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Sabato 23 Febbraio 2008 00:05

17. Profeti e profetismo (Rinaldo Fabris)

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17. Profeti e profetismo (Rinaldo Fabris)

Il termine italiano “profeta” trascrive il vocabolo greco prophétes, che significa “colui che parla davanti” o “al posto di qualcuno”.

 

Un'ampia sezione della Bibbia è formata dai libri “profetici”. Nel canone ebraico sono chiamati “profeti anteriori” l'insieme di libri che nel canone cristiano sono detti “libri storici”. Essi vanno dal primo Libro di Samuele al secondo Libro dei Re. Invece i libri profetici del canone cristiano sono chiamati “profeti posteriori”. Questi comprendono i quattro profeti maggiori - Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele, e i dodici minori, considerati nella tradizione biblica come un unico libro. Il fenomeno del profetismo, presente anche nelle culture contemporanee alla Bibbia, attraversa l'intera storia di Israele al punto che Abramo e Mosè sono presentati come figure profetiche.

1. Chi è il “profeta”

Il termine italiano “profeta” trascrive il vocabolo greco prophétes, che significa “colui che parla davanti” o “al posto di qualcuno”. Quando Mosè, incaricato da Dio di far uscire i figli di Israele dall'Egitto, obietta che egli non sa parlare, Dio gli risponde che suo fratello Aronne, che sa parlare bene, sarà il suo “profeta” in quanto dirà quello che Dio gli comunica tramite Mosè (Es 4,10-17; 7,1). Tuttavia nei testi del Pentateuco Mosè è presentato come il prototipo del profeta biblico perché è incaricato di trasmettere al popolo le parole di Dio (Dt 18,15-19). Nel Deuteronomio, dopo il racconto della morte di Mosè, se ne fa questo elogio: “Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè - lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia - per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese di Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutto il suo paese, e per la mano potente e il terrore grande con cui Mosè aveva operato davanti agli occhi di tutto Israele” (Dt 34,10-12; cf. Nm 12,1-8).

2. Il profetismo biblico

Nell'ebraico biblico il “profeta” è chiamato nabî, che significa “parlatore” (cf. Am 7,14). Ma nel periodo più arcaico è conosciuto anche come ro’èh, “veggente” (cf. 1Sam 9,9). Nella storia del profetismo biblico si passa dalle pratiche di “divinazione”, all'ascolto della “parola” di Dio (Dt 18,9-22). Nel primo libro di Samuele, dove si racconta l'investitura di Saul mediante l'unzione, si presenta un esempio di profetismo estatico collettivo o di gruppo (1Sam 10,5). Da questa prima fase si passa al profetismo individuale, legato per lo più a un santuario o alla corte. In effetti negli attuali libri di Samuele e dei Re sono menzionate alcune figure di profeti che stanno al servizio del re o di un santuario: Natan (2Sam 7,2), Gad (1Sam 22,5; 2Sam 24,11), Achia di Silo (1Re 11,29), Michea ben Imla (1Re 22,6-28). In particolare negli ultimi capitoli del primo Libro dei Re è riportato il “ciclo di Elia”, originario di Tisbe nel Gálaad (1Re 17,1-19,21; 2Re 1,1-2,18). Egli è il combatttente per lo “Jahvismo” e il difensore dei poveri. Invece i primi capitoli del secondo Libro dei Re sono dedicati al suo discepolo e successore: Eliseo (2Re 2,1-25; 4,1-8,15; 13,14-21).

Il fenomeno del profetismo è conosciuto nell'antico Vicino Oriente - Egitto, Mesopotamia e Canaan - dove si riscontrano notevoli affinità di forme espressive con il profetismo biblico: denuncia dei mali e annuncio del futuro di rovina o felicità. Nel primo libro dei Re sono menzionati i profeti di Ba‘al venuti al seguito della regina fenicia Gezabele, moglie di Acab, re di Israele (1Re 18,21-29). Nel libro dei Numeri si riportano gli oracoli di Balaam, figlio di Beor, fatto venire dal re di Moab, Barak, per impedire ai figli di Israele, usciti dall'Egitto, di attraversare il suo territorio (Nm 22,2-24,25). Gli elementi distintivi del profetismo biblico, rispetto al profetismo dell'antico Vicino Oriente, sono la fede nel Dio unico, l'appello ai valori etici, il contesto dell'alleanza, e la tradizione storica e spirituale.

3. Lo statuto del “vero” profeta

All'origine dell'esperienza del profeta biblico sta la chiamata o investitura da parte di Dio. Il profeta con una parola o un gesto di consacrazione è incaricato da Dio di portare il suo messaggio al popolo dell'alleanza e alle nazioni. I profeti, di cui si conservano gli oracoli nei rispettivi libri, raccontano spesso in forma autobiografica la loro chiamata o vocazione: Amos (Am 7,10-16; cf. 3,3-8) e Osea (Os 1,2-9; 3,1-5) per il regno del Nord o Israele; Isaia (Is 6,1-13), Geremia (Ger 1,4-10)ed Ezechiele (Ez 1,1-3,21) per il regno del Sud o di Giuda. I criteri per distinguere il vero dal falso profeta sono la fedeltà alla tradizione dell'esodo-alleanza, che implica la fede nel Dio unico con i valori etici corrispondenti, l'efficacia della parola profetica - una parola che opera quello che annuncia - e la coerenza e libertà personale. Questi criteri di carattere oggettivo e soggettivo o esistenziale sono richiamati in Dt 18,15-20 e disseminati nei libri profetici (Mic 3,1-8.9-12; Ger 14,13-16; 23,9-40; Ez 13,1-23).

Il discorso profetico prende la forma dell'oracolo che comprende questi momenti: la denuncia della situazione di peccato come infedeltà all'alleanza (= idolatria e ingiustizia), l'appello alla conversione, l'annuncio del “giudizio di Dio”, che implica salvezza o rovina. In altre parole il profeta è l'uomo di Dio che vede e interpreta i fatti della vita presente alla luce della fede in Dio fedele alle sue promesse. Egli parla e opera per la giustizia denunciando il male attuale e annunciando la salvezza futura, dono di Dio.

Rinaldo Fabris

Ultima modifica Venerdì 30 Marzo 2012 13:09
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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