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Giovedì 06 Dicembre 2007 23:22

Nuove ipotesi su Qumran (Estelle Villeneuve)

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Nuove ipotesi su Qumran

di Estelle Villeneuve *

Le rovine di Qumran sono conosciute in tutto il mondo come il “monastero” della setta ebraica essena. Tuttavia, da una quindicina d’anni, i progressi della ricerca – archeologica e testuale – spingono a riconsiderare le vestige e a sfumare, se non a contraddire, il modello stabilito.

Luogo stupefacente quello di Khirbet Qumran, sulla riva occidentale del Mar Morto, ai piedi dei monti scoscesi della Giudea. Visitate varie volte fin dalla metà del secolo XIX, senza attirare l’attenzione, queste rovine insignificanti avrebbero poi acquistato notorietà se, un bel giorno del 1947, sette rotoli di pelle eccezionali non fossero stati trovati in una cavità naturale della roccia, poche centinaia di metri più in là? Sotto il fuoco dei proiettori dapprima puntati sulle grotte e il loro tesoro di manoscritti, i ruderi di Khirbet Qumran hanno preso un’importanza formidabile. Infatti i testi facevano eco al modo di vita e alle credenze degli Esseni, descritti dagli autori antichi. Per questo gli archeologi si interessarono di nuovo alle rovine, sperando di trovarvi le tracce della setta scomparsa

In questa prospettiva furono portate avanti sei campagne di scavi, fra il 1951 e il 1958, sotto la guida del padre domenicano Roland de Vaux, archeologo e biblista famoso della Scuola biblica di Gerusalemme. Assistito da giovani ricercatori, con una cinquantina di operai arabi, liberò completamente gli edifici di Khirbet Qumran e una cinquantina di tombe del cimitero a fianco; una campagna fu consacrata anche alla dipendenza di ‘Ain Feshka, un‘oasi a due chilometri sulla riva del Mar Morto. Dovendo fronteggiare l’urgenza di un salvataggio, in un clima politico in crisi, il gruppo lavorava da pioniere dell’archeologia classica regionale, con i metodi di scavo che prevalevano in quel momento.

Lo scenario essenico del padre de Vaux

Fin dalla prima campagna, l’ipotesi del nesso fra le rovine e le grotte parve confermato dalla presenza qui e là di uno stesso modello di giare cilindriche con coperchio. Fino alla fine dello scavo il padre de Vaux confrontò continuamente le sue osservazioni con l’ipotesi di un insediamento essenico, ritenendo che nulla, nella disposizione dei luoghi e negli arredi ritrovati venisse a contraddirla formalmente. Nello scenario dell'occupazione dei luoghi che egli ricostruì, le tre dominanti del paesaggio circostante – grotte, rovine, cimitero – si trovavano riunite come il teatro coerente di un dramma essenico in tre atti.

La fase I aveva visto l’istallazione del gruppo dopo la rottura con il giudaismo ufficiale verso la metà del II secolo prima della nostra era.

Dopo un breve abbandono in seguito a un terremoto nel 31 a.C., la comunità avrebbe rioccupato i luoghi verso l'anno 4 o 1: è la fase II, interrotta brutalmente quando i Romani devastarono la regione nel 68 per dominare la prima rivolta giudaica. Infine, nella fase III, una guarnigione romana si sarebbe accampata per poco tempo nei ruderi fino alla caduta di Masada nel 73.

Questa ricostruzione della storia di Qumran, esposta in vari articoli apparsi fra il 1956 e il 1963, si è imposta rapidamente nella comunità scientifica e nel grande pubblico. Per più di trent’anni è stata accettata all’unanimità.

Le nuove ipotesi degli anni ‘90

A poco a poco la pubblicazione dell’insieme dei documenti estratti dalle undici grotte rivelò una maggiore diversità di tendenze giudaiche, minimizzando il contributo essenico che era stato ipotizzato in un primo momento. Questa nuova valutazione portò con sé una nuova ricerca sulle vestigia. Se i testi infatti non erano più necessariamente esseni, i ruderi lo erano ancora? La domanda pareva tanto più pertinente in quanto i progressi dell’archeologia regionale offrivano ormai al sito un contesto geoculturale più vasto. I luoghi oggetto di scavi in Giudea (Gerusalemme, Gerico, Masada, Erodione) o sulla riva oltre il Giordano (Calliroè, Macheronte) avevano infatti apportato nuovi contributi alla storia dell’architettura e alla datazione delle ceramiche. Qumran sorpassava il quadro strettamente essenico che gli era stato attribuito. Il consenso alla tesi del padre de Vaux non poteva più reggere. Fin dal 1994 alcuni archeologi, ipotizzando una provenienza non qumranica dei manoscritti, vollero dissociare la coppia sito/grotte e sottrarsi alla lettura imposta dai testi. Furono avanzate interpretazioni alternative, per la maggior parte profane, modificando il punto di vista originale. La storia militare della regione suscitò l’idea di un fortino di resistenti contro Roma, con il suo bastione e a fianco il cimitero dei suoi prodi. Mettendo l’accento sulle risorse agricole della regione, altri scoprirono una villa rustica che viveva della coltivazione del balsamo per estrarne l’essenza. Altri vi videro un centro commerciale o, più recentemente, una fabbrica industriale di ceramiche con i suoi bacini di decantazione dell’argilla.

La via del compromesso Ma si può rivedere l’interpretazione del padre de Vaux alla luce dei dati nuovi, senza per questo escludere completamente l’Esseno? Jean-Baptiste Humbert, archeologo alla Scuola biblica e incaricato della pubblicazione finale degli scavi, difende questa terza via. Egli rafferma che Khirbet Qumran e i suoi abitanti furono certamente implicati nel deposito dei rotoli nelle grotte, quale che sia la provenienza dei manoscritti. Infatti le giare così particolari che li proteggevano non hanno equivalenti fuori del sito dove si trovano in gran quantità. D’altra parte la maggior parte dei manoscritti si trovavano in grotte artificiali scavate negli strapiombi marnosi proprio ai piedi dell'insediamento.

Quanto alla fase iniziale dell’occupazione del luogo, l’esame dell’architettura lascia intravedere nella pianta dell’edificio principale, con il suo cortile centrale e i resti sparsi di una decorazione monumentale, un edificio ristrutturato caratteristico delle case nobiliari dell’Oriente ellenizzato. Contrariamente dunque allo scenario del P. de Vaux, l’occupazione è stata dapprima aristocratica e profana e, secondo le monete, non potrebbe risalire a prima del regno dell’asmoneo Alessandro Gianneo, fra il 104 e il 75 a.C.

L’insediamento non ha cambiato natura che nella seconda metà del I secolo prima della nostra era. In mancanza di iscrizioni che designino per nome gli abitanti del sito, l’archeologia non può affermare che essi fossero esattamente degli Esseni. In cambio può discernere gesti e usanze che competono all’antropologia religiosa. Vari indizi infatti vanno nel senso della pratica rituale ebraica: l’asse del recinto nord che è spostato rispetto al resto degli edifici, ma orientato verso Gerusalemme, dà la direzione del tempio dal quale sono separati, verso il quale dirigere le preghiere. Un lungo muro collega Qumran all’oasi di Ain Feshka; non può essere né recinto, né fortificazione, ma potrebbe essere un eruv, cioè la clausura simbolica che delimita lo spazio di circolazione consentito nel giorno di sabato. Ossa di animali seppellite in vasellami sotto il pavimento del recinto nord e accanto al “refettorio” sono senza dubbio i resti di pasti rituali, eventualmente consumati nell’ambito di un pellegrinaggio pasquale degli ebrei d’oltre Giordano. I vasellami del “refettorio” non potevano servire ai pasti perché il locale in cui erano stati sistemati era stato murato; bisognerà piuttosto vedervi dei vasi sacri che siano andati in disuso oppure messi al riparo da una profanazione? Tutti questi elementi precisano il carattere giudaico, assai pio, dell’occupazione del luogo nella fase che precedette la distruzione del 68.

In definitiva, Qumran fu, sì o no, essena? Certamente sì, se si ascoltano le testimonianze degli autori antichi che localizzavano le comunità essene in questo settore occidentale del Mar Morto. Ma se la storia consente di considerare il sito come esseno, l’archeologia non autorizza più a vederlo come il centro chiuso di una comunità che vivesse reclusa alla maniera dei monasteri medioevali. Questa prospettiva non contraddice le testimonianze degli autori antichi, ma priva gli esegeti di una cornice forse prefabbricata in cui l’Esseno, stereotipato, sembrava muoversi a suo agio.

* Archeologa, ricercatrice a l’UMR «Archéologie et Sciences de l’Antiquité»

(da Le monde des religions 22, pp. 32-24)
Ultima modifica Martedì 05 Febbraio 2008 23:21
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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