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Lunedì 05 Aprile 2010 21:37

«Un cuore solo ed un'anima sola» (At 2,42-48) (Arcangelo Bagni)

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«Un cuore solo ed un'anima sola» (At 2,42-48) (Arcangelo Bagni)

La comunità di Gerusalemme fa come da sfondo a tutta la prima sezione del libro degli Atti. Questa comunità non è un gruppo di persone che si mettono assieme per la prima volta. È una comunità che si raduna di nuovo: hanno già avuto una esperienza comunitaria prima della Pasqua.

«Un cuore solo ed un'anima sola»
(At 2,42-48)

 di Arcangelo Bagni

La comunità di Gerusalemme fa come da sfondo a tutta la prima sezione del libro degli Atti (cc. 1-5). Questa comunità non è un gruppo di persone che si mettono assieme per la prima volta. È, invece, una comunità che si raduna di nuovo; i dodici, i discepoli, le donne hanno già avuto una esperienza comunitaria prima della Pasqua: hanno in comune l'amore a Gesù, i suoi ricordi, un'esistenza con Lui (At 1,3).

È dunque una comunità che, superata la crisi della croce-scandalo, si ritrova. Ma è un ritrovarsi alla luce della novità: la croce, la risurrezione, la Pentecoste hanno creato un nuovo contesto alla luce del quale comprendere tutta la vicenda del Nazareno crocifisso-risorto.

«Quelli che accolsero la sua parola furono battezzati e in quel giorno circa tremila persone furono aggiunte ad essi» (2,41): così ha termine il racconto della Pentecoste. Quanti accolgono la testimonianza apostolica entrano a far parte della comunità dei credenti. Ma che significa essere aggregati alla comunità? Quali sono le relazioni che. si instaurano? Che cosa definisce la vita comunitaria dei cristiani?

In tre punti, nei primi cinque capitoli degli Atti, Luca interrompe la serie degli aoristi (il tempo della narrazione) e introduce l'imperfetto (il tempo della descrizione), tracciando in tal modo tre quadri di vita comunitaria (2,42-47; 4,32-35; 5,12-16). Sono tre quadri che è interessante leggere insieme, di seguito.

Passando dall'aoristo all'imperfetto, Luca mostra di non voler raccontare dei fatti, degli episodi, bensì di descrivere un comportamento abituale. Descrivendo la vicenda della comunità di Gerusalemme, idealizza anche e tipicizza quali debbano essere le costanti delle comunità cristiane.

Invitiamo - per una più adeguata comprensione di essi - a leggerli alla luce di altri testi che, sebbene in modo breve, ci offrono altre indicazioni sulla vita della comunità (cf 6,1a-7; 9,31; 12,24). La lettura proposta è, pertanto, trasversale e tematica.

1. La funzione dei sommari

Nella struttura narrativa di Luca sembra che i sommari abbiano come una duplice finalità. Da una parte, essi ci offrono come una prospettiva di fondo svelandoci il significato profondo di avvenimenti particolari (come la comunità viveva o dovrebbe vivere); dall'altra, essi svolgono la funzione di collegamento tra unità narrative autonome. Il primo sommario (2,42-47), ad esempio, unisce il racconto della Pentecoste (2,1-41) a quello dell'attività di Pietro e di Giovanni a Gerusalemme (3,1- 4,31). Possiamo rilevare, infatti, che la fine del primo sommario richiama la frequentazione del tempio (2,46) da parte dei cristiani e del favore che questi godono presso il popolo (2,42): ciò prepara la seguente narrazione della venuta al tempio di Pietro e di Giovanni e delle reazioni favorevoli di tutto il popolo (3,9.12) al miracolo da essi compiuto.

Il secondo sommario (4,32-35) sottolinea la condivisione dei beni attuata dai cristiani: così esso apre al successivo racconto che riguarda la generosità di Barnaba (4,36) e l'inganno di Anania e Saffira (5,1-11). L'ideale di una profonda e concreta fraternità non era soltanto cristiano, apparteneva a tutti i popoli. Tuttavia, proprio questo ideale universale diventa il segno più chiaro, più sorprendente e più convincente, della presenza del Signore risorto.

Luca sa bene, però, che una vera e profonda fraternità è al di sopra delle sole possibilità dell'uomo. Per questo egli, prima di ricordarci la fraternità dei cristiani, parla della loro preghiera e racconta la venuta dello Spirito: senza la fede, la preghiera e il dono dello Spirito non è possibile la fraternità.

Il terzo (5,12-16), infine, si stacca dai primi e non sottolinea più la fraternità (se non per breve cenno indiretto) ma la presenza e l'azione degli apostoli: così esso prepara il racconto del loro arresto e del loro comparire davanti al Sinedrio (5,17-41). I prodigi compiuti dagli apostoli, la simpatia del popolo e la continua crescita della comunità sono i tre aspetti che Luca sottolinea.

2. Temi ricorrenti

La lettura dei testi indicati ci permette di notare che in essi alcuni motivi si ripetono non solo da un sommario all'altro ma anche all'interno di uno stesso sommario. Così nel primo - ad esempio - la menzione della comunione, della frazione del pane e delle preghiere fatta in 2,42 sono poi riprese e sviluppate rispettivamente in 2,44-45, 46b e 47.

Se analizziamo più da vicino il testo, possiamo constatare che il primo sommario (in 2,42-43.47c) contiene - come condensati - i temi fondamentali presenti nel resto dei sommari e nelle descrizioni generali della vita della comunità cristiana. Così 2,42-43.4 7c («e ogni giorno») appare come un sommario dei sommari nel senso che in esso sono presenti sette caratteristiche che sono riprese, in una forma o nell' altra, nel resto, del primo sommario e negli altri due: insegnamento e testimonianza degli apostoli; comunione fraterna; frazione del pane, preghiere e frequentazione del tempio; favore presso il popolo; segni e prodigi; crescita numerica della comunità

Ci soffermiamo su ciò che è stata definita la quadruplice perseveranza della comunità di Gerusalemme, secondo l'ordine indicato da 2,42: «perseveravano nell'insegnamento degli Apostoli e nella comunione fraterna, nello spezzare il pane e nelle preghiere»; poi, brevemente, su come la comunità si rapporti all'esterno: il favore incontrato presso il popolo, i segni e i prodigi, il crescere in numero. Infine, noteremo come questi sommari non dicono solo come la comunità deve vivere ma offrono indicazioni sul come diventare comunità.

a) L'insegnamento degli apostoli

Mostrando la prima comunità «assidua nella didaché degli Apostoli», Luca vuole sottolineare il posto e il ruolo unico dei Dodici: la fede della chiesa nasce e si approfondisce facendo riferimento all'insegnamento del gruppo unico di quelli che sono stati testimoni diretti della vita e dell'insegnamento del Signore (cf 1,21).

Il termine insegnamento collegato alla perseveranza sta ad indicare che ci troviamo di fronte a un ascolto ripetuto, approfondito, sistematico. Notiamo: l'ascolto della parola è messo al primo posto. Ebbene, quali sono le caratteristiche di questo ascolto? Possiamo così sintetizzare: innanzitutto, gli apostoli e le comunità ripensano le parole e i gesti di Gesù, tutta la sua esperienza pre-pasquale alla luce della risurrezione e guidati dallo Spirito (da cui emerge una «nuova» rilettura della vicenda terrena di Gesù: nuova perché approfondita); poi, rileggono l'Antico Testamento alla luce dell'avvenimento Gesù Cristo (ne segue una più approfondita comprensione del senso della storia di Gesù e dell'originalità dell' Antico Testamento stesso e del rapporto comunità cristiana-Antico Testamento); infine, ci si richiama alle Scritture o alla vicenda di Gesù per comprendere il presente e le novità che interpellano la proposta cristiana (in questa prospettiva merita di essere attentamente letto At 4,23-31).

L'ascolto della Parola esige un impegno serio e continuato: la frammentarietà non porta a nulla; così come non porta a nulla - anzi disperde anziché edificare - una lettura che privilegiasse l'interpretazione personale a scapito di quella comunitaria che dice riferimento ai Dodici.

Il ruolo dei Dodici nella comunità si colloca innanzitutto nella linea della Parola. Non che questo ruolo sia inteso come esclusivo. In Atti (cc. 2, 12), infatti, non ci si sofferma in modo sistematico su tutte le loro attività. Solamente attraverso la descrizione dei diversi atteggiamenti noi possiamo comprendere il ruolo esercitato dagli apostoli all'interno della comunità. Così il modo con il quale la comunità prega per Pietro in prigione (12,5) e gioisce per la sua liberazione (12,12-17) è una testimonianza del ruolo che essa riconosce ad essi.

Ancora: il modo con il quale la comunità prega perché gli apostoli possano esercitare la loro testimonianza (4,23-31), la maniera con la quale i dodici stessi delegano Pietro e Giovanni in Samaria (8,14) poi Barnaba ad Antiochia (11,12) sono la testimonianza della consapevolezza di una responsabilità di primo piano in riferimento alla missione e al dilatarsi della realtà ecclesiale.

Il modo, poi, con il quale (6,1-6) i Dodici pongono fine al conflitto sorto, il modo con il quale essi fanno sì che Paolo sia accolto da una comunità che lo teme (9,26-28), il modo con il quale Pietro fa accettare l'apertura ai pagani dei circoncisi in Gerusalemme (11,1-18): tutto ciò è testimonianza di un'autorità - morale e giuridica allo stesso tempo - esercitata al servizio dell'unità. Infine, il modo con il quale si attua la condivisione dei beni che vengono deposti «ai piedi degli apostoli» testimonia il loro ruolo di coordinazione e di animazione della vita concreta della comunità.

b) La comunione

«Erano perseveranti nella comunione (koinonia)». Il termine, che non compare altrove negli Atti, indica qui la condivisione o la messa in comune dei beni materiali. Infatti a ciò si fa riferimento nel seguito del primo sommario (2,44-45) e nel secondo (4,32.34-35) dove troviamo koinos (comune). Sappiamo inoltre che il termine koinonia è utilizzato altrove - nel NT - in rapporto con la condivisione dei beni materiali (2 Cor 8,4; 9,13; Rm 15,26; Eb 13,16).

Possiamo vedere, in questa descrizione, come la trascrizione, la visibilizzazione dell'unione spirituale dei credenti: unione che i primi cinque capitoli di Atti sottolineano più volte (1,14; 2,1.44.47; 4,26) e «un solo cuore» (1,14; 2,46; 4,24; 5,12).

In 2,42 il termine koinonia non ci permette di descrivere le concrete modalità di essa. Più elementi troviamo in 2,44 e 4,32: questi passaggi affermano che «tutto era in comune» tra i credenti. Presa da sola questa affermazione potrebbe lasciar intendere che essi non possedessero niente in proprio. Ma 4,32 aggiunge una sfumatura di non poco conto: «nessuno diceva suo ciò che gli apparteneva In 2,42 il termine koinonia non ci permette di descrivere le concrete modalità di essa. Più elementi troviamo in 2,44 e 4,32: questi passaggi affermano che «tutto era in comune» tra i credenti. Presa da sola questa affermazione potrebbe lasciar intendere che essi non possedessero niente in proprio. Ma 4,32 aggiunge una sfumatura di non poco conto: «nessuno diceva suo ciò che gli apparteneva» .

L'analisi del vocabolario usato da Luca ci permette di dire che i credenti continuavano ad avere proprietà ma le consideravano come se esse non appartenessero in proprio accettando di metterle a disposizione degli altri.

Non è dunque detto che tutti rinunciano a ogni rendita, ma quelli che possedevano case e terreni li vendevano per venire in aiuto degli altri nel bisogno. E quelli che sono nel bisogno sono quelli che hanno scarse rendite o insufficienti o anche chi non ne possiede alcuna (cf 6,1).

Le formule «secondo che ciascuno ne aveva bisogno» (2,45 e 4,35) e «nessuno tra di essi era nel bisogno» (4,34) lasciano intendere che si rinunciasse a rendite supplementari di cui non si ha strettamente bisogno per vivere. Altrimenti, dovremmo forse intendere che i credenti non avessero case proprie perché ciascuno vendeva quella in cui abitava? È piuttosto il contrario che viene suggerito da 2,46b e da 5,42 secondo i quali la frazione del pane e la predicazione avveniva nelle case. Così 12,12 ci dice che Maria, la madre di Giovanni chiamato Marco, possedeva una casa nella quale si radunava la comunità.

Ciascuno, allora, manteneva abitualmente le proprie case e vi continuava a vivere; chi possedeva ciò di cui non aveva bisogno, non avendone bisogno, le vendeva per venire in aiuto alle necessità della comunità. Il seguito del secondo sommario mostra che si tratta di ciò. Il caso di Barnaba (4,36) e l'importanza che Luca gli dà, lasciano supporre che una tale prospettiva - degna di nota - resta eccezionale a dispetto di quanto potrebbe lasciare intendere la generalizzazione fatta in 4,34. Nella stessa linea si colloca il caso di Anania e Saffira (5,1-11), definito il «peccato originale» della comunità

Particolarmente illuminanti ci sembrano le parole di Pietro: «Non era forse tuo prima di venderlo e il ricavato della vendita non era forse a tua disposizione? Come mai hai potuto pensare in cuor tuo a una simile azione? Non hai mentito agli uomini ma a Dio» (5,4). Quindi i cristiani potevano continuare a possedere e, liberamente, potevano decidere di venire in aiuto alla comunità. Ciò si colloca nella prospettiva di certi passaggi di Paolo dove si parla di koinonia e di aiuto tra i credenti (2 Cor 8,13).

Allora, questa koinonia - nella quale Luca vede certamente un ideale e di cui sottolinea con compiacenza esempi nella comunità di Gerusalemme - non è affatto un'idealizzazione dei poveri né della povertà. La koinonia ha una precisa finalità: il fatto che «nessuno era nel bisogno» e che «nessuno era bisognoso tra di loro». L'ideale è che ciascuno abbia ciò di cui ha bisogno per vivere e che quelli che non ne hanno possano contare sulla solidarietà e sulla generosità degli altri. Non si rinuncia ai propri beni per desiderio di essere poveri ma perché non ci siano più poveri tra i fratelli. «Erano un cuor solo e un'anima sola» (4,32): la solidarietà cristiana coinvolge tutta la persona e in tutte le dimensioni concrete del vivere quotidiano.

c) Lo spezzare il pane

Siamo così alla terza «fedeltà» che dice riferimento alla frazione del pane (cf Mc 14,22 par.; At 20,7; 1 Cor 10,16; Il,24). Il verbo usato (klao) in 2,46 («spezzavano il pane») figura una quindicina di volte nel NT - in particolare in Luca - e quasi la metà dei casi in riferimento con l'Eucaristia. In 2,42 è il sostantivo (klasis) che appare e che non si ritrova che una volta altrove, nel racconto di Emmaus (24,35): «ed essi raccontavano ciò che era accaduto sulla strada e come l'avevano riconosciuto alla frazione del pane».

Una frazione del pane (Lc 24,30) chiude il primo giorno della settimana (cf Lc 24,1.13) dopo che è avvenuto un insegnamento legato alle Scritture che riguarda il Cristo (24,25-27): quanto accade ai due discepoli - di cui Luca narra al termine del suo primo libro (Lc 24) - non anticipa simbolicamente ciò che egli descrive come caratteristica della comunità dei discepoli del Risorto: «essi erano assidui all'insegnamento degli Apostoli e fedeli alla frazione del pane (2,42)»?

La frazione del pane (2,46) aveva luogo tutti i giorni? Sembra piuttosto che il «quotidianamente» dell' inizio della frase (v. 46) si rapporti a «erano assidui al tempio» e non a «prendevano cibo». Infatti, il v. 47 - che prolunga la frase cominciata al versetto precedente - enumera attività per le quali il ritmo quotidiano non è pensabile: «Lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo». Inoltre 20,7 collocando esplicitamente la frazione del pane e il primo giorno della settimana - cioè la Domenica - suggerisce piuttosto un ritmo settimanale della celebrazione. La frazione del pane sta ad indicare - nell'ambito giudaico - il gesto rituale dell'inizio del pasto comune: il padre di famiglia o il capogruppo prende tra le mani il pane, rende grazie a Dio, lo spezza e lo distribuisce ai presenti. E un pasto che - stando al nostro testo - si caratterizza per la gioia e la semplicità del cuore. La gioia richiama la letizia festosa che accompagna l'esperienza e la speranza di liberazione (Lc 1,14.44); la semplicità di cuore evoca la dedizione sincera e totale a Dio, senza secondi fini. Luca non si dilunga su queste celebrazioni; ne sottolinea, invece, la semplicità e la gioia: sono celebrazioni ricche non solo di fede ma anche di calore umano. E la gioia di avere trovato il Signore e di avere incontrato una comunità. Sono le due vocazioni profonde dell'uomo: la comunione con Dio e fra noi.

pasto, così come è descritto, si colloca in un preciso contesto religioso: è il pasto fraterno dei cristiani che si ricollegava ai gesti di Gesù con i discepoli e in modo particolare all'ultima cena con la quale egli aveva interpretato profeticamente la sua morte e aveva annunciato la speranza della piena comunione nel regno di Dio (cf Lc 22,14-20; 24,30; At 20,7). «La celebrazione eucaristica - rileva R. Schnackenburg (La chiesa nel Nuovo Testamento, Brescia 1966, 21) - è stata fin dall'inizio il rito centrale e comune delle comunità cristiane, il quale era loro proprio in memoria del loro Signore e in adempimento del suo mandato e le legava l'una all'altra

d) Le preghiere

«Erano perseveranti alle preghiere»: il plurale di 2,42 rimanda alle preghiere liturgiche giudaiche. In questa linea si muove il v. 46: i cristiani continuavano ad essere «assidui al tempio». Poco dopo Luca presenta Pietro, Giacomo e Giovanni che «salivano al tempio, all'ora della preghiera, la nona» (3,1). Questa fedeltà alle ore della preghiera giudaica non esclude che i cristiani abbiano altri luoghi e momenti di preghiera.

È significativo notare che si fa riferimento alla preghiera nelle tappe più importanti della vita della comunità: prima della «Pentecoste dei Giudei» (2,14), prima della «Pentecoste dei Samaritani» (8,15), prima della «Pentecoste dei Pagani» (10,9; cf 11,5), prima dell'inizio della missione di Barnaba e Paolo (13,3), grazie alla quale la testimonianza del Vangelo arriverà sino agli estremi confini della terra.

In questo, la comunità di primi cristiani si muove nella stessa linea di Gesù che, nel vangelo di Luca, è presentato in preghiera di fronte ai momenti della sua vita e della sua missione.

Per quanto riguarda la frequentazione del tempio da parte dei cristiani di Gerusalemme possiamo fare due annotazioni. La prima, gli Atti vedono nel tempio il luogo della preghiera piuttosto che quello dei sacrifici, di cui mai si parla; la seconda, questa frequentazione indica che i primi cristiani non hanno rotto subito con il giudaesimo ma solo progressivamente si sono specificati rispetto ad esso. Quando i pagani cominciano ad entrare nella chiesa, la comunità dei cristiani prende appieno coscienza della propria identità: «È ad Antiochia che, per la prima volta, i discepoli ricevettero il nome di cristiani»(11,26b).

La comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme si esprime - così come già la comunità ebraica - mediante il culto comunitario. Il gruppo dei cristiani (v. 46b) è assiduo e unito alla liturgia del tempio (At 3,1). Per Luca, Gerusalemme è il centro della storia della salvezza, il luogo dove Gesù si manifestò come sapienza (Lc 2,41-50) e insegnò al popolo (Lc 19,47; 21,37; 22,53). I discepoli, dopo la Pasqua, prendono il posto di Gesù nel tempio (Lc 24,50-53)e continuano, così, la sua proposta esemplificandola (ecco il perché dei tratti della comunità di Gerusalemme) e proponendola a tutti (in questa linea si colloca la missione).

3. Essere e diventare cristiani

I testi letti ci offrono alcune significative indicazioni non solo sul come si vive da cristiani ma anche sul come si diventa cristiani. Si diventa tali attraverso un incontro, delle relazioni, delle risorse, delle rotture. Brevemente.

L'incontro. L'incontro con il Dio di Cristo Gesù che convoca i discepoli dispersi: diventare cristiani è la risposta ad una convocazione; l'incontro con un testimone: la prima comunità cristiana si dilata perché la lieta notizia raggiunge altri attraverso i testimoni; l'incontro con una comunità: «il Signore aggiungeva ogni giorno al gruppo coloro che accettavano la salvezza» (2,47).

Le relazioni. I primi cristiani si rapportano tra di loro - lo abbiamo ampiamente visto - secondo relazioni mutuate da una diversa logica: quella che nasce dalla Pasqua. All'interno, esse determinano un certo modo di vivere; all'esterno, esse provocano assenso delle folle e reazione ostile da parte delle autorità proprio perché relazioni significative; relazioni, infine che si possono articolare correttamente perché la regola è data dalla autorevolezza dei Dodici: essi sono il punto di riferimento.

Le risorse. Le risorse sono esemplarmente dette nel primo sommario (2,4247) che ci presenta una comunità fortemente segnata dalla dimensione culturale. Tuttavia va notato che la «frazione del pane» non è presentata quale primo elemento ma viene collocata dopo l'insegnamento degli Apostoli e dopo la comunione fraterna. La prospettiva appare significativa: la condivisione dei beni, la fraternità vissuta sono la testimonianza concreta della comunione eucaristica. È vero che l'eucaristia è al centro della comunità; ma è un centro che si fa propulsore di carità.

Le rotture, infine. La prima comunità cristiana arriverà a comprendere di essere altro dalla comunità giudaica; comprenderà che affermare la propria identità significherà rifiutare l'idolatria, rendere cioè testimonianza solamente e unicamente - a costo della persecuzione - al Dio di Gesù, come hanno fatto gli apostoli.

Due annotazioni, per concludere: ogni comunità è particolare, locale. Una comunità cristiana non può esistere che nella sua particolarità e nella sua storicità: la chiesa che è in Gerusalemme; la chiesa che è in Corinto; la chiesa che è in Efeso ... Una particolarità che è fedeltà alla logica dell'incarnazione.

Ogni comunità è, poi, provvisoria. Da Gerusalemme la lieta notizia arriverà fino agli estremi confini della terra. Sorgono, in questo itinerario, comunità di cui non si parlerà più. La comunità di Gerusalemme rimane però il punto fermo per ogni comunità.

 

(da Parole di vita, n.1, 1998)

Ultima modifica Martedì 04 Settembre 2012 14:16
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input