano è costituito con la tecnica del racconto midrashico simile ai midrashim popolari dell’epoca riguardanti Mosè e altri eroi biblici, quantunque fondato su tradizioni anticamente cristiane.

c) Lc. 1,5-2,52 – Luca segue lo schema dei dittici, un quadro a due pannelli, che riguardano Giovanni Battista e Gesù. Vediamoli nella pagina seguente.

Anche per Luca abbiamo l’utilizzazione del genere midrashico. Esso è definito in questi termini da R. Bloch (DBS 5 [1957] 1261ss): «un genere edificante ed esplicativo, strettamente collegato con la scrittura, in cui la partte dell’amplificazione è reale, ma secondaria, e resta sempre subordinata al fine religioso essenziale, che è di mettere maggiormente in luce l’opera di Dio, la parola di Dio».

La ricalca le manifestazioni soprannaturali a Maria, a Zaccaria, ai pastori sul modulo delle apparizioni dell’A.T.

Dittico dell’annunciazione

Giovanni

Gesù

a)

Annuncio di Giovanni (1,5-25)

Presentazione dei genitori
Apparizione dell’angelo
Ansietà di Zaccaria
«Non temere»
Annuncio della nascita
Domanda: «in qual modo?»

Risposta:«rimprovero dell’angelo»

Segno: «resterai muto»
Silenzio di Zaccaria
Dipartita dell’angelo

c) Episodio complementare:
    Conclusione:

b)
Annuncio di Gesù (1,28-38)

Presentazione dei genitori
Ingresso dell’angelo
Ansietà di Maria
«Non temere»
Annuncio della nascita
Domanda: «come potrà avvenire»

Risposta: la rivelazione dell’angelo

Segno: «Ecco Elisabetta»
Risposta di Maria
Dipartita dell’angelo

la visitazione
il ritorno di Maria

Dittico della nascita

a)

Nascita di Giovanni (1,57s)
Gioia della sua nascita
Cantico
Circoncisione e manifestazione
Prima manifestazione del Profeta
Benedictus
Conclusione: ritornello sulla crescita (Lc. 1,80)

C) Episodio complementare:       Conclusione:

b)

Nascita di Gesù (2,1-20)
Gioia della sua nascita
Cantico degli angeli
Circoncisione e manifesta zione
Prima manifesta Gerusalemme
Nun dimittis
Conclusione: Ritornello sulla crescita (Lc. 2,40)

ritrovamento
ritornello sulla crescita


2. Giudeo secondo la carne

a) I Vangeli dell’infanzia e altri scritti del N.T. esprimono la continuità storica della salvezza iniziata nell’A.T. e completata nel N.T. nell’affermazione dell’appartenenza di Gesù al popolo della promessa.

Ebreo di nascita: Rom. 9,3-6: «miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione in figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi. Da essi proviene Cristo secondo la carne»; 7,14: «è noto che nostro Signore è uscito dalla tribù di Giuda»; Ap. 5,5:

«Ecco, il leone della tribù di Giuda, il germoglio di Davide, ha vinto».

Gesù è stato veramente uomo. L’incarnazione lo colloca nello spazio e nel tempo, in una famiglia e in un popolo, in una tradizione culturale e religiosa qual è l’Ebraismo. Gesù ha vissuto questa realtà storica come veicolo di salvezza.

«Genealogia di Gesù Cristo, Figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt. 1,1). Paolo ricorda che «Dio inviò il suo figlio nato da donna, nato sotto la Thorah» (Gal. 4,4).

Nel raccconto dell’annunciazione l’angelo dice a Maria: «Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre, e regnerà sulla casa di Giacobbe per sempre» (Lc. 1,32-33).

Il vecchio Simeone saluta Gesù nel tempio: «Luce per illuminare i popoli e gloria del popolo Israele» (Lc. 2,32).

Nell’incontro con la samaritana, costei situa immediatamente il suo interlocutore: «Come, tu sei giudeo, domandi da bere a me, samaritana?» (Gv. 4,9). E Gesù precisa: «Voi (i samaritani) adorate ciò che non conoscete; noi (giudei) adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai giudei» (Gv. 4,22).

Nei confronti della Thorah Gesù dichiara: «non pensate che io sia venuto ad abolire la Thorah e i Nibilin (Profeti); non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno della Thorah, senza che tutto sia compiuto» (Mt. 5,17-18).

Per il fatto che Gesù, secondo l’umanità sia appartenuto al popolo ebraico è anche stato impregnato della sua tradizione, e il suo insegnamento ne reca evidenti le tracce. Il metodo della predicazione, il contenuto del suo insegnamento, le immagini che adopera si inseriscono nella tradizione profetica e sapienziale del periodo dopo l’esilio. Gesù si innesta in questa tradizione viva, che fa da ponte tra i due testamenti.

Gesù nella sua vita terrena è stato profondamente inserito nella vita religiosa e nel culto d’Israele. Ha ricevuto un nome e la circoncisione quale segno dell’alleanza, è stato presentato al tempio, come prescrive la Thorah, dopo quaranta giorni e riscattato con l’oblazione sacrificale dei poveri, ha celebrato il rito della «maggiore età» a 12 anni, ha frequentato la sinagoga (Mt. 4,23; 9,35; Mc. 1,21-22; 1,39; 6,1-2; Lc. 4,14-15; 4,44; Gv. 6,59), si è recato al tempio nei pellegrinaggi annuali (Lc. 2,4): «I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua»; ha imparato le preghiere-benedizioni per tutti gli atti della giornata, è stato un vero “rabbì” (maestro) e “profeta” in mezzo al suo popolo; ha discusso e contestato le interpretazioni religiose dei farisei e degli scribi del suo tempo.

Agli apostoli, dopo averli istruiti, dà il comando di predicare il Regno anzitutto agli Israeliti: «non andate fra i pagani e non entrate nella città dei samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt. 10,5).

Prima dell’ascensione al cielo affida il compito di predicare: «mi sarete testimoni in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At. 1,8).

Questa precedenza del popolo eletto era il segno della fedeltà di Dio, che apriva ad Israele, suo primogenito, la salvezza.

b) Ma anche tutta l’opera di salvezza compiuta da Gesù è intimamente legata all’A.T.: i “segni” e i “prodigi” che opera, la predicazione ai “poveri”, la preferen­za dei peccatori, il culto spirituale del Padre, il tema del “regno”, l’universalità della salvezza.

Il mistero pasquale è letto dagli evangelisti e dall’autore del libro degli Atti come il compimento delle profezie del “servo di Jahwé”.

Gesù istituisce la cena eucaristica innestandola sul rito della Pasqua ebraica e muore come l’agnello pasquale, al quale nessun osso dev’essere spezzato (Gv. 19,36).

L’ultima parola che suggella la vita terrena di Gesù è: «Tutto è compiuto» (Gv. 19,30 e par.). L’opera del Padre, annunziata dalla Scrittura, si è compiuta perfettamente nel sacrificio di Cristo.

3. Il titolo di Messia

Questo titolo (Mashiah) che indica Gesù come l’”Unto” (greco Χριστός) fu usato nella predicazione apostolica per sottolineare la fede cristiana in Gesù come risposta data da Dio alle speranze messianiche di Israele (At. 2,36; 17,3).

La comunità primitiva giustificava questo titolo col Sal. 2,2 (At.4,27). Il kerygma proclamava Gesù come «unto di Spirito Santo e di potenza» (At. 10,37) già durante la sua vita terrena. Dunque Gesù era riconosciuto Messia già durante il ministero pubblico.

Il punto culminante della rivelazione che Gesù fece di sé fu raggiunto quando Pietro, a nome dei dodici, proclamò: «Tu sei il Cristo» (Mc. 8,29; Lc. 9,20). Gesù accetta, ma con riserva, questo titolo durante il ministero pubblico, perché rifiuta gli ideali messianici popolari di un Messia taumaturgo e guerriero, comuni nel giudaismo contemporaneo (Gv. 6,15).

La tentazione, posta all’inizio del ministero pubblico di Gesù, ha per oggetto proprio il tipo di messianismo (Mt. 4 e parr.). Secondo i sinottici sembra che Gesù abbia accolto il riconoscimento della sua missione messianica da parte delle folle, ma secondo la descrizione del re umile di Zac. 9,9 (Mt. 21,4-5).

Secondo Mc. 14,62, Gesù rispose affermativamente alla domanda del sommo sacerdote riguardo alle sue pretese messianiche. In ogni caso la morte gli fu comminata perché sedicente re-messia.

Dopo la resurrezione la messianicità fu proclamata in termini sempre più spiritualizzati, per designare in Gesù una figura gloriosa e vittoriosa, il cui regno e la cui gloria erano interiori.

Cristo-Messia divenne ed è rimasto quasi il secondo nome di Gesù.

L’incarnazione del Figlio di Dio nel popolo dell’alleanza suggella le azioni salvifiche del tempo della promessa e apre la storia salvifica alle dimensioni di tutta l’umanità.

Inserito nell’economia di grazia della religione ebraica, Gesù ha rivelato la fedeltà di Dio alle promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza. Egli è veramente il Messia che salva mediante il mistero pasquale di morte e risurrezione.

3. Gesù, Signore

La persona e l’opera di Gesù rivelano la profonda verità sia su Dio, sia sulla salvezza degli uomini. Egli è l’ultima e definitiva tappa della manifestazione di Dio all’umanità; l’evento definitivo che porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (Gv. 5,36; 17,4).

a. Il significato salvifico dei titoli messianici

La cristologia neotestamentaria può essere ricavata dai nomi di dignità (titoli messianici) che vengono attribuiti a Gesù.

1. Servo di Dio

Appare una volta nei sinottici (Mt. 12,18, cita Is. 42,1-4) e quattro volte negli Atti (3,13.26; 4,27.30). Questo titolo aiuta a comprendere la sofferenza di Gesu e a interpretarla alla luce della figura veterotestamentaria del Servo di Jahwé. Esso implica che Gesù ha fatto solo quello che Dio ha voluto facesse; la sua grandezza è quella di essere “servo” di Dio; il servizio di Gesù era di salvare gli uomini; Gesù è stato glorificato da Dio a causa di questo servizio; tale missione di servo ha incontrato l’opposizione degli uomini. La fedeltà di Gesù a questo “servizio” doloroso lo ha condotto alla croce. La nota fondamentale di questo titolo è che il servo rappresenta il suo popolo e muore per lui.

2. Figlio di Dio

Questo titolo appare 31 volte nei Sinottici, 42 nelle Lettere, 23 nel Quarto Vangelo, 3 negli Atti e 1 nell’Apocalisse.

Gesù nella sua persona è colui che rappresenta tutti i figli del popolo eletto e anche il figlio unico, l’erede (Mt. 21,33ss), al quale è stata trasmessa ogni autorità sul mondo mediante la risurrezione. L’intimità di Gesù con Dio è unica e creatrice di una figliolanza nuova degli uomini con Dio. Va detto tuttavia che questo titolo nel N.T. non va sovraccaricato del senso ontologico della cristologia posteriore, anche se in parte è implicita.

3. Figlio dell’uomo

È la designazione più importante nei Vangeli e attribuita da Gesù stesso alla sua persona. Va interpretata alla luce di Dan. 7.

Altri epiteti di Gesù nel N.T. sono: il Santo e il Giusto (At. 3,14); Principe della vita (At. 3,15; 5,31; 12,2); Pietra rifiutata dai costruttori (At. 4,11); Salvatore (At. 5,31; 1 Cor. 1,18-21; 2 Cor. 2,15; Rom. 1,16; 5,10; Ef. 2,5); Figlio di Davide, Immagine di Dio (Col. 1,15); Primogenito (Col. 1,15-16); tra tutti il più importante è quello di Kyrios (Signore), sul quale ci soffermeremo in particolare.

Va detto a questo punto che tutti questi titoli messianici non sono in primo luogo delle definizioni dell’essenza divina o umana di Gesù Cristo, ma equivalgono a «concetti di funzione esprimenti un determinato aspetto del suo agire che comunica la salvezza». Essi rivelano il significatosalvifico della sua persona, in relazione al passato veterotestamentario e al futuro, in quanto da Gesù prende l’avvio in modo nuovo e definitivo l’economia di salvezza voluta da Dio per tutta l’umanità.

b. Gesù, Kyrios (Signore)

Kyrios è il termine greco usato nei LXX per tradurre il nome rivelato di Dio (Jahwé). Tale titolo fu attribuito nella predicazione primitiva al cristo risorto, esaltato da Dio (Cfr. At. 2,36: «sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Messia questo Gesù che voi avete crocifisso»).

1. Fin dai primi giorni la comunità di Gerusalemme sviluppa una teologia del nome. Il tetragramma è semplicemente applicato a Gesù:«allora chiunque avrà invocato il nome del Signore (cioè Cristo) sarà salvo» (At. 2,21 che cita Gioe. 3,5). La fede cristiana in questo nome può fare miracoli (vedi la guarigione dello storpio: At. 4,10). La salvezza si ottiene solo in questo Nome (4,12), fonte di tutte le “guarigioni, miracoli, prodigi” per mezzo dei quali è annunciato l’Evangelo (At. 4,29-30).

Mediante la sua invocazione si ripetono i fenomeni originali della Pentecoste per incoraggiare e rafforzare la comunità perseguitata (At. 4,31). I discepoli sono pieni di gioia «per essere stati giudicati degni di patire oltraggi per il Nome» (At. 5,41). Una delle più antiche formulazioni della fede cristiana è il breve credo: «Cristo è il Signore» (Fil. 2,11: Rom. 10,9).

Il rito dell’iniziazione alla comunità era: «Battesimo nel nome di Gesù» (At. 2,38; 8,46; 10,48; 19,5; 22,16; 1 Cor. 1,13), probabilmente perché durante il battesimo il neofita esprimeva la sua fede con la formula «Gesù è il Signore».

2. Con l’attribuzione del titolo “Signore” al Cristo glorificato, la fede apostolica riconosceva al Maestro risorto la divinità. Per esprimere l’effetto della glorificazione di Gesù si usò il Salmo 110,1: «Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra». Proprio questo titolo, più di quello di Figlio di Dio, esprimeva per la comunità primitiva la realtà della filiazione divina di Gesù.

3. Nel momento della glorificazione Gesù riceve dal Padre il «Nome che è al di sopra di ogni nome (=angeli), perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» (Fil. 2,9-10). Questo significa che nell’evento della risurrezione il Padre ha rivelato al mondo la vera natura del suo “servo” (Fil. 2,7): Gesù è il Signore. A lui è conferito ogni potere e autorità: «Mi è stato dato ogni potere in cielo, e in terra» (Mt. 28,18). Gesù esercita, quindi, l’autorità stessa di Dio. Egli governa la storia; è il re-giudice che, solo, ha il potere di rimettere i peccati: «il giorno del Signore» sarà dunque il suo giorno (Mt. 24,42; At. 2,20; I Tess. 5,2; II Tess. 2,2).

La Signoria di Cristo conserva un carattere estremamente concreto: Egli, il Signore, resta sempre colui che ha sofferto, è morto per la salvezza degli uomini; il diritto di regnare gli viene dall’umiliazione totale della croce; è dunque Signore perché Salvatore del mondo (Rom. 5,6-8; 6,4-9; I Cor, 1.23ss).

Questa signoria non si estende soltanto sulla storia o sul peccato in generale, ma anche sulla storia e il peccato di ogni uomo in particolare. Essa è la realtà più segreta e più universale tanto nella vita dei popoli, quanto in quella del credente (Fil. 3,8; Rom. 15,30; I Cor. 1,2).

La sovranità di Cristo può essere espressa con le parole di Y. Congar con tre affermazioni:

- La signoria di Cristo è totale e assoluta; si estende a tutte le realtà terrene, celesti, visibili e invisibili. Egli è Pantocrator (Apoc. 1,8; 4,8; 19,6); il Principio della creazione (Col. 1,18), della risurrezione (1 Cor. 15,20); il Capo di tutta l’umanità (1 Cor. 15,18) e della Chiesa (Col. 1,18; Ef. 1,22).

- L’esercizio effettivo totale della Signoria di Cristo è escatologico. La fine di tutto è la realizzazione del pieno monoteismo, cioè di una totale e perfetta dipendenza gioiosamente riconosciuta di tutte le cose nei confronti di Dio: «Dio sarà tutto in tutti» (1 Cor. 15,18).

- L’esercizio “economico” (il regime terreno della redenzione) da parte di Cristo della propria Signoria, comporta dualità di settori, Chiesa e mondo, una lotta (resistenza delle Potenze e della carne) e, in Cristo stesso, un atteggiamento sacerdotale di servo sofferente (Cfr. Y. Congar, Gesù Cristo nostro mediatore, nostro Signore, Torino, pp. 151-166).

c. Il mistero pasquale, centro della storia della salvezza

Il titolo di Kyrios, attribuito dal kerygma apostolico al Cristo risorto, rappresenta il culmine della riflessione pasquale sul mistero di Cristo. Esso non è stato una specie di investitura dal basso, bensì il riconoscimento che la risurrezione è la più specifica opera di Dio, la più decisiva sulla serie delle “meraviglie” della storia salvifica (At. 2,11). Gesù è Signore, è la confessione che meglio esprimeva l’evento reale e centrale della risurrezione.

Tutte le narrazioni evangeliche della risurrezione sono concordi nel dire espressamente, come fatto fondamentale, che quel Gesù che era morto crocifisso, ora non è più tra i morti, ma è vivo e glorioso presso il Padre. Ciò viene provato non dal fatto della risurrezione di Gesù, che nessuno vide, ma in base alla parola di Dio e di Gesù, confermata dal sepolcro vuoto, dalle apparizioni dello stesso identico Gesù Cristo.

L’opera di salvezza neo-testamentaria in quanto avvenimento storico-salvifico è connessa con la persona storica di Gesù Cristo. Mediante Lui ed in Lui «abbiamo la liberazione, la remissione dei peccati» (Ef. 1,7). La posizione della persona di Gesù nella soteriologia pasquale emerge prendendo in considerazione la sua resurrezione, la sua morte e l’incarnazione.

α) La salvezza tramite la liberazione operata da Gesù avviene in analogia con la pasqua-esodo dell’A.T., nel senso di un movimento di salvezza guidato da un liberatore e da una guida più forte della realtà negativa del peccato e della schiavitù.

Nella sua pasqua di morte Gesù ha compiuto una volta per tutte il suo passaggio e ha portato a termine il suo esodo (Gv.13,1; Lc. 9,31). Anche i suoi che lo seguono e gli succedono, sotto la sua guida e a lui uniti nella fede, devono compiere quel medesimo exodus, il suo stesso passaggio dalla morte alla vita.

Egli, infati, in quanto risorto è il Liberatore (At. 7,35), la Guida (At. 3,15) e il Pastore del nuovo popolo di Dio.

Egli è il nuovo Mosè del nuovo esodo e il mediatore della Nuova Alleanza. (I Tim. 2,5; Eb. 8,6; 9,15; 12,24).

β) La sua immolazione sulla croce è una morte sacrificale. Gesù nella sua morte si è offerto per gli uomini (Mc. 10,45 parr.; 14,24 parr.; Rom. 5,6; Gal. 4,1; 1 Tim 2,6; Eb. 2,9; 1 Pt. 2,21; 3,18; Gv. 6,51; 17,17).

Ef. 5,2 spiega il significato salvifico della morte di Gesù ricorrendo al concetto cultuale di sacrificio: «si è offerto per noi in dono e sacrificio a Dio quale profumo prezioso». Questo sacrificio è insieme sacrificio pasquale (1 Cor. 5,7; Gv. 19,36; 1 Pt. 1,18-19; Apoc. 5,9), sacrificio di alleanza (Mc. 14,24 parr.; Eb. 9,20; 10,29; 13,20) e sacrificio di espiazioneMt. 26,28; Rom. 3,25; 1 Gv. 2,2; 4,10). Il suo effetto salvifico consiste nella conclusione della Nuova Alleanza nel sangue sacrificale. (

Nell’ultimo banchetto pasquale, Gesù con i suoi rivela la nuova prospettiva della Pasqua nel dono del suo corpo e del suo sangue (Agnello pasquale) con le parole: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo; bevetene tutti perché questo è il sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Mt. 26,26-28 parr.). Le narrazioni storiche dell’ultima cena tengono presente il sacrificio pasquale, al quale rimanda Paolo (1 Cor. 5,7; la 1 Pt. 1,18ss., e il Vangelo di Gv. 19,36, e l’Ap. 1,5; 5,9).

γ) La morte e la risurrezione non sono avvenimenti separati, ma costituiscono un unico avvenimento salvifico. Secondo Paolo (Rom. 4,25) il medesimo effetto salvifico deriva sia dalla morte, sia dalla risurrezione, Giovanni (8,28; 12,32) fa coincidere la morte sulla croce con l’innalzamento e la glorificazione. Morte e risurrezione costituiscono l’aspetto negativo e positivo della stessa realtà salvifica.

δ) In questo evento conclusivo prende luce tutta la vita terrena di Gesù e rivela, con la continuità veterotestamentaria, la novità della sua presenza tra gli uomini: Egli è l’Emmanuele (Mt. 1,23, che cita Is. 7,10), il Dio-con-noi, il Salvatore perché Dio (Tt. 2,13; Lc. 2,11; At. 5,31; 13,23; Ef. 5,23; Fil. 3,20; 2 Tim. 1,10; Tt. 1,4; 3,6; 2 Pt. 1,1.11; Gv. 4,42; 1 Gv. 4,14).

La sua nascita è qualcosa di assolutamente nuovo: la Vergine genera dallo Spirito Santo (Mt. 1,18-20: Lc. 1,35). Il suo ministero pubblico è caratterizzato da un insegnamento nuovo; impartito con autorità (Mc. 1,27); la sua dottrina è il vino nuovo in otri nuovi (Mt. 9,17 parr.); il suo comandamento nuovo è l’amore reciproco in cui si riflette il suo (Gv. 13,34); l’eucaristia è il calice della nuova alleanza; Egli ne è il mediatore (Eb. 9,15).

Tale novità è comunicata al crdente: «Se qualcuno è in Cristo, è una creatura nuova» (2 Cor. 5,17); la vita di Gesù risuscitato dai morti dà la vita nuova ai cristiani (Rom. 6,4). La vita cristiana è un dinamismo per assumere e far propria la novità portata da Cristo (Ef. 4,24: «rivestite l’uomo nuovo, creato secondo Dio»; Col, 3,10; 2 Cor. 4,16: «l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno»).

L’evento escatologico sarà la pienezza del rinnovamento in Cristo (2 Pt. 3,13: «aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova»); sarà dato un nome nuovo (Ap. 3,12), un cantico nuovo (Ap. 2,17), ci sarà una nuova Gerusalemme (Ap. 3,12), un cantico nuovo (Ap. 5,9; 14,3), un universo nuovo (Ap. 21,5).

d. Il “mistero di Cristo” nel N.T.

a) Il termine mistero nella sfera religiosa greca si riferisce in modo esclusivo al culto, e qualifica il tentativo dell’uomo di raggiungere e penetrare l’ambito della divinità. In ambiente biblico (ebraico e cristiano) indica invece un intervento che parte da un’iniziativa esclusivamente divina. Dio ha un suo “piano” o “progetto” nei confronti dell’uomo, che tiene segreto, e che manifesta quando e come vorrà a coloro che ha eletti.

b) Su questa linea si trova l’uso di mysterium nel N.T. dove ricorre 28 volte: 3 nei Sinottici; 4 nell’Apocalisse e il resto negli scritti paolini.

Tenedo conto della probabile sequenza cronologica delle lettere di Paolo, i principali testi sono:

1 Cor. 2
Rom. 16,26-27
Ef. 1,3-14; 3,1-13
Col. 1.25-27; 2,1-5
1 Tm. 3,16

In questi passi le idee dominanti sono:

α) Il “mistero” di Dio è Cristo (Col. 2,2), tutto intero, nella sua dimensione umana e divina, nella sua vicenda storica, nella sua glorificazione e nel suo prolungamento mistico;

β) La “segretezza” del mistero divino non fa che sottolineare la sua trascendenza e la gratuità della comunicazione a persone scelte da Dio. Quel Gesù che visse notoriamente tra gli uomini e fu presentato da Dio, in quanto il Cristo di Dio, va accettato nella piena e incondizionata sottomissione a Dio (= nella fede). Così la presenza di Cristo nel credente è vera e reale, ma nascosta. Così la Chiesa, apparentemente un’organizzazione religiosa presente nel mondo tra tante altre, è il “corpo” di Cristo, la sua sposa «senza macchia e ruga, né qualcosa di simile» (Ef. 5,27);

γ) Il mistero abbraccia il tempo e l’eternità. Fu preparato da Dio prima della creazione del mondo (1 Cor. 2,7); fu nascosto per i tempi passati (1 Cor. 2,8; Ef. 3,9; Col, 1,26; Rom. 16,25); è il “mistero” della volontà di Dio (Ef. 1,9). Ma ora è manifestato secondo una speciale “economia” che riguarda il modo con cui Dio governa il tempo (Ef. 1,10). Questa manifestazione è dono gratuito della benevolenza divina e fa parte essa stessa dell’«economia divina». Tutt’al più è rivelatrice del “mistero” (Ef. 3,10), ma in essa gli apostoli e i profeti hanno un posto e una funzione particolare (Ef. 3,2-6);

δ) Il “mondo”, separato dal mistero, non ha sufficiente ragione di esistere (Col. 1,17; Ef. 1,10-22). Ma qualcosa ancora si nasconde. C’è uno stadio definitivo che è solo iniziato e che si concluderà con la “gloria” finale (Col. 1,24-25; Ef. 3,13).

ε) Il fatto centrale del mistero è Cristo crocifisso e glorificato. Lo «scandalo della croce» è come un velo che nasconde la gloria effettiva del Cristo. Per questo il mistero non è credibile a chi non è disposto a sottomettersi a Dio nella fede. Cristo crocifisso è «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Cor. 1,24) a salvezza degli uomini;

ζ) Proprio il Cristo crocifisso e glorificato, presente nei cristiani (Col. 1,27) e nel quale i credenti sono presenti a Dio (Ef. 2,5-6), è il centro unificatore dell’umanità (Ef. 2,11-22), dell’intero universo materiale e spirituale e di tutta la storia (Ef. 1,10).

Il “mistero di Cristo” riassume dunque i rapporti che di fatto corrono fra Dio e l’umanità. Su di esso fanno perno i grandi problemi finali dell’umanità e della storia.

Conclusione

«Il Redentore dell’uomo, Gesù Cristo, è centro del cosmo e della storia (…)». Siamo anche noi, in certo modo, nel tempo di un nuovo avvento, che è tempo di attesa.

«Dio che aveva già parlato nei tempi antichi, molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb. 1,1s), per mezzo del Figlio-Verbo, che si è fatto uomo ed è nato dalla Vergine Maria.

In questo atto redentivo, la storia dell’uomo ha raggiunto nel disegno d’amore di Dio il suo vertice. Dio è entrato nella storia dell’umanità e, come uomo, è divenuto suo “soggetto”, uno dei miliardi e, in pari tempo, unico!

Attraverso l’incarnazione Dio ha dato alla vita umana quella dimensione che intendeva dare all’uomo sin dal suo primo inizio e l’ha data in maniera definitiva – nel modo peculiare a lui solo, secondo il suo eterno amore e la sua misericordia, con tutta la divina libertà –, ed insieme con quella munificenza che, di fronte al peccato originale e a tutta la storia dei peccati dell’umanità, di fronte agli errori dell’intelletto, della volontà e del cuore umano, ci permette di ripetere con stupore le parole della sacra liturgia: «O felice colpa, che meritò di avere un tanto nobile e grande Redentore!». (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 1).


Bibliografia

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E. Trocmé, Gesù di Nazareth, Brescia.

S. Lyonnet, Il Nuovo Testamento alla luce dell’Antico, Brescia.

X.Leon Dufour, I Vangeli e la storia di Gesù, Milano.

K. Hruby, «Que Jésus-Crist soit né juif?», in «Sidic» 12 (1979), pp. 4-7.

R. Aron, Ainsi priait Jésus enfant, Paris.

G. Segalla, Cristologia del Nuovo Testamento, in Aa.Vv., Il problema cristologico oggi, Assisi, pp. 13-14.

G. Leonardi, La resurrezione di Cristo fondamento e anticipazione della nostra resurrezione, in Invito alla Bibbia, cit., pp. 285-333.

N. Füglister, Il valore salvifico della Pasqua, cit., pp. 325-333.

N.M. Loss, Il “mysterium Christi” in prospettiva biblica, in Corso introduttivo al mistero della salvezza, di V. Miano (a cura), Zürich, pp. 9-26.

J. Moltmann, Il Dio crocifisso, Brescia.

M. Magnolfi, Gesù Cristo nella preparazione-annuncio del Vecchio Testamento, in Aa.Vv., Gesù Cristo, Roma, pp. 11-20.

A. Vögtle, Messia e Figlio di Dio, Brescia.

Ultima modifica Venerdì 18 Novembre 2011 16:17
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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