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Sabato 19 Febbraio 2011 22:46

Gli stranieri e noi nel vangelo di Luca (Jacques Dupont)

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Gli stranieri e noi nel vangelo di Luca (Jacques Dupont)

Il tema dello straniero nel Vangelo è importante e ricco di risonanze per il nostro presente, perché ci porta subito all'interno di un'esperienza diretta e scottante come, appunto, la presenza degli stranieri che sono in mezzo a noi.

Gli stranieri e noi nel vangelo di Luca

di Jacques Dupont

 

1. Gesù, lo straniero

Il tema dello straniero nel Vangelo è importante e ricco di risonanze per il nostro presente, perché ci porta subito all'interno di un'esperienza diretta e scottante come, appunto, la presenza degli stranieri che sono in mezzo a noi. Attorno a questa presenza, nei nostri paesi occidentali, sorgono problemi sociali, politici, che però, per noi cristiani sono come una cartina di tornasole: sono un modo, cioè, semplice e diretto, per verificare se siamo davvero evangelizzati in profondità.

Ho scelto di studiare questo tema nel Vangelo di Luca anche se mi rendo conto che vi sarebbero altri testi importanti. Il primo che verrebbe alla memoria su questo tema è contenuto nel Vangelo di Matteo, al cap. 25,31-46: "Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato [...] ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me". Il Signore è il giudice supremo. Ma, pur essendo questo testo particolarmente ricco, ritengo valga la pena di soffermarsi sul complesso del Vangelo di Luca. Anche negli Atti degli Apostoli il tema dello straniero è importante, ed è largamente presente, ma la prospettiva è più direttamente quella della missione, dell'evangelizzazione e in tal senso è un po' diversa dalla prospettiva prevalente in cui si muovono i cristiani di oggi nelle nostre terre, che è quella dell'accoglienza.

Una caratteristica del Vangelo di Luca, sul nostro tema, è che Gesù in alcune circostanze può apparire come uno straniero. La parola "straniero" per Gesù è usata solo una volta, ma in un contesto particolarmente significativo,  quando  i discepoli di Emmaus sono stupiti dell'ignoranza dell'uomo che sta con loro: "Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?" (Lc. 24,18). Gesù è chiamato pàroikos, da cui viene la nostra parola parrocchia (così diversa ai nostri giorni dal significato originario), che indica il soggiorno in un paese che non è il nostro. Sì, davvero, forse oggi è un po' il contrario! Il senso greco, invece, contiene questa idea di estraneità ai luoghi: altrimenti perché Gesù non saprebbe niente?

Ma questa è ancora soltanto una prima acquisizione dal Vangelo di Luca, che potrebbe rivelarsi superficiale. Se andiamo, però, all'inizio e alla fine di questo Vangelo, l'essere straniero di Gesù trova due importanti conferme. L'inizio e la fine della vita di Gesù, davvero, sono sotto il segno dell'estraneità, la stessa nascita di Gesù avviene in quella Betlemme che non è il villaggio di Maria e Giuseppe. E anche lì non c'è posto per loro: Gesù nasce veramente nella condizione di straniero. All'altra estremità c'è Gesù che muore sulla croce, mentre il supplizio capitale in Israele era la lapidazione - era infatti questa la pena per un giudeo reo di omicidio -. Gesù, invece, è morto del supplizio dei romani e di un supplizio che i romani stessi riservavano agli schiavi e agli stranieri. Insomma, Gesù dal punto di vista dei romani, ma anche dei veri israeliti, muore nella condizione di un criminale straniero. Si potrebbe scavare di più, in questa direzione, ma qui basta almeno osservare che la persona stessa di Gesù ci mette davanti al mistero della presenza di Dio in chi è straniero. Non si tratta affatto di un discorso importante ma accessorio, in qualche misura. Al contrario, è un problema che è iscritto nella persona stessa di Gesù: e questo ci interpella più direttamente, mi pare.

2. Gesù e gli stranieri

L'inaugurazione del ministero pubblico di Gesù, nella sinagoga di Nazareth, dopo il battesimo nel Giordano da parte di Giovanni Battista, offre nuovi elementi. Come è noto Gesù entra nella sinagoga e comincia a leggere il rotolo del profeta Isaia, che lo riguarda: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc. 4,18-19).

L'omelia di Gesù è breve, molto densa: "Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi". Oggi, cioè: colui che parla è la persona cui si riferisce il profeta. La gente di Nazaret è molto colpita da queste parole, e lo stupore nasce dal fatto che Gesù è il figlio di Giuseppe e Maria. Come è possibile che parli in quel modo? Dunque, la prima reazione è un'impressione di sorpresa e di ammirazione. A questo punto Gesù riprende la parola e la situazione cambia di molto. Aggiunge Gesù: "Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria".

Gesù lancia il proverbio per svelare il pensiero reale dei nazaretani; è molto facile da capire: tu hai la potenza dello Spirito per guarire e liberare, cura te stesso, hai operato guarigioni meravigliose a Cafarnao, falle anche qui, nella tua patria! Ecco qui l'opposizione Nazareth/ Cafarnao. Gesù risponde e quest'affermazione inizia ad allargarsi e a trasformarsi in modo sorprendente: "Nessun profeta è bene accetto in patria". Gesù risponde al proverbio: Medice, cura te ipsum, con un altro proverbio: Nessun profeta è bene accetto in patria. E lo sviluppa con due esempi della Bibbia: "C'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e vi fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone".

Dunque: molte erano le vedove, ma fu mandato solo ad una di zona pagana. E poi continua: "C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro". Di nuovo lo stesso modo di parlare: molti lebbrosi in Israele, ma solo un pagano siro fu guarito.

Siamo passati da un conflitto fra due piccoli paesi, Nazareth e Cafarnao, a una prospettiva molto più ampia, fra Israele e due persone del mondo pagano, un generale e una donna pagani. Se pensiamo al fatto che qui siamo all'introduzione di tutta l'opera di Luca, si coglie una prospettiva, che si apre con questo piccolo conflitto fra due città, che provoca un appello che sarà concretizzato negli Atti degli Apostoli, quando il messaggio cristiano è portato fuori da Israele. L'apertura della missione si fa qui già sentire, si può già presentire nel ministero di Gesù un'azione verso i pagani. Qui abbiamo già, forse, una certa reazione di Gesù davanti a un atteggiamento di quei nazaretani, i suoi compaesani, di volere per sé soli un privilegio a livello religioso. L'apertura che si mostra qui e che è significata dall'opposizione tra Nazareth e Cafarnao fa già presentire il superamento di Israele verso le nazioni pagane.

C'è poi un certo numero di testi, in Luca, che sottolineano piuttosto una condanna di Israele che è, in ultima istanza, a profitto di altri che non sono israeliti. Si può citare al proposito almeno Lc. 11,31-32 che si trova anche in Matteo: "La regina del Sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c'è qui. Quelli di Ninive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c'è qui".

C'è la condanna di questa generazione che non ha voluto ascoltare Gesù, che è ben più di Salomone, ben più di Giona: la condanna è a favore di quelli del passato. Qui abbiamo rappresentato con precisione, esplicitamente, l'aspetto della condanna. C'è qui Lc. 10,13-15: "Guai a te, Corazim, guai a te, Betsaida! Perché se in Tiro e Sidone", le grandi città pagane, "fossero stati compiuti i miracoli compiuti tra voi, già da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e coprendosi di cenere. Perciò nel giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafarnao, sarai innalzata fino al cielo? Fino agli inferi sarai precipitata"!

Queste grandi città pagane, paragonate alle piccole città della Galilea, sono meno colpevoli. Si tratta di testi che non parlano esattamente del nostro tema, della presenza degli stranieri, ma già si vede un atteggiamento molto caratteristico. Ma il Vangelo di Luca è ancora più esplicito, come nell'episodio del centurione di Cafarnao. Fa parte dell'esercito di Erode Antipa, è uno straniero. Si mostra anzitutto la simpatia e il rispetto di quell'uomo per il popolo e la religione giudaica: "anche lui ha costruito la nostra sinagoga", dicono gli ambasciatori che lui ha mandato a Gesù per domandare la guarigione del suo servo: ma si può vedere anche l'umiltà di questo ufficiale. Gli anziani dei giudei dicono a Gesù di lui: "È degno che tu faccia qualcosa per lui perché ha fatto molto per noi". È degno; eppure il centurione dopo manda i suoi amici: "Signore, non stare a disturbarti, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto".

È degno / io non sono degno, è la diversa lettura della realtà, da parte dei giudei e del centurione stesso.

E poi continua: "Per questo non mi sono ritenuto degno di venire personalmente da te, ho mandato degli altri". Non sono degno: in questa umiltà Gesù vede un'espressione di fede, perciò dichiara, di fronte alle parole di umile fiducia di questo ufficiale: "Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande". Qui è attestata solennemente l'ammirazione di Gesù per la fede di un non ebreo: non abbiamo una condanna verso Israele; Gesù ha incontrato fede in Israele, ma mai una fede tanto bella, tanto grande. Questo pagano è un esempio di fede anche per gli israeliti. Ai discepoli di Gesù vengono così proposti come esempi di fede non tanto degli israeliti quanto dei pagani, degli stranieri. Se questa è la sensibilità del Vangelo di Luca, però, si potrebbe rimanere un po' stupiti vedendo che Luca stesso non riprende la storia della donna cananea, della siro-fenicia, invece presente in Matteo. Personalmente, non sono tanto stupito. "Lasciare il pane per i figli e non darlo ai cagnolini" non è una parola tanto cortese. Quella donna ha ragione davanti a Gesù e, davanti a questo, Luca è un po' provocato. Certamente, non ha ripreso questo episodio. Normalmente si dice che questo accade perché l'episodio in questione avviene fuori dai confini di Israele e Luca parla dell'annuncio fuori da Israele solo dopo la Risurrezione, mentre il ministero di Gesù è unicamente riservato a Israele, rigidamente collocato dentro i suoi confini.

3. Straniero e samaritano

Lo straniero in Luca è essenzialmente il samaritano. E questa è una caratteristica del suo Vangelo. In Marco, infatti, non si parla mai di samaritani. Matteo ne parla solo una volta, quando Gesù dice ai dodici: "Non entrate in una città dei samaritani". È un detto, cioè, molto negativo.

In Luca abbiamo invece tre testi.

Il primo si trova nel momento preciso in cui Gesù decide di partire per Gerusalemme, la seconda grande parte del Vangelo di Luca. La prima parte in Galilea, scorre per i primi otto capitoli; la seconda, a partire dal capitolo 9 al capitolo 19, è collocata a Gerusalemme. "Mentre stavano per compiersi i giorni nei quali sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù di diresse decisamente verso Gerusalemme". (Lc. 9,51).

All'inizio di questo grande viaggio a Gerusalemme Gesù mandò avanti dei messaggeri. "Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di samaritani per fare i preparativi per lui. Ma essi non vollero riceverlo perché era diretto verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: "Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio".

Questo testo non è un modello dell'atteggiamento da tenere verso gli stranieri, ma è un testo che mostra molto bene l'atteggiamento spontaneo del mondo giudaico verso i samaritani. Nell'atteggiamento di Giacomo e Giovanni si ha un ricordo del profeta Elia, che ha mandato fuoco su 50 uomini; Gesù si accontenta di rimproverare i suoi discepoli, e questo sembra non dirci molto sull'atteggiamento da assumere verso gli stranieri. Ma quest'episodio è interessante ugualmente, prima dei due testi principali, se pensiamo al contesto storico. Sotto il procuratore Coponio, un gruppo di samaritani era riuscito ad entrare nel Tempio durante la notte, al momento della celebrazione delle feste pasquali, e aveva sparso tutto il Tempio di ossa umane. Era un gesto carico di una grande dose di odio: avevano voluto far sì che il tempio fosse totalmente impuro, che non potesse servire per la celebrazione delle feste pasquali. Questo era l'odio dei samaritani; è facile immaginare l'odio dei giudei, naturalmente.

Tutto questo era accaduto appena dieci anni prima del ministero di Gesù. Nell'anno 52 i samaritani avevano ucciso un gruppo di galilei che andava in pellegrinaggio verso Gerusalemme. I galilei, nella ricerca di vendetta, avevano distrutto un gruppo di villaggi samaritani, massacrando tutti gli abitanti. Si capisce bene, allora, l'atteggiamento di Giacomo e Giovanni, che vogliono fuoco dal cielo sui samaritani.

Veniamo così ai due testi principali. Anzitutto al cap. 17,11-19. E la storia dei dieci lebbrosi. Questo episodio si trova in un punto importante del Vangelo di Luca, l'inizio del viaggio a Gerusalemme, e segna anche l'inizio della terza e ultima parte del Vangelo: "Durante il viaggio verso Gerusalemme" (si vede il ricordo del viaggio) "Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: "Gesù, maestro, abbi pietà di noi". Appena li vide, Gesù disse: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". E mentre essi andavano, furono sanati.

Ma c'è anche la seconda parte dell'episodio: "Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce". Ecco uno che ha senso religioso: ricorda Naaman, che esclama "il Dio d'Israele è il solo vero Dio": "e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo". Solo a questo punto, quando noi, lettori, siamo finalmente nell'ammirazione di questo esempio di credente, viene svelato: "Era un samaritano". E scritto bene: se lo si fosse saputo troppo presto, non ci sarebbe stata ammirazione per un samaritano. Gesù allora pone tre domande, in un modo molto caratteristico: "Non sono stati guariti tutti e dieci?".

La domanda e la risposta sui dieci appaiono al lettore scontate; tutti sanno dal racconto che sono stati guariti. Continua: "E gli altri nove dove sono?". Anche qui lo sappiamo già, Gesù ha detto loro di andare dal sacerdote e hanno obbedito. Allora la terza: "Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio all'infuori di questo straniero"? Abbiamo qui questo straniero nel senso pieno, la parola greca è allógenos, di un'altra razza, che però è il solo venuto a rendere grazie a Dio. Ecco il modo di procedere di Gesù, che insiste: quest'uomo ha davvero un senso religioso profondo, ha saputo capire la necessità di rendere grazie a Dio, egli è precisamente un non giudeo, un samaritano, è uno di questa razza odiata (proprio la parola razza è espressamente citata).

E gli disse: "Alzati e va', la tua fede ti ha salvato!". Sono guariti tutti e dieci, ma non solo. Gesù non dice, infatti: "La tua fede ti ha sanato" ma: "La tua fede ti ha salvato". Nel vocabolario di Luca questo verbo, salvare, ha una grande forza; la fede per essere guariti l'hanno avuta tutti e dieci, ma la fede per essere salvato solo questo samaritano. Il modo di fare del Vangelo insiste su questa fede di uno straniero, di un allògenos, fede che Gesù non ha trovato da parte degli altri nove. Qui uno straniero è proposto dal Vangelo davvero come modello di fede. Resta un altro straniero, che è ben conosciuto, il Buon Samaritano. Il "samaritano compassionevole", è al capitolo 10, dopo che abbiamo incontrato il "samaritano riconoscente". Questo racconto, che sarebbe centrale nei racconti dei samaritani, merita un'attenzione particolare e per questo lo esaminiamo per ultimo. Il racconto è diverso dagli altri, non è la relazione di un fatto accaduto ma è come una storia immaginata da Gesù, una parabola che è diventata giustamente famosa. All'inizio c'è una domanda posta a Gesù, cui Gesù risponde con una controdomanda: "Cosa c'è scritto nella Legge?". E il dottore risponde citando il comandamento dell'amore verso Dio secondo il testo del Deuteronomio che ogni giudeo ben conosceva perché era l'inizio dello Shemà Israel, cioè della preghiera che il buon giudeo diceva almeno due volte al giorno. L'amore di Dio è, aggiunge, l'amore del prossimo. Questo non fa parte dello Shemà, e Gesù lo sottolinea quando risponde con l'imperativo: "Hai risposto bene, fa' questo e vivrai". Una domanda, una controdomanda, la risposta, l'imperativo. Lo stesso schema c'è nella seconda parte di questa pericope. Il dottore della Legge è un po' confuso, a questo quesito vuole come giustificarsi: "Chi è il mio prossimo?", chiede, ed è la domanda; la controdomanda, molto ben radicata nell'evento principale della nostra parabola, è questa: "Chi dei tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?". La domanda, cioè, capovolge i termini dell'interrogativo iniziale. Mentre il dottore domandava: "Chi è il mio prossimo?", chi deve essere l'oggetto del mio amore, Gesù racconta una storia: "Chi, a tuo avviso, è diventato prossimo di quello che era incappato nei briganti?". Bisogna farsi prossimo dell'altro: vedete come la domanda è capovolta. Il prossimo è il soggetto, non più l'oggetto. Qui il dottore risponde: "chi ha avuto compassione di lui". E molto prudente. Il senso qui è di "fare compassione" con lui. Ma non dice: il samaritano. Anche qui Gesù conclude con l'imperativo: "va' e anche tu fa' lo stesso".

Se capisco bene, il racconto deve arrivare a capovolgere la domanda primitiva per arrivare alla domanda diversa. Abbiamo due pannelli. Nel primo abbiamo il grandissimo comandamento dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo. Questa è veramente tutta la Legge, la Parola di Dio. Nel secondo pannello abbiamo la parabola del Buon Samaritano. È il pannello speculare, che racchiude, analogamente, tutta la Legge e il senso delle Scritture. E una parabola, cioè, cui Luca annette una importanza molto grande.

Per Luca il racconto ha la funzione di passare dalla domanda difensiva del dottore "chi è il mio prossimo?" all'altra decisiva domanda: "chi ti sembra essere stato il prossimo di quell'uomo incappato nei briganti? (la traduzione qui non mi piace, piuttosto si dovrebbe tradurre "chi è diventato prossimo": in greco il verbo è gignesthai). La domanda dunque non è più per sapere qual è il prossimo che devo amare, ma per sapere come io devo fare per farmi prossimo dell'altro, quello che ha bisogno di essere aiutato. Si è verificata un'inversione: il prossimo devo esserlo io, prossimo che deve amare piuttosto che prossimo che deve essere amato. E giustamente per collocare questo capovolgimento Gesù racconta questa storia dell'uomo incappato tra i briganti; su quest'uomo non sappiamo quasi nulla. Abbiamo l'indicazione del luogo, sulla strada da Gerusalemme a Gerico; naturalmente su questa strada si incontravano piuttosto dei giudei, e su una strada così un samaritano non è molto sicuro perché si trova in una zona ostile. I briganti hanno attaccato quest'uomo col quale l'uditore si identifica abbastanza facilmente e l'hanno lasciato mezzo morto.

In questo momento comincia l'azione. In una scena molto rapida, vediamo arrivare un sacerdote. Ah, bene, un sacerdote! Si è contenti di vedere un sacerdote in questa situazione. Il sacerdote vede il ferito (non è facile tradurre questo verbo), lo evita e passa dall'altra parte. Le particelle che indicano l'azione sono anti e para, nel testo greco. Danno l'idea dall'altra parte. Seconda scena: giunge un levita, ma ciò che accade è totalmente simile: vede, evita, passa oltre. Il motivo della fretta di questi due uomini di Dio non importa per il parabolista perché l'attenzione è sul ferito. Questi due passano, non fanno niente, non contano i loro, magari sensati, motivi. Dopo questi due personaggi, diciamo sacrali, si vede arrivare un terzo. Si potrebbe pensare ad un laico. Ma non è un semplice laico, adesso lo si dice subito, è un samaritano.

Un nemico, uno da cui non si può sperare niente di buono. Come i precedenti quello arriva, vede e ora tutto è cambiato, egli è preso da compassione. Il verbo usato nel testo è carico, denso: è commosso nelle sue viscere, esattamente. Subito, allora, comincia una serie di azioni. Sono sette azioni sulla strada e sette azioni nell'albergo. I primi due non hanno fatto niente, mentre quest'ultimo compie tutta una serie di azioni. "Un samaritano che era in viaggio lo vide e ne ebbe compassione, gli si fece vicino", primo passo; "gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi caricatolo sul suo giumento lo portò in una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore dicendo: "Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno". I primi due passanti sono passati oltre, il samaritano ha fatto tutto ciò che poteva: allora Gesù può fare la domanda: "Chi di questi tre ti sembra si sia mostrato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?". La cosa più significativa è il cambiamento di prospettiva; a prima vista sarebbe stato molto naturale e facile per Gesù rispondere alla domanda: "Chi è il mio prossimo?".

Ogni uomo ha bisogno di aiuto, anche straniero, anche un nemico odioso come sarebbe un samaritano. Gesù non si accontenta di questo. Invece di presentare come samaritano l'uomo incappato nei briganti, il destinatario della nostra compassione, egli ha voluto fare di un samaritano il modello del comportamento esemplare. L'interlocutore stesso, il dottore della legge, deve riconoscerlo, anche se preferisce evitare di pronunciare la parola, di dire che è samaritano: sarebbe un po' troppo per lui. Ma è d'accordo: è lui che ha fatto bene.

In questo modo il rifiuto di ogni frontiera, di ogni limite al dovere dell'amore del prossimo mi pare che diventi molto più forte. Noi cristiani dobbiamo imitare quello straniero, il più odioso possibile per gli ebrei e forse, con tanti volti nel nostro Nord del mondo, anche per noi. Quali sono i nostri samaritani oggi? Questo samaritano verso il quale un ebreo aveva più chiaro il sentimento della propria superiorità religiosa? Forse anche noi per prima cosa dovremmo abbandonare questa illusione di superiorità. Si può trovare più disponibilità ad accogliere Dio da parte di uno di questi "avversari" della religione che non dalla parte dei professionisti della religione, un sacerdote e un levita. Forse, questo, può essere il primo cambiamento: rinunciare all'illusione della propria superiorità davanti agli stranieri che non hanno gli stessi nostri usi ed essere pronti a scoprire ciò che è bello in loro, per poi finalmente capire che abbiamo da imparare da loro come essere più fedeli a Dio nel modo in cui Dio si è rivelato a noi, nella persona e nella parola del suo Figlio Gesù.

(in Comunità di Sant’Egidio, Stranieri nostri fratelli. Verso una società multirazziale, Brescia Morcelliana, 1989, pp. 37-50)

Ultima modifica Lunedì 23 Gennaio 2012 10:07
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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