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Lunedì 05 Aprile 2010 19:52

Gli Atti degli apostoli: storia e teologia (Carlo Ghidelli)

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Gli Atti degli apostoli: storia e teologia (Carlo Ghidelli)

Fin dalle prime righe degli Atti degli Apostoli Luca rimanda al terzo Vangelo, il quale pertanto va considerato come la prima parte – indivisibile e integrante – di un’unica opera letteraria: «Nel mio primo racconto, o Teofilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece ed insegnò» (1,1).

Gli Atti degli apostoli:
storia e teologia

di Carlo Ghidelli

La personalità di un autore si riverbera sempre nella sua opera: ciò è vero in modo particolare per Luca, autore del terzo Vangelo e degli Atti degli Apostoli. Nel caso di Luca però vale anche un altro principio: attraverso il doppio prisma dell’opera e dell’autore si svelano progressivamente la persona individua di Gesù di Nazaret e la personalità corporativa della chiesa nascente.

Dentro questo orizzonte non può non situarsi ogni ricerca lucana: occorre, perciò, tener presente l’unità dell’intera opera lucana e, nello stesso tempo, l’unità del disegno soggiacente che Luca evidentemente pone a servizio di un’unica finalità: contribuire, nel limite delle sue forze e nel quadro delle sue ricerche, alla presentazione del mistero globale di Gesù di Nazaret e all’approfondimento del suo «mistero».

Questo è il modo tipico con il quale Luca ha inteso fare opera di evangelizzazione: di essa Luca ci presenta l’intera natura, presentandosi così come autore ispirato, cioè ricco di un carisma che da un lato è certamente eccezionale e irripetibile, che dall’altro però è emblematico e istruttivo. Fa opera di vera evangelizzazione chi non si scosta mai dal messaggio salvifico che si sprigiona dalle pagine della Bibbia ma cerca di essergli fedele il più possibile; chi fa della parola di Dio scritta l’unica fonte della sua teologia e della sua spiritualità; chi ha imparato a tradurre, senza tradirla mai, la «bella notizia» della salvezza in Cristo nella diverse culture e nei diversi linguaggi che incontra.

1. L’approccio letterario

È la prima cosa da fare se si vuole apprendere la lezione da un maestro quale è Luca: conoscere concretamente la sua opera per vedere che cosa racconta, come scrive, e – sotto sotto – perché lo ha fatto. Sono necessari perciò, in prima battuta, alcuni rilievi letterari i quali, a loro volta, sospingono a considerazioni di più ampio respiro relativo alla storia, alla teologia e all’attualità.

Fin dalle prime righe degli Atti degli Apostoli Luca rimanda al terzo Vangelo, il quale pertanto va considerato come la prima parte – indivisibile e integrante – di un’unica opera letteraria: «Nel mio primo racconto, o Teofilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece ed insegnò» (1,1). Luca perciò persegue chiaramente un unico progetto: tramandare diversi racconti (lògoi) di un’unica vicenda storica che lega indissolubilmente Gesù Cristo alla comunità credente e viceversa. È un legame a doppio filo – direi – nel senso che si manifesta attraverso fatti e parole: i gesti salvifici di Gesù, che si prolungano storicamente e sacramentalmente nei gesti degli Apostoli e dell’intera comunità e le parole rivelatrici e confortatrici di Gesù, che si attualizzano nei discorsi kerigmatici ed esortatori degli Apostoli e degli evangelizzatori.

Ciò che segue immediatamente (1,2-11) non fa altro che riprendere a grandi linee ciò che Luca aveva più ampiamente raccontato in Lc 22-24. per Luca è essenziale questo «piccolo ponte» tra le due parti della sua opera: è nel mistero pasquale di Gesù che si radica il cristianesimo, ed un evangelista come luca non può non tramandare questa sua convinzione. Vita e passione di Gesù, morte e resurrezione, ascensione e pentecoste formano un unico grande evento, dal quale nasce e sul quale si fonda la prima comunità cristiana. In particolare Luca ribadisce l’importanza della salita di Gesù al cielo (Lc 24,50-51 e At 1,9-11) e della discesa dello Spirito Santo (At 2,1-5) proprio per annunciare che una comunità cristiana autentica vive, ad un tempo, dell’assenza corporea del suo Signore, e della presenza consolatrice dello Spirito Santo.

Anche la lista degli Apostoli (At 1,12-14) esprime lo stesso intendimento e, segnatamente, la scelta di Mattia, che fu associata agli undici Apostoli. Per esplicita volontà del suo Signore la Chiesa nasce apostolica nel senso proprio del termine: suo fondamento primo e insostituibile è il Signore Gesù, vincitore della morte e salvatore universale; nello stesso tempo sue colonne portanti sono i dodici Apostoli, testimoni oculari ed evangelizzatori inarrestabili. La sollecitudine con la quale gli Undici procedono alla scelta di Mattia in sostituzione di Giuda sta a testimoniare – tra l’altro – che il numero Dodici non può restare incompleto proprio perché il disegno di Gesù (vedi Lc 6,12-16, dove secondo Luca, i dodici ricevono subito l’appellativo di apostoli) non può rimanere incompiuto.

Con il racconto della venuta dello Spirito Santo, il giorno di Pentecoste, si apre inequivocabilmente la prospettiva della missione, ma nello stesso tempo – soprattutto con la parte del discorsi di Pietro dedicato alla memoria di Gesù Cristo e Signore – Luca desidera evidenziare che non si tratta di una storia nove, bensì di uno sviluppo logico e «necessario» della storia di Gesù di Nazaret, morto e risorto. Non si tratta, propriamente parlando, di un flash-back, ma più esattamente di un doveroso (così lo avvertì Luca e Luca soltanto) prosieguo del servizio della Parola che non poteva rimanere incompleto: la Parola di Dio infatti si è fatta carne non solo nella santità umana di Gesù, ma anche, analogicamente, nelle vicende storiche della prima comunità cristiana. Questa è la certezza di fede che ha guidato Luca nello scrivere gli Atti degli Apostoli insieme al suo Vangelo.

2. La prospettiva storica

I rilievi di critica letteraria or ora offerti lasciano già trasparire una certezza: il suo stile letterario, il suo modo di scrivere Luca lo mette al servizio di un metodo storiografico di alto valore scientifico che lo equipara ad altri eccellenti scrittori antichi e garantisce la serietà, nonché l’attendibilità, del prodotto letterario.

Estremamente illuminante, a questo proposito, è il proemio al suo Vangelo (Lc 1,1-4) dal quale traspare non solo la volontà di Luca di imitare il metodo degli storici greci – particolarmente di Tuciclide con il quale egli condivide alcuni criteri di indagine e di compilazione – ma anche il suo desiderio di portare avanti (è proprio il caso di sottolinearlo, dato che solo lui ha scritto gli Atti dopo il Vangelo) l’opera di altri, e non pochi, scrittori che hanno avuto il beneficio di essere testimoni oculari della vicende storiche da loro narrate.

Di questo metodo storici che caratterizza Luca a fronte degli altri evangelisti, vale la pena di evidenziare alcune caratteristiche: la completezza, anzitutto che Luca persegue mettendo in gioco tutta la sua valentia nel cercare e ricercare, nel compilare e confrontare, nell’interrogare e annotare. In secondo luogo l’ordine nel quale Luca ha voluto mettere le informazioni da lui raccolte – e non sono poche le memorie evangeliche che sono esclusive di Luca – e con il quale le ha volute tramandare. In terzo luogo il carattere tradizionale: come dice B. Rigaux «il prologo di Luca ci permette di cogliere l’immagine che Luca aveva della trasmissione del messaggio cristiano». Se da un lato dunque Luca si sente estremamente libero nel raccogliere e nel ricercare, dall’altro si sente fortemente legato ad una tradizione – ad un certo modo di raccogliere e tramandare – che risale agli apostoli e affonda le sue radici nella vita e nell’insegnamento del Signore Gesù (vedi 1Cor 11,23).

Altrettanto importante, sempre secondo il profilo storico, si rivela la cosiddetta «lista dei popoli» (At 2,9-11) che nelle intenzioni di Luca deve dare risalto storico all’evento pentecostale. Già nel suo Vangelo Luca era stato sollecito nell’indicare il contesto storico dentro il quale si poneva l’evento della predicazione di Gesù (3,1-2) e, ancor prima, l’evento della nascita di Gesù (2, 1-2). Si manifesta qui una particolare sensibilità lucana la quale si pone al servizio di un ministero, quello della evangelizzazione, che non può prescindere dalla storicità degli eventi narrati e ne garantisce la solidità (vedi Lc 1,4). Tra kerygma e storia vige un rapporto intimo e profondo: ne abbiamo testimonianza frequente in tutta la Bibbia, ma ciò è particolarmente vero di Luca e lo dobbiamo proprio alla sua formazione personale, alla sua sensibilità di ricercatore e alla sua fedeltà alla tradizione.

Degne di particolare rilievo sono pure le memorie relative alla vita delle prime comunità cristiane (2, 42-47; 4,32-37; 5,12-16): l’intento di Luca non è certo biografico e tuttavia con essi egli ci offre notizie sostanzialmente veritiere del modo con il quale la comunità cristiana di Gerusalemme si era organizzata per alcuni aspetti del vissuto comunitario. Fu proprio per talune loro scelte che i primi cristiani si caratterizzarono di fronte ad altre comunità religiose, ed è indubbio che Luca ha inteso informarci al meglio su questo dato storico. La comunione dei beni materiali, l’ascolto della predicazione apostolica, l’incontro fraterno di preghiera, l’esperienza eucaristica, il culto della memoria di Gesù, la difesa polemica delle verità evangeliche, l’impegno nell’evangelizzazione e la passione missionaria sono altrettanti tasselli di un unico mosaico che assai facilmente può essere composto a partire dalle informazioni storiche tramandateci da Luca nel libro degli Atti degli Apostoli.

Non possono essere dimenticate le cosiddette «sezioni - noi» (At 16,10-17; 20,5-21,18; 27,1-28,16) dalla quali risulta che Luca è stato compagno di viaggio di Paolo. Il brusco cambiamento di pronome dalla prima alla terza persona plurale indica certamente che da questo momento in poi Luca condivide con Paolo la sollecitudine per la diffusione del Vangelo. Così Luca vuole esplicitare il valore dell’opera che sta componendo e ne raccomanda l’attendibilità storica e la credibilità personale. Qualche studioso ritiene che il «diario di viaggio» costituisse una fonte letteraria a disposizione di Luca. Se invece l’autore del diario e quello degli Atti sono la stessa persona, allora si deve dedurre che egli era compagno di Paolo e disponeva anche di ricordi personali.

3. Lo spessore teologico

Se il suo stile letterario Luca lo ha messo a servizio di un metodo storiografico, è altrettanto certo che il suo modo di tramandare la storia Luca lo mette al servizio di una interpretazione teologica di quella stessa storia. Solo così il ministero tipico dell’evangelista raggiunge il suo scopo ed è compito del lettore intelligente percepire il messaggio teologico dentro il racconto storico.

Sono soprattutto i discorsi – quelli di Pietro, di Stefano e di Paolo – ad offrirci le principali chiavi di interpretative degli eventi storici narrati. Che significato ha la discesa dello Spirito Santo? Che cosa significa la guarigione dello storpio alla «porta bella» del tempio? Per quali motivi Cornelio si converte, lui e la sua famiglia? perchè gli ebrei si oppongono ancora alla verità di Gesù morto e risorto? Ha un senso spendere la vita per dedicarsi alla missione evangelica? Questi ed altri interrogativi salgono dal cuore di ogni cristiano ed attendono una risposta completa e credibile. Sono soprattutto le prime comunità cristiane che si confrontano su queste domande per poter essere capaci di rendere ragione della speranza che nutrono.

Per abbozzare la risposta è sufficiente esaminare uno dei tanto discorsi con i quali – sulla scia degli storiografi antichi, sia greci che latini – Luca impreziosisce la seconda parte della sua opera. Qui si sceglie il primo grande discorso di Pietro, quello di Pentecoste (At 2,14-41) che forse, sotto questo profilo, è il più chiaro ed emblematico. La discesa dello Spirito Santo è evento di tale portata che solo nella luce della fede può essere compreso ed accolto: la fede dell’apostolo si fa luce che rischiara il cammino di ogni uomo e donna di buona volontà.

Il dono dello Spirito Santo – così afferma Pietro – è in primo luogo segno manifestativo della pienezza dei tempi: Dio vista la storia degli uomini oggi per mezzo dello Spirito come ieri per mezzo di Gesù. Nella distinzione dei tempi – è soprattutto Luca a metterlo in evidenza – Dio realizza il suo disegno di salvezza a favore di tutti i popoli. «Ogni carne (= ogni uomo) vedrà la salvezza di Dio»: nella luce di questa profezia di Isaia, Luca aveva interpretato l’inizio del ministero pubblico di Gesù (Lc 3,6). Secondo la stessa logica, riferendosi al profeta Gioele, Pietro caratterizza l’inizio dell’azione missionaria della Chiesa: «Allora, chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo» (At 2,21).

Il presente pentecostale è ricco dello Spirito profetico e della grazia pasquale: per questo esso è per tutti tempo aperto alla salvezza. Chi nella fede accoglie il dono dello Spirito non solo impara a leggere la storia come «luogo» degli interventi di Dio, ma diventa egli stesso segno efficace della presenza del Salvatore. La fede ci rende «spirituali» nel senso proprio del termine, cioè persone colmate e mosse dallo Spirito di Dio, profeti veri e propri: «I vostri figli e le vostre figlie profeteranno… E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio spirito ed essi profeteranno» (At 2,17-18).

Lo Spirito Santo - la cui presenza è oggetto di meraviglia per molti – è da accogliere come dono di Gesù, come continuatore dell’opera salvifica di Gesù, come realizzazione della promessa di Gesù (vedi At 1,4-5; 2,32-33). Tale accoglienza è frutto della fede e ci rende edotti di una grande verità: la vicenda storica di Gesù di Nazaret non è circoscrivibile dentro un arco di tempo limitato (30-33 anni circa) ma supera i limiti del tempo per raggiungere ogni uomo e ogni popolo. Ed è sempre lo Spirito di Dio a rendere significativa e dirimente per ogni uomo la storia di Gesù: nella potenza dello Spirito Pentecostale Gesù diventa nostro contemporaneo.

«Non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere» (At 2,24): così era necessario che Gesù salisse al cielo, alla destra di Dio, per effondere su ogni uomo il dono dello Spirito Santo, che egli aveva promesso (At 2, 32-33). Secondo questo disegno salvifico la conclusione della presenza di Gesù sulla terra si apre all’inizio dell’azione dello Spirito tra gli uomini: così Dio, il Padre, porta avanti il suo progetto e può realizzare la sua volontà salvifica universale.

La discesa dello Spirito Santo, infine, è germe dal quale nasce la comunità dei credenti: fin dal suo inizio la Chiesa di Gesù è anche comunità dello Spirito. Occorre evidenziare fortemente questo duplice rapporto della Chiesa a Gesù, suo salvatore, e allo Spirito, suo consolatore, per comprenderne il mistero e per valutarne il compito missionario.

«Riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,38): come è stato effuso sugli Apostoli e su coloro che si trovavano riuniti con loro nello stesso luogo (At 1,12; 2,1-4), così ora lo Spirito Santo viene donato a quanti, mediante la penitenza e la fede, si convertono a Gesù per essere aggregati al numero dei salvati. Il dono dello Spirito Santo perciò non si riferisce solo ad un momento, pur necessario, dell’itinerarium salutis chiaramente delineato in At 2,38 (penitenza, battesimo, perdono dei peccati e dono dello Spirito), ma caratterizza i natali della Chiesa, di ogni comunità cristiana. La Pentecoste costituisce il battesimo della Chiesa ed è sintomatico annotare come Luca, dopo il racconto della prima grande Pentecoste, ne menzioni altre: minori forse in riferimento alle circostanze storiche ma tutte importanti in quanto testimoniano che senza la venuta dello Spirito Santo sui credenti non può nascere alcuna comunità cristiana (vedi At 2,1-4; 4,31; 8,16-17; 10,44-48; 11,15; 19,5-6).

Secondo la profezia di Gioele – che, come è risaputo, ispira tutto il discorso di Pietro in At 2,14-41 – è nella potenza dello Spirito che il Signore Dio chiama vicini e lontani (At 2,39) perché diventino partecipi della promessa. La chiesa di Gesù è per definizione «con-vocata» e tale «vocazione», secondo la promessa di Gesù (vedi Lc 24,49), le viene assicurata dallo Spirito pentecostale.

4. Attualità dell’opera lucana

Non sarà inutile, a questo punto, esplicitare il fatto che tutto ciò che Luca ha fatto scrivendo la sua opera, e soprattutto il modo con il quale l’ha fatto è ricco di messaggi e stimoli estremamente attuali. Anche questo è un modo per appr3ezzare sempre di più la Bibbia e per imparare a farne un uso corretto e intelligente.

«Come voi ben sapete… come voi stessi potete vedere e udire» (At 2,22.33): questo modo di esprimersi lascia intravedere una intenzione attualizzante in Pietro che parla e induce a riflettere su ciò che accade nel rapporto tra parola scritta di Dio e lettore, ogni volta che questi si accosta a quella con intelligenza e con fede. In quel preciso momento si rinnova l’evento della Pentecoste: lo Spirito dischiude ilo cuore del lettore alla comprensione del messaggio (vedi At 16,14) e il risorto Signore perfeziona l’opera, come già fece con i suoi discepoli (vedi Lc 24,44-46). Sotto l’azione di questi tre – lo Spirito di Dio, il risorto Signore e il lettore – anche la pagina biblica si dischiude e offre i tesori di verità e di grazia di cui è ricca. Il libro degli Atti degli Apostoli, considerato sempre in relazione al Vangelo di Luca, ovviamente non si sottrae a questa opportunità.

Il primo spunto di attualità – tra i moltissimi che potrebbero essere evidenziati – non può non riguardare la vera natura della Chiesa o delle Chiese che, nonostante la loro diversità e divisione, formano un unico popolo di Dio in cammino verso l’incontro con il loro Signore (vedi At 1,11). Se da un lato – come è stato felicemente rilevato – la storia ivi narrata ha come protagonisti alcuni angenti divini – lo Spirito, la Parola e la Fede – dall’altro essa regista anche la collaborazione degli Apostoli, degli evangelizzatori e dei testimoni. A ben considerare perciò, chi legge l’opera lucana in profondità, lasciandosi guidare docilmente dall’autore umano e dall’autore divino, non fa fatica a cogliere questo meraviglioso intreccio tra gli agenti umani e gli agenti divini, collaboranti nell’unica opera di evangelizzazione e di santificazione.

Naturalmente quella di Luca è una teologia narrativa: occorre perciò seguire il racconto, coglierne i nessi soggiacenti, stabilire alcune grandi connessioni tra eventi collocati in tempi e spazi diversi. Dentro questo orizzonte storico si staglia nitida e precisa l’immagine della Chiesa di Cristo Signore. Una teologia narrativa, quella di Luca, che all’occorrenza manifesta l’origine trinitaria della Chiesa. È ciò che emerge chiaramente da due passaggi tra loro diversi e pur così vicini: «Questo Gesù – proclama Pietro il giorno di Pentecoste – Dio lo ha resuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso come voi stessi potete vedere e udire» (At 2,32-33). In più chiaro riferimento alla Chiesa Paolo afferma nel suo discorso di Mileto, rivolto agli anziani della comunità di Efeso: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posto come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistato con il suo sangue» (At 20,28).

L’attualità degli Atti degli Apostoli risulta anche da un altro rilievo: la Chiesa nasce dal sangue di Cristo e dalla potenza dello Spirito, ma cresce nella ricchezza dei carismi e nella varietà dei ministeri. I primi sono il prolungamento della grazia pasquale e l’estensione della potenza pentecostale, mentre i secondi sono il prolungamento della vita stessa di Gesù che ha caratterizzato in termini diaconali la propria permanenza tra noi: «Chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande: chi è a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 20, 26-27).

Pensati ed esercitati in obbedienza al comando del Signore e ad imitazione del suo esempio, i ministeri non possono essere ridotti a servizi da prestare e, tanto meno, a cose da fare: essi sono costitutivi della Chiesa proprio perché si pongono sulla linea dell’incarnazione. Accanto alla testimonianza (marturìa) e al culto per la lode di Dio (leituorgìa) il servizio ecclesiale (diakonìa) viene a complementare la corrispondenza della comunità cristiana al dono della salvezza offertole dal Signore risorto. Illuminanti, a questo proposito, sono il discorso di Gesù nella casa di Marta e Maria (Lc 10,38-42) e quello che riguarda i problemi annessi al servizio delle mense (At 6,1-6): da queste pagine si evince non solo il bisogno di rendersi disponibili alla diakonìa per una doverosa manifestazione del dono della fede, ma anche l’impegno a rispettare la gerarchia dei valori nell’esercizio dei ministeri.

Due valori sembrano particolarmente cari a Luca e perciò da lui insistentemente raccomandati: l’ascolto della Parola, a costo anche di disattendere taluni servizi materiali, anche se impellenti, e il servizio della Parola mediante la predicazione, demandando ad altri il servizio delle mense. Come si vede, è sempre la Parola al centro dell’attenzione di Luca, il quale non lascia cadere nessuna occasione per ribadire che la Chiesa, ogni comunità ecclesiale, nasce nella potenza della Parola, cresce e si diffonde in virtù della stessa Parola, si consolida e si corrobora sempre e solo in forza della Parola, si purifica e si assimila al suo Signore grazie alla Parola. È quanto si evince dai preziosi ritornelli che Luca dissemina sulla linea del suo racconto: «Quelli che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la Parola di Dio» (At 8,4. Vedi anche 2,47; 9,31; 16,5); «così la parola del Signore – si legge ancora in 19,20 – cresceva e si rafforzava». La Chiesa, sempre secondo la testimonianza di Luca, è una comunità itinerante: i cristiani non sono mai presentati come sistemati ma come inviati. Essi sono testimoni d professione: la loro identità profonda è questa e il libro degli Atti ne offre una conferma forte e lucida. I suoi protagonisti umani sono sempre in itinere: esemplare in questo è San Paolo. I suoi viaggi missionari stanno a testimoniare una scelta irrinunciabile che caratterizzerà una volta e per sempre la vita della Chiesa. Il diario di quei viaggi, compilato con estrema cura da Luca, non va considerato come un semplice resoconto di ciò che Paolo ha detto e ha fatto, ma piuttosto come una eccellente pagina di teologia missionaria.

È l’evangelo che motiva e ispira i viaggi missionari: pertanto l’opera dei missionari è essenzialmente un’opera evangelizzatrice. Scopo del primo viaggio è la realizzazione dell’opera (to ergon) che lo Spirito affida a Paolo e a Barnaba (12,2 e 14,26: inclusione letteraria!) e che corrisponde all’annunzio profetico (Ab 1,5 citato in 13,41, cioè al centro dell’intera sezione). Ora, quest’opera non è il semplice resoconto del viaggio di Paolo e compagni, ma è la missione di paolo ai pagani, l’apertura della evangelizzazione ai non giudei, la conversione dei pagani alla salvezza di Cristo. Possiamo quindi ritenere che Luca ha messo la sua arte letteraria la servizio di una precisa intenzione teologica e non possiamo on cogliere l’attualità di questo fatto: l’evangelo di sua natura dinamizza una comunità e le assegna come suo «luogo» naturale le strade del mondo intero.

Anche il secondo viaggio di Paolo presenta un carattere teologico: interessante, a questo proposito, è il confronto tra At 13,2 (inizio del primo viaggio) e 16,10 (inizio del secondo viaggio). Dato lo stretto parallelismo, risulta che to ergon, l’opera, va inteso proprio come un euaggelisesthai: ambedue le espressioni, infatti, sono oggetto di una missione alla quale lo Spirito Santo, rispettivamente Dio, li ha chiamati. Anche questo secondo viaggio avviene per un esplicito e provvidenziale intervento dello Spirito Santo; è lui che smuove e dirige i passi di Paolo (16,6-9). Fanno eco ad At 6,10 numerosi vv., all’interno di questa sezione, nei quali si ribadiscono lo scopo e il carattere di questo viaggio, cioè quello di dedicarsi tutto quanto alla Parola (18,5), di annunziare Gesù a la resurrezione (17,18), di proporre la via della salvezza (16,17), di testimoniare che Gesù è il Cristo (18,5). Oggetto dell’annunzio è però quasi sempre il logos: «la parola di Dio» (17,13; 18,11) ovvero la «parola del Signore» (15,36.37; 16,32) o anche semplicemente «la parola» (16,16). Mi pare dunque che questo viaggio sia in perfetta continuità con il precedente, anzi ne specifivìca e ne puntualizza la natura, il carattere e lo scopo, che è quello di portare al largo,al mondo intero il lieto messaggio della salvezza in Cristo. L’evangelizzazione costituisce perciò l’oggetto primo e prioritario della missione di Paolo (cf anche Gal 1,16.23) e lo deve essere per ogni missione che voglia essere autentica nella Chiesa.

Anche nel terzo viaggio missionario di Paolo sembra possibile trovare un filo unitario: da un lato Paolo tende decisamente verso Gerusalemme (non sarà più Antiochia di Siria il punto di arrivo del suo viaggio missionario), dall’altro esprime la sua volontà di andare a Roma (19,21) e quindi emerge in prospettiva un altro viaggio, quello che porterà Paolo al martirio. Sembra dunque che At 19,21 costituisca il perno attorno al quale ruotano i capitolo interessati al terzo viaggio missionario e si può pensare, date le spiccate somiglianze anche verbali, che Luca annetta a questo v. la stessa importanza che possiede Lc 9,51 nell’economia del suo Vangelo: il viaggio di Paolo richiama quello di Gesù, Roma richiama Gerusalemme, At 19,21 e Lc 9,51 sono il loro primo annuncio.

(da Parole di vita, n.1, 1998)

Ultima modifica Lunedì 05 Aprile 2010 20:47
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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