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Domenica 13 Aprile 2008 16:19

Teologia dell'Antico Testamento. 2. L’esperienza di Jahweh da parte di Israele

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Non è tipico soltanto del popolo d’Israele avere un racconto leggendario delle proprie origini, che è più l’espressione dell’unità instaurata dal tempo delle sue origini che non una spiegazione delle origini stesse. Il problema del rapporto tra teologia e storia non è risolto da queste brevi osservazioni. La fede dell’Antico Testamento si fonda sugli atti di Jahweh nella storia; questo è un principio indiscutibile...

Teologia dell'Antico Testamento

2. L’esperienza di Jahweh da parte di Israele

L’Antico Testamento è una raccolta di ciò che resta della letteratura di un popolo dell’antico Vicino Oriente, conosciuto generalmente, ma non in modo del tutto preciso, come Israele, che è anche l’antico nome della terra nella quale visse questo popolo. Le riserve a proposito del nome di Israele sono dovute semplicemente all’ambiguità storica dei rapporti del popolo di Israele con il popolo di Giuda, il quale continuò la religione e le tradizioni letterarie e storiche di Israele dopo che il popolo che portava quel nome ebbe cessato di esistere. Risolvere questo problema storico non è compito della teologia dell’Antico Testamento.

La raccolta dei libri non rivela che Israele e Giuda avessero idee e credenze diverse a proposito del loro Dio, Jahweh. Le testimonianze letterarie furono raggruppate e conservate innanzitutto perché sono le testimonianze dell’esperienza di questo popolo con Jahweh. Questa motivazione non è valida per tutte le singole parti dei libri; alcune di esse sembrano essere degli scritti non religiosi, incorporati a causa della loro attinenza con l’esperienza religiosa di Israele.

È chiaro che la testimonianza di un’esperienza religiosa, soprattutto poi di un’esperienza che copre un periodo di tempo così lungo e così remoto, e che si attua in una cultura così diversa, presenta dei problemi suoi propri. Il teologo dell’Antico Testamento deve assumere certe conclusioni della critica letteraria come presupposti validi, nella misura in cui queste conclusioni sono generalmente accettate. La teologia non ha nulla a che vedere con l’affermazione o la confutazione delle conclusioni della critica letteraria. Se il lavoro critico non è ben fatto, alcune delle sue conclusioni teologiche potranno essere contestate. Il teologo deve anche accettare un certo numero di conclusioni storiche. Quello che la gente crede sia avvenuto è teologicamente altrettanto importante che quello che effettivamente avvenne. È molto improbabile che la testimonianza che noi abbiamo delle origini d’Israele e della sua religione sia precisa in tutti i dettagli; e la ricostruzione da parte di Israele del racconto delle origini riflette certamente più la fede del tempo della ricostruzione che non gli avvenimenti delle origini d’Israele. Ma la ricostruzione è fondamentale nella teologia dell’Antico Testamento, e il teologo è poco interessato a trovare una spiegazione più esatta delle origini d’Israele.

Non è tipico soltanto del popolo d’Israele avere un racconto leggendario delle proprie origini, che è più l’espressione dell’unità instaurata dal tempo delle sue origini che non una spiegazione delle origini stesse. Il problema del rapporto tra teologia e storia non è risolto da queste brevi osservazioni. La fede dell’Antico Testamento si fonda sugli atti di Jahweh nella storia; questo è un principio indiscutibile... L’Antico Testamento lascia anche trasparire una certa ignoranza a proposito di gran parte della storia primitiva d’Israele; e questo è pure indiscutibile. Non si conciliano i due termini del paradosso affermando che Israele credeva in un certo numero di cose, a proposito degli atti di Jahweh, che non sono vere. L’affermazione è valida , ed è valida per ogni religione che possa essere studiata; non vuol dire che la religione non abbia teologia o che la teologia non sia altro che un tessuto di idee sbagliate sulla divinità. La percezione profonda da parte di Israele della realtà di Jahweh non va misurata in base alla sua conoscenza della storia, neppure se si tratta della conoscenza del suo proprio passato.

Se cerchiamo di vedere in quali modi Israele, secondo le sue testimonianze letterarie, fece l’esperienza di Jahweh, certe categorie si impongono da sole; e queste categorie forniranno la struttura dell’analisi teologica che stiamo per intraprendere qui. Con alcune brevi osservazioni, le presento fin da ora, come schema preliminare.

Pongo il culto al primo posto, in quanto era il modo normale e più frequente in cui l’israelita faceva l’esperienza di Jahweh. L’importanza del culto non deve essere misurata esattamente in base allo spazio che gli è dato nell’Antico Testamento, anche se lo spazio riservatogli è abbondante. Che il culto sia un incontro rituale con la divinità è una credenza umana universale; non abbiamo bisogno di legittimarla per Israele, ma dobbiamo semplicemente vedere quale sia stata la comprensione e la pratica del culto tipica di Israele. Nell’Antico Testamento abbiamo quasi sempre a che fare con la religione e la fede di un popolo descritto come tale, molto raramente col fenomeno chiamato «religione personale». Il culto è per definizione l’espressione religiosa di un gruppo e non la caratteristica di una religione personale. Il culto è esplicitamente o implicitamente una professione di fede.

In secondo luogo pongo la rivelazione come la situazione in cui Israele fece l’esperienza di Jahweh. Con questo intendo la rivelazione attuatasi attraverso autentici portavoce di Jahweh, e la non la rivelazione in senso improprio. Non c’è bisogno di saper molto sulle altre religioni per rendersi conto che la rivelazione, così come era compresa in Israele, non compare in altre religioni, eccettuate quelle che rivendicano una certa continuità con la religione di Israele. La rivelazione di Israele si distingue dalla religione propria delle altre religioni, con le quali Israele venne a contatto, sia per forma che per contenuto. Nessun’altra religione dell’antico Vicino Oriente pretendeva di fondarsi su di una rivelazione da parte della divinità che la comunità adorava, e sulla rivelazione di un codice di comportamento imposto dalla divinità. Nessun’altra religione presenta un tipo di portavoce religioso che sia simile, se non lontanamente, ai profeti d’Israele.

In terzo luogo la storia come l’ambito in cui Israele fece l’esperienza di Jahweh. Lo studio di questo ambito potrebbe coincidere con lo studio della rivelazione poiché l’«esperienza» di Jahweh nella storia spesso consistette nell’ascoltare l’inter­pretazione profetica della storia. Però gli Israeliti mostrano di essere convinti, e ancora senza che vi siano esempi paralleli, che la loro storia sia opera della divinità che adorano. Si scorge nell’Antico Testamento la solida credenza che Jahweh agisca con uno scopo e secondo un piano che non è soggetto al fato, che non è ostacolato da altri esseri divini né mosso da capricci irrazionali.

In quarto luogo pongo la natura come uno degli ambiti in cui Israele fece l’esperienza di Jahweh. Le religioni dell’antico Vicino Oriente possono essere qualificate in modo generale, se non soddisfacente, come «religioni della natura»; la percezione di un potere sovrumano nella natura è un altro fenomeno umano universale. Anche qui Israele aveva il suo modo caratteristico di esprimere questa percezione.

Parlare della sapienza come di un’esperienza di Jahweh potrebbe sembrare una forzatura oltre il dovuto del nostro principio; però è tipico di Israele credere che Jahweh solo sia sapiente e che Jahweh solo doni la sapienza. Gran parte del contenuto della sapienza convenzionale di Israele trova dei paralleli in altre letterature sapienziali dell’antichità, ma non la sua qualità religiosa. Analogamente la letteratura critica e «anti-sapienziale» non è senza paralleli; però Giobbe e Qoelet sono riconosciuti come due delle composizioni più originali dell’Antico Testamento In ogni schema di teologia dell’Antico Testamento, la sapienza è qualcosa di anomalo; ha le sue proprie categorie e deve essere riconosciuta come isolata dalle altre parti della costruzione teologica.

Non senza qualche esitazione affronto un argomento che va sotto il titolo di istituzioni di Israele. Nel corso della sua storia, la comunità di Israele si presentò in diversi tipi di regime politico e con variazioni nella sua struttura sociale. Gli scritti dell’Antico Testamento presentano i diversi sviluppi in questi campi, individuando in ciascuno di essi degli aspetti teologici. L’Antico Testamento non conosce una politica o una sociologia puramente secolari. Si potrebbe dire che non conosce né la politica né la sociologia come discipline teoriche; ma il materiale che noi includiamo in queste discipline presenta dei problemi teologici per il modo in cui è presentato nell’Antico Testamento Però si esita ad includere questi elementi in una trattazione a proposito delle istituzioni religiose.

Il nostro ultimo capitolo ha un titolo vago: il futuro di Israele. Qui si affronta l’argomento del messianismo. Il messianismo è una caratteristica tipica, senza paralleli, del modo di credere proprio dell’Antico Testamento il fatto di avere un’autentica, incrollabile fede nella sopravvivenza di Israele. Fin quando ci sarà Jahweh, ci sarà un Israele. Questa fede non la si trova ovunque. Amos probabilmente non l’aveva. Ma la maggior parte degli scritti presenta la convinzione che ci sarà sempre un Israele, e gli autori sono costretti a visualizzare questo futuro in qualche modo. Le differenze in questa visione del futuro sono numerose e notevoli, e questo non deve sorprendere. Ogni autore che pensi al futuro che Jahweh assicurerà al suo popolo, penserà a quegli elementi di Israele che riterrà essenziali alla sua identità. Evidentemente non tutti gli Israeliti pensavano alle stesse cose. E ancor meno pensavano a tutte queste cose i Cristiani dell’età apostolica, quando professavano la credenza di essere il compimento di quel futuro che gli Autori dell’Antico Testamento avevano intravisto.


Ultima modifica Mercoledì 02 Giugno 2010 19:42
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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