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Domenica 17 Ottobre 2010 21:24

Malachia 3,14 (Laurent Lemoine o.p.)

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Abbiamo purtroppo molte ragioni  per portare il lutto durante la nostra vita, tutte le forme di lutto reali e simboliche... In ogni caso bisogna attraversarle, “viverle” si potrebbe dire, “farle” come dicono spesso i media senza troppo sapere di che cosa si tratta. La Pasqua è una traversata: è addirittura la traversata di salvezza per il cristiano.

Malachia 3,14

di Laurent Lemoine o.p.

Avete affermato: È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall'aver osservato i suoi comandamenti o dall'aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti?”.

Come capisco bene la persona che oggi riprende per sé l’infinita delusione espressa tanti secoli fa da questo versetto!

Il Signore ci chiederebbe davvero di portare il lutto nel pieno della nostra vita di viventi, che egli ha creato perché possiamo piacergli?

Camminare in lutto davanti al Signore è una lectio che può portare con sé molti controsensi!

La scelta di non vivere a pieni polmoni la propria vita non è ciò che Dio desidera per noi. Non si tratta di bearsi in un lutto al quale di fatto non si vuole porre fine. Il nostro Dio è il Dio dei vivi e non dei morti[1].

Saremo vissuti prima di morire? Forse è proprio questa la lectio giusta, per quanto possa sembrare sconcertante.

Abbiamo purtroppo molte ragioni  per portare il lutto durante la nostra vita, tutte le forme di lutto reali e simboliche... In ogni caso bisogna attraversarle, “viverle” si potrebbe dire, “farle” come dicono spesso i media senza troppo sapere di che cosa si tratta. La Pasqua è una traversata: è addirittura la traversata di salvezza per il cristiano. Non cercare di eludere ciò che riguarda la morte[2], ma praticare gli smobilizzi necessari per ritrovare il gusto della vita e tornare a respirare l’aria libera, l’aria che lo Spirito ci insuffla nelle mattine delle nostre  Pasque, dei nostri rialzarci: “alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina[3].

Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo”, dice il Saggio[4]. C’è persino “un tempo per morire[5], aggiunge. Certe separazioni, certe rotture ci fanno rivolgere verso il tempo degli abbracci e del riso, annunciati anch’essi da Qoèlet[6]. Altre separazioni mettono in risalto sotto una luce cruda, persino crudele, quanto abbiamo amato e quanto siamo stati amati... Allora, come dice il poeta, “c’è così poco tempo fra vivere e morire”[7] che per non essere cambiati in una statua di sale, come la moglie di Lot[8], l’unica cosa che resta da fare è di riprendere il cammino verso la terra sconosciuta, forse zoppicando un po’, ma, in ogni caso, circondati da veri testimoni della compassione del Cristo verso l’uomo che si trova nella prova.

Ci si trova allora tanto più sprovveduti in quanto ci manca l’assistenza di Dio proprio nel momento in cui ne avremmo più bisogno: anche se, sull’esempio del salmista, avessi odiato “ogni via di menzogna[9], la prova si è egualmente abbattuta su di me!

Allora dal fondo della nostra memoria biblica emergono gli elementi sparsi che compongono la nostra propria storia sacra: “Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire[10]... o ancora: “Egli castiga e usa misericordia, fa scendere negli abissi della terra, fa risalire[11] Simili versetti non possono essere messi ai margini della nostra esperienza personale di resurrezione, anche se quel che contengono di temibile può giustamente spaventarci. No! Essi non sono una appendice accessoria: stanno nel cuore della vita dei VIVENTI quando essa si allontana dalle opere di MORTE, nel senso in cui ne parlava Isaia: “Poiché non gli inferi ti lodano, né la morte ti canta inni... Il vivente, il vivente ti rende grazie[12].

Giorno per giorno, quaggiù, distinguere ciò che conforta la vita da ciò che tende verso la morte implica delle scelte talora dure, quando ci troviamo a un incrocio un po’incerto, perché non sappiamo sempre bene quale direzione prendere: “io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione[13], dice il Signore, la cui grazia deve sovrabbondare per guidarci sulla buona strada, la strada di giustizia che Gesù ha seguito lungo tutta la sua vita e il suo ministero fra noi.

Il grido di Malachia “che vantaggio abbiamo ricevuto?” è un po’ il nostro: esprime un disagio che occorre dissipare. Non sono le osservanze né l’atteggiamento di lutto che il Signore si aspetta da noi: non sa che farsene della nostre cerimonie: “I vostri noviluni e le vostre feste io detesto[14], “Laceratevi il cuore e non le vesti[15], “Eccomi contro i vostri nastri magici con i quali voi date la caccia alla gente [...] Straccerò i vostri veli[16]. “Misericordia io voglio e non sacrificio[17]

Il movimento che collega i due Testamenti è il movimento intimo del nostro cuore con i suoi dilemmi fra stretta osservanza della Legge e invasione della grazia che spezza il cuore e che nel ferire guarisce. Si tratta davvero di rivelare, cioè di togliere il velo del lutto che ci teneva mezzi vivi e mezzi morti davanti a un Signore che,  poiché “corona in noi i suoi propri doni[18], ci sa capaci di molto di più che di alcune osservanze!

Infatti è inutile servire Dio se ci inganniamo sul suo progetto riguardo a ciascuno di noi. La povera vedova che deponeva il suo obolo al Tempio[19] è più viva e più risplendente per il suo gesto che coloro che la osservavano, persone ricche e ben sistemate, che ammassano nel granaio ciò che sarà certamente tolto loro il giorno del Giudizio!

“È nella notte che è bello credere alla luce”, diceva Rostand. In questo senso nella notte del suo lutto e del suo dolore, questa donna è portatrice di gesti ricchi di vita, poiché dà tutto e non il superfluo. Ha attinto nella sua povertà per dare ancora e ancora e per dare un dono vero, non una finzione rituale. Ha attinto non da una pienezza ma da una mancanza, da un vuoto, da una croce dell’esistenza... In questo segue Colui che dalla notte della tomba ha fatto sgorgare la Vita nuova, feconda per ogni uomo di buona volontà.

In maniera inaspettata, proprio al centro delle situazioni della nostra esistenza quando la frontiera fra vita e morte, fra felicità e disgrazia sembra estremamente incerta, noi possiamo individuare tutta la differenza, la differenza più ampia fra la strada che promette la vita in noi e intorno a noi e quella che invece si rivela senza via d’uscita. Talora, proprio in piena strettezza, in piena costrizione possono aprirsi nuove finestre su un orizzonte insospettato. Non è forse questa l’esperienza dopo una depressione, quando il tunnel ormai è alle nostre spalle? Evidentemente preferiremmo poterci dispensare da tali prove, anche se ci insegnano molto in modo retrospettivo, come la retrospettiva proposta da Gesù sulla strada di Emmaus ai suoi due discepoli[20].

Sappiamo tutti che molti grandi profeti biblici hanno vissuto questo scoraggiamento nel profondo del quale Dio è venuto  a cercarli per farne gli araldi della sua salvezza. Fu il caso, per esempio, di Elia seduto sotto un ginepro isolato e desideroso di morire: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita! [...] Si coricò e si addormentò [...]. Ma l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino[21].

Nel momento in cui scopriamo l’inutilità di un certo servizio di Dio che finora abbiamo compiuto scrupolosamente, come ci mostra Malachia 3,14, siamo forse meglio preparati per entrare nel vero servizio di Dio, cioè quello degli adoratori in spirito e verità di cui parla il vangelo di Giovanni[22]. L’osservanza e il lutto si cambiano allora in verità che ci fa liberi, quella che Cristo ci ha acquistato pagando un caro prezzo. Equipaggiati dalla grazia proprio nel momento della radicale indigenza...

L’esclamazione di Malachia costituisce dunque per ognuno di noi uno stimolo salutare, un modo di rendere praticabile la strada che si apre davanti a noi:  partendo da una desolazione, lasciare che la grazia tocchi o punga il nostro cuore per rivoltarlo, volgerlo verso l’Oriente della sua Pasqua più personale, dove la Vita nuova sorge più bella della prima Creazione.


(Da La vie spirituelle, n. 7721, Septembre 2007)


[1] Cf Mt 22,32.

[2] Come in certe messe di funerali celebrate con paramenti bianchi, come se il viola, il tempo del lutto, fosse evitato fin nella simbologia liturgica.

[3] Lc 21,18.

[4] Qo 3,1.

[5] Qo 3,2.

[6] Qo 1,4-5.

[7] Barbara, L’île aux mimosas.

[8] Gn 19,26.

[9] Sl 118,104.

[10] 1 Sm 2,6

[11] Tb 13,2.

[12] Is 38,18-19.

[13] Dt 11,26.

[14] Is 1,14.

[15] Gl 2,13

[16] Ez 13,20-21.

[17] Mt 9,13.

[18] Prefazio I dei Santi.

[19] Mc 12,42.

[20] Lc 24,13 s.

[21] 1 Re 19,4-7.

[22] Gv 4,23

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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