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Sabato 23 Gennaio 2010 20:50

Teologia dell'Antico Testamento. Cap. 2.3.C. Profezia - Il messaggio dei profeti

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È necessario esaminare le diversità delle caratteristiche dei singoli profeti per riassumere l’esperienza di Jahweh da parte di Israele testimoniata dalla parola dei profeti.

Teologia dell'Antico Testamento

Cap. 2.3.C

Profezia

C) Il messaggio dei profeti

È necessario esaminare le diversità delle caratteristiche dei singoli profeti per riassumere l’esperienza di Jahweh da parte di Israele testimoniata dalla parola dei profeti. Bisogna notare che i profeti parlarono ad uditori diversi in situazioni diverse. Non ci si deve aspettare che i detti profetici mostrino tutti lo stesso vigore espressivo e un accordo completo sul contenuto.

Amos

È chiamato “profeta di sventura”. La sua missione profetica è di annunciare le ragioni per cui Israele deve essere sottoposto al giudizio; egli però non spiega perché il giudizio significhi annientamento.

Amos incomincia con l’affermare che Israele, come gli altri popoli, è soggetto ad uno speciale giudizio a causa degli orrendi delitti contro l’umanità. Il delitto di Israele consiste nell’oppressione del povero da parte del ricco, che in Israele è rappresentato dalla corte e dall’aristocrazia reale. E se è lecito riassumere un libro così profondo in modo così breve, si può dire che questa colpa nazionale di Israele costituisce il tema del libro. Come gli altri libri profetici, Amos è una raccolta di detti pronunciati in diverse occasioni e per conseguenza sembra ripetersi se lo si legge tutto di seguito. Il tema dominante del rimprovero a causa dell’oppressione sociale è interrotto da minacce di distruzione totale.

Amos non parla dell’alleanza di Jahweh con Israele. Sarebbe stato molto confacente al suo messaggio considerare il giudizio come compimento delle condizioni dell’alleanza, alla quale Israele si era mostrato infedele. Egli parla invece di Jahweh che “conosce” soltanto Israele tra tutti i popoli (3,2), il che deve voler dire che lo riconosce come suo; e questo diventa motivo non di privilegio, ma di punizione. Il senso dei detti di Amos è che il rapporto tra Jahweh ed Israele è stato rotto. Questo potrebbe essere messo in relazione con l’assenza di ogni speranza futura per Israele. Nell’interpretazione che Amos dà della storia, non c’è nulla su cui si possa fondare una tale speranza. Non c’è più Israele. Amos non ebbe, come Ezechiele, la visione della valle delle ossa disseccate (Ez. 37) Siccome Amos era giudeo, questo non significa che per lui non esistesse più il popolo di Jahweh. La crisi di Giuda nel sec. VI presentò un problema più acuto, e i profeti del tempo non risolsero questo problema con la drasticità di Amos.

Osea

Anche Osea si rivolge al popolo del regno di Israele; con Amos sono gli unici profeti canonici che profetizzarono nel regno del nord. Il suo libro presenta un gran numero di problemi testuali ed esegetici. I detti del profeta sono stati raccolti senza eccessivi sforzi per cercare un principio di organizzazione, e le indicazioni relative alla data e all’occasione mancano del tutto. Per queste ragioni è particolarmente difficile riassumere il senso dei detti di Osea.

Il messaggio profetico di Osea è dominato completamente dalla sua infelice esperienza matrimoniale. La sua intuizione fu che l’esperienza di Jahweh nei suoi rapporti con Israele era l’esperienza di un uomo che ha una moglie infedele. Nella legge israelitica, e non solo, l’adulterio era punito con la morte; ma sia le leggi sia altre indicazioni letterarie mostrano che la pena capitale poteva essere evitata se il marito non voleva sostenere l’accusa. Osea presenta Jahweh come lo sposo offeso, il cui amore non è annullato dall’offesa. Perciò in Osea è presente come idea-forza del suo discorso profetico quello che manca in Amos, cioè una speranza di remissione e di scampo dal giudizio. In questa raccolta appare un ordine drammatico, anche se non organizzato. Risultato: si ha un ritratto di Jahweh che prova un conflitto di sentimenti, diviso tra il suo tenero amore per l’indegno Israele e la sua giustizia nel giudizio. In questo conflitto di sentimenti prevale infine il giudizio giusto (13,9-16), e la decisione di distruggere Israele è altrettanto dura ed inflessibile che in Amos.

Il punto centrale dei detti di Osea è costituito dalla parabola del matrimonio. Il peccato principale di Israele è l’infedeltà a Jahweh, vale a dire il culto di altri dèi. È sorprendente che in Amos si parli pochissimo di questo (per es., Am. 5,26; 8,14). Osea sembra senz’altro riecheggiare Elia ed Eliseo; ma il tipo di religione di compromesso di cui fu fautrice la dinastia di Omri si estinse con quella dinastia. Si potrebbe parlare di una “Baalizzazione” del culto di Jahweh. Le parole  di Osea sulla moglie infedele, però, suggeriscono qualcosa di più che non il culto di Jahweh con alcuni degli attributi del Baal. D’altra parte, Osea non dice né esplicitamente né implicitamente che gli Israeliti avevano abbandonato il culto di Jahweh per il culto del Baal. Non rimane, allora, che pensare all’introduzione del politeismo con Israele; ma è impossibile determinare in quale misura fossero praticati i culti politeistici. Si direbbe che i santuari regali di Bethel e Dan fossero santuari di Jahweh. Amos parla con un certo qual disprezzo sia dell’uno che dell’altro, ma Osea non ne fa menzione.

Osea non insiste come Amos sull’oppressione del povero e del debole. Parlando una generazione dopo Amos egli riflette le condizioni molto più turbolente del periodo che seguì a Geroboamo. Parla piuttosto ampliamente di un sovvertimento generale della legge, dell’ordine e della pubblica moralità (4,1-3; 7,1). Queste allusioni possono facilmente essere situate nell’ambito delle cospirazioni e lotte dinastiche riferite in 2Re 15,8-31 (Os. 10,3; 13,10-11). Osea non istituisce un rapporto esplicito tra il politeismo di Israele e il sovvertimento dell’ordine e della moralità pubblici.

L’ultimo capitolo di Osea apre una vaga prospettiva per il futuro. Abbiamo notato che il carattere profondamente personale della relazione che corre tra Jahweh e Israele così come è concepita da Osea quasi richiede tale vaga prospettiva. Amos non richiede una restaurazione. Il futuro di Osea si situa interamente al di fuori dell’ambito della storia. Non è pensabile una serie di avvenimenti che possono realizzare la riconciliazione che egli prevede, e in questo senso la sua visione del futuro è escatologica.

Michea

Il libro di Michea appare sorprendentemente impersonale e non dice nulla sul suo autore se non che era di Giuda e contemporaneo di Isaia.  Il suo messaggio è oscurato da alcuni problemi critici. Quasi tutto è steso di prima mano. Michea accusa sia Israele che Giuda di praticare culti politeistici, di opprimere il povero, soprattutto con l’accaparramento di vasti appezzamenti di terreno, di pervertire la giustizia, di essere disonesti e di sovvertire l’ordine pubblico. Le minacce di Michea sono molto vaghe, come le minacce dei profeti più antichi, prevedono l’invasione da parte di nazioni straniere. Michea (3,12) contiene una minaccia molto singolare: la distruzione totale di Gerusalemme; tale minaccia era così rara nei profeti antichi che fu ricordata e citata in difesa di Geremia quando egli lanciava minacce simili oltre un secolo più tardi (Ger. 26,17-19). Sembra che il carattere sacro di Sion, considerata come il luogo scelto da Jahweh per la sua dimora, fosse diventato un luogo comune in Giuda, soprattutto dopo la caduta di Samaria. Lo ritroveremo di nuovo nel messaggio di Isaia, che non ha lasciato minacce così drastiche come Mich. 3,12.

I capp 4-7 contengono invettive e minacce frammiste a promesse di vittoria. Sono stati sollevati problemi critici a proposito dell’autenticità di queste promesse.

Isaia

La carriera di Isaia si situa tra il 740 e il 700 a.C. Il senso politico di molti detti di Isaia si spiega in riferimento alla situazione politica in cui visse, cioè l’espansione Assira e la caduta del regno d’Israele (721), che divenne provincia Assira fino al 630 circa.

La visione inaugurale di Isaia non corrisponde alle raccolta delle sue parole (6,9-13). Le sue invettive morali sono riassunte nelle maledizioni di 5,8-24 e 10,1-3 e riecheggiano Amos e Michea. Sono dirette verso il monopolio delle terre, l’eccesso nel bere e le gozzoviglie, la mancanza di fede, la perversione della moralità, la corruzione e la perversione del diritto e della giustizia. Parla con asprezza contro la vanità delle donne (3,16-17.24-26; 22,12-14). Isaia invita al pentimento e propone un programma grazie al quale Giuda potrebbe evitare il giudizio che si è meritato per la sua malvagità.

La risposta alla minaccia provocata dall’avvicinarsi dell’Assiria (735) e all’avvi­cinarsi di Sennacherib (701) è la stessa: una raccomandazione di fede (7,9) e di fiducia in Jahweh senza azioni politiche o militari, e senza alcuna richiesta di aiuto all’Assiria nel 735 o alleanza con l’Egitto nel 701. Isaia non promette una vittoria militare o una restaurazione dell’Impero di David, ma semplicemente la sopravvivenza ad una crisi. La mancanza di fede in mezzo a questa crisi significa negare che a Jahweh importasse la salvezza di Giuda e che egli potesse salvarlo, se avesse voluto.

Isaia non parla mai n modo esplicito dell’Assiria come della potenza che distruggerà Giuda, in contrasto con Amos ed Osea. Non si trova l’annuncio, nelle sue parole, di una caduta di Giuda. L’Assiria rappresenta una minaccia che può punire severamente Giuda (7,17-25; 28,18-22; 29,2-4; 30,13-14,17), ma Jahweh arresterà la sua potenza prima che possa distruggere completamente la nazione. È possibile ricostruire il suo cambiamento. Da una posizione simile a quella di Amos  passa al riconoscimento che il popolo di Jahweh non avrebbe potuto perire per mano di una potenza che non riconosceva Jahweh. L’abbandono di Gerusalemme da parte di Sennacherib è stato trasformato in racconto leggendario, quasi una liberazione inattesa. Forse il contributo più tipico e più durevole di Isaia al messaggio profetico si trova nella sua dichiarazione che l’azione politica e militare non avrebbe potuto salvare Giuda nel momento della sua crisi più grave.

Sofonia

Si colloca durante il regno di Giosia e prima della riforma cultuale istituita nel 621. Il suo breve messaggio è una minaccia contro Giuda e Gerusalemme che sono rimproverati per varie forme di culto politeistico e per le oppressioni di cui sono resi responsabili i capi politici e religiosi. Nel periodo di vassallaggio all’Assiria predominarono i culti stranieri a Gerusalemme.

Sofonia presenta il giudizio come il «giorno di Jahweh», un tema che compare la prima volta in Amos 5,18-20 ed è ripreso in Isaia 2,12-21. In seguito il tema diventa escatologico.

In Sofonia il giudizio non è di distruzione, ma di correzione. Gerusalemme è passata attraverso un periodo di “purificazione”, dal quale emerge «umile e povera» (3,12). L’idea di purificazione è probabilmente una razionalizzazione mediante la quale la comunità postesilica spiegava la sua sopravvivenza.

Nahum

Questa profezia è interamente un «oracolo contro una nazione straniera».

Abacuc

Libretto databile con molta probabilità non molto dopo il 625 e presenta un numero insolito di problemi critici ed esegetici. Il cap. 3 è un salmo “teofanico”. Abacuc si pone un problema generale, chiedendosi come mai Jahweh tardi a punire i malvagi. Ci sono grosso modo tre risposte:

  1. annuncio dell’arrivo dei Caldei come esecutori del giudizio, ma i Caldei non furono una minaccia per nessuno prima del 625, questo ci obbliga a porre la data dopo il 625;

  2. un incoraggiamento alla fede che si può riassumere nel versetto «Il giusto vivrà per la fede», citato da Paolo a proposito della fede cristiana (Rom. 1,17; Gal. 3,11). “Fede” o fedeltà è qui la virtù grazie alla quale si rimane credenti in Jahweh ed obbedienti alla sua legge.

  3. cinque minacce contro i malvagi. Le minacce sono dirette contro gli usurai, i ricchi, i violenti, gli ubriaconi e gli adoratori di idoli; si tratta in gran parte delle stesso minacce che si trovano nei profeti più antichi.

Geremia

È il profeta la cui vita interiore, la sua biografia, e i cui sentimenti sono quelli meglio conosciuti. Il libro (il più lungo dell’A.T.) comprende non soltanto la collezione dei suoi detti, ma anche ampi episodi riguardanti la sua vita. Questi capitoli possono essere paragonati alle leggende profetiche di Elia ed Eliseo, con la differenza che gli episodi di Geremia sono molto più attendibili storicamente.

La carriera di Geremia incominciò sotto il regno di Giosia, probabilmente verso il 625, e continuò anche dopo la caduta di Gerusalemme nel 587 a.C. Come per Isaia pochissimo può essere datato con precisione. I passi in poesia comprendono detti profetici, molti dei quali di Geremia; i passi in prosa comprendono episodi sia biografici sia autobiografici e riassunti di discorsi.

Geremia non contiene rimproveri aspri e precisi come li troviamo in Amos e Isaia. Utilizza la figura della moglie adultera, già usata da Osea (2,2-20), a significare l’adozione di culti politeistici in Giuda. La figura è tracciata con minore partecipazione che in Osea, ma con più candore. Geremia parla di una generale mancanza di onestà (5,1; 6,13) e perfino di quella fiducia reciproca che è alla base dei normali rapporti sociali (9,4-6). Parla dell’avidità dei ricchi e dell’oppressione dei poveri, considerate ad un livello insolitamente abietto nell’episodio dell’af­fran­camento e della ricottura degli schiavi di Gerusalemme (34,8-22). In un passo, però,  non dimostra la solita simpatia profetica per i poveri, considerandoli malvagi quanto i ricchi (5,4-5). Accusa i capi religiosi e politici di venire meno alle loro responsabilità; in particolare si scaglia contro i falsi profeti a causa delle loro predizioni di “pace” (6,14; 5,30-31), che negano  l’avvento del giudizio di Jahweh, e contro quelli che chiedono ai profeti di dire ciò che al popolo piace ascoltare. Il più responsabile è il re di Giuda. Geremia fu il primo ad annunciare la fine della dinastia di David in Giuda (22,30), la fine del tempio e del sacerdozio (7,1-15),  la fine dell’arca (3,16), della profezia (23,33-40) e della Torah (31,33-34). Non ci sarà una restaurazione, ma una fine totale.

La minaccia di Geremia è quella di un’invasione nemica. Gran parte della collezione è occupata da detti che annunciano la certezza del crollo imminente. L’episodio di Anania (c. 28) dimostra che ancora a quella data, relativamente tarda, parecchia gente non prendeva sul serio la minaccia babilonese. Sembra che Geremia non si aspettasse affatto che Giuda si pentisse della sua inveterata malizia. Gerusalemme è la città che mantiene fresca la propria malvagità, come il pozzo mantiene fresca l’acqua (6,7).

Nella certezza del giudizio imminente fece dichiarazioni che si opponevano esplicitamente alla difesa politica e militare della nazione e che misero in pericolo la sua vita.

Geremia sembra il più radicale dei profeti dopo Amos. Egli sollevò la questione del rapporto personale tra l’individuo singolo e Jahweh.

Ezechiele

Di tutti i profeti Ezechiele è probabilmente il più generico e il meno specifico nelle sue accuse. Le allusioni più precise riguardano in genere peccati religiosi, l’idolatria è frequentemente condannata. Il passo più esteso, anche il più interessante e difficile, che riguarda questo argomento è la visione del tempio del cap. 8. È impossibile dare una risposta chiara al problema se questa visione di Ezechiele debba essere considerata come un trasferimento miracoloso da Babilonia.

Diversamente dai suoi predecessori egli considera l’intera storia do Israele come un’apostasia fin dall’inizio. Questo appare nelle due allegorie della moglie infedele ai capp. 16 e 23, e nel discorso del cap. 29. La punizione è certa per varie ragioni: Ezechiele è così sicuro del giudizio come nessun altro profeta. Sembra pensare di Giuda quello che si potrebbe pensare di un uomo che abbia commesso molti delitti; se l’uomo viene giustiziato per uno di essi, non fa molta differenza che sia uno piuttosto che un altro.

Ezechiele ha una visione del giudizio “teocentrica” nel senso che Ezechiele interpreta gli avvenimenti in termini di “gloria” (la santità manifesta) di Jahweh, quasi senza alcun riferimento alla successiva storia di Israele. Israele subisce la disfatta e l’esilio perché il giusto giudizio di Jahweh possa essere riconosciuto. Israele, quindi, è restaurato non per se stesso, ma perché possa essere un testimone del potere salvifico di Jahweh. Ecco il senso del ritornello così frequente in Ezechiele «…perché possiate (possano) conoscere che io sono Jahweh».

Ezechiele riserva, come i predecessori, le sue parole più aspre per quelli che hanno la responsabilità del comando. Anch’egli si scaglia contro i profeti di “pace” (13,1-6). In un poema in forma di lamento funebre egli piange gli ultimi re della dinastia di David (19,1-4). Questi re non sono accusati di colpe specifiche; essi sono semplicemente  gli eredi della lunga tradizione di malvagità che domina il pensiero di Ezechiele.

Come Geremia, Ezechiele affrontò il problema che il crollo delle istituzioni politiche e religiose poneva al giudeo singolo. Secondo la dottrina di Ezechiele, nella caduta di Gerusalemme soltanto i colpevoli erano periti e soltanto gli innocenti si erano salvati. La differenza fra un gruppo ed l’altro non è definitiva; i giusti possono ridiventare malvagi e i malvagi ridiventare giusti, e in nessun caso si terrà conto della giustizia o della malvagità precedenti.

Ezechiele vede nel futuro la restaurazione delle strutture precedenti. Ezechiele in realtà non ha un messaggio di religione personale per coloro ai quali si rivolge, cioè i Giudei esiliati a Babilonia. Evidentemente pensa che questo non riguardi i sopravvissuti alla catastrofe rimasti in Palestina. In effetti essi sono morti e rimangono estranei, anche se per puro caso sono sopravvissuti.

Isaia secondo

Col nome di Isaia Secondo (o Deutero-Isaia) si indica l’ignoto autore di Isaia 40-55, che profetò in Babilonia verso il 550-545 a.C. Il suo messaggio consiste in una vigorosa assicurazione che Israele sarebbe durato ancora dopo i suoi contemporanei, e che nulla meritava la loro fiducia più delle prospettive future di Israele, che però molti di loro difficilmente avrebbero potuto vedere realizzate nel corso della loro vita. Tuttavia, avrebbero trovato la garanzia della loro fedeltà nell’inattesa restaurazione del popolo di Jahweh, che si sarebbe verificata in un futuro molto prossimo.

Aggeo

I detti di Aggeo sono databili verso il 520 a.C. 17 anni dopo che Gerusalemme era stata rioccupata dai Giudei ritornati da Babilonia. In lui le caratteristiche della profezia sono mutate. Basta invettive contro la corruzione religiosa, politica e morale. Il suo interesse è quasi esclusivamente per la ricostruzione del tempio. Egli attribuisce la povertà e le sventure della comunità a questa inadempienza. Contro coloro che dicono che il tempio ricostruito sarà inferiore a quello di Salomone dice che il nuovo tempio riceverà i tesori delle nazioni. Il ritardo nella ricostruzione del tempio mantiene il popolo nello stato di impurità. Il libro si conclude con l’annuncio di una restaurazione messianica della dinastia di David nella persona di Zorobabele.

Zaccaria 1-8

Si colloca verso il 520-518 a.C. Zaccaria 9-14 è attribuito ad autore di epoca più tarda. Anche in Zaccaria si nota un notevole cambiamento nei caratteri della profezia. Gran parte di questi capitoli riguarda le otto visioni notturne del profeta; in esse il simbolismo e l’allegoria vengono utilizzate come mai prima. Le visioni  rappresentano la restaurazione di Giuda e di Gerusalemme e molte delle più importanti istituzioni del passato: il tempio, il sacerdozio, la dinastia di David nella persona di Zorobabele, ma verrà incoronato il sacerdote Giosuè. Le esortazioni morali di Zaccaria sono limitate a 8,16-17; tuttavia l’interpretazione che Zaccaria dà dell’esilio come conseguenza del giudizio di Jahweh sulla malvagità di Giuda è indirettamente un’esortazione morale (1,2-6; 7,8-14). La purificazione morale di Giuda è descritta nella visione della malvagità in forma di donna, nascosta in un’efa che viene trasportata a Babilonia, dove è posta come idolo (5,5-11).

Malachia

Malachia non è il nome del profeta, ma il titolo del libro, tratto dall’espressione «mio messaggero» (3,1), intesa, forse, come un titolo dell’autore. Può essere datato intorno agli anni 500-450°.C. Il libro può essere diviso in sei sezioni o discorsi:

-  l’amore di Jahweh per Giacobbe e l’odio per Edom (affermazione dell’elezione);

-  il rimprovero dei sacerdoti perché offrono vittime difettose e di poco valore;

-  la condanna del divorzio;

-  il rimprovero di coloro che dubitano dell’efficacia del giudizio di Jahweh;

-  la spiegazione delle sventure come conseguenza del non pagamento delle decime;

-  certezza del giudizio divino che premia i giusti e punisce i malvagi.

Gli interessi di Malachia sono cultuali (come per Aggeo e Zaccaria) più che morali.

Isaia terzo 56-66

Non è opera di un solo autore. Isaia Terzo è semplicemente un nome di comodo per distinguere una raccolta di detti che proviene da molte mani. Questo libro può essere datato tra il 500-450 a.C., il periodo compreso tra la ricostruzione di Gerusalemme e del tempio da una parte e Neemia dall’altra.

Si interessa delle osservanze cultuali (56,1-2; 58,1-14). Ma il poema di 58,1-12 è un attacco, nello stile dei profeti preesilici, all’osservanza cultuale compiuta senza attenzione per la legge di Jahweh o per i rapporti tra uomo e uomo. L’inosservanza delle buone relazioni umane è la ragione per cui la salvezza promessa è rinviata (59,1-20). In 66,1-4 si trova il più spietato ed imparziale attacco contro le osservanze cultuali.

Isaia Terzo ci presenta la «religiosità dei poveri», un tema teologico che ha molti paralleli nei Salmi, uno schema in cui “povero” e “bisognoso” diventano sinonimi di “giusto” e “pio”. Al tempo di Isaia Terzo i poveri erano la maggioranza, la minoranza era costituita da “ricchi” e “potenti” che controllava il possesso delle terre, l’occupazione e i prestiti di denaro. I poveri erano gli israeliti autentici; i ricchi e i potenti erano falsi israeliti.

Isaia Terzo dimostra una straordinaria tolleranza nei confronti dei popoli stranieri fino ad ammetterli al sacerdozio e all’ordine Levitino (56,3-7).

Giona

Questo libro non appartiene ai profeti: Il nome del suo eroe si trova in 2Re 14,25, ma la storia leggendaria appartiene al periodo postesilico. La parabola è un genere proprio della sapienza più che della profezia. È interessante notare che Giona è l’unico libro profetico – con Geremia – che presenti un conflitto interiore tra il profeta e la sua missione. Il profeta si  rifiuta di offrire una possibilità di pentimento e di remissione agli Assiri – e persino ai loro animali. Il racconto sembra opporsi esplicitamente alla teologia dell’elezione e dell’alleanza; inoltre l’autore lascia intendere in modo piuttosto evidente che gli Assiri avrebbero avuto la possibilità di pentirsi se avessero avuto un profeta come ebbe Israele. Israele invece si era rifiutato di pentirsi dopo aver ascoltato i profeti.

Gioele – Abdia – Deutero-Zaccaria

Questi tre libri verranno visti più avanti, nel contesto del loro intervento.

Ultima modifica Mercoledì 02 Giugno 2010 17:55
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input